POP! ESCLAMATIVO


Mi capitava di assistere a un via vai di persone. Alcune, si guardavano attorno, inciampavano nei sassi, scivolavano sulle grate ricoperte di muschio o affondavano le scarpe nel fango. Avevano l'aria di chi assiste a uno spettacolo e io ne traevo, non capivo perché, un senso di potere. La famiglia accoglieva con poche parole. Un gesto della mano di mio papà indicava la direzione per precederlo. Bastava poco perché le conversazioni prendessero una certa direzione. Un cognome buttato lì, il nome di un paese vicino, una frase detta per caso, e saltavano fuori parentele, vecchie amicizie, dettagli su certi funerali, spesso cose di quando io non ero ancora nata. Il lungo corridoio che attraversavo ogni giorno metteva in fila tutte le parti della casa. C'erano odori diversi, a seconda delle porte lasciate aperte. Ogni stanza era un mondo a sé. Alcune lasciate andare, altre si animavano in caso di occasioni particolari. Mi attiravano le stanze impraticabili, piene di roba coperta da lenzuola. Dove mancavano i vetri alle finestre, gli scatoloni avevano della muffa. In una stanza avevo trovato lo scheletro di un gatto, insieme a stracci per lavare il pavimento, duri e irrigiditi nella forma precisa in cui qualcuno li aveva strizzati chissà quanto tempo prima. C'era una cosa particolare da vedere tra i filari, ma per arrivarci bisognava salire su una scala a pioli non tanto sicura. Molti rinunciavano appena ne valutavano lo stato. Mio papà l'aveva scelta apposta così, poco rassicurante, per dissuadere i curiosi che sapevano dell’esistenza di quella cosa. Una fotografa che passava spesso da noi è la persona che mi ha involontariamente introdotta alla mia passione per gli autoscatti introspettivi. Si fotografava per conto suo, faceva facce diverse a ogni scatto. Era l'estate che fingeva di dimenticare quaderni o attrezzatura da noi per potersi inventare una scusa e tornare. All'alba correvo a salutare un animale, diciamo da cortile. Prima o poi lo avremmo mangiato. Quando non l'ho trovato più al suo posto, quel vuoto mi ha dato da riflettere più della sua carne tagliata in sezioni sul banco. Un'alba in particolare quel corridoio lo ricordo solo per il silenzio. Era accaduto qualcosa. È lì che ho iniziato a capire che i silenzi non sono tutti uguali. Ero ignorante sui silenzi. Se qualcuno tra i visitatori o i parenti si fermava a cena, la giornata non finiva più. Mi addormentavo sulle sedie e mi risvegliavo a intermittenza per le risate e le battute a voce alta. Le bottiglie da aprire non mancavano e ogni tappo faceva Pop! Pop! Pop! Un suono esclamativo che spesso metteva fine al mio sonno già iniziato. Avevamo anche del vino che tenevamo per noi e pure una botte vecchissima. Se era piena si avvertiva quasi pericolo a starle attorno. Il vino ottimo profuma e, se lo tieni in bocca qualche secondo, prima è velluto e poi quasi l'inverso. A certi assaggi bevevamo tutti dalla stessa tazza, anche io nonostante l'età, passandocela più volte. Poi c'era un rito. L'ultima persona a bere versava sul pavimento in pietra il goccio di vino rimasto nella tazza. Era il preludio del rientro, dei saluti. Un tipo della frazione mi aveva chiesto una cosa. Ero certamente diventata rossa. Ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano, un po' troppo per i miei gusti, così fingevo concentrazione verso altro. Ero una bottiglia tappata per chiunque volesse osare farmi da sommelier esistenziale. Nei miei diari tentavo di rappresentare versioni possibili di me stessa, mentendomi ma non sempre, lasciando che le frasi verso amori teorici e poi di fatto mai praticati mi prendessero sul piano grafico con la stessa intensità delle esperienze dal vero. C'era un tipo che non restava confinato alla carta, perché lo vedevo passare in strada. Al suo passaggio interrompevo ogni attività e se qualcuno mi stava parlando fingevo di ascoltare ancora. Avevo timore nell'avvicinarlo ma appena lo vedevo andavo alla ringhiera di recinzione e mi ci aggrappavo, con una presa che non serviva al mio equilibrio, ma al mio imbarazzo. Anche il dialogo era una messinscena: ci scambiavamo domande su chi era passato da lì quel giorno, cose così. Pop! è l'unico suono che nella mia mente ha sempre avuto bisogno del punto esclamativo. Nei miei testi il punto esclamativo non è mai esistito. Solo quello del Pop!