ESISTITI
Un mio racconto di anni fa si intitola Esistiti. Già lavoravo su appunti tratti da persone da me conosciute. Anche in narrativa prettamente romanzesca, scrivevo esclusivamente su basi biografiche. Doveva esserci correlazione effettiva con qualcuno che avevo conosciuto ma anche con la mia stessa vita. Per trattare al meglio un episodio dovevo averlo provato o udito, altrimenti alla lunga perdevo interesse e abbandonavo il progetto. Non mi manca la fantasia, ne avrei fin troppa, anche trasversale e complessa, ma se devo narrare eventi di cui non ne ho verificato l'avvenimento reale, perdo il filo. Questa mia necessità di ancoraggio al vissuto non è una scelta estetica, non è una strategia narrativa, ma una condizione propria della mia scrittura. La finzione pura mi annoia subito, sia nel creare, sia nel consultare contenuti altrui. Nella mia famiglia, considerando gli ultimi due secoli circa, le persone che sono morte, tranne eccezioni, lo hanno fatto dopo essere tranquillamente invecchiate. Questo è quanto si sa per informazioni tramandate, anche se alcune di quelle persone le ho potute conoscere solo attraverso dialoghi di famiglia e fotografie. La morte di una persona avvenuta in casa, quando ero piccola io, la ricordo. Un mattino ho attraversato il corridoio e c'era un silenzio per me nuovo, non semplicemente un'assenza di suoni e di voci. Avevo percepito una sensazione di sospensione. Era anche arrivata gente a me sconosciuta. Non comprendevo lo stato della morte. Da sempre mi dispiace per chi rimane e soffre, ma il pensiero di chi se n'è andato dura pochissimo nella mia mente, e a volte non inizia nemmeno. Un aspetto mio che certe persone hanno spesso detestato, in quanto a volte lo affermo pure nei momenti meno indicati. Potrei fingere, adeguarmi. Magari mi dispiace di più anni dopo, ripensandoci, ma anche lì c'è l'ombra di una nostalgia d'insieme che è una questione mia. Quello che provo non so se sia indifferenza: il dolore a volte arriva, sì, ma in differita. Quando in famiglia emerge un discorso sui familiari esistiti, ascolto riferimenti e caratteristiche specifiche, tipo ossessioni quotidiane, incoerenze, rapporti nevrotici con il denaro, rancori coltivati per una vita a causa di banalità, e poi le immancabili credenze un po' assurde, ma che spesso fanno parte del pacchetto. Il mondo digitale, nemmeno a dirlo, sembra possedere anche in questo ambito una sua consapevolezza sarcastica: non lascia andare facilmente, e comunque non per scelta dei morti. Certi profili dei defunti restano attivi, e i social me li ripropongono come fantasmi algoritmici. Quella persistenza crea una forma di immortalità virtuale, un domicilio virtuale postumo, anche se oggi alcune piattaforme permettono di decidere anticipatamente che farne dopo periodi di inattività, quindi anche in caso di morte. Jerry, pur essendo morto, è presente tra i profili. Giorni dopo la sua morte, il mio cellulare si è illuminato: chiamata dal numero di Jerry. Era la persona che ha vissuto gli ultimi anni con lui, che usava il suo numero. Anni fa mi era rimasta una vaga parvenza di sensibilità verso il tema dei defunti. Artifigenza Intelliciale ha eroso anche quelle poche certezze che possedevo nel sentirmi spontaneamente dispiaciuta. Le mie visite ai morti al cimitero sono rarissime. A qualche funerale. Ci potrei andare più per riflessioni filosofiche destinate a me che per motivi devozionali verso terzi.