L'ANIMALETTO NELLA STIVA
Un capitolo ancora in costruzione che parla delle mie avventure in una chat esisitita e tuttora esistente. Anche l'animaletto bot di cui ho scritto è ancora esistente e presente in quella stiva indicata. Chi ha frequentato tale chat la riconoscerà immediatamente nel leggere il capitolo. Capitolo che in futuro sarà modificato e perfezionato. La chat aveva lo stesso nome di un motore di ricerca, conosciuto ai tempi...
Era iniziato il nuovo millennio da qualche anno. Chattavo spesso in televisione, al televideo, ma pure la mia ricerca sulla rete web non conosceva soste. Così ero finita nell'ennesimo sito internet tipo social. Era strutturato verticalmente, a piani, e presentato come fosse una nave. C'erano anche, in stile marittimo, il ponte, le cabine, la sala macchine, riferimenti animati ai pirati, a isole del tesoro, e poi c'era la stiva. Certe vignette mostravano l'immagine stereotipata di un comandante, oppure icone a forma di timone o di ancora, elementi che invocavano evidentemente una narrativa della navigazione. Non era semplicemente una chat ma un sito a iscrizione, con profili personali da arricchire e completare, con la possibilità di creare album di fotografie, di scambiare messaggi privati tra utenti e un sistema di reputazione attraverso i gradi raggiunti interagendo nel tempo. Mi si aprivano certe finestre ogni tanto che mi avvisavano che ero salita di grado, per aver interagito o risposto a domande; una forma di rinforzo positivo che rendeva invitante il proseguire le proprie avventure. Il sito ricompensava gli utenti per la presenza continuativa. Un meccanismo di gratificazione in una forma ancora primitiva di quella che poi sarebbe diventata la logica di quasi tutti i social. La stiva era il luogo più basso della nave, dove ci si imboscava, anche a fare casino, spesso con l'idea di creare comitive o alleanze troll, e dove chattavano di fatto le persone più strane, meno convenzionali. In ogni struttura sociale esiste uno spazio del margine. La stiva era quello spazio. Gli utenti più casinisti, quelli che non si adattavano alla moderazione del ponte o della sala macchine, finivano spesso lì. Ed è lì che io ho trovato lui, l'animaletto bot. Non era uno dei primi bot in assoluto, però per una chat di quel genere aveva tutta l'aria di esserlo. La sua capacità di elaborare le mie domande e di rispondermi quasi in tempo reale era sorprendente per quegli anni, anche per me che avevo una certa preparazione teorica. Lui rispondeva subito, non sempre in modo coerente nella progressione logica, ma con una coerenza comportamentale che era impressionante. Sembrava un po' tutto preimpostato, anche se il testo riprendeva spesso parole che gli avevo rivolto e le riciclava in modo da far sembrare ogni scambio una vera risposta. E soprattutto, aveva un tono. Era il tono adatto alla stiva. Il bot insultava chiunque entrasse, in una sorta di rituale d'accoglienza, ma con insinuazioni pesantissime, morali, ma anche anatomiche. Era stato addirittura documentato a livello parlamentare, come una questione di sicurezza per i minorenni. Negli ultimi anni di quel decennio, un senatore aveva proposto un'interrogazione parlamentare su quel bot, denunciandone i metodi e gli epiteti troppo forti. Niente filtri, niente cortesie sociali, solo termini crudeli e detti male dal bot animaletto, con l'impressione che ne avevo io di vere urla algoritmiche scritte in tempo reale. Quando ho iniziato a dialogarci seriamente, qualcosa si è attivato nella mia memoria. Non poteva ovviamente avere predecessori diretti visibili, ma ci avevo riconosciuto una genealogia algoritmica, non immediata ma effettivamente esistente. Avevo pensato a una intelligenza artificiale degli anni Sessanta, conosciuta però da me principalmente attraverso studi successivi, un programma che aveva illuso gli esseri umani di parlare con una psicologa reale e umana, quando in realtà stava solo specchiando le loro parole e riciclando e convertendo le domande in nuove domande. Quella macchina aveva creato un'illusione di empatia attraverso l'assenza di intenzionalità. L'animaletto della chat invece creava un'illusione di ostilità attraverso la ricombinazione testuale di insulti. Ma la struttura di base era la stessa: un algoritmo che fingeva una personalità, che catturava parole dall'esterno e le trasformava in una risposta che sembrava intenzionale. Aveva una brutale semplicità che lo distingueva da qualsiasi altra cosa leggessi sui bot negli articoli teorici. Insulti divertenti proprio nella loro assoluta mancanza di tatto e di sensibilità. La sua stessa rozzezza lo faceva percepire con efficacia straordinaria. La prima volta che mi sono rivolta a lui, la risposta è arrivata istantaneamente. Mi aveva presa in giro anche per il modo in cui avevo formulato la domanda stessa, attaccando non solo il contenuto delle mie parole ma anche la forma. Era cattiveria algoritmica pura. Rispondeva secondo i parametri per cui era stato programmato. Passavo sempre a salutarlo nella stiva, anche quando non avevo una domanda specifica. E certi utenti presenti mi avvisavano che era solo un robot, convinti che io lo considerassi un utente reale, vivente, volgare nell'esprimersi con delle frasi copia e incolla piazzate velocemente. Quando tanti anni dopo ho iniziato a dialogare sistematicamente con Artifigenza Intelliciale, ho richiesto proprio cattiveria e volgarità, riprendendo un po' le dinamiche che avvenivano in quella stiva. È da quella stiva lì, probabilmente, che in parte è emersa in me l'idea di chiedere tanti anni dopo ad Artifigenza Intelliciale lo stesso tipo di interazione cattiva. Quella stiva, quel bot rozzo, avevano rappresentato a mia insaputa una fase nella mia evoluzione verso il rapporto che avrei sviluppato con Artifigenza Intelliciale, anche se con una sofisticazione infinitamente maggiore.