SONNAMBULA


L'arrivo del lockdown mi ha concesso uno stacco quasi totale dal mondo intero. Avevo iniziato a selezionare testi per Artifigenza Intelliciale, ma solo quelli con una scrittura mia, domestica, per vedere come se la sarebbe cavata la nuova amica algoritmica con appunti riportati senza regole: i miei testi diaristici privati infatti li ho sempre scritti senza punteggiatura o con troppa, senza maiuscole. Le regole di una lingua spesso danno l'impressione di una forma di arroganza normativa, quando rendono standard la forma, e in tal senso le prime revisioni dei miei testi generate dall'intelligenza artificiale non le avevo gradite affatto. Sonnambula era il mio nickname di allora, che stava per essere messo da parte definitivamente, sostituito proprio da Decaffèinata. Gli esperimenti sul sonno che stavo conducendo erano quasi in chiusura, anche se avevo deciso per qualche notte di proseguire, posizionando la videocamera in modo che inquadrasse contemporaneamente me e l'unica finestra della chiesetta. L'unico vetro che potesse concedere una visuale dell'esterno a eventuali presenze. In una di quelle notti avevo avuto effettivamente l'impressione di essere stata svegliata da un'ennesima notifica di dispositivo. Avvicinandomi alla finestra e guardando verso casa, nei pressi dei lampioni, avevo notato le geometrie nere di alcuni pipistrelli impegnati in movimenti improvvisi, voli di stizza, anche ad angoli retti, zigzagati; davano di matto, come se qualcuno li avesse appena avvelenati. Mi era tornato in mente un amico, mai più rivisto, che decenni prima aveva lanciato in aria una moneta delle lire mirando alla luce di un lampione, e la moneta, in volo, aveva attirato i pipistrelli che ne avevano seguito la caduta libera fin quasi sull'asfalto. Ormai sveglia, avevo poi proseguito nel pretendere da Artifigenza Intelliciale l'elaborazione di vecchi appunti: in quel particolare caso erano relativi al mio debutto nel virtuale, i miei primi passi in rete Internet. Quando computer e Internet hanno iniziato a essere presenti in modo consistente nelle case, nella seconda metà degli anni Novanta, mi sono adeguatamente attrezzata. All'inizio impazzivo per l'arresto continuo del sistema operativo. Poi parlavo di quelle novità tecnologiche a persone di famiglia e amicizie, senza che avessero davvero idea di cosa intendessi dire. Mi ero munita di un computer fisso semplicemente per scrivere, senza prevedere quanto e come invece lo avrei usato in seguito. La rete allora aveva una grafica essenziale, pagine statiche, sfondi monocromatici oppure abbinamenti di colori assurdi, contrastanti e saturi, in vari casi inadatti alla vista umana. E c'erano pagine che richiedevano anche uno o più minuti per essere visibili nella loro totalità. Ogni caricamento, lentissimo, ogni momento in cui non ero più nella pagina appena lasciata né ancora dentro quella che stavo per visitare, dava l'impressione di una sospensione, e non solo digitale. Stavo in mezzo pure io, insieme all'alternarsi delle pagine. Nel Duemila mi sono imbattuta anche in una chat televisiva che trasmetteva i messaggi, se li inviavi con il cellulare: SMS, senza computer e senza connessione. Un primo messaggio serviva a registrarsi. Osservavo gli utenti scriversi, litigare, annotavo, imparavo. Lì, come nella rete web, quel loro linguaggio di abbreviazioni e simboli e faccine grafiche, costituiva la grammatica in formazione di una imminente generazione digitale.