LIBERTÀ PREMIUM


Un'alternanza che nella mia vita si ripete, riguarda Ravenna e Livorno. Due modi un pochino differenti, sia di stare in centro, sia di stare in spiaggia o nei pressi degli scogli. Ogni vacanza per me iniziava ben prima, nella mia testa. La fascia di pinete verso Ravenna, che ho osservato nei primi anni Settanta guardando oltre i finestrini dell'auto di mio papà aveva una densità che poi, decennio dopo decennio, si è ridotta fino quasi a divenire altro. L'acqua del mare non è mai stata cristallina come in certe cartoline dei lidi che spedivo anche a me stessa. La mia bicicletta rimaneva lì tutto l'anno e al mio arrivo aveva sempre le gomme da gonfiare. Si pedalava al mattino in famiglia ma anche con amicizie, gruppetti misti di persone giovanissime o adulte in quel mix generazionale che negli anni Settanta e Ottanta era ancora normale e che poi si sarebbe quasi perduto. Livorno era un'altra cosa. Il carattere della gente era diverso da quello romagnolo. La differenza poi era di atmosfera, di ritmo. C'era una sfrontatezza affettuosa nei livornesi che non era presente a Ravenna. La cordialità livornese non mancava, ma appariva più graffiante, e mi divertiva quella specie di insulto affettuoso che ogni tanto emergeva nelle battute. L'acqua di Ravenna era spesso calda e si addomesticava facilmente e c'era una lentissima progressività della profondità quando si entrava e si camminava. Ci si avventurava lontano dalla riva, perché il livello sembrava non salire mai davvero. L'acqua a Livorno era più freschina, con un carattere spesso più deciso. La profondità era più immediata, l'onda più imprevedibile, mi faceva mantenere un rispetto che non era paura, ma comunque era attenzione. Con i genitori c'era una libertà diversa da quella con i nonni. Con i nonni la vacanza aveva un ritmo più lento, orari precisi, e in generale una serietà che a volte sembrava contrastare con il concetto stesso di vacanza. I giorni che precedevano la partenza non erano mai giorni normali per me. Erano giorni come sospesi. Quando ero bambina e aspettavo Ravenna o Livorno vivevo quei giorni con un'attesa quasi insopportabile. Amavo casa mia, ma c'era quel periodo in cui la vacanza al mare assumeva in me aura di dipendenza. Iniziavo ad andare quasi in estasi quando in casa cominciavano a comparire le valigie da preparare, quando mio padre iniziava a istruire chi rimaneva in relazione ai compiti da svolgere in nostra assenza. La presenza delle valigie nello spazio domestico era il preludio. Si aprivano gli armadi, i vestiti estivi venivano già automaticamente percepiti come abiti da mare. C'era in me una tensione; non mi mancava la libertà a casa, ma quella estiva delle vacanze ne era come una versione premium. L'arrivo al mare mi esaltava. Ero felice, parlavo continuamente per niente ancora più del solito. Il momento in cui in spiaggia lasciavo la passerella di legno e iniziavo a camminare sulla sabbia era per me il vero inizio. Sulle spiagge, secchiello, paletta, rastrello, erano tipici strumenti di creazione, e in genere io guardavo, assistevo e costruivo più con la mente che di fatto. Anzi, se mi aggregavo a ragazzi e ragazze, spesso abbandonavo a metà delle idee, castelli più immaginati che eretti, canali, fossati, buche, dighe, che avevano una consistenza, che rispondevano alle leggi reali del flusso dell'acqua, ma che mi stufavano subito. Anche i giochi di bocce o racchette, li iniziavo e li piantavo lì in un attimo. Tutto quello che in spiaggia mi costringeva entro pochi metri di limitazione, finivo sempre con il lasciarlo perdere. L'acqua di mare in bocca era una delle sensazioni più strane, non era semplicemente salata. Da bambina mi capitava accidentalmente di berne, magari dall'essere travolta da un'onda inattesa. Il senso di sale mi risaliva dal naso con un bruciore velocissimo. Gli adulti in spiaggia avevano a volte comportamenti infantili, e questo aspetto me li rendeva in quei gioni più simpatici. C'era poi tutto un altro ordine di trasformazioni, che non riguardava né Ravenna né Livorno in sé, ma il modo in cui io mi disponevo verso quelle vacanze, e che con il tempo ha finito per cambiare la sostanza stessa dell'attesa, della partenza, del ricordo. Per moltissimi anni la vacanza era stata, prima di ogni altra cosa, un periodo di interruzione della quotidianità. Non c'era modo di sapere come procedevano le cose a casa, se non per telefono. Ogni tanto alla cabina mi facevano prendere la cornetta in mano per salutare qualcuno a casa, ma non mi interessava. Con l'arrivo di internet, già dalla seconda metà degli anni Novanta e poi con più decisione nel decennio successivo, qualcosa ha cominciato a trasformarsi. All'inizio si trattava di poco: un punto internet in paese, un'email mandata una volta ogni tanto, un senso quasi sperimentale del restare raggiungibili ma in nuova modalità. Avvertivo che qualcosa della qualità dell'attesa, così preziosa che vivevo da bambina, si stava un poco impoverendo. Più di recente, con l'arrivo delle intelligenze artificiali, il mio rapporto con queste vacanze ha conosciuto un'ulteriore inflessione, meno legata alla presenza fisica nei luoghi e più legata al modo in cui costruisco intorno a quei luoghi una mia giornata.