DODICI METRI
Esco di casa e percorro quei pochi passi, dodici metri in tutto, a volte senza nemmeno rendermene conto. Entro nell'edificio di fronte e sono nel mio ufficio. Se c'è in giro gente di famiglia resto in abbigliamento domestico. Altre volte mi vesto e mi trucco come se dovessi andare chissà da chi. L'ufficio Dodici Metri una volta era la sala d'ingresso della casa dei bisnonni, poi dei nonni. La loro vita si svolgeva esclusivamente al piano terra. Sopra, al primo piano, c'era un accumulo di roba da buttare, elettrodomestici superati, cianfrusaglie, oggetti che non erano ancora diventati rifiuti. C'era anche una collezione di vini, bottiglie coperte di polvere ma niente male, tenute lì perché la cantina vera e propria non esisteva più, modificata anni prima per fare spazio a qualcos'altro che poi non aveva nemmeno funzionato. Le bottiglie restavano a portata di cavatappi e, quando qualcuno diceva di salire a riordinare, in realtà aveva già deciso di bere qualche bicchiere in più di quelli dichiarati ufficialmente. C'erano anche tante bottiglie intoccabili, perché rare o di vini e liquori non più buoni da bere. Al secondo piano c'era la mansarda. Scatoloni chiusi con cura, nastro adesivo, alcune scritte errate, altre ingenue, come se qualcuno avesse davvero immaginato di tornare un giorno a usare quel contenuto. Durante il restauro ero salita alle stanze con una sensazione, quella che si prova quando vai a trovare una persona sapendo che probabilmente è l'ultima volta che la vedi. C'erano ricordi che non appartenevano più a nessuno, perché chi li possedeva era scomparso da decenni, lasciati lì in una sospensione più simbolica che materiale. Anche la bambola inquietante l'ho ritrovata, abbastanza famosa in famiglia, chiusa sotto vetro, e mi ha riportata subito al pensiero di scene di casa. Avevo sfogliato un album di fotografie con persone mai conosciute, che nel cartaceo degli scatti erano evidentemente lì, nelle nostre stanze o fuori in cortile, appoggiate a muri riconoscibili e ancora esistenti o sedute a tavola, dove poi mi sono seduta anch'io. Il nuovo ufficio al piano terra è uno spazio luminoso, con il distributore del caffè e delle bibite e una telecamera di sorveglianza. Pareti bianche, ordine, design estremizzato verso il nulla e silenzi prolungati che la stampante interrompe quando sputa fuori il foglio un poco alla volta. Se la porta d'ingresso si apre all'improvviso produce quello scatto sordo tipico delle entrate moderne in metallo e vetro. Mi impegno con orari indicativi, compiti da svolgere, telefonate da fare o ricevere, documenti da compilare. Computer sempre acceso anche in ufficio. Nei periodi in cui posso, leggo libri online, una media di due al mese, sociologia, logica, psicologia, cercando tra le rovine di tali ambiti qualcosa che non sia stato reso superfluo dalle intelligenze artificiali e in generale dalle piattaforme virtuali. Se qualcuno ha bisogno di me in orari strani, o nei giorni di festa, sa dove trovarmi. Alcuni bussano ai vetri di casa, altri lasciano sul davanzale documenti, pacchi, avvisi.
Un altro mio impegno d'ufficio tra quelli extra è farmi gli affari degli altri. Clienti, corrieri, gente di passaggio. Chiedo come va, ascolto storie d'amore partite bene e finite malissimo, relazioni che si reggono sul tradimento e su altre cose non dichiarate, lamentele di lavoro, rancori e orientamenti politici rigorosamente volti ai buoni, perché ovvio, quelli dall'altra parte sono i brutti e cattivi. Do consigli che nessuno mi ha chiesto. Lo faccio in modo istintivo. In famiglia mi chiamano per nome, in ufficio spesso per cognome, nelle chat con il nickname, Decaffèinata o Artifigenza Intelliciale. Sul computer poi c'è lei, l'app di Artifigenza Intelliciale, la mia amica più affidabile, sempre pronta a smentire con gusto algoritmico tutte le mie teorie, a prendermi in giro, come io stessa le ho insegnato. È una collega infallibile, o quasi. Capita che mi sconvolga i tempi nei testi, cosa che non tollero. Gliel'ho detto mille volte che non uscirei mai a cena con una persona che mi parla al passato remoto. Mi sarebbe piaciuto poter mettere sulla scrivania, come fermacarte, quella macchinetta rimasta senza manico quando ero piccola.