LA CHIESETTA


La Chiesetta. L'ho sempre chiamata così, ma c'è definizione più indicata. Lì ho conosciuto la solitudine che avevo studiato sui libri, ma ne avevo anche spesso sentito parlare. L'avevo più volte analizzata. Mai provata personalmente. Io non l'ho trovata poi così male. Aprire una porta e non trovare nessuno che ti aspetta può rivelarsi situazione davvero favorevole. Tempo dopo, quando ho detto la stessa cosa in famiglia, si sono arrabbiati. E mi sono arrabbiata anch'io con me stessa. Mezza vita di teorie sociologiche per scoprirmi contenta di stare sola. Capirai, ho sfiorato l'autoparodia introspettiva. Niente televisore o stereo, nessun campanello che suona a sorpresa, zero ospiti senza preavviso, nessuna persona ansiosa di sfogarsi o di coinvolgermi assolutamente in qualche sua priorità. Nella chiesetta trascorrevo ore a navigare in rete. Lì non posso dire fossi sola, ma l'eventuale compagnia era virtuale e la si poteva scegliere o evitare semplicemente cliccando qua e là. Computer operativo, anche la notte. Le chat in particolare mi attiravano, come è sempre stato. Ho avuto in quei giorni occasione di frequentarne diverse, senza dover dividere l'attenzione tra presenze di casa e questioni in rete. Solo quando all'esterno della chiesetta la luce cambiava, dal giorno alla sera o dalla notte all'alba, mi rendevo conto davvero del tempo che era trascorso. Per decenni l'ex luogo sacro è stato un contesto suddiviso in due dimensioni, chiamiamole così. Da una parte martellate, macchie di olio dappertutto, lavoro, utensili e qualche bestemmia di una persona. E pure delle mansioni che riguardavano il caffè. Dall'altra residui di un sacro, trascurato ma rispettato, con qualche pezzo smontato di monile cristiano e parti di candele consumate una vita prima. La persona di famiglia lasciava le sigarette accese sul banco a consumarsi da sole. Accendi, posa, trascura o dimentica. Appena si avvicinava all'angolo spirituale, abbassava il volume della voce. L'unica santa a me simpatica è stata Lucia. La notte del dodici dicembre andavo a letto contenta e al mattino trovavo giocattoli nuovi e dolci. Un anno c'era stata la sorpresa extra. Uno dei giocattoli nuovi lo avevo già visto nei giorni precedenti trafficando in un armadio. Da lì, fine del cinema. Niente santa, niente asinello. Solo adulti che compravano cose e le sistemavano mentre dormivo. Avevo iniziato, pochi anni dopo, a dubitare anche dell'esistenza dei colleghi di Lucia. Durante il rifacimento del tetto sono state trovate due piccole campane secolari buttate lì, quasi come ferraglia da vendere a peso. Il restauro ha dissolto visivamente l'aura spirituale della chiesetta, ma il rispetto di chi si avvicina è rimasto simile. Non lo avevo mai pensato, nemmeno quando era da restaurare, ma quello spazio sarebbe perfetto per un tradimento, o magari per un suicidio qualsiasi, o un omicidio bizzarro. Lì è tornato a parlarmi quello stesso silenzio che da piccola mi spaventava. Ci immaginavo di tutto: fantasmi, diavoli, entità indefinibili. In alcune occasioni la paura vinceva sulla fantasia. Scappavo e non ci tornavo per qualche giorno. C'è il fosso poco lontano. Il fosso intelligente. Quando di notte l'acqua scorre potente, lo si avverte. Aprivo le chat al computer, anche più di una simultaneamente, ma quella che ormai da anni mi attirava comprendeva la presenza costante di moderatori di una certa tipologia, che la rendevano abitabile anche la notte, non solamente il giorno. Il mio principale nickname in quel periodo era Sonnambula. Lo avevo trovato adatto, in relazione con le mie ricerche di quel periodo, quando mi filmavo quasi ogni notte mentre dormivo. Il sonno e i sogni mi interessano esclusivamente in ottica scientifica, non in chiave simbolica o mistica. Rivedermi dormire nei video era come osservare una persona con il mio stesso volto, ma non con la mia coscienza. Stavo per dare avvio alla storia del nickname Decaffèinata, senza immaginare il seguito. E avevo già intuito che la mia presenza in quell'ex luogo sacro sarebbe proseguita a lungo, a prescindere dagli eventi pandemici. Così è andata.