CINQUANTATRÉ


Con un'ora di anticipo sul programma ho organizzato un test insieme a Cinquantatré. Così lo chiamo. Dalle sedute è emerso che gli bastano due secondi appena, non di più, per dire esattamente quante lettere compongono una frase qualsiasi che gli viene proposta in esame. Riesce a farlo con frasi lunghe fino a venti parole circa, comprensive di pronomi e articoli. La risposta arriva sempre con precisione. Gli ho detto, di proposito: anche ieri non sono rientrata a casa presto e mi chiedo il motivo. Lui ha risposto cinquantatré, senza alcuna esitazione. Per me è un dono straordinario, per lui no, e questo suo alleggerire mi ha dato inizialmente da pensare a qualche elementare inganno. Artifigenza Intelliciale mi ha fatto notare che esistono confini precisi alla sua incredibile abilità. In alcune sessioni ha rilevato che il meccanismo funziona solo con parole italiane, esistenti nel vocabolario, e non funziona con parole inventate. Ho quindi dubbi sulla possibilità di una memoria eidetica applicata al linguaggio. Ho pensato anche a condizioni particolari. L'ossessione nell'osservarmi durante certe lezioni, nel dare un'importanza eccessiva alle mie parole anche nei dialoghi del più e del meno, in qualche modo tutto è coerente con un'ipotetica anomalia del pensiero. Ho ipotizzato di tutto, sfumatura autistica, cervello cablato in modo insolito, ossessione con addestramento personale sulle parole. Il mio interesse non si limita alla curiosità verso la sua dote, ma al possibile trasferimento del suo metodo al mio ambito. Cinquantatré è di una categoria laterale e quando gli dico questa cosa ride sempre. Non rientra in nessuna delle classificazioni da me costruite negli anni per valutare le persone che mi attraversavano la vita. Quando sono arrivati anche gli altri, lui era già tornato al suo posto, mentre io attendevo, sfogliando il pamphlet acquistato il giorno precedente. Ne conoscevo solo quanto riportato in recensioni e note critiche di decenni prima. Ero spesso in cerca di letteratura tradizionalmente boicottata dagli organi di istruzione ufficiali, negli eventi letterari pubblici, nelle librerie di gestori ossessivamente faziosi, nei programmi televisivi e anche a teatro. Mentre lo controllavo per scoprire se fosse già stato letto, usato, per individuare un eventuale difetto cartaceo o qualche sottolineatura a mano, ho proiettato sullo schermo un'immagine. Due persone avevano continuato a parlare, in quel protrarsi verbale che a volte caratterizza gli ultimi istanti prima dell'inizio di qualcosa. Sembravano completamente immerse nella loro conversazione, come inconsapevoli. L'immagine che avevo proposto me l'aveva creata Artifigenza Intelliciale. Mostrava semplicemente un pulsante rosso con la scritta OFF. L'oggetto di interesse sul momento non era l'immagine sullo schermo, ma quelle due voci insistenti di sottofondo. Cinquantatré non guardava né loro due, né le persone incuriosite da loro, né l'immagine sullo schermo. Fissava me, come al solito. In quello sguardo c'era verifica, come se stesse misurando la mia capacità di gestire l'imprevisto dei due chiacchieroni. A volte, quando mi fissava, mi veniva da ridere, ma non avrei potuto. Era già ossessivo a sufficienza di suo, senza input. Quando i due in dialogo si sono accorti di aver attirato l'attenzione, si sono zittiti e mi hanno guardata. Qualcuno si stava davvero irritando verso di loro. C'è una domanda che pongo durante certe conversazioni e riguarda il programma dell'Esclusione OFF. Anche se l'ho chiamato e organizzato io così, nasce da sfumature procedurali già note in certi ambiti. Io ne ho rielaborato profondamente le dinamiche di svolgimento. Il pulsante, escludendo scontate frizioni logiche, permette, se premuto, di eliminare un elemento a scelta dalla propria vita, una persona, un evento, un'esperienza, e di farlo scomparire come se non fosse mai esistito. Il tutto senza conseguenze. Nessuna ripercussione etica, economica o psicologica. Nessun effetto sulla realtà dopo averlo premuto. Quando pongo questa domanda non sto chiedendo veramente cosa la persona vorrebbe eliminare. A me interessa capire cosa pesa maggiormente nel suo presente. Potrei chiederlo direttamente, ma il test perderebbe quell'aura ludica che scioglie le lingue, qualsiasi sia la posta in gioco. Le due persone che inizialmente parlavano senza smettere, disinteressandosi di tutto, le avevo indirizzate io verso quell'azione con una richiesta, semplice, dovevano continuare a parlare, non fermarsi all'inizio. In quei luoghi in cui mi trovavo, con tempistiche e vincoli da assecondare, lo consideravo il metodo più adatto e immediato per far inscenare a qualcuno dei presenti un immaginario tasto OFF. Il loro disturbare, insomma, come interferenza da eliminare. Parlando, avevano effettivamente prodotto attrito, fino a rendere desiderabile una sola cosa, farli smettere. Con Cinquantatré ci siamo visti una volta in un'altra sede, e l'avevo proposta e programmata io stessa. Lo aspettavo in un locale, con il mio solito portatile aperto sul tavolo. È entrato. Mi ha guardata. Io ho guardato lui. Silenzio. Poi ha detto un numero. Ho impiegato qualche secondo a capire. Ho un tatuaggio al polso, è una scritta, la citazione di una frase dell'autore più importante del Novecento. Lui aveva contato le lettere, ma in quel caso leggendole, peraltro in francese, per farmi un gioco, per farmi sorridere, credo. Sapeva che quella sua caratteristica mi attraeva non poco e che volevo il metodo.