FASTIDIO INFINITO


Fin da giovane, senza competenza, la mia mente si è accanita a inseguire i confini estremi dello spazio. Non un passatempo, ma un pensiero che mi dava fastidio. Quando una cosa non tornava e nessuno aveva voglia di spiegare, c'era frustrazione, anche se poi durava pochi minuti. Chiedevo a casa, a scuola, ma le risposte arrivavano parziali e indefinibili. Ogni cosa per me aveva un limite visibile. Una strada finiva e ne cominciava un'altra, una scatola aveva pareti, fondo e coperchio, il mare finiva quando incontrava la riva. Con queste premesse guardavo il cielo e non riuscivo ad accettare l'idea che, partendo dalla Terra, si potesse andare avanti tra stelle e pianeti, o nel vuoto, senza mai arrivare alla fine. Chiedevo della fine del cielo. L'assenza di una spiegazione mi irritava. mi chiedevo in che modo potesse terminare uno spazio vuoto. Non avevo ancora quel sapere per capire cose che avrei studiato anni più tardi, ma il dubbio sapevo immaginarlo ugualmente. In alcune sere limpide compariva un punto luminoso che credevo una stella qualsiasi. Un amico di mio padre si era presentato con un binocolo, lo aveva puntato verso il cielo e mi aveva permesso di vedere il pianeta Giove insieme a due dei suoi satelliti. Per tenere ferma l'immagine aveva messo insieme un cavalletto improvvisato con dei legni. L'astronomia, amatoriale, è entrata nella mia vita quella sera, senza più uscirne. Da adulta ho frequentato per anni un osservatorio astronomico. L'unico ambiente che conoscessi in cui le persone prestavano attenzione prolungata e si limitavano a parlare esclusivamente del tema che le aveva riunite, senza deviazioni, senza racconti collaterali, senza invadere lo spazio, e non intendo quello cosmico. Non a caso ci tornavo spesso.