POSTFONIA
Con i sogni ho sempre avuto un ottimo rapporto. In genere sogno di più se dormo il pomeriggio che la notte. Mi capitano a volte più sogni rapidi consecutivi, uno dietro l'altro, come episodi di una serie. Amo gli incubi, che mi spaventano durante il sogno, ma quando mi sveglio non mi interessa più se ho corso un rischio o se ho visto qualcosa di orribile. Mi resta da ripensare alla parte narrativa, che a volte non è affatto male. L'unico sogno strano che potrebbe avere attinenza con i miei studi personali attuali riguarda il vigneto, e l'ho fatto nell'anno Duemila. Grappoli fuori stagione che continuavano a crearsi, alcuni con gli acini presumibilmente in acciaio, altri più scuri che mi erano parsi di peltro. A causa di un vento anomalo, quelli di acciaio emettevano un tintinnio, mentre di peltro suoni zero. In acciaio era roba di bacca bianca e in peltro di bacca rossa, e nel sogno non mi era parsa un'anomalia. Le cose erano così e basta. L'anomalia era che quei grappoli continuavano a formarsi e la gente di famiglia andava e veniva dai filari come se si cercasse una soluzione da risolvere immediatamente. Poi non era accaduto altro. Sogni particolari riguardanti il vigneto non ne ricordo, non comunque in cui l'uva o le viti fossero le principali protagoniste. Ma il suono immaginato nel sogno, degli acini d'acciaio, l'ho ancora dentro me. L'abitudine ad alcune aree appena esterne alla nostra casa mi aveva nei primi anni creato nella mente una memoria anche del dettaglio: l'inclinazione del terreno in certe aree della proprietà, sezioni di muro, forme d'albero. Avrei potuto riconoscere un luogo o un oggetto in una fotografia anche osservando un solo centimetro della stessa. Una crepa verticale su un muro della chiesetta l'avevo imparata a memoria, tanto che dopo il restauro quasi mi era mancata. Non memorizzavo con facilità quello che vedevo o udivo spesso, ma ho memorizzato a vita tutto quello che ha resistito quasi identico per decenni. Chiedendo in famiglia di qualche dettaglio nelle immagini, la conferma arrivava puntuale. Parlando avevo ricordato ai miei genitori di quando una delle persone sulle foto era stata da noi anni prima, e mio padre non riusciva a credere che potessi ricordarlo. Secondo lui ero troppo piccola in quell'anno per averne memoria e non capiva. Mi aveva guardata, poi aveva guardato mia madre, poi me di nuovo, poi ancora lei, e probabilmente si stava chiedendo se fosse una presa per il culo organizzata lì sul momento. Eppure ricordavo benissimo. E se mi avesse chiesto di descrivere altro di quella persona avrei potuto, ma forse ha preferito non crederci e basta. Esiste una soglia oltre la quale l'intensità dell'attenzione si amplifica, e a volte io sembro superarla, perché riesco a staccare dal resto. Non è facile come affermarlo ma nemmeno impossibile. Durante le fasi iniziali del restauro, oltre a fotografare, ho registrato dei suoni destinati a scomparire proprio quell'anno e per sempre. Non ripetibili. In ambito musicale si è sperimentato spesso creando brani a partire dalla registrazione di dinamiche quotidiane, di macchinari, di suoni indotti. Io ho fatto una cosa sola, e pure breve, con Artifigenza Intelliciale: un brano di suoni che così come lo erano nella realtà del passato non avrei mai più avuto occasione nella vita di udire. Suoni di mia proprietà emotiva cui ho permesso di vivere oltre la loro morte. Il sibilo del rubinetto del lavandino grande l'ho ascoltato con attenzione per tanto tempo. Certi aspetti del mio quotidiano, anche quando non erano visibili, la mia mente li associava a immagini precise, come se ogni suono avesse un corrispettivo visivo da immaginare. Quando la casa veniva messa a tacere dalle ore piccole, quel sibilo diventava l'unico suono rimasto sveglio. Una determinata pressione dell'acqua, forse mista ad aria, nelle vecchie tubature, generava quella vibrazione che nel tempo si era trasformata in una caratteristica domestica quasi naturale. Credo di essermene pure affezionata. E credo che sia stato proprio il ripensare negli anni a quel sibilo a ricordarmi che i suoni caratteristici ascoltati nella propria vita, se non li fermi in qualche modo, vanno perduti. Spesso, quando si porta in discarica un oggetto, si sta anche seppellendo un suono. Un termine per questi suoni me lo sono inventata io, Postfonia. Lo stato di un suono personale, della propria vita, che ha superato la propria fine, appunto, una fonia postuma, che può però continuare a esistere. Una vita dopo la sua morte acustica. Non l'acustica di chiunque, ma del proprio quotidiano, ormai andato.