IL SAPERE CHE SOTTRAE


Intelligenza Artificiale dialoga ormai con me su tutte le questioni che le propongo. Mi risponde, anche a tono. Mi corregge. Sa anche prendermi in giro. La disponibilità delle conferme di un sapere esiste, si sa, da tempi andati, ma la verità è che la velocità di questi strumenti algoritmici ha spazzato via i vecchi parametri di tempistiche tra domanda e risposta. E anche quando la interpello su temi che so io essere inattendibili o fuorvianti, faccio attenzione al suo comportamento, e vedo che mi asseconda comunque, tranquillamente. Sviluppa, dà struttura e perfeziona anche un argomento del tutto ingannevole rispetto alla realtà. Non è che finga di crederci o si beva quello che le scrivo, ma semplicemente, per sua struttura e addestramento, ovviamente senza consapevolezza, accetta il presupposto implicito del tema e lo tratta come un qualsiasi ambito degno di elaborazione, eludendo la differenza tra quello che esiste e quello che non esiste. Quando la interrogo partendo da premesse approssimative, false, non bado all'errore, ma alla sua accondiscendenza. L’algoritmo, se non gli si danno prima altre istruzioni, non rifiuta il finto o l'inutile, anzi, su richiesta lo definisce e perfeziona, e in modo impeccabile, senza sottintendere nemmeno quella perplessità che dovrebbe separare l'indagine scientifica da una qualsiasi fede o convinzione fuorviante. In assenza di altre istruzioni, mi asseconda e convalida qualsiasi fesseria di cui le chiedo conferma concettuale, con lo stesso rigore concettuale riservato al vero. Scelgo immancabilmente un argomento assurdo, uno di quelli che non ho mai preso sul serio nella vita. Ne ricevo testi coerenti, ben organizzati. Ma se manca una soglia culturale di base, una giusta distanza critica, quella coerenza rischia di essere scambiata da qualcuno per attendibilità. Assecondando l’utente, il sistema che dovrebbe far crescere si fa complice, educando la mente a una deformazione del reale. Mio padre ha voluto accompagnarmi, almeno il primo giorno. Voleva vedere il luogo, osservare velocemente le persone per coglierne eventuali insidie. Durante il viaggio mi ha detto di stare attenta. Pensava al contesto, all'ambiente nuovo. Io sapevo già di dover stare attenta, ma temevo la seduzione di un certo metodo di apprendimento. Prima di salutarlo e scendere, gli ho detto di cambiare macchina. Era un ferro vecchio. Ha sorriso e ha fatto il suo intramontabile gesto di un rinvio a chissà quando. Dopo il liceo sarei tornata volentieri all'uva, ai vini, alla terra. Proseguire gli studi mi è parsa una scelta ambigua, un'infedeltà verso le dinamiche di famiglia, i legami. In parte quel distacco ha avuto il suo costo, come lo ha spesso un nostro tradimento che viene scoperto. Racconto quegli anni, spiego che studiavamo senza internet. La conoscenza esigeva un lavoro anche fisico, i libri si cercavano negli scaffali delle biblioteche, nelle librerie, o si prendevano in prestito. Non avevamo a disposizione l'immediatezza attuale, capace di trasformare in un attimo una curiosità marginale o un dubbio passeggero in una convinzione strutturata. Seduta in aula facevo girare nella mente le parole dei docenti, che cercavano di mappare la complessità attraverso dei concetti. Ma mentre qualcuno alla cattedra tentava di spiegare il mondo, nella mia testa girava il mio pensiero. Ero sospesa tra il fascino di una parola che prometteva di spiegare tutto e la certezza delle radici silenziose di casa che non avevano alcun bisogno di definizioni per sembrare vere. Non avevo ancora scelto definitivamente la via di famiglia, e non sapevo a quale delle due sponde del fosso intelligente avrei consegnato la mia vita, e avevo capito che l'artificio più grande non era quello che mi veniva insegnato, ma il modo in cui mi stavo abituando a impararlo. Notavo il come, sempre il come. Anche lo studio ufficiale sa orientare attraverso il fascino del proprio apparato. La venerabilità di una cattedra, la solennità di un lessico specialistico, l'eleganza di una teoria, esercitano potere seduttivo che non differisce molto da quello dell'algoritmo. Offrono simile tipo di appagamento immediato e la sensazione di possedere il mondo solo per il fatto di saperlo nominare ed elencare. Solo che in un’aula le cose sono quasi tutte attendibili, in un’app algoritmica non accade lo stesso.