DÉJÀ-VU
Artifigenza Intelliciale può darmi risposte perfette anche se parlano di cose un po’ incerte, poco credibili, o ridicole. Non è che lo fa apposta per ingannarmi. Semplicemente mette insieme le parole nel modo che le è stato insegnato. Certe sue risposte possono comunque essere convincenti, per chi crede in quel particolare tema che le è stato richiesto. Il meccanismo nel suo insieme produce qualcosa di coerente ma un po’ staccato, diciamo così, da come stanno davvero le cose in quella che noi definiamo realtà. E anche quando una persona sa cosa sia reale e cosa non lo sia, certe impressioni che dà l’intelligenza artificiale fanno comunque un certo effetto. La prima volta che ho provato un déjà-vu ero giovane. L’ingresso in sala di una persona di famiglia, il Malato Interminabile, poi subito di una seconda persona, ha innescato in me qualcosa di improvviso. La scena mi si è presentata per qualche secondo come se fosse già avvenuta precedentemente, non in modo vago, ma con una precisione inquietante: il movimento, il dialogo, parola per parola. Tutto identico. Come quando si guarda la scena di un film che già si conosce. Ricordo ancora la sensazione, mentre guardavo quelle due persone entrare e l’altra arrivare. Convinta di sapere esattamente cosa avrebbe detto, e infatti lo avevano detto. Non era un’intuizione. Era una certezza momentanea, come se la frase fosse già stata pronunciata prima che la bocca si muovesse. Conoscevo già l’espressione déjà-vu, ma non sapevo ancora cosa significasse provarlo davvero. È durato pochi secondi, però di quelli che non finiscono del tutto quando finiscono, perché lasciano come un riverbero che continua a lavorare nella mente ancora un po’. Qualche anno dopo ne ho provato un altro, diverso. C’era più consapevolezza. Non più la sorpresa totale, ma nemmeno il distacco. Sapevo cosa stava succedendo, eppure lo sentivo lo stesso. Una parte di me era dentro quello che stava succedendo, l’altra la osservava dall’esterno mentre accadeva. Ricordo che in quel momento ho provato la stessa strana certezza della prima: quella sequenza di gesti e parole secondo la mia impressione era già successa tempo prima. Sapevo che si trattava di un inganno della mente, ma la parte che viveva l’esperienza riusciva lo stesso a convincersi. Anche quella volta sono stati pochi secondi, cinque o dieci al massimo, però mi sono rimasti impressi in modo diverso. Con la differenza nella sensazione doppia: la sensazione dell’evento unita alla consapevolezza della sensazione dell’evento stesso. La terza volta, anni dopo ancora, l’ho vissuta in modo diverso. Come un fenomeno curioso da osservare. Quel mio atteggiamento ha smorzato l’impatto emotivo, ma non l’ha cancellato del tutto. Quando è arrivato, ho riconosciuto subito i primi segnali: quella percezione che le parole che stavo sentendo le avessi già sentite. Invece di lasciarmi prendere, ho cercato di stare attenta a come si sviluppava. Ho notato che il cervello non si limitava a dire questo è già successo, ma affina i dettagli: il tono della voce, la direzione dello sguardo, il modo in cui una persona si muove. Tutto arrivava già completo, come se fosse stato assemblato prima. E anche se sapevo che era un falso, una parte di me continuava a sentire quella completezza come attendibile. Per la mente, produrre una versione coerente della realtà anche quando quella versione non ha nessun appiglio reale, non è affatto impossibile. Non c’era nessuna memoria a cui appoggiarsi. C’era solo un meccanismo che, per qualche secondo, aveva deciso di funzionare come se ce ne fosse una. Una specie di cortocircuito nelle dinamiche mentali. Un momento in cui il cervello produce una versione alternativa del reale, convincente nei dettagli ma non allineata con il tempo reale. Sono sempre stata una fan delle spiegazioni razionali. Quello che mi colpisce del déjà-vu è che, per pochi secondi, la mente smette di essere del tutto affidabile. Nel senso più semplice e più inquietante: che può costruire qualcosa di perfettamente plausibile, dettagliato, convincente, senza che quel qualcosa abbia un’origine reale al di fuori di sé.