PRATICHE SENTIMENTALI
Il mio primo rapporto di coppia di un certo peso era andato bene in principio. Quel primo amore non era rimasto su quaderni e diari, ma avevo saputo convertirlo in realtà, e con una relativa consapevolezza generale verso la vita che proprio in quegli anni andava in me formandosi. Il sentimento, forte, aveva prevalso da subito su qualsiasi altra esigenza, e quello in realtà sarebbe il primo segnale da tenere d'occhio, perché spesso illude. A quella età la mia vita era lo studio, era l'uva, era il gelato con la panna montata in piazza. Devo dire che oggi, con il senno di poi, i due termini rapporto e coppia mi paiono quasi un ossimoro. La nostra unione era nata su un assetto preciso, su basi considerate solide da tutti e due. Raggiungere la stabilità come valore positivo, senza che ci fossimo però interrogati sulle sue implicazioni. Per me era diventata presto una gabbia, non per colpa sua, ma per esigenze mie che semplicemente non avevo messo in conto. In alcuni mesi si erano volatilizzati quasi interamente gli equilibri iniziali, e con loro le promesse fatte, soprattutto da me. Non sono mai stata una da copione originario e ho spesso diffidato in tutti gli ambiti dei programmi tra persone, soprattutto se a lungo termine, e se impongono coerenza senza tenere conto del resto del mondo. Durante i restauri di casa, precedenti alla pandemia, tra la vecchia roba destinata alle discariche, era riapparso del materiale che riguardava noi due. Avrebbe dovuto colpirmi constatare come oggetti legati alla mia prima storia fossero finiti dimenticati in cassetti e borsoni. Merce abbandonata con noncuranza. Forse non ero nemmeno stata io a riporli lì, perché probabilmente a un certo punto me ne ero disinteressata a tal punto che qualcun altro se ne era occupato al posto mio. Non avevo nemmeno notato che quegli oggetti negli anni erano spariti dalle stanze di casa. Lui praticava free climbing e si attaccava via alle pareti di roccia, senza protezioni. Andare in verticale era quasi una prosecuzione naturale del camminare sul piano orizzontale. Andavamo in camporella sotto il monte della città e poi, come se fosse la cosa più ovvia del mondo, andava al muro e saliva. Una mano trovava un appiglio che attraverso i riflessi del parabrezza non vedevo, un piede si incastrava dove per me da lontano sembrava esserci solo un'ombra, e in pochi secondi era già più su, metri, altri metri, altri ancora. Un rapporto con il rischio che non aveva nulla di esibizionistico: lo faceva già da un po' e nessuno lo aveva mai saputo. Non voleva che lo sapessero i suoi genitori, magari a causa di una fuga di notizie. Andava al muro, io passavo al volante e parcheggiavo l'automobile sempre molto indietro nel piazzale, così, mentre studiavo, ogni tanto alzavo gli occhi e verificavo che non si fosse sfracellato. Alcuni del giro avevano capito l'andamento delle nostre giornate lì attorno e non proprio per caso capitavano, guardavano l'auto, fingendo di essere sorpresi. Si conoscevano tutti tra loro e non potevano permettersi di esagerare. La storia, in quanto rapporto di coppia, è finita, nonostante sia rimasta l'amicizia, reale. Ogni tanto una vacanza insieme, oppure un pranzo, un giretto. C'è stato modo anche di parlare dei capitoli di quanto stavo costruendo, e pure di organizzarsi per mettere insieme qualche pagina di vecchio diario e alcune fotografie del tempo. Materiale che ha avuto una sua destinazione.