VECCHIO MA NUOVO
Mi avevano permesso l'utilizzo di quell'ufficio, e dei documenti rimasti a disposizione ma perché di fatto abbandonati. Era come sapessero già che io, illusa, avrei perso tempo. C'era un computer che nonostante i tempi era vintage di suo, e che ronzava come se ci fosse lì attorno un insetto vibrante. Il disco rigido all'interno ticchettava come le bombe a orologeria di certi film assurdi. Ero io, alle prime armi in operatività effettiva su quell'ambito, quindi non più dolo studio, ma anche pratica. Ero insieme a due persone, loro già competenti, davvero, con decenni di esperienza, e capaci di una cosa per me fondamentale: intere giornate di lavoro insieme ma in silenzio. Una collaborazione nel ritmo coordinato delle nostre ricerche. Moquette consumata e scansie metalliche piegate un po' dappertutto per il peso eccessivo di un qualcosa che non c'era più e, poi, un distributore di caffè, vecchio ma nuovo, spento forse fin dal suo arrivo. Alle spalle della vita di loro due esperti, tanto lavoro con piccole vittorie, ma pure con realizzazione di materiale che fuori dai laboratori nessuno aveva mai pensato di valutare. Uno dei due mi aveva rivelato che tutto il suo lavoro nella vita intera non era mai servito a nessuno e a nulla. Il fumo delle loro sigarette era adatto all'assenza di dialoghi. Come da consiglio, non compreso nel motivo ma preso in considerazione, lasciavamo gli elaboratori avviati la notte, pregando che non si bloccasse tutto per un errore o per un temporale, ma anche che non prendesse fuoco qualcosa di surriscaldato. Ricordo pure qualche notte passata lì a scrivere, senza tornare a casa. Ci pensavo a quello che stavamo facendo, come a qualcosa che era difficile da spiegare, da portare fuori da quella stanza. Documentavo io stessa i nostri scarsi risultati, anche a mano, nei quaderni, perché quel vecchio computer non mi sembrava abbastanza stabile da reggere senza far scomparire tutto improvvisamente e senza rimedio. Fuori da lì, il mondo procedeva come se niente fosse. La gente parlava di certi nuovi strumenti come della rivoluzione definitiva. I giornali raccontavano di un nuovo sistema operativo, di internet che in casa ormai era in diffusione, e anche di una piattaforma, una nascente comunità remota per conversazioni tra persone sconosciute. Poi mi era arrivata la notizia di una sfida pubblica tra un uomo e una macchina. I titoli dicevano che la macchina aveva vinto. La gente ripeteva che si era trattato solo di un gioco e nulla più. Le persone non competenti intuivano che le macchine stavano diventando più insidiose, ma non avevano assolutamente idea del come. Io invece ci pensavo. Pensavo che ogni volta che una macchina faceva qualcosa che fino al giorno prima sembrava esclusivamente cosa umana, l'umanità perdeva di un po' la sua importanza. La sera non si discuteva nemmeno. Si spegneva solo la luce del soffitto e si usciva, chiudendo la porta con la chiave. La chiave la nascondevamo lì vicino alla porta stessa. Documentavo anche le idee che mi venivano dopo, nel viaggio di ritorno o a casa. Il lavoro continuava e un giorno è finito. I due con cui avevo condiviso quel silenzio non hanno fatto drammi l'ultimo giorno. Uno diceva solo che se lo aspettava, che era già successo nella sua vita, con altri progetti, anche con persone competenti come lui. L'altro non diceva niente, ma quel giorno il suo silenzio mi pareva più pesante. Dentro c'erano i nostri scarsi risultati, sì, ma anche le idee che mi erano venute nei viaggi di ritorno. Li ho riletti, anni dopo, quando anche i libri avevano iniziato a circolare, quando il mondo aveva smesso di parlare di sfide pubbliche tra un uomo e una macchina come di un gioco, e aveva iniziato a parlarne come di un punto di non ritorno. Non avevo sbagliato i miei calcoli, ma nemmeno avevo trovato la direzione giusta. Però, quanto che era uscito da quell'ufficio, non era nemmeno sparito. Nel viaggio serale in autostrada, di ritorno, cercavo a volte di riprendere a mente uno dei tanti fili lasciati a metà tra me e i file o il cartaceo. La notizia del campione che aveva perduto le partite a scacchi giocando contro la macchina, continuava a tornarmi nella mente. Le idee che mi venivano nel viaggio di ritorno avevano pure un destinatario, ma poi quando lo avevo di fronte non dicevo nulla in proposito. Non dovevo convincere. Pensavo che il problema non fosse la macchina finta pensante, ma la fretta con cui tante persone cercavano di darle un significato definitivo, di chiuderla in una categoria, gioco o minaccia, futuro vantaggioso o futura insidia. Poi i pensieri andavano altrove, verso quell'idea di macchina come imitazione approssimativa che anni dopo mi sarei trovata davanti. Quell'idea di poter avere la percezione, anche solo la percezione, di intelligenze artificiali, che potessero un giorno darmi idea di pensare e non semplicemente di calcolare. C'erano già dei videogame che qualche sensazione la davano.