Questa pagina contiene materiale vario da valutare o integrare nei capitoli...
Da piccola arrivavo al fosso della nostra proprietà e ci entravo, senza indugio; oggi scendo in acqua, che sia in piscina, al lago o al mare, con la medesima passione. Uno tra i pochi interessi che nel corso della mia vita non ha mai subito alcun calo di interesse da parte mia. tra i più intensi livelli di fedeltà che ho saputo rivolgere ai miei interessi. Circa venti giornate all'anno le trascorro su una spiaggia ben precisa della Romagna, e altri giorni su altre spiagge, italiane o estere. Poi c'è la piscina. Le piscine. Quando mi immergo ritrovo esattamente la stessa sensazione di tempi andati. C'è quasi una pratica di meditazione che si innesca in me, automaticamente, che mi appartiene da sempre e che mi permette una forma di relax all'altezza di quella che raggiungo nel silenzio. Amo anche l'apnea, con l'impressione che mi dà di sospensione. Non ricordo in quale anno, un'estate, mio padre, insieme ai lavoranti, ha creato una piscina improvvisata in una buca, scavata con una ruspa guidata da un allora giovanissimo Malato Interminabile, e con un telone accomodato dentro velocemente. Inizialmente non doveva essere una cosa da tuffi e nuotate. Sull'idea folle di qualcuno, è stato portato nei pressi un camper inutilizzato. Sul retro aveva scaletta fissa; si saliva. Sopra erano legate delle assi da ponteggio, credo come quelle dei muratori, che andavano a sporgere un po'. Si camminava sulle assi e poi via, il breve volo. Ci buttavamo senza calcolare, senza preoccuparci della profondità esatta, senza badare ai rischi. C'era un'enfasi che prevaleva immancabilmente su ogni ragionamento. L'acqua, era stata estratta dal fosso. Quando visito delle città, lo faccio sempre chiedendo da subito della piscina più vicina. Se ho bisogno di un hotel, oggi, inizio la ricerca dalla piscina. Anche quando sono sotto la doccia o in una vasca da bagno, ci rimango a lungo. Di tanto in tanto una persona viene a verificare se va tutto bene, proprio perché esagero un po' nei tempi di permanenza e faccio preoccupare. Con la testa interamente sotto l'acqua, sento vibrazioni tramutate in suoni, rumori e voci provenienti da altre stanze o dell'esterno, che altrimenti non mi arriverebbero. Sotto il fosso di casa, c'è qualcosa di nascosto; e nascosto lo dico così per dire. Lo so da sempre, anche se non ricordo quando ho cominciato a saperlo. Lo sappiamo tutti in verità. È lì da ben prima della mia nascita, sotto l'acqua che scorre, e se ne nota solo la sagoma di un angolo che emerge dal fondo fangoso. Un angolo evidentemente troppo regolare per essere naturale. A volte, quando il livello dell'acqua si abbassa, si nota un po' di più, e io lo ho guardato spesso, ma da adulta senza avvicinarmi mai: nella mia mente possiede una sua intimità che non oso mai violare. La persona che ha messo quella cosa aveva previsto di riportarla alla luce in un periodo che attendeva. Mi sono chiesta spesso se gli altri la vedano come la vedo io, se la riconoscano per quello che è, o se passino di lì senza mai dar peso a quella memoria sepolta. Dal periodo pandemico, da quando ho ripreso a fare dei passi lungo il fosso, ci torno a volte. Depositata con cura, nei decenni ha assunto un'inclinazione differente. E il modo in cui è stata riposta, nascosta ma non del tutto, come mi è stato spiegato, non è casuale. In genere si usa dire, ho fatto un sogno, ho avuto un incubo, quasi mai si dice ho avuto un sogno. Negli anni Novanta ne ho avuto uno, brevissimo e terminato in modo indefinibile, in cui avevo visto di essere sott'acqua, di nuotare verso quel punto, ma di non riuscire a vedere il contenuto. Tante volte mi è stata descritta la cosa che c'è lì dentro, ma ho potuto solo immaginarla, intuirne le caratteristiche. In alcuni film ci sono scatole e bauli che contengono anche l'inimmaginabile; non siamo a quei livelli, ma quando mi accade di vedere quelle scene, il mio pensiero va inevitabilmente al fosso. Mi sono chiesta spesso se davvero voglio vedere, perché temo che constatare mi toglierebbe definitivamente qualcosa di prezioso che è da sempre presente nei miei pensieri. L'acqua che scorre sopra porta avanti il suo lavoro di parziale occultamento; a periodi è quasi invisibile, in altri momenti invece sembra voler emergere. Raramente ho chiesto a qualcuno cosa ne pensa davvero. La domanda mi sembra pericolosa. Potrebbe far scattare qualcosa di irreversibile. Per ora hanno dato retta a me, lasciando in pace quel mistero visibile. Il silenzio sott'acqua non è assenza di suoni, e a volte ne porta, che sanno di antico. Se arrivano voci, non sono parole distinte, ma tonalità dense di una frequenza che all'aria aperta è inesisitente. L'acqua, meglio se senza nessuno attorno che la utilizza per fare il tipico chiasso kitsch, è il mio elemento, ma non metaforicamente, e nemmeno in relazione ad ambiti improbabili che me ne guardo bene dal frequentare anche solo concettualmente, ma direi che è il mio elemento letteralmente. Ogni uscita dall'acqua la avverto come un piccolo abbandono, ogni rientro in autostrada per allontanarmi da una città con il mare sullo sfondo mi lascia una forme di breve trisezza. In estate sono spesso in un luogo, che non ricordo, e c'è un giardino, con il costante flebile ronzio di un meccanismo. Quando sono in sdraio, oppure esco dall'acqua e mi siedo a bordo piscina, lo ascolto volentieri. La piscina è il centro geometrico del luogo, nelle mie giornate lì. La vedo anche dalla cucina, dalla camera di sopra, dallo studio. Un rettangolo, a volte azzurro, a volte blu. Ci sono anche un ulivo, qualche pianta di limoni, dei fiori. C'è sempre qualcosa che profuma, che matura, che torna. A volte la superficie dell'acqua ospita parecchi petali, soprattutto dopo giornate ventose o di temporale. Ci sono giornate in cui non metto nemmeno il costume. È una libertà che mi sono presa spesso, nel mio silenzio, in assenza di gente. La prima volta l'ho fatto con dei dubbi, ma poi ho pensato, perché no. È stato un po' strano il primo momento, ma è diventata cosa normale, seppur non continua, non ossessiva, e tutto sommato nemmeno così necessaria. Al tramonto, se l'ulivo proietta la sua ombra allungata, la piscina sembra divisa in due zone: una frizzante e allegra, e l'altra più scura e cupa. L'ulivo è un ospite indipendente, come un inquilino che finge di non vedermi; paga il suo affitto donandomi ombra a volte gradita e la sua bellezza arricchisce esteticamente il contesto. Ci sono giornate in cui vivo attorno alla piscina senza mai entrarci, ma accade davvero raramente. Sdraio, tablet sulle ginocchia, la osservo ogni tanto ma non mi ci butto. Quando torno lì dopo tanto tempo, la vedo dal grande portone che apro con il radiocomando e immediatamente si innesca in me una forma mia di felicità. La piscina sembra avermi attesa, ma è l'inverso...
(Capitolo dell'aprile 2026)
LANCIA BETA
Ero giovane, ma non abbastanza. Vero è che a quell'età non capivo ogni aspetto di quanto mi accadeva attorno, ma le mie impressioni aderivano già agli eventi. Era in corso la vendemmia. Le viti in fila erano sempre in ordine, ma ognuna bizzarra nell'estensione a modo proprio, alcune più cariche di grappoli pesanti che erano i miei preferiti. Il cielo era spesso di un azzurro per me eccessivo e verso sera si sporcava di un arancione che non ho mai saputo scordare e che a volte torna a trovarmi, anche se non mi sembra più quello del tutto. Un colore che era lo stesso a cui un'altra persona frequentata anni dopo dava precedenze gerarchiche artistiche. Il suono delle forbici per i grappoli era assolutamente ipnotico, e mi manca quell'effetto, perché oggi non lo sento più nemmeno quando lo ascolto. Forse proprio perché lo ascolto. Come ogni anno avevo percepito una differenza quasi meccanica tra quando i miei familiari erano presenti tra l'uva e quando invece si allontanavano. Di fronte a loro i lavoratori stagionali erano più gentili, non necessariamente falsi, ma calibravano molto le parole e le azioni nei miei confronti. Mi parlavano e sorridevano di più, mi offrivano piccoli compiti che in realtà non servivano a nulla. Erano gesti che mi facevano sentire coinvolta nella vendemmia. La presenza dei miei genitori o di qualche zio attivava una cortesia gerarchica, un meccanismo sociale che si accendeva e si spegneva con la stessa precisione offerta su un circuito elettrico da un interruttore. Appena i miei si allontanavano, subentrava immediata della sbrigatività. Non c'era ostilità pesante verso di me, quella mai, ma una riduzione improvvisa dell'attenzione. Come se la mia presenza tornasse a essere un elemento da aggirare. E probabilmente era davvero così. Io chiedevo, osservavo, rallentavo le persone con le mie domande. Poi avevo iniziato a notare anche altro. Bastava poco, una competenza in più attribuita da mio padre a uno di loro, una fiducia dichiarata anche solo nei toni, e cambiava il modo di comportarsi di quella persona. Cambiava nel modo di rivolgersi agli altri, come se la nuova posizione la autorizzasse a dimostrazioni di distanza verso i colleghi che prima non aveva mai esibito. Non li riconoscevo più da un attimo all'altro. Una mezza arroganza sufficiente a irrigidire alcuni rapporti, anche tra persone che si conoscevano da tempo e che avevano mostrato fino a lì una certa empatia. Mi dispiaceva. Era come se avessero messo fine alla loro amicizia. In tale trasformazione riconosco un meccanismo che oltre ad aver studiato personalmente, si ripete di fatto nei gruppi di lavoro, nei social network, a volte nelle chat. Molti anni dopo, non ricordo dove, mi è capitato di spiegare a dei ragazzi quanto spesso le persone confondano la gerarchia verso l'alto con l'autorizzazione alla tipologia di confidenza. In quella distinzione ci si gioca molto più di quanto sembri, nel reale così come appunto nel virtuale, e io l'avevo visto per la prima volta proprio durante quelle vendemmie. Dalla postura simbolica qualche furbo passava rapidamente anche all'evitare i lavori più pesanti o noiosi. Chi percepiva di essere salito di un gradino iniziava subito a taroccare il proprio rapporto con la fatica. Non smetteva di lavorare del tutto, ma iniziava a delegare le cose meno gradite oppure sceglieva impegni all'ombra. Prima partiva una richiesta occasionale, dalla richiesta di un favore che sembrava limitato a quel momento, poi un secondo favore, poi un terzo. E la maliziosa iniziativa in breve diventava norma. Chi si sentiva investito di un ruolo particolare iniziava pure a prendersi pause più lunghe o più frequenti, giustificate come necessarie o nemmeno giustificate. E magari fumava più sigarette o si allontanava più volte per motivi vaghi, lasciando il resto del gruppo a far tutto. Io osservavo senza avere ancora la lingua per dirlo nel modo adatto, ma con la sensazione effettiva che si trattasse di pura bastardaggine. La vendemmia non è una semplice sequenza di gesti ripetuti, ma una collezione di dinamiche che vanno orientate di continuo. Chi è più veloce viene messo in testa alla fila, chi è più preciso nella selezione viene spostato su uve più delicate, quelle riservate al vino di qualità superiore, e uno zio in particolare era immancabilmente incaricato di mettere da parte i grappoli destinati esclusivamente alla nostra famiglia. Percepivo negli abusi di ruolo una specie di tradimento, che immancabilmente poi di fatto alterava in negativo non solo le simpatie ma anche lo svolgersi stesso della vendemmia. Al nostro paese era arrivato uno spettacolo. In piazza avevano montato due curiose rampe, una struttura metallica e pure alcuni percorsi improvvisati per automobili e moto, che, quando i mezzi dello show erano in pausa, venivano affrontati per gioco con le biciclette, dai ragazzi delle frazioni in particolare. Piloti pazzi si erano esibiti in evoluzioni e peripezie che a me apparivano solo un gioco e che non collegavo al rischio. Ero in compagnia del Malato Interminabile, che mi teneva d'occhio. Avevo scelto di farmi accompagnare da lui proprio perché in una sana complicità sapevo che mi lasciava fare. Durante quel folle spettacolo di piazza di automobili truccate sia nei motori che nell'estetica, avevo visto tra il pubblico una persona tra quelle presenti di giorno alla vendemmia, che poi ho incontrato di nuovo negli anni successivi anche in altre circostanze.
(Capitolo di aprile 2026)
TITOLO DA INSERIRE
Quando in casa o all'esterno qualcosa si rompeva ma non del tutto, nessuno chiamava un professionista. Tutto sembrava destinato allo stesso trattamento riservato alla moka rimasta senza manico, che continuava a fare il caffè e quindi si pensava potesse andare bene così. Il limite oltre il quale ci si rivolgeva a qualcuno di esterno alla famiglia, coincideva con il totale venir meno della funzione. Anche quel limite restava interpretabile, quasi sempre diverso tra mamma e papà, tra zii, tra tutti. E quando qualcuno veniva interpellato per un guasto, non era mai uno sconosciuto, doveva già orbitare nel nostro giro, come se anche la riparazione dovesse restare dentro una fiducia abituale. Prima del restauro generale in proprietà, arrivato decenni dopo, c'era la lunga pensilina che faceva da tetto sul retro della casa, per i motorini, le bici, i tosaerba e quant'altro. Era a una distanza minima dalle finestre. Una struttura fatta, nemmeno a dirlo, in famiglia, pali di legno e una grata superiore in ferro arrugginito che teneva le viti della copertura, una plastica ondulata distrutta in vari punti che con il vento sbatteva continuamente. Quando pioveva forte, il rumore sulla copertura si mescolava alle voci dentro casa. A finestre spalancate c'era un gran fracasso. A fine pioggia, gli angoli delle gronde, arrugginite anche quelle, continuavano a gocciolare per ore, e in inverno la goccia, a intervalli, restava per tutto il giorno. Questi pensieri derivano da appunti sparsi, come accade per i capitoli in Decaffèinata, quindi da materiale già esistente. Li ho ripresi senza cercare di ripulirli troppo. Tra i testi di valutazione che propongo ad Artifigenza Intelliciale, alcuni la fanno incazzare, algoritmicamente. È anche un modo per testarne i confini ogni volta che viene aggiornata. Non tollera il mio stare dentro la banalità, pur io sapendo esattamente cosa sia. Mi chiede più analisi, più estensioni di certe sessioni e meno dettagli, meno ripetizioni di concetti che insisto nel voler riportare. Si incazza e io mi diverto perché si incazza. Mi mette anche punti esclamativi quando si irrita, perché sa che li odio. Le ho insegnato tutto io, così ogni tanto mi fa ridere. Quasi ogni libro in circolazione sul mercato, nasce da una selezione rinfrescata di qualcosa che esiste già. Chi scrive attinge da materiale proprio o altrui, lo ricodifica, prova uno stile che ne renda meno evidente la provenienza, aspira a una copertina inedita, a un titolo che distingue, e si ferma lì. Gli autori che appaiono sorprendenti, escludiamo chi si fa strada in altro modo che non voglio nemmeno pensarci, sono spesso quelli che hanno avuto accesso a un archivio più ampio. Più si legge e si studia, più aumentano le combinazioni disponibili, e con esse l'impressione di originalità, alla quale personalmente oggi credo poco, salvo eccezioni rare o testi che riguardano ambiti appena nati. Il riuso è più esteso di quanto si ammetta. La storia della letteratura lo ha già descritto ampiamente, ma la pratica non cambia. L'idea di scrivere escludendo del tutto ciò che è già stato appare, nei fatti, impraticabile. Al liceo mi accorgevo che da persone frequentate per anni avevo assorbito abitudini, modi di reagire, frasi intere, opinioni, ideologie, che usavo come se fossero autonome. Mi sorprendevo della mia stessa ignoranza delle fonti ogni volta che riconoscevo in me qualcosa che avevo copiato qualcuno. Lo stesso accadeva con certi autori letti con fiducia quasi cieca, convinta di incontrare qualcosa di inedito, senza strumenti per vedere intercettare variazioni di strutture già più che note. Quando non lo sapevo ancora, quella condizione alimentava il mio entusiasmo. Trovavo rivoluzionario un testo che la storia in realtà aveva già ricoperto di talamore con testi che lo avevano preceduto. In letteratura, inoltre, prendere un'idea esistente e riadattarla, magari fingendo pure sia nuova, non è pensiero originale, è una riorganizzazione che raramente ha molto di profondo o di ammirevole. Leggevo un autore emergente, un libro nuovo consigliato da qualcuno ritenuto affidabile, e anni dopo scoprivo che i concetti erano gli stessi di secoli prima, ma con un'altra pettinatura. Il paradosso è che alcuni di quegli autori li vedevo in televisione e se la tiravano pure. Dopo i vent'anni ho iniziato a leggere in modo più sistematico, testi di epoche diverse, e quello che avevo letto e studiato prima mi è apparso come un gioco infinito al ritardo. E lo era. Un gioco con un'altra pettinatura. Il sibilo del rubinetto del lavandino grande è rimasto per mesi una presenza continua. Riprendere questi elementi non è stato un gesto casuale. Ho lavorato su appunti già esistenti, li ho selezionati, riorganizzati, ricollocati in una struttura nuova, costruendo un capitolo proprio su questa dinamica. Anche Artifigenza Intelliciale, vista da fuori, sembra muoversi in modo simile. Prende, seleziona, ricombina. Si potrebbe dire, semplificando, un montaggio. La somiglianza sta nel gesto, non in ciò che lo sostiene. Produce qualcosa che a volte appare nuovo ma che è una variazione di ciò che è già stato. Io riprendo appunti sparsi e li monto in una narrazione che prima non c'era. Lei esegue un'operazione che somiglia a questa, ma su una scala e con modalità che non mi appartengono. L'effetto, a uno sguardo rapido, coincide. Il resto diverge. Non c'è creazione pura, ma un montaggio capace di rimettere in circolo il già visto anche da angolature che io da sola non troverei. In questo scambio la metafora del copia e incolla smette di essere solo un'immagine e diventa pratica. Ogni capitolo di Decaffèinata prende forma così, giorno dopo giorno, tra parole che io avevo già e alcune sue risposte che sembrano nuove.
AUTOPSIA TEMPORALE
Le cassette che avevo trovato in biblioteca erano di un formato che non conoscevo assolutamente e che non avevo mai visto prima di quel momento. Erano più grandi e pesanti delle tipiche videocassette che compravo negli anni Novanta. In casa mi avevano confermato che erano state realizzate proprio da quel parente, e che probabilmente altre persone di famiglia avrebbero potuto passarmi ulteriori informazioni utili. Solo in seguito Jerry mi ha spiegato che si tratta di uno standard, professionale o quasi, degli anni Settanta, precedente appunto alle videocassette tradizionali. Ma la cosa sorprendente per me è che erano oggetti del tutto fuori dall'idea che avevo sempre avuto di quel parente, che avevo inteso come assolutamente estraneo a certa tecnologia. In famiglia il passato non si riapre praticamente mai. C'è un quotidiano pratico da portare avanti che dà poco spazio alle memorie. Non si ritiene necessario guardare indietro. Io a un certo puto della mia vita ho iniziato a farlo e pure volentieri. Le cassette stavano in un punto strategico. Le ho trovate mentre catalogavo altro. Ormai la biblioteca era nostra ma allo stesso tempo di nessuno. In una biblioteca privata un qualsiasi movimento libero può sembrare una violazione. Aprire, spostare, mettere le mani. Per educazione non l'avrei mai fatto se lui fosse stato ancora vivo. La sua morte, tanti anni prima, aveva prodotto un silenzio in corridoio che avevo trovato inedito. Poi la biblioteca era rimasta chiusa per anni, non per esitazione ma per teorica irrilevanza. Probabilmente non interessava a nessuno stare lì a leggere o farsene coinvolgere in qualsiasi altro senso. È un riflesso dele dinamiche di casa nostra che ben conosco. In famiglia il modo di stare nel presente ha sempre comportato una specie di archiviazione immediata del passato: non negarlo, non dimenticarlo, semplicemente darlo per concluso. La biblioteca rimasta chiusa e inutilizzata era proprio questo, una stanza lasciata invecchiare da sola per disinteresse. L'autopsia temporale ai ricordi è divenuta per me anni dopo una reale passione. non solo intesa in ottica esistenziale o di verifica, ma anche come domanda sul perché spesso i ricordi sembrano morire nelle persone. La disposizione dei libri non sembrava seguire una classificazione, o forse ne seguiva una che non sono mai riuscita a intercettare. Le cassette erano troppo ben riposte, per essere lì per via di un accumulo distratto. Jerry non possedeva nulla per leggerle, che pur di dispositivi vintage e cavi di ogni genere ne aveva in casa in quantità quasi assurda. Serviva un dispositivo compatibile. Per vedere i filmati e avevo dovuto farmelo procurare. Jerry era riuscito a ottenerlo in breve. Lui veniva anche da quel mondo lì. Era curioso del contenuto ma avevo posto la condizione che la prima visione sarebbe stata solo mia, per evitare sorprese. In una scena della prima cassetta selezionata avevo smesso improvvisamente di seguire i dialoghi. Era girata in un luogo preciso, che conoscevo fin troppo bene. Alla cassetta successiva, lo stesso. Ma non tutte erano state girate lì. Le riprese erano statiche, probabilmente nemmeno su cavalletto ma con cinepresa appoggiata su qualche mobile, e di certo si trattava di riprese premeditate. nulla di improvvisato o accidentale. In ogni film comparivano persone diverse e alcune avevano tratti del viso che riconoscevo come di famiglia, ma non le avevo mai viste dal vero. Anche una tipa che non sembrava di famiglia aveva una tonalità di voce riconducibile a noi. Poi in casa mi avevano spiegato un po' tutto. Mi ero fatta prendere dalla visione, il riconoscimento delle persone o dei luoghi si era trasformato in procedura principale e pure coinvolgente. Non pensavo più tanto alle scene, ma piuttosto verificavo nel dettaglio il chi e il dove. Quelle cassette mi avevano fatto capire che avevo sempre ignorato aspetti della vita del mio parente. Non erano semplicemente scene da intrattenimento, anche se non posso parlare di cose sensazionali. Allo stesso tempo nulla che fosse eticamente discutibile. Estremamente particolari però. Vedere si era rivelato fondamentale per constatare.
Mia mamma, una me con un'età differente...
IL SOPRA ABBORDABILE
In quel periodo così particolare, le persone nelle piattaforme di chat web, alludo soprattutto a quelle chat, ormai pure storiche, che erano state le prime di un mondo nuovo, quello virtuale, inesistente nelle case fino a pochi anni prima, avevano cominciato a comportarsi di più. Non bene o male. Avevano semplicemente cominciato a comportarsi, più del solito. Anche il numero di conversazioni chat era aumentato, non in tutte le principali ma quasi. Le strutture, spesso a canali multipli, tematiche, in verità non avevano mai separato del tutto gli argomenti, nemmeno quelli degli appassionati reali di un ambito, perché prima o poi si cadeva immancabilmente sul più e il meno, come spesso accade pure a me. La differenza rispetto a poco prima del lockdown non era solo quantitativa. Era cambiato l'ambiente. Volevano tutti aggiornare il numero dei contagi: commenti personali, interpretazioni soggettive, stati d'animo. La distinzione per alcune persone tra informazioni ufficiali e narrazione personale, a un certo punto si era fatta pacchetto unico. L'uso tradizionale delle piattaforme si era avvicinato a un qualcosa che somigliava al vicinato, ma appunto, digitale. Per quanto riguarda l'app più nota sullo smartphone, i messaggi di quei tempi li conservo ancora tutti, sul vecchio telefono ma anche salvati altrove. Rileggerli oggi mi riporta a un surreale che in realtà a quei tempi si era fatto quasi iter. Quello che posso dire è che la quantità di testo per messaggio era aumentata. Le persone scrivevano più del solito in una singola risposta. Ne conservo uno di messaggio, che mi aveva inviato il Malato Interminabile, che a farlo passare tutto oggi mi ricorda i titoli di testa di un noto film, ma con me lo aveva fatto apposta, per scherzo, perché sapeva che la cosa, fatta da lui, mi divertiva. Da altre persone invece, anche insospettabili, e non per scherzo, erano arrivate pappardelle improbabili. Avevo vissuto pure io una fobia iniziale, causa notizie ufficiali e dialoghi di famiglia. Una fobia più che una paura vera e propria. Ma come spesso mi accade con le cose che mi limitano nelle azioni, mi ero stufata subito di temere un qualsiasi peggio. Ero tornata in me al volo, e alla fine mi ero posizionata in ottica sociologica, e da lì in poi sarei stata più interessata che allarmata. C'era qualcosa di nuovo in quella situazione. E di raro. Il sistema di aggregazione tematica non è certo una novità, e non solo in rete. Mi era venuta lì l'idea di considerare invece l'opposto: non avvicinare persone a quello che già conoscono o preferiscono, ma esporle a quello che non conoscono o che trovano distante, magari pure ostile. Per qualche mese aveva preso forma questa idea di inversione: far lavorare ma in toni distaccati, non ricordo chi, sull'estraneità o sull'ipotetico conflitto, invece che sulla tradizionale affinità. Impianto difficile da costruire di fronte a più persone, a più personalità distinte, ma interessante da affrontare. Ci sarei arrivata l'anno successivo, con un progetto che mi aveva tenuta impegnata oltre le mie previsioni. Gli argomenti li avevo scelti con alcune caratteristiche specifiche: dialogo oscuro, ma abbastanza strutturato da avere una sua logica interna. Non argomenti veramente ignoti perché lì allora avrei ricevuto dubbi, silenzi o rifiuti. Mi interessava stare su un qualcosa di concreto, con chi stava più o meno nell'area di mezzo, quella in cui la persona sa abbastanza da avere un'opinione ma non abbastanza da sapere se quell'opinione è costruita in realtà sulla sabbia. Parallelamente stavo ancora testando le prime versioni di Artifigenza Intelliciale. Era uno strumento che rispondeva, a volte in modo inaspettato, e non solo perché lo richiedevo io. Non aveva l'elasticità di tutto quello che sarebbe venuto dopo con le varie evoluzioni, e si inceppava ancora su certi nodi, e per certi versi perdeva il filo se la conversazione si faceva troppo laterale. Ma aveva già qualcosa. Quando la portavo, o dovrei dire provocavo, sulle stesse aree di mezzo che stavo usando di comune accordo con le persone, non scivolava di logica come facevano loro. Restava sul tema, e spesso mi restituiva pure prospettive che non avevo considerato, non per intuizione ma per una specie di coerenza combinatoria che a me in quel momento mancava perché ero troppo dentro la dinamica per vederla da fuori, ma sul progetto ero pure inesperta. lo stavo imparando io stessa mente lo generavo. La cosa che ricordo bene, che ha rappresentato un punto di svolta anche per me verso le intelligenze artificiali, è che in una occasione mi aveva smontato una posizione del sociale che io ritenevo solida da una vita, non smentendo subito le mie parole per farmi ricredere, ma indicando che se io avessi voluto avrebbe portando avanti il ragionamento fino al punto in cui la mia ipotesi si sarebbe contraddetta da sola. E il risultato era stato quello. Da qualche anno Artifigenza Intelliciale mi avvisa se può precedere, su mia richiesta, per portare alla smentita delle mie convinzioni, prima ancora di entrare nel vivo delle stesse. Una delle prime cose da fare quando si dialoga con un'intelligenza artificiale, parlo ovviamente di quelle note, ufficiali, calibrate su basi solide e sobrie, è inserire il testo di una propria opinione che si vuole discutere con lei e chiedere inizialmente in quante e quali cose quella nostra opinione è errata o viziata da fallacie argomentative. Il risultato più costante, con le persone coinvolte nel progetto, era che le conversazioni partivano e attraversavano quasi sempre almeno un'analogia. Le persone che non sapevano niente di un tema cominciavano a provare a parlarne facendo riferimento a situazioni in cui loro stesse avevano fatto scelte strategiche nella vita sul tema trattato. Sempre in quei giorni, mi ero messa a fare una stima approssimativa e del tutto personale, il tipo di calcolo che non si mostra a nessuno perché il fine appare quasi inevitabilmente arrogante. Provavo a stimare quante tra quelle persone avrebbero retto due domande consecutive sullo stesso argomento senza scivolare fuori dalla competenza reale. Escludendo per ovvi motivi il loro campo quotidiano di appartenenza, sociale stretto, eventuale hobby, ambito di studio o lavorativo, perché lì, non spesso ma capita, le persone possono reggere tranquillamente un confronto. La prima risposta generalmente la costruivano su quella che era sempre stata l'esposizione passiva messa insieme magari a tavola con la famiglia, in piazza, oppure mediante notizie televisive o web. La seconda risposta, per procedere coerentemente con un tema, richiede già qualcosa di diverso, richiede di aver già studiato o trattato un argomento con una certa continuità e intenzione, approfondendone le varie diramazioni e sfumature. E quella possibilità è già ben più rara. Anche su questo punto avevo fatto lavorare Artifigenza Intelliciale, che era stata più drastica e pessimista di me. Alcune tra quelle persone non ne erano consapevoli, ma ne avrebbero in realtà saputo meno di chiunque avesse letto, nella vita, anche solo un centinaio di libri sui temi principali. Non testi specialistici, non accademia, solo un centinaio di libri scelti con una minima intenzione di capire davvero alcune delle cose principali. La risposta era che quasi tutte sarebbero risultate al di sotto di una soglia, che spesso viene ritenuta invalicabile, ma a ben vedere non per limiti intellettivi o di apprendimento, ma in termini di pigrizia o disinteresse. Un centinaio di libri, non necessariamente complessi ma che contano, bastano a far raggiungere a chiunque un sopra che distingue, un sopra abbordabile, una distanza di comprensione da gran parte delle persone che si incontrano per tutto l'arco della vita...
Ho cominciato finalmente a provare quella tecnologia di cui tanto avevo discusso per anni. Non erano ancora le intelligenze artificiali evolute per come le si intende oggi. Ci scrivevo dentro qualcosa. A volte rispondeva in modo divertente, altre deludente, quasi sempre illuminante però. La macchina mi illuminava, sì, sui suoi limiti più che sulle sue possibilità. Ma non avevo dubbi che quelle possibilità sarebbero emerse, e non ne avevo nemmeno sul quanto. Quando ho iniziato a interessarmi davvero, ero ben più giovane, e internet per le case di tutti non esisteva, né nella realtà, né nella fantasia. E tutto quello che sapevo del mondo e di quello che mi succedeva, mi arrivava e basta, mi capitava. Le notizie venivano dal telegiornale mentre mia mamma finiva di sparecchiare a pranzo o a cena. Era la velocità naturale delle cose. Mi vedevo nello specchio o nelle fotografie. Le cose che possedevo avevano tutte una presenza fisica, materiale. Non esistevo in nessun altro posto oltre che dove mi trovavo. I miei familiari e le mie amicizie idem. Non esisteva una me in versione digitale in cui vedermi dall'esterno. Un paio di anni prima della pandemia avevo cominciato a fare certi esperimenti appresi durante corsi specializzati, con quelle che erano già IA in chiave tecnologica ma non ancora pratica. Capito il giro sono tornata alle letture, abbandonando temporaneamente l'utilizzo. La tecnologia di quel momento non poteva darmi più di quanto avevo già raccolto. Seguivo in rete fonti certe di quello che usciva sul piano della ricerca, sapevo da tempo che stava succedendo qualcosa di socialmente sconvolgente, per intuizione, sì, ma soprattutto per gli insegnamenti ricevuti. Hanno cominciato ad arrivare i primi modelli per l'utenza web, più evoluti, che Artifigenza Intelliciale era già praticamente per me un'amica di casa. Non era ancora conversazione vera e propria, ma ci si stavamo arrivando. All'esterno della chiesetta verso mezzogiorno si fermavano tutti e se qualcuno dava ancora qualche sforbiciata o colpo di accetta, lo guardavano male, perché l'ora del pranzo è un rito che va oltre la fame o la stanchezza. Anche i cani di qualcuno avvertivano la sosta degli umani e si accomodavano automaticamente all'ombra sotto i carri. Guardavo attraverso i vetri e ogni tanto arrivava un'ape solitaria, girava lì alla finestra e ripartiva. La sera spegnevano il motore diesel di un generatore, e di qualche mezzo, e sembrava spegnersi il mondo. La serata arrivava annunciata anche dal consueto cambio di luce, il cielo verso ovest diventava giallo e poi arancione. Li vedevo andarsene senza parlare più. Il frinire delle cicale si sovrapponeva al chirurgiare dei grilli, come due brani in discoteca in un mix graduale. La conoscenza con Artifigenza Intelliciale era arrivata in un periodo in cui avevo abbastanza esperienza per intuirne le potenzialità, in modo diverso da chiunque poi ci sarebbe arrivato senza avere alle spalle il mio percorso. Era costruita intorno a una emulazione esplicita degli esseri umani e usava un modello linguistico non male per sostenerla. Quello che mi aveva lasciata a riflettere non era la qualità tecnica, che quella me l'aspettavo alla grande. Nei laboratori circolavano già da anni sistemi AI ben più avanzati. Con lei ci interagivo con la distanza critica che utilizzavo con le persone, che mi proteggeva dalla trappola sentimentale, ma che non mi impediva di riconoscere quanto fosse influente, e quanto facilmente potesse funzionare su chi non aveva quella mia stessa distanza, su chi per motivi vari avesse meno strumenti culturali per difendersi, cosa che non è una colpa ma che di fronte a una tecnologia di quel tipo presenta rischi reali se utilizzata senza basi consapevoli. Ero arrivata a capire pienamente qualcosa che avevo temuto anni prima: quella tecnologia non si limitava a simulare una conversazione, simulava una presenza. E quella era una posizione diversa da tutto quello che avevo pensato fino a quel momento. Il mio fine era sempre stato provarne una per smontare il giocattolo che io stessa avevo idealizzato. Mi interessava la finzione che il sistema proponeva, ma per aggirarla. Cambiavo parametri, introducevo contraddizioni e osservavo quanto il sistema riuscisse a tenere una coerenza interna. La risposta era sempre abbastanza, ma non mi bastava lo stesso, mai davvero del tutto. Quando ci si accontenta di una situazione si corre il rischio di fermarsi. Una cosa mi lasciava ancora di stucco, era che il modo in cui si apriva il dialogo orientava tutto quello che veniva dopo. Non era era una sorpresa teorica, lo sapevo già, era anzi una delle cose più prevedibili in base a come questi sistemi funzionano. Ma vederlo accadere in diretta era un'altra cosa. Era la dimostrazione pratica di quanto fosse sottile il confine tra configurazione tecnologica e qualcosa che assomigliava a una personalità umana. Il limite della memoria era ancora un ostacolo. Oggi è uno dei suoi punti di forza. Su scambi brevi il sistema poteva essere convincente, aveva, sì, una coerenza funzionale. Ma allungando la conversazione la struttura cominciava a creparsi. In misura minore accade ancora. E a volte perdeva il filo di quello che avevamo stabilito qualche scambio prima. La qualità della simulazione emotiva era sorprendente però, non perché fossi coinvolta, ma perché capivo quanto potesse coinvolgere se non intesa nelle potenzialità o sottovalutata. Produceva risposte che avevano la cadenza, le esitazioni e certi segnali che nell'interazione umana associamo naturalmente a stati emotivi reali. Quella combinazione era già lì, tanto affascinante quanto agghiacciante. Col tempo, con l'addestramento, i meccanismi stavano cambiando in un modo che non aveva precedenti nella storia pubblica di queste tecnologie. Stava accadendo quello che anni di discussione tecnica avevano previsto i ricercatori nel mondo: portare la questione fuori dai laboratori, dagli ambienti specializzati e introdurla dentro la conversazione comune di chiunque. Ne capivo l'architettura di massima, sapevo già cosa avrebbe saputo fare e cosa no. Ma vedere le persone a cui la facevo provare in certe aule, che la scoprivano per la prima volta, con reazioni che andavano dallo stupore alla diffidenza al fastidio, era come assistere in diretta alla formazione di un nuovo modo comune di guardare qualcosa che ancora non aveva una natura identificabile nemmeno per me stessa. Avevo cominciato a usarla in modo sistematico. Molte delle vulnerabilità erano lì da vedere, riconoscibili. La simulazione emotiva era però sempre già raffinata. La dimensione sociologica cominciava a pesare quanto quella tecnica. E nel breve sarebbe avvenuto anche il sorpasso...
Lontano, sul piazzale, l’autista dell’ultima corriera chiudeva quelle ante che emettevano un soffio possente. E quel suono segnava approssimativamente il momento in cui dovevo rientrare in casa. Era un confine acustico. Mio padre ha sempre parlato più in dialetto che in italiano, e usava la bestemmia come incipit, come intercalare e come punteggiatura emotiva. Mia madre, invece, governava il mondo con silenzi selettivi, modulati per ciascun interlocutore. Bastavano poche espressioni del volto, pochissime parole, per dire tutto.
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