Perché mi hanno ingannato?
Leggi, mi dissero, leggi delle storie.
Mi hanno fatto sentire da lontano
la fragranza dei pomi delle Esperidi,
ho teso l’orecchio, senza cera e senza lacci,
al canto delle sirene,
ho atteso tremante, nella mia stanza di bambino,
il grugnito dell’orco,
ho cercato sul muro, ombra cinese,
l’artiglio della strega Marzapane.
Sempre il silenzio.
Mi sono offerto adolescente,
come per un sacrificio,
alla seduzione di Alcina e alla violenza di Klingsor.
Ho vagheggiato di abbandonarmi,
privo di antidoti divini,
ai sortilegi di Medusa, di Circe,
al languore sprezzante di Narciso,
alla materna lussuria vorace di Medea.
Mi foste promessi,
genî dell’Egeo, del Reno, del sogno,
e vi cerco da sempre:
nel segreto della mia follia,
nell’ombra in cui mi nascondo
allo scherno della ragione.
Sempre il silenzio:
non esistete e io piango
in voi i miei morti più cari.
Chi vi creò poté, lui, rifugiarsi,
profugo, nei vostri antri,
nelle vostre selve?
Riuscì, lui, a dissolversi
nei pulviscoli dei vostri incanti?
O restò, struggendosi anch’egli,
piangendovi anch’egli scomparsi,
fuori dalle vostre ermetiche porte?
Almeno uno di voi,
ora che sto spegnendomi,
a dirmi dov’era
la vita che non ho vissuta.
Merlino, Ariele, Sherazade,
almeno una sillaba!
Sempre il silenzio.
Alberto, 1987