EMANCIPATICA
Ho dovuto assistere al restauro, per capire davvero. Guardavo le persone, membri della mia famiglia o figure esterne amiche, muoversi nelle stanze. Dalle finestre osservavo gettare sacchi e oggetti in modo sbrigativo sui camioncini. Stavano accumulando con fretta cose di famiglia destinate all'eliminazione, come se tutto fosse improvvisamente diventato solo un ingombro inutile. Un buttare via generale, spietato, e lì, solo lì, ne ho percepito il reale peso della sparizione definitiva. Sono andata a vedere, anche nelle stanze di sopra. Curiosando ho notato diari e vecchi album fotografici e mi sono trovata davanti a una realtà evidente: un'indifferenza generale che non mi appartiene, ma che anni prima aveva contagiato anche me. Vedere quelle cose destinate alla discarica, mi ha fatto capire. Un casino di fotografie, e alcune erano lì sul pavimento mischiate a roba da buttare. C'è stato un periodo in cui evitavo di mostrarne alcune in particolare. Selezionavo o eliminavo quelle che non mi andavano: un'acconciatura poco convincente, un abbigliamento così così, un'espressione del volto che sentivo di non appartenermi più. Tante appunto le scartavo poi disinteressandomene totalmente. La mia storia con l'autoscatto è iniziata ben prima che l'era del selfie divenisse fenomeno globale. Da ragazza avevo imparato da quella fotografa amica di famiglia, figlia di qualcuno a cui i miei genitori tenevano molto. È stata lei a trasmettermi involontariamente l'interesse per la macchina fotografica. I primi autoscatti all'interno della nostra tipografia che usavano per stampare le etichette, sfruttando anche le curiose geometrie di quell'ambiente. Nessuno dei muri antichi era regolare. In seguito sono passata a esplorare contesti esterni, set improvvisati nella natura intorno a casa, fino a sperimentazioni di cui oggi non ricordo più i dettagli esatti. A partire dagli anni del liceo ho intrapreso una deriva artistica. Una svolta innescata da approfondimenti culturali coinvolgenti e, soprattutto, dalla frequentazione di persone particolari. Da quell'universo ne sono emersa come un'Emancipatica, termine creato all'inizio degli anni Venti, unendo due concetti, usato anche come nickname nelle chat online. Messo da parte per via delle osservazioni altrui che innescava immancabilmente. L'emancipazione, per come l'ho intesa io, non ha coinciso con una ribellione ideologica, ma è avvenuta per scomposizione di miei vincoli personali, ricomposti in modo alternativo. Un'operazione ben più complessa di quanto il termine Emancipatica possa lasciar intendere. C'è stata una svolta in quegli anni, forse necessaria, nel pormi domande e nel fornirmi risposte, e non solo teoriche. Dall'era analogica dei rullini e dei negativi, alla transizione verso le prime fotocamere digitali, fino all'approdo a smartphone e tablet, ho realizzato migliaia di selfie, a cui si sono aggiunte fotografie nate all'interno di sessioni con artisti. Quando nel mondo è esplosa l'era del selfie, io avevo già smesso da anni. Gli ultimi autoscatti di un certo tipo, accompagnati da appunti diaristici, risalgono a una fase in cui il gesto aveva ormai raggiunto l'automatismo. Con l'avvento di dispositivi sempre più performanti e la nascita delle piattaforme social ho ripreso a dialogare con la fotocamera, a guardarmi attraverso lo schermo. Nell'era dei selfie, da recidiva quale sono per natura, sono tornata a reinventarmi nelle inquadrature. Ma non è la fotografia in sé il fine principale. La differenza sta nel sapere che quella fotografia esiste, nell'essere consapevole che viene osservata. Il fatto stesso di averla prodotta, o l'atto di averla mostrata, sembra valere più del semplice guardarla o del possederla in un archivio. Uno degli aspetti più kitsch della mia personalità riguarda proprio la passione per l'autoscatto. Dal restauro ne è emersa una spinta a pensare di mettere ordine anche tra gli appunti di una vita, a voler dare la forma di una storia a memorie e immagini.