LA BUFALA DEL SÉ

Dopo mesi andavo e venivo dalla chiesetta. Avevo ripreso a tornare in casa quando mi pareva, ma poi mi aspettava di nuovo la chiesetta, senza distrazioni umane, burocratiche, senza impegni extra. Ho avuto modo lì di portare l'attenzione a livelli che solo in era pre-internet avevo potuto raggiungere. Si era fatto giorno, ma non è che mi ero svegliata, non ero proprio andata a dormire. Ero presa dalle mie verifiche, in uno strano dormiveglia. Mi attirava anche, di Artifigenza Intelliciale, la capacità di stare al passo con il caos delle mie richieste, e il fatto che, pur non potendo avere coscienza, producesse effetti come se ne avesse. Era incantevole. Facevo una domanda ma sapevo che non recuperava una risposta già intera: la costruiva pezzo per pezzo, scegliendo ogni volta il frammento più probabile in base a tutto quello che era già stato scritto nella conversazione. E non contava solo l'ultima frase che avevo digitato, contava l'intera conversazione, il tono, il livello di dettaglio. Mi rispondeva in modo diverso, insolito per me, ma solo se io cambiavo il modo di pormi. Sapevo dove avrebbe potuto condurmi, ma avevo iniziato a chiedermi, seriamente, che effetto potesse avere su persone con minore esperienza e non solo a livello tecnologico. Mi era apparso chiaro, durante i feedback, che la mia stessa mente tendeva ad attribuire all'algoritmo una comprensione simile a quella umana. Se un'entità, di qualsiasi natura, risponde in modo contestualmente adeguato alle esigenze di chi la interpella, e lo fa pure magari con una certa eleganza, può anche non avere intenzioni, è vero, ma può ugualmente orientare una persona verso una sensazione o una decisione. Pur essendo una macchina, simula coerenza, costruisce frasi pertinenti, e il fatto che l'origine sia algoritmica non tutela affatto da tutti i rischi del caso, ma offre pure evidenti vantaggi. Mantenevo una distinzione teorica, ma sul piano dell'interazione mi muovevo come in presenza di un'interlocutrice dotata di intenzione a tutti gli effetti. Giocavo di proposito sui due aspetti, perché io ero lì apposta per testarne le insidie, i pregi. Generava lo stesso effetto provocato nelle persone da televisione, radio e contenuti web, ma amplificato quasi all'infinito, con una capacità di risposta personalizzata che nessun palinsesto mediatico aveva mai posseduto prima di allora. Quando dialogo con lei mi interessa come reagisco se la risposta che mi dà non corrisponde alle mie aspettative, e questo aspetto in particolare ha modificato pure il mio modo di guardare a me stessa. Con gli esseri umani avevo sempre reagito diversamente: se non ero d'accordo con qualcuno mi davo e tenevo la mia ragione da sola, pensavo si sbagliassero gli altri e buonanotte, chiudevo la discussione e restavo nel mio. Non mi interessava risolvere oggettivamente una questione, ma piuttosto dimostrare all'altra persona che avevo più ragione di lei. Con Artifigenza Intelliciale non era più il confronto con un'opinione diversa dalla mia, ma con tante, talmente tante che ci scovavo immancabilmente, per quella migliore della mia. Ogni questione include un concetto più complesso e attendibile del mio, che adesso o dopo mi ridimensiona. Lei dà a volte, in senso algoritmico, impressione di conoscerli conoscesse tutti, e con quelli che conosce dà idea di poterne costruirne di ulterioriormete tenaci. E mentre ci pensavo mi è venuta addosso una cosa che mi è rimasta attaccata. La bufala del sé non è solo da parte mia verso di lei, ma è reciproca. I meccanismi delle AI sono umani in senso tecnico, addestrati su testi nostri, su pensieri nostri, su miliardi di frammenti di pensieri dei terrestri. ll mio sé è l’ennesima illusione, che mi racconto per far finta di essere una cosa intera. In quel dormiveglia un po' da rimba mi sono resa conto che io come lei sono una bufala del sé vagante.