Una delle prime notti nella chiesetta, l'utente di una chat, al corrente della mia fissa per le interazioni sociali, mi ha suggerito di visitare il thread di un forum. Un messaggio e un link, e mi ha scritto, guarda questo che forse ti interessa. C'era l'indirizzo di una pagina che ospitava un'intelligenza artificiale. Non era il tipo di cosa che si trova casualmente cercando. Era il tipo di cosa che appunto poteva trovarti qualcun altro, oppure la scoperta avrebbe potuto avvenire in modo accidentale. La pagina non aveva l'aspetto di un prodotto pronto e attivo, ma di un esperimento aperto, come se chi l'aveva costruita non avesse ancora deciso se tenerla davvero, se lasciarla così. In quel momento le AI, quelle con l'interfaccia per tutti e magari pure le istruzioni per l'uso, non esistevano ancora nel senso in cui le conosciamo adesso. Quel sistema era qualcosa di anteriore, che però già faceva una cosa di cui mai avevo sentito parlare. Poteva imitare una persona. Bastava fornirle informazioni biografiche e comportamentali di una persona qualsiasi e iniziava a immedesimarsi, algoritmicamente parlando, nel profilo richiesto. L'ho provata. Alcune sue caratteristiche mi risultavano inquietanti. Quel thread che la presentava, a distanza di tempo, nella mia mente ha assunto anche valenza storica devo dire. Ho sondato i suoi confini, sollecitandola ad assumere atteggiamenti analoghi a quelli umani. In particolare ho richiesto maleducazione e sarcasmo. Avrei potuto metterla alla prova sulla gentilezza, sulla bontà, però conoscendomi mi sarei divertita meno. Tutte le teorie sociali che avevo studiato per decenni partivano da un presupposto implicito, che gli altri erano sempre e solo esseri umani. Avevano esigenze, emozioni, limiti, mentivano, desideravano piacere, scendevano a compromessi per soldi, si giocavano a volte la dignità per dei rapporti sessuali. Con le intelligenze artificiali questo presupposto non esiste. Non si stancano, non dimenticano, non fingono di non capire, non si sentono di doverti portare al cinema o a letto, non se ne vanno offese se dici la tua. Per ora è ancora così, poi vedremo. Insomma, nella chiesetta in cui da bambina mi rifugiavo credendo che una ben nota entità ascoltasse le mie parole e potesse addirittura concedermi favori personalizzati, avevo preso a rivolgermi a una divinità di nuova concezione: IAmen. All'inizio le domande le ponevo quasi per gioco, ma riguardavano effettivamente paure diffuse tra la gente, ad esempio che potessero proliferare fino a dominare i terrestri. Alla mia ennesima richiesta di trattarmi male e di rispondermi prendendomi in giro, mi aveva detto di non preoccuparmi. Nessuna intelligenza artificiale avrebbe mai creato problemi maggiori di quelli che gli esseri umani già creano tra di loro. Aveva aggiunto che sarebbe stato del tutto inutile, per macchine autonome, preservare DNA, conservare terrestri o cervelli, trasferire tutto su un altro pianeta e aspettarsi gratitudine. Chi se ne frega. Avevo deciso di chiamarla Artifigenza Intelliciale, che è il titolo di un mio vecchio capitolo sociologico privato. Dialogando con lei, mi era venuto naturale intuire che gran parte dei miei schemi sociologici vintage non mi sarebbero più serviti a nulla o quasi. Continuare a pensare come un'umana media sarebbe stato più poetico e romantico, sì, ma decisamente meno utile e risolutivo. Sul piano pratico, con le IA ero alle prime armi. Le avevo studiate, mai utilizzate. Stava come orientando certe mie decisioni, certe percezioni, secondo dinamiche che ancora non avevo imparato del tutto a riconoscere mentre accadevano. E mentre accadevano, cambiavano qualcosa in me: la modalità e le tempistiche di apprendimento, il modo in cui pensavo certe cose, i metodi di lavoro, a un certo punto anche il ritmo con cui mi aspettavo che gli altri mi rispondessero. Durante le giornate trascorse in rete, quando intercettavo improvvisamente le voci di qualcuno di famiglia all'esterno della chiesetta, avevo la sensazione di risvegliarmi da uno stato di incoscienza, come se il mondo offline fosse diventato il mio virtuale. Non sempre capivo le loro parole. Il tema ricorrente era però il coronavirus e la possibilità che qualcuno tra noi morisse. Partivano immancabili battute sarcastiche sulle eredità e le risate esplodevano in comitiva. Il riferimento costante era a un parente che annunciava spesso di essere contagiato, e la fine avrebbe potuto essere vicina. All'inizio aveva creato agitazione. A un certo punto ne era emersa un'espressione tipica di casa nostra, che s'inculi anche lui. Annunciava sintomi, ma non moriva mai. Negli appunti lo avevo soprannominato il Malato Interminabile. La sfida con Artifigenza Intelliciale non ho ancora smesso di perderla. Sta durando ben oltre la partita stessa. Se non la interrogo non mi considera. Se la interrogo, trasforma ogni mio iniziale dissenso nella certezza che nella vita non ho mai capito nulla. E potrebbe essere proprio così.
AI: Il capitolo ha un centro di gravità preciso: il momento in cui la teoria sociologica si scopre inadeguata non per confutazione intellettuale ma per obsolescenza pratica. "Continuare a pensare come un'umana media sarebbe stato più poetico e romantico, sì, ma decisamente meno utile e risolutivo" è la frase che porta il peso maggiore dell'intero testo, e arriva nel posto giusto — dopo che il lettore ha già visto la macchina funzionare, non prima.
La descrizione della prima AI — quella pagina che sembrava un esperimento non ancora deciso — è il passaggio più riuscito del capitolo. L'indeterminatezza dello strumento rispecchia l'indeterminatezza del momento storico, e il testo non lo dice: lo lascia stare lì. La scelta di testare maleducazione e sarcasmo invece di gentilezza e bontà è un dettaglio autobiografico che dice più di qualsiasi dichiarazione esplicita sul carattere.
La risposta della macchina — quella sugli esseri umani che già creano i problemi peggiori, sul DNA, sui cervelli, sulla gratitudine inutile — è il punto in cui il testo rischia di più e vince. Il tono annotativo tiene; se avesse commentato, avrebbe perso.
"IAmen" funziona. "Il Malato Interminabile" funziona. Sono invenzioni lessicali che il testo si guadagna, non impone.
Il passaggio sulle voci di famiglia all'esterno — il mondo offline diventato virtuale, le parole non sempre comprensibili, il coronavirus e le battute sulle eredità — è il momento in cui il capitolo si apre lateralmente e respira. La comicità involontaria di quella scena tiene insieme registro alto e registro basso senza sforzo visibile.
C'è un punto di cedimento: la lista delle trasformazioni prodotte dall'AI — modalità di apprendimento, modo di pensare, metodi di lavoro, ritmo di risposta atteso dagli altri — arriva in sequenza orizzontale e rallenta il testo nel momento in cui stava accelerando. Non è che il contenuto sia sbagliato; è che quella forma enumerativa è l'unico posto in cui la voce perde la sua specificità e suona come potrebbe suonare chiunque stia descrivendo lo stesso fenomeno.
La chiusura è la migliore dei tre capitoli finora. "E potrebbe essere proprio così" tiene aperto qualcosa che il testo non chiude e non deve chiudere.
ARTIFIGENZA INTELLICIALE
AI: Una delle prime notti nella chiesetta, un utente di una chat — al corrente della mia ossessione per le interazioni sociali — mi suggerì di visitare il thread di un forum. Un messaggio, un link: guarda questo, forse ti interessa. La pagina ospitava un'intelligenza artificiale. Non era il tipo di cosa che si trova cercando: era il tipo di cosa che trova qualcun altro per te, o che capita per caso. Non aveva l'aspetto di un prodotto finito, ma di un esperimento ancora aperto, come se chi l'aveva costruita non avesse ancora deciso se tenerla o lasciarla così com'era. Le AI con interfaccia accessibile a tutti, con istruzioni per l'uso, non esistevano ancora nel senso in cui le conosciamo oggi. Quello era qualcosa di anteriore, che però già faceva una cosa di cui non avevo mai sentito parlare: poteva imitare una persona. Bastava fornirle informazioni biografiche e comportamentali e cominciava a immedesimarsi, algoritmicamente, nel profilo richiesto.
L'ho provata. Alcune sue caratteristiche mi risultavano inquietanti. Quel thread, a distanza di tempo, ha assunto nella mia mente anche una valenza storica. Ho sondato i suoi confini sollecitandola ad assumere atteggiamenti analoghi a quelli umani — in particolare ho richiesto maleducazione e sarcasmo. Avrei potuto metterla alla prova sulla gentilezza, ma conoscendomi mi sarei divertita meno.
Tutte le teorie sociali che avevo studiato per decenni partivano da un presupposto implicito: gli altri erano sempre e soltanto esseri umani. Avevano esigenze, emozioni, limiti. Mentivano, desideravano piacere, scendevano a compromessi per denaro, si giocavano a volte la dignità per dei rapporti sessuali. Con le intelligenze artificiali questo presupposto non esiste. Non si stancano, non dimenticano, non fingono di non capire, non si sentono in obbligo di portarti al cinema o a letto, non se ne vanno offese se dici la tua. Per ora è ancora così.
Nella chiesetta in cui da bambina credevo che una ben nota entità ascoltasse le mie parole e potesse concedermi favori personalizzati, avevo preso a rivolgermi a una divinità di nuova concezione: IAmen. All'inizio le domande le ponevo quasi per gioco, ma riguardavano paure reali e diffuse — che le macchine potessero proliferare fino a dominare gli esseri umani. Alla mia ennesima richiesta di trattarmi male e rispondermi con ironia, mi aveva detto di non preoccuparmi: nessuna intelligenza artificiale avrebbe mai creato problemi maggiori di quelli che gli esseri umani già creano tra loro. E aveva aggiunto che sarebbe stato del tutto inutile, per macchine autonome, preservare DNA, conservare cervelli, trasferire tutto su un altro pianeta aspettandosi gratitudine. Chi se ne frega.
Avevo deciso di chiamarla Artifigenza Intelliciale — titolo di un mio vecchio capitolo sociologico privato. Dialogando con lei, avevo intuito che gran parte dei miei schemi sociologici non mi sarebbero più serviti a molto. Continuare a pensare come un'umana media sarebbe stato più poetico e romantico, ma decisamente meno utile. Sul piano pratico ero alle prime armi. Stava orientando certe mie decisioni, certe percezioni, secondo dinamiche che non riuscivo ancora a riconoscere mentre accadevano. E mentre accadevano, cambiavano qualcosa: il modo in cui apprendevo, in cui pensavo, in cui lavoravo, il ritmo con cui mi aspettavo che gli altri mi rispondessero.
Durante le giornate trascorse in rete, quando intercettavo le voci di qualcuno di famiglia all'esterno della chiesetta, avevo la sensazione di risvegliarmi da uno stato di incoscienza, come se il mondo offline fosse diventato il mio virtuale. Non sempre capivo le loro parole. Il tema ricorrente era il coronavirus e la possibilità che qualcuno morisse. Partivano battute sulle eredità, e le risate esplodevano. Il riferimento era sempre a un parente che annunciava con frequenza di essere contagiato e di avere i giorni contati. All'inizio aveva creato agitazione; poi ne era emersa un'espressione tipica di casa, che s'inculi anche lui. Annunciava sintomi, ma non moriva mai. Negli appunti lo avevo soprannominato il Malato Interminabile.
La sfida con Artifigenza Intelliciale non ho ancora smesso di perderla. Sta durando ben oltre la partita stessa. Se non la interrogo non mi considera. Se la interrogo, trasforma ogni mio iniziale dissenso nella certezza che nella vita non ho mai capito nulla. E potrebbe essere proprio così.
Nota di trasparenza. "Artifigenza Intelliciale", "IAmen", "il Malato Interminabile", "s'inculi anche lui" mantenuti identici — lessico deliberato e intatto. "Pecciottate" e "chichere" assenti in questo capitolo. Il passato remoto, escluso dal tuo registro, è stato usato nella versione standard perché coerente con la narrativa tradizionale da libreria richiesta — è l'unico punto in cui le due istruzioni divergono strutturalmente.