IL RISPETTO DEL TORTO
Scomparsa la persona che si è sempre occupata, per professione, dei miei gatti, al funerale ho cercato tra le numerose persone un posto dove sedermi, in una chiesa che non ho mai frequentato, e mi sono trovata a ripensare a certi dialoghi avuti con lei. Dei miei gatti conosceva la razza, il peso, la storia clinica, le abitudini, le reazioni stesse che avevano al suo arrivo. Li visitava a casa mia; con le mani sapeva dove cercare anomalie, e la sua voce si abbassava quando un gatto aveva qualcosa. Dopo qualche attimo mi spiegava tutto. Avevamo discusso spesso anche della filosofia, definiamola così, correlata agli animali. Sono nata in anni in cui, dalle mie parti, non si conosceva l'ambiguità elaborata e organizzata del discriminare chi amava la carne in tavola, e non c'era un linguaggio costruito appositamente per accusare o insultare qualcuno che mangiava polli o conigli. C'erano gli animali e c'erano le persone, senza che venissero evidenziate lacune etiche ogni volta che si accarezzava un gatto ma si aveva una bistecca nel piatto. E c'era sempre almeno un gatto, direi immancabile, con noi, che entrava e usciva come voleva, perché nessuno pensava di tenerlo in casa a tutti i costi né di tenerlo fuori a tutti i costi. Dormiva dove ne aveva voglia, o dove trovava caldo, mangiava quello che c'era, e la sua autonomia era data quasi per scontata. Veniva notato solamente quando non si faceva vedere per troppe ore. I cani erano diversi, nel senso che avevano quasi sempre una funzione più esplicita. Fare la guardia e segnalare abbaiando quello che gli occhi degli adulti non vedevano. Le galline andavano in giro per gli affari loro. Ci giocavo a rincorrerle, sapendo che prima o poi sarebbero finite nel forno o in brodo. I conigli erano animali che mi mettevano più tensione. Se li guardavo negli occhi avevo una sensazione spiacevole di fondo, che non ho mai però compreso e che di sicuro non poteva dipendere dalle loro intenzioni. È proprio in quegli anni, in una delle classi elementari, che ho incontrato per la prima volta su un libro la parola vivisezione. Non ho mai amato spacciarmi per una persona buona o sensibile. Ci ho provato, in effetti, ma senza successo. E devo dire che anche l'ostentazione della sensibilità verso gli animali, quale dote morale, non ha mai fatto per me. Guardo sul divano i miei gatti che amo e semplicemente riconosco che ai miei occhi hanno più valore affettivo degli animali che guardo a tavola affettati in un vassoio. In uno degli ambienti in cui vivo, conservo le urne di due gatti che alla loro morte ho fatto cremare. Durante i dialoghi con la tipa scomparsa, si andava spesso su tali questioni, in contrapposizione, ma con una tolleranza che non riuscivo mai a trovare in altre persone. E non era solo perché avesse interesse a non litigare con me che ero sua cliente di fatto, il lavoro non le sarebbe comunque mancato. Quella sua caratteristica, di pensarla in un modo quasi opposto al mio, ma di saper comprendere davvero e senza retorica entrambe le parti, l'ho assimilata nei miei atteggiamenti sociali. La veterinaria con cui ho avuto i dialoghi più utili su questi temi era l'unica persona con cui riuscivo a stare nella complessità del dissenso più totale, nel mio e nel suo ideale, senza che la situazione si alterasse. Mi sono resa conto, seduta in quella chiesa, che la sua scomparsa mi aveva lasciato un vuoto che andava ben oltre la sua competenza professionale, peraltro indiscutibile. Era svanita, con la sua scomparsa, anche una modalità di relazione rara. Aveva trovato una posizione intermedia, fatta di gesti concreti nel limite del possibile, che le permetteva di affrontare la realtà senza tradirla né idealizzarla. Aveva trovato la terza via, quella per sopportare le contraddizioni, anche pesanti, del proprio essere, senza cedere sotto il loro peso. I miei gatti la riconoscevano, e lei attendeva; lasciava che fossero loro a decidere quando avvicinarsi. Aveva adottato tale posa fino a farla diventare un suo modo di essere, e non solo banalmente una tecnica strategica. Nel periodo in cui mi pareva di sentire qualcuno aggirarsi all'esterno della chiesetta, per un breve periodo ci ho portato proprio uno dei miei gatti, perché mi interessava avvertire in lui quel livello maggiore di attenzione, negli attimi in cui a notte fonda si poteva percepire appunto una figura passare lì fuori. Si accorgeva eccome e dei segnali li aveva dati. Ma direi anche delle conferme. Il primo giorno del gatto nella chiesetta, non un minimo segnale di opposizione o confusione. La tranquillità del luogo, al contrario, gli aveva dato modo di muoversi con disinvoltura, forse anche troppa. Ci sarebbe poi tornato spesso, anche di sua iniziativa.