La scuola media, quel prefabbricato relativamente nuovo, era il solo edificio che sarebbe stato risparmiato dall’ondata di acqua e detriti che, dal lago, doveva riversarsi a valle dopo il cedimento della diga, ormai giudicato inevitabile.
Per una trentina d’anni era stato un modesto lago artificiale per l’alimentazione della centrale elettrica, le cui acque verdi e trasparenti, portate dal fiume che vi arrivava ancora vergine dalla montagna, erano gelosamente protette dai valligiani per le trote che vi prosperavano. Ma ora si era trasformato in un mostro di fango che, sinistramente silenzioso e immobile, covava la distruzione.
Ai primi di luglio vi era franata dentro metà del monte che lo sovrastava. Quella valanga di terra e di roccia era stata come un grosso sasso gettato in un catino, che quasi lo fa traboccare. Aveva anche ostruito alcuni dei canali che assicuravano lo smaltimento delle acque in eccesso per la centrale nel ramo inferiore del fiume, che riprendeva il suo corso a valle del bacino.
In un primo tempo - forse con colpevole leggerezza dei responsabili - si era ritenuto che i paesi della vallata non corressero pericolo, essendoci tutto il tempo per rinforzare la diga e scavare un canale che sostituisse quelli ostruiti. Ma le piogge torrenziali che erano seguite - imprevedibili in quella stagione, sempre a detta dei responsabili - avevano mutato quelle opere, iniziate con una certa tranquillità, in una lotta disperata e inutile contro il tempo, conclusasi quel giorno, sedici agosto, con la resa: evacuazione immediata di tutti i centri abitati della vallata, perché questa, una gola lunga una decina di chilometri, da un momento all’altro sarebbe diventata un lago.
La scuola però si sarebbe salvata, situata come era in cima a una collinetta, un po’ fuori dal primo paese che l’acqua avrebbe investito. Si era anzi pensato, proprio per questo, di utilizzarla come base per le squadre impegnate nell’emergenza; ma poi era stato deciso di non farne niente perché, anche se sicuro, quell’edificio sarebbe diventato irraggiungibile da qualsiasi mezzo di trasporto.
Seduti su un pendio, Beppino e Andrea guardavano dall’alto il paese deserto.
“Pensa”, disse Andrea, “quando il lago verrà giù tutto questo sarà sott’acqua: casa mia, casa tua... chissà se almeno i tetti resteranno fuori...”
“E le stalle?...”, rispose Beppino. “Hanno detto che gli animali non li possono portare via. Non voglio pensarci: se vedo delle bolle che vengono a galla, nessuno mi toglierà dalla testa che sono quelle povere mucche, i vitelli, gli asini che stanno affogando.”
“E la scuola invece, niente.., maledetta! Guardala, sembra che ci rida in faccia: ‘Io resto qua, e prima o poi vi faccio crepare di nuovo’ ... Ma tu non mi puoi capire; tu a scuola te la cavi.”
“Lo dici tu. Lo sai che un paio di professori non mi possono vedere. Se studio, è proprio per non farmi prendere in castagna da loro.” Pensando alla scuola Andrea si sentì stringere lo stomaco; provò di nuovo quella nausea sorda che l’aveva assalito, giorno dopo giorno, per tutto l’anno scolastico. Era passata con le vacanze, iniziate con la sua bocciatura. “Bel guaio anche questo”, gli venne in mente, “così invece di un anno solo di scuola media ne devo fare ancora due, se tutto va bene.”
“Ma che me ne importa”, disse come se Beppino avesse potuto seguire i suoi pensieri. “Quando compio quattordici anni non devo più andarci per forza. Pensa, soltanto un anno! Poi mi metto a lavorare.” Beppino sentì una punta di invidia per questa decisione, che rendeva al suo amico così vicino il momento di diventare un uomo indipendente. Per lui era diverso: avrebbe continuato gli studi per tanti anni ancora. Riusciva bene, e non c’era motivo per smettere.
“Vedrai, adesso ti andrà meglio, perché dovremo andare in un’altra scuola. Era qui, ormai, che non ce la facevi più, con quei quattro stronzi che si erano messi in testa che tu non hai voglia di far niente. Ti ricordi quest’inverno? Per una volta che ti eri preparato bene, quella troia non ha voluto metterti il voto. Ha detto che darti un voto buono non voleva dire che lei aveva cambiato idea su di te, perché lazzarone eri stato e lazzarone restavi”.
“Se me lo ricordo! Tu sei finito dal preside per colpa mia: ‘Questo non è fare la professoressa, è fare la terrorista!’. Come l’hai fatta incazzare!”.
“Quell’altro bastardo! Era il vicepreside; il preside chi lo ha visto mai?... Mi voleva dare una sospensione. Ma non ho mai chiesto scusa. E’ stata mia madre che è andata lì a piangere, a coprirsi la faccia di merda.”
“Che ora è?”.
“Quasi mezzogiorno.”
“Quando si rompe la diga da quassù vedremo tutto.”
“Andiamo alla tendopoli a mangiare e poi torniamo qui, subito”.
“Vediamoci alle due: ho un’idea.”
“Che vuoi fare?”.
“Andiamo dentro la scuola”, rispose Andrea, “Prendiamo il videoregistratore e lo portiamo al campo. Così la sera facciamo vedere i film agli sfollati”.
“Sei pazzo! Non si può andare per il paese, è vietato. E poi, a rubare... E il televisore?.., e i film?”...
“Televisori alla tendopoli ne ho visti quanti ne vuoi. I film ce li facciamo portare da quelli che vanno su e giù dalla città. Sta a sentire: ci facciamo pagare il biglietto e i soldi li conserviamo per la ricostruzione del paese. Ci metteranno sui giornali. Ci intervisteranno anche quelli della televisione. Il videoregistratore non lo rubiamo mica: quando la scuola riapre glielo restituiamo”.
“Sì, ma… Non si può andare in giro. E come en triamo nella scuola?”.
“Per il sentiero di dietro, si va e si viene: non c’è pericolo, anche se arriva l’acqua, lo sai. A scuola si entra da una finestra che non chiude bene. Ci sono già stato, in queste vacanze”.
“A fare che?”.
“A pisciare in presidenza. Insomma, ci vediamo qui alle due: meglio allora. Adesso quei due carabinieri laggiù, li vedi?, sono troppo vicini.
L’appuntato Zanetti Sante e il carabiniere Digiannatonio Marcello non si vedevano da quasi tre anni, da quando avevano finito il corso. Si erano ritrovati qui, ognuno mandato dalla propria legione, per le operazioni di soccorso. Quando si erano incontrati, sbarcando dai camion, si erano abbracciati stretti, con le lacrime agli occhi. “Non è posto per smancerie questo!”, aveva abbaiato un maresciallo. “In riga, subito!”.
Era stato un attimo: il ruvido premere delle tute l’una contro l’altra, il fervido avvincersi con le braccia robuste. Si erano sentiti traboccare di una letizia dimenticata, invasi dal calore di un antico conforto. Le guance si cercarono, si scambiarono un ispido messaggio segreto. Quando si staccarono per il berciare del sottufficiale, le mani scivolarono lungo le maniche, si incontrarono, si strinsero. Andarono ad allinearsi con le rispettive compagnie, l’uno di fronte all’altro, ma gli sguardi non si lasciarono.
Al centro di addestramento, fra centinaia di reclute, si erano trovati insieme perché non era possibile che loro due, Digiannantonio e Zanetti, non si incontrassero. Si erano capiti con gli occhi, fin dal momento in cui, ancora in abiti borghesi, erano stati radunati sul piazzale della caserma. Di leva tutti e due, disoccupati nei loro paesi di provenienza, avevano fatto domanda, e ottenuto, di entrare nell’arma dei carabinieri, per avere uno stipendio durante e dopo la naja.
Fra di loro avevano sempre parlato poco, e di cose comuni: come stavano quelli di casa, quanta gente era emigrata dai loro paesi, così lontani e così uguali, quale destinazione li attendeva dopo il corso. Ma non si lasciavano mai: qualunque fosse la fatica che affrontavano, per insopportabili che fossero le angherie dei superiori e l’arroganza dei commilitoni più anziani, il trovarsi l’uno accanto all’altro, in silenzio ma guardandosi, stringendosi un braccio, dava ad ognuno la rasserenante certezza che il dolore, l’umiliazione erano cose povere e labili, mentre ricco e presente era l’affetto dell’ amico.
Nelle libere uscite, che trascorrevano quasi sempre insieme, schivando la smania di mangiate e di avventure dei compagni, era capitato che, sedendo accanto in un cinema o su una panchina, le loro ginocchia si toccassero, la mano di uno si appoggiasse su quella dell’altro, trovandola docile, come in attesa. Ma durava solo qualche attimo. Un brivido di vergogna li allontanava di nuovo, segretamente sconvolti dal pensiero di essersi trovati vicino a qualcosa di cui un uomo, un carabiniere, deve inorridire.
Finito il corso, Zanetti era stato inviato in una grande città dove, per aver partecipato a una riuscita operazione contro una banda di rapinatori, si era guadagnata la promozione ad appuntato. Digiannantonio era andato invece a prestare servizio presso una corte d’assise, in un’altra regione. Si erano persi di vista.
Ora erano di nuovo insieme. Ma proprio insieme, perché le compagnie di diversa provenienza, quassù, erano state riorganizzate in squadre di operazione scaglionate lungo tutta la valle dove era attesa l’inondazione. Zanetti e Digiannantonio era no capitati a far parte di quella trentina di uomini che doveva sorvegliare la zona più alta.
“Ho bisogno di tre o quattro pattuglie di due uomini su quel colle di fronte: lo chiameremo “Colle nord”, aveva detto il capitano. “Si tratta di starci tutta la notte e forse anche domani. Là ci sono dei sentieri che portano al paese e siamo certi che molti, col buio, cercheranno di tornare nelle case, o nelle stalle. Possono essere poveri sfollati, ma anche dei ladri che vengono a saccheggiare. Comunque tutti incoscienti, che rischiano di fare la fine del topo se la piena gli viene addosso. E noi dobbiamo impedirlo. Le pattuglie si troveranno circondate dall’acqua. Le andremo a riprendere con i gommoni, se sarà possibile, o con l’elicottero. Ma se il tempo sarà cattivo, forse dovranno restare lassù anche la notte di domani. Dovete andarci ben equipaggiati: viveri, pala e piccone, torcia, sacco a pelo e una canadese per ogni pattuglia. Prima che scelga io, c’è qualcuno che si offre?”.
Digiannantonio diede una gomitata a Zanetti che gli stava accanto: “Dài”, gli bisbigliò, “diglielo tu che sei graduato, per noi due.”.
“Noi, per una pattuglia, signor capitano: appuntato Zanetti Sante e carabiniere Digiannantonio Marcello”.
“Va bene, voi due. Andate ad equipaggiarvi. Chi altro?”.
Zanetti e Digiannatonio camminavano ora, con i grossi zaini sulle spalle, lungo la carrozzabile deserta; gli era toccata la sorveglianza del sentiero più a monte. Arrivati alla scuola, dovevano svoltare a sinistra e salire per mezzo chilometro nel bosco, lungo il pendio di fronte a quello da cui Andrea e Beppino li avevano scorti. Lì potevano fermarsi, mettere su un piccolo accampamento e incominciare la guardia.
Si scambiavano frasi brevi, strettamente riferite al servizio: di che tipo erano i picchetti della tenda, quante batterie di riserva avevano per le torce, se dovevano sparare in aria quando qualcuno non si fosse fermato al loro altolà. Con la mente erano altrove. Questo essere di pattuglia insieme, da soli, in un luogo deserto, era stato una speranza che forse si portavano dentro fin da quando erano reclute. Ma ora, chissà perché, ognuno di loro aveva uno strano rimpianto di non essere andato in compagnia di qualcun altro. Quando si addentrarono nel bosco, non ebbero più voglia neppure di parole banali.
Tacquero per quasi un quarto d’ora. All’improvviso Zanetti, che camminava avanti, si fermò e si voltò. Per qualche attimo si fissarono negli occhi in silenzio. Poi quasi gridò: “Ci vuole coraggio, Marcello, tanto coraggio!..”. Digiannantonio sentì l’emozione di chi affronta finalmente un cimento che incombeva su di lui da tanto tempo, e si gettò tremante tra le braccia del compagno. Gli zaini avevano perso tutto il loro peso. Un basco volò a terra. La notte che li aspettava non faceva più paura, anzi era una meravigliosa promessa. Doveri di servizio permettendo.
Furono pochi secondi: più in alto si sentì un rumore di sterpi spezzati. I due carabinieri guardarono tra gli alberi, ma non videro nessuno. Allora ripresero a salire speditamente e, superata una svolta del sentiero, scorsero di spalle, una cinquantina di metri davanti a loro, la figura lunga e nera di un prete.
“Ehi, padre, un momento!”, gridò Sante. Il prete si girò e, mentre aspettava che lo raggiungessero, si asciugò il sudore con un largo fazzoletto azzurro. Poteva avere un trentina d’anni, era alto e snello. Un bel giovane.
“Padre, lo sa che qui non si può stare? Quando verrà la piena, lei non potrà più tornare indietro”.
“Lo so, grazie, ho parlato anche col vostro comandante. Ma io devo andare su, in cima, da un ammalato. Sono don Giusto, l’aiuto del parroco. Se non potrò più tornare di qui passerò per la montagna e arriverò in un paese dell’altra vallata. E’ lunga, ma i sentieri sono buoni: li conosco tutti. Ho anche parecchia roba da mangiare”. Batté la mano su una bisaccia che portava a tracolla.
“Va bene, vada pure, padre”.
“Grazie! Arrivederci e buon lavoro”.
“Anche a lei”, disse Marcello.
L’ammalato dal quale don Giusto stava andando, in realtà era Ines, la gobba, e stava bene in salute. Era conosciuta in tutta la valle come guaritrice e fattucchiera e si guadagnava da vivere con le pozioni e i sortilegi. Alcuni dicevano che era stata lei a far nascere un figlio mongoloide al medico condotto, col quale era stata sempre in rapporti molto tesi. Il sospetto era plausibile.A don Giusto il cuore stava battendo forte, e non certo per la salita, alpinista e sciatore incallito come era. La causa era ben altra.
La curia lo aveva mandato lì alcuni anni prima per sostituire il parroco, ricoverato in sanatorio. Al ritorno di questi era restato come aiuto, soprattutto per la cura delle anime sparse nelle tante frazioni e casolari di competenza della parrocchia, una delle maggiori della zona. Ma, ora, lo avrebbero destinato da qualche altra parte, visto che l’acqua stava per cancellare i paesi del la valle, con tutte le loro chiese. Forse sarebbero restati fuori soltanto i campanili, a ricordare che un tempo lì sotto si era pregato, ci si era raccomandati a Dio. “Con questo bel risultato!”, quasi sbottò don Giusto.
Per quell’ambiguo miscuglio di santità e diavoleria che è tipico di certi stregoni di campagna, Ines era, a modo suo, una fedele praticante. Andava anche a confessarsi; anzi, ci si era recata sempre più spesso da quando don Giusto era il suo confessore. E al povero prete era entrata la dannazione nell’anima.
Le prime volte aveva faticato a capirla: farfugliava frasi incomplete, nel dialetto ermetico dei valligiani, alternando strani pezzi di litania a notizie riguardanti suoi parenti o conoscenti, nomi che a don Giusto non dicevano nulla, racconti dai quali era un’impresa disperata ricavare dove fosse il peccato e dove la contrizione. In seguito, però, don Giusto quel dialetto aveva imparato a capirlo e anche un po’ a parlarlo. Le persone che Ines nominava le aveva conosciute quasi tutte. E soprattutto comprendeva molto bene tutto quello che Ines intendeva dirgli. Da qualche tempo gli accadeva di accorgersi del momento in cui Ines metteva piede in chiesa, anche se lui era chiuso nel confessionale e non poteva vederla. Allora scostava la tendina, si sporgeva fuori dal pio abitacolo e la guardava avvicinarsi, nera e sottile contro la luce della porta. Quando avanzava così, con il viso rivolto verso di lui, si capiva che era gobba soltanto dalla testa, incassata nelle spalle.
Don Giusto si era accorto che Ines, nelle sue confessioni, parlava sempre più spesso di lui, il confessore, accennando a misteriose battaglie e tormenti che lei affrontava con la gioia del martirio per difenderlo dal male e dai malvagi. Don Giusto cercava di correggerla, di farle abbandonare quelle fantasie superstiziose; a volte la sgridava. Ma se lei smetteva, o cambiava argomento, egli si sentiva invaso da un senso di abbandono. Dopo l’assoluzione, usciva dal confessionale per salutarla, anche se c’era in attesa qualche altro penitente.
Era giovane Ines, aveva trentaquattro anni. Il viso, affilato ed olivastro, era addolcito dai grandi occhi scuri e dalle labbra morbide e perfette. Quando gli prendeva la mano per baciargliela, don Giusto sentiva le dita lunghe, magrissime, quasi adunche, avvolgergli il polso so come il bracciale di un prigioniero. La bocca indugiava qualche attimo sulla mano del sacerdote e questi, mentre lei era china, le guardava i lunghi capelli neri, folti e lisci, che le coprivano la schiena deforme come uno scialle pietoso.
A don Giusto sembrava di essere ripiombato negli anni tormentosi del seminario, quando le sue notti si popolavano di aborriti fantasmi di seduzione che venivano a insidiargli la vocazione. Nella sua immaginazione di adolescente, essi prendevano le sembianze di una demoniaca creatura femminile dal fascino spettrale, il cui corpo invitante alla lussuria era tuttavia segnato dalla deformità, per un provvido avvertimento celeste. Come Ines. A quel tempo però gli avevano dato forza le speranze, il progetto di partire come missionario, per portare la parola di Cristo, ma anche istruzione e medicinali, a genti lontane ed afflitte. Cristo - pensava allora - aveva fatto conto su di lui, si aspettava qualcosa da lui, e quindi non poteva permettere che egli fosse sopraffatto dalla tentazione. Ma adesso?... Lo avrebbe aiutato ancora, Gesù, questo impiegato di chiesa, che recitava messe, impartiva battesimi e comunioni, senza più avvertire nell’anima neppure l’ombra della commozione di un tempo?
Pregare? Soltanto le labbra si muovevano, ma la mente, il desiderio, andavano lassù, alla baita dove Ines lo stava aspettando. Glielo aveva fatto capire in maniera sempre meno velata. Le confessioni erano ormai quasi quotidiane e, per poterle protrarre senza problemi, avvenivano nelle ore del meriggio, quando quasi tutti i parrocchiani erano al lavoro o a casa per pranzare. Ines non aveva più pudori e gli parlava del suo desiderio di lui, delle notti in sonni, delle invocazioni che rivolgeva a Dio e al diavolo per averlo almeno una volta fra le braccia. “Vattene via, lasciami in pace, non venire più, abbi misericordia!”, bisbigliava concitato don Giusto. Ma appena lei si allontanava, pensava solo al momento in cui sarebbe tornata.
Quella mattina Ines era andata più presto, verso le nove. L’ordine di evacuazione era appena stato emesso. Aveva affrontato don Giusto di petto, senza chiedere di confessarsi. “La chiesa non ce l’hai più”, gli aveva detto, “e neppure la casa. Il parroco se ne è andato in città. Nella tendopoli di parrocchiani tuoi ce ne sono pochi, e poi ci stanno tutti i preti degli altri paesi. Che fai? Vuoi, almeno ora, venire da me? Lassù l’alluvione non arriverà mai. Ti giuro, non ti toccherò, non ti parlerò neppure, ti la scerò pregare. Ma vieni da me, fallo come opera di carità”.
Forse questo era un segno del Signore, pensò don Giusto estenuato dall’angoscia. Continuare così, con questo tormento che lo allontanava sempre più da Lui, era impossibile. Ma sì, Dio voleva fargli capire proprio questo: se il demonio non gli dava pace, era bene affrontarlo, andare a guardarlo in faccia. Forse era l’unica speranza che gli restava per combatterlo e ritornare a Gesù... E anche per capire una buona volta se Gesù lo voleva veramente per sé.
“ Va bene, come vuoi tu”, disse a Ines. “Avviati a casa; io sistemo le cose qui e ti raggiungo fra un paio d’ore”.
All’una e mezza, dopo aver trangugiato in fretta il pasto che era stato distribuito alla tendopoli, Beppino e Andrea erano di nuovo sul pendio, a lato del paese. Beppino rosicchiava ancora una mela. “Cos’hai portato?” domandò all’amico vedendogli in mano un cartoccio.
“Una tenaglia e uno scalpello, casomai dovessimo aprire qualche porta, o un armadio”. Guardavano verso il basso. Non c’era nessuno. Il paese, silenzioso, era come una vittima condannata ad un supplizio efferato, incatenata al suolo in attesa dell’orda di cavalieri sanguinari che ne avrebbe fatto scempio. “E’ ora di andare”, disse Andrea.
Si avviarono strisciando e nascondendosi dietro gli alberi e i cespugli, come se il solo fine della loro impresa bastasse a rivestire di clandestinità anche quella che, agli occhi di tutti, poteva apparire una normale passeggiata, in una zona che era al sicuro da ogni pericolo, anche nell’imminenza della catastrofe. Scesero trasversalmente per il pendio e si portarono alle spalle della scuola, alla quale non era difficile arrivare, potendo contare su una certa agilità, camminando lungo una lama di roccia che, dal pendio, giungeva fin quasi all’altezza del piazzale dell’edificio. Strada facendo, con la lucidità che viene nell’ora del rischio, Beppino fu in grado di notare che le libellule, le formiche, le lucertole continuavano la loro vita di sempre, particolarmente febbrile in quel periodo dell’estate in cui tutta la natura si prepara al sonno invernale.
Andrea fece leva con lo scalpello (anche se, altre volte, gli erano bastate le dita) su una finestra sconnessa del pianterreno. “E se ci beccano?”, domandò Beppino mentre era ancora a cavalcioni del davanzale.
“Chi vuoi che ci becchi! Il custode ha avuto tanta fifa che se n è andato in Sicilia. E il vicepreside sta in infermeria col suocero, ché gli è venuto un attacco. Non c’è nessun altro della scuola, qui in paese.”
Quando il professor Fiorillo, vicepreside e depositario delle chiavi, quella mattina presto, era entrato nella scuola media, aveva sentito un acre odore di orina, che veniva dalla parte degli uffici. “Ecco”, aveva pensato, “come sono fatti bene questi prefabbricati! Nemmeno i cessi funzionano, invece di mandare giù la porcheria, la ributtano fuori”. Ma aveva altro per la testa che pensare ai gabinetti, con quel mezzo chilo di bustine, sparpagliato per le tasche, da nascondere in un posto sicuro.
All’alba lo avevano chiamato giù in strada col citofono: “Mi manda Boccadoro, ci sarebbe un affare per te”. Fiorillo riconobbe un giovane che gli era capitato di vedere spesso negli ultimi tempi ed ebbe voglia di ribattere che lui non autorizzava il primo venuto, uno che non sapeva neppure come si chiamasse, a dargli del tu. Ma il nome, anzi il soprannome di Boccadoro lo indusse alla tolleranza, visto che buona parte dei suoi guai passava per quelle mani; nella fattispecie, due cambiali da sicentoventicinquemila lire ciascuna, che sarebbero scadute rispettivamente tra cinque e trentacinque giorni. Il professor Fiorillo le aveva firmate all’inizio dell’estate, contando sulle ripetizioni che avrebbe potuto dare ai figli dei villeggianti. Ma la frana aveva portato il deserto. E quelle scadenze si avvicinavano minacciosamente.
Non c’era gioco d’azzardo che Fiorillo non avesse provato: dal poker al lotto, dai cavalli alla roulette della bisca clandestina del capoluogo, dove si sentiva il parente povero fra tutti i commercianti e i trafficanti più o meno puliti che l’affollavano. Ma, per modeste che fossero, le sue puntate erano bastate a farlo sprofondare in una palude di insolvenza angosciosa. Evitava la gente per non sentirsi rinfacciare i debiti, e ne era evitato, temendo ormai tutti da lui la richiesta di un prestito.
Spesso, mentre teneva lezione, si interrompeva ispirato e, chino sulla cattedra, sordo al tumulto della scolaresca, annotava calcoli complessi, nei quali le cifre dei debiti si intrecciavano con quelle degli stipendi futuri, delle giocate che progettava e dei prelievi che poteva ancora compiere sul già esangue bilancio familiare. Bilancio che poggiava, ormai, sulla sola pensione del suocero, convivente e alquanto obnubilato dal l’arteriosclerosi, già impiegato presso la locale esatto ria comunale. Era stato proprio il suocero che, quell’anno, aveva offerto un mese di mare ai due nipotini, figli di Fiorillo, bisognosi di jodio. E aveva autorizzato a tal fine il genero, da lui delegato anni addietro ad amministrargli la liquidazione, a prelevare un milione da quella somma. La quale, inutile dirlo, era sfumata da tempo, all’insaputa del fiducioso pensionato. Per quella villeggiatura marina era stato inevitabile contrarre un debito di un milione (più duecentocinquantamila lire di interessi) con Boccadoro, il provvidenziale finanziatore conosciuto da Fiorillo nel corso dell’inverno. “Serve qualcosa?” si era sentito dire da un’ombra, nel fumo che avvolgeva la stanza dello chemin-de-fer. Certo che serviva! E il negozio di mobili di Boccadoro (sull’insegna era scritto “Il Focolare di Cavenaghi Primo”) era diventato meta di sempre più frequenti, umilianti e tuttavia indispensabili visite da parte dello squattrinato vicepreside.
“Vestitevi, tu e i tuoi, e prendete le cose di valore”, aveva detto quel tale. “Da un momento all’altro c’è l’ordine di sgombero”.
”Quale sgombero?... Perché?”.
“L’ha detto Boccadoro, la diga sta per cedere. Noi queste cose le sappiamo prima. Faranno un campo profughi sul colle, quassù “ e indicò col pollice dietro le spalle.
“Grazie, corro subito...”.
Fiorillo fece per rientrare nel portone, ma fu trattenuto per un braccio: “Aspetta. Boccadoro manda a dire anche un’altra cosa, ... per quelle cambiali”.
“Sì, ma... è fra cinque giorni...”
“Si può anche vedere...”, disse l’altro. “Con tutti questi guai...”
Fiorillo già non pensava più alla diga; si sentiva pendere sulla testa qualcosa che lo impauriva e, al tempo stesso, gli ispirava misteriosamente una speranza. “Allora?”.
“Dice Boccadoro che le cambiali se le può tenere in tasca, e poi può anche strapparle, se tu gli fai un favore...” L’uomo si accese un sigaro. Ci mise un po’ di tempo perché il vento del mattino gli spense un paio di fiammiferi. Fiorillo si sentiva morire.
“Ci sarebbe un po’ di merce”, riprese, “da tenere in un posto sicuro per qualche giorno... Sono delle bustine, come il bicarbonato... Qui, fra un’ora o due ci sarà il casino. Nessuno avrà più una casa, un negozio, una cantina. Sarà pieno di poliziotti e di cani. Cani che fiutano… E pure cani che “soffiano”; certe carogne non vedono l’ora di strizzare l’occhio a qualche sbirro per farlo saltare addosso a un vecchio amico, a uno che gli ha fatto del bene. Noi che aiutiamo la gente ci conoscono troppo, non possiamo girare con niente nelle tasche... Se poi ci mandano in qualche campo di baracche, figuriamoci... Lì altro che cani, anche i gatti ci fiutano... Nella scuola, invece, nessuno ci andrà mai”. “Non ho capito”, disse Fiorillo che invece aveva capito benissimo, “che cosa volete da me?”
L’altro si fece sbrigativo: “Boccadoro dice che tu ti prendi questo mezzo chilo di bustine”, e indicò un sacchetto di plastica che aveva in mano, “e lo tieni nella scuola. Guarda che è roba extra pura, si parla di mezzo miliardo. E sta tranquillo, niente si fa per niente”.
Sentita quella cifra, Fiorillo dovette appoggiarsi al muro: “Ma mi volete far passare un guaio!”.
“In un modo o nell’altro, il guaio lo passi lo stesso. Perché se le cambiali vanno in protesto... E poi, con che faccia ti presenterai al “Focolare” a chiedere un favore? Mentre se il favore lo fai tu a noi, quando ci veniamo a riprendere la roba Boccadoro ti farebbe anche un regalo, ...diciamo cinquecento sacchi”.
“Va bene, dà qua.” Fiorillo allungò una mano verso il sacchetto.
“Eh no, troppo facile!...”.
“Cosa vuoi ancora?”.
“Te l’ho detto: questa roba vale mezzo miliardo. Lo sappiamo che tu una cifra così non la vedrai mai, ma una garanzia ce la devi dare. Boccadoro ti chiede di firmare un’altra cambiale, di dieci milioni soltanto. Anche quelli non li avrai mai, ma se questo pezzetto di carta va in giro, insieme a quegli altri, sai che dolori!”.
“Ma siete pazzi?... Dove volete arrivare?”.
“A quello che ti ho detto: prendere o lasciare. Ma se lasci, potresti avere qualche dispiacere. Se invece vuoi ragionare, ecco qua la penna ed ecco la cambiale, a tre mesi, all’ordine di Primo Cavenaghi. Sta tranquillo, a cose fatte strapperemo anche questa”.
Fiorillo firmò, appoggiando il foglietto bollato su un battente del portone, prese il sacchetto e rientrò. Svegliò la moglie e le disse di tenersi pronti, lei, i bambini e il suocero, perché fra poco sarebbe arrivato l’ordine di lasciare la casa. Poi indossò un giubbotto da pesca con molte tasche, le riempì a dovere e uscì per andare alla scuola. Il paese si stava svegliando, ignaro della propria condanna. “Mors tua vita mea”, mormorò, quasi euforico, il professor Fiorillo.
La ricetrasmittente aveva dato il segnale di chiamata: “Appuntato Zanetti”, rispose Sante. “Parlate!”.
“Ci sentite? Passo”.
“Sì, forte e chiaro, dite!”.
“Ordine di rientro immediato per tutte le pattuglie. L’emergenza è finita. C’è il fenomeno carsico”.
“E che cazzo è? Una cosa buona o cattiva?”.
“Ti ho detto che l’emergenza è finita, fesso! E’ una cosa buona. Non farmi perdere tempo! Ordine di rientro alla base, ripeto, per tutte le pattuglie”.
“Ma, sei Garofalo?”.
“Sì perché?”.
“E allora fai meno il pirla: dicci che significa tutto questo!”.
“Vuol dire che l’alluvione non c’è più. Dovete venire qua. Stasera bisogna controllare il ritorno degli sfollati nelle case. E domani, tutte le compagnie che vengono da fuori rientrano ognuna alla sua legione”.
“Dobbiamo venire subito?”.
“E che ho detto io, non mi capisci? Subito! Passo e chiudo”.
Sante e Marcello, senza avere neppure il coraggio di scambiarsi un’occhiata, si misero a riavvolgere la tenda che avevano appena cominciato a montare.
Per scendere verso il paese avevano trovato un cammino più agevole di quello che avevano fatto in salita. Era meno ripido e, con gli zaini sulle spalle, era importante. Certo, un po’ più lungo: ma era in discesa. Ad una svolta, scorsero un casolare.
“Deve essere lì che è andato il prete”, disse Marcello. “Quasi quasi glielo andrei a dire che l’alluvione non ci sarà più. A noi cosa ci costa?”.
Si avvicinarono alla casa. Dalla porta aperta scorsero don Giusto, seduto al tavolo, con un bicchiere davanti. Intravidero anche, nell’ombra, il viso di una donna.
“Permesso? Padre, siamo i carabinieri di prima. Volevamo dirle che ci hanno comunicato via radio che l’emergenza è cessata e la gente sta tornando nelle case”.
“Ma... come? E l’inondazione?”.
“Non ci sarà più. E’ successo qualcosa... un fenomeno... altro non sappiamo. A noi ci hanno solo detto di rientrare”.
“Dio sia lodato!... Grazie. Torno giù con voi”.
Si alzò e si mise la bisaccia sulla spalla. “Certamente il vescovo telefonerà, e in parrocchia non c’è nessuno”, disse rivolto a Ines. “Quando succedono queste cose, bisogna subito dire una messa di ringraziamento. Arrivederci”.
Questo sì che era un segno del Signore, pensava don Giusto mentre camminava dietro la pattuglia. Dio mio che cosa stava per fare! ... “Grazie, Gesù, per avermi salvato!” disse a mezza voce.Solo il pensiero che questa era la volontà di Dio poteva fargli sopportare la rabbia che gli bruciava dentro. Aveva voglia di piangere e sapeva di doverne chiedere perdono al Signore; ma non se la sentiva.
La ricetrasmittente diede di nuovo il segnale: “A tutte le pattuglie che rientrano dal colle nord: portarsi alla scuola media per l’acquartieramento di questa notte e là attendere ordini”. “Vi ci accompagno io”, disse don Giusto ai due militi, sollevato da quella momentanea distrazione. “Per me è di strada”.
La notizia che l’alluvione non ci sarebbe stata interruppe a metà, verso le due e mezzo del pomeriggio, i lavori di allestimento della tendopoli. Un gruppetto di uomini aveva attraversato di corsa la larga spianata, saltando sui fagotti e sulle masserizie sparse al suolo, gridando, ridendo: “Fermate tutto!...Un miracolo!...Si torna a casa! ...”. Qua e là qualcuno di loro veniva trattenuto da persone incredule e raccontava concitatamente qualcosa. Poi riprendeva a correre e a gridare. E quelli che aveva informato si mettevano a correre anch’essi, per andare a gridare la notizia a loro volta.
Era davvero un miracolo. All’improvviso il livello del lago, che era giunto a poche decine di centimetri dall’orlo della diga, aveva incominciato a calare rapidamente, mentre una massa d’acqua era sgorgata impetuosa da una fenditura della roccia più a valle, là dove il fiume faceva un’ansa, e vi si stava riversando. Il paese e tutta la vallata erano salvi.
“I geologi”, riferì poco più tardi il giornale radio, “spiegano quanto è accaduto come un fenomeno di natura carsica. L’acqua accumulatasi nel lago ha sfondato, con la sua forte pressione, un diaframma di roccia e, trovata una via sotterranea, è giunta fino al fiume vicino. Il deflusso è così forte”, concludeva il notiziario, “da lasciar prevedere che il lago scenda a livelli inferiori a quello esistente prima che la montagna vi franasse dentro. Potrebbe persino verificarsene il quasi completo prosciugamento.”
“Addio trote!” pensò qualcuno dei soliti incontentabili. Ci restarono male anche i ragazzini, che non avrebbero avuto il gusto di trascorrere neppure una notte in tenda.
Reduce dalla sua missione mattutina alla scuola, il professor Fiorillo aveva appreso, alla tendopoli, che il suocero era stato colpito da una delle sue crisi ipertensive ed era ricoverato nell’infermeria del campo. Lì Fiorillo restò diverse ore, dovendo i medici decidere se trattenere l’ammalato o farlo trasportare all’ospedale del capoluogo. Fu quindi in infermeria che il vicepreside seppe del cessato pericolo. Aveva appena riflettuto, rassicurandosi, che quanto stava accadendo non toglieva né aggiungeva nulla alla sua particolarissima situazione, che fu raggiunto dall’assessore comunale ai lavori pubblici, in compagnia di un ufficiale di polizia. “Professore, dovrebbe darci le chiavi della scuola”, disse l’assessore. “E’ stato deciso di sistemarvi una parte delle squadre che lavorano qui”.
Fiorillo sentì all’istante un crampo nelle viscere: “Ma, come... non è tutto finito?... E poi, non si era detto che la scuola non andava bene?...”.
“Sì, se ci fosse stata l’alluvione”, rispose l’ufficiale. “Ora, invece, la scuola non resterà più isolata”.
“Dovremo sistemarci le apparecchiature di prospezione”, aggiunse l’assessore, “sa, per vedere cosa fa il lago, e farvi alloggiare una cinquantina di persone, fra carabinieri e agenti di pubblica sicurezza. Questi ci tengono particolarmente, perché in quello spazio recintato con la rete, sul dietro della scuola, potranno tenerci i cani”.
Era il panico. Fiorillo si sentiva l’addome come un otre pieno di liquido ribollente. Aveva voglia di accasciarsi a terra. Ma capì che lasciarsi andare significa va essere perduto.
“Vado ad aprirvela io, la scuola”, disse. “Così prendo dei libri che avevo lasciato là”.
Corpulento come era, correva con una agilità inverosimile. Scendeva dal colle della tendopoli tagliando per canaloni e cespugli, strisciando con i tacchi e con il sedere sulla terra franosa e irta di sterpi, afferrandosi agli arbusti spinosi. Arrivò alla scuola in pochi minuti, impiastrato di sudore e di polvere, le mani e il cranio calvo coperti di graffi. Si precipitò verso lo sgabuzzino dove, in un sacchetto, sotto uno strato di polvere di gesso, aveva nascosto quelle maledette bustine. Se le sarebbe rimesse nelle tasche del giubbotto che aveva ancora addosso e poi le avrebbe ficcate da qualche parte: in casa, sotto terra, non sapeva ancora dove... L’importante, adesso, era portare quella roba via dalla scuola, subito, prima che arrivassero i poliziotti. E i cani.
In fondo, dalla parte della segreteria, una figura piccola e sottile attraversò con due salti il corridoio. “Che Crist... ! Ma chi c’è?”.
Per andare allo sgabuzzino Fiorillo doveva per forza passare di là. E allora, se c’era qualcuno, doveva scoprirlo, altrimenti c’era il rischio che poi fosse l’altro a scoprire lui, nel momento meno opportuno. Strisciò lungo il muro, piano, in punta di piedi e sentì un tramestio che veniva proprio dalla segreteria. Sbirciò dentro e vide, davanti ad un armadio aperto, Beppino che reggeva sulle braccia il videoregistratore, mentre Andrea ne riavvolgeva il cavo. “Ohé!”, urlò parandosi sulla porta.
I due ragazzi avvertirono come una pugnalata di ghiaccio che li impietrì (il che impedì a Beppino di lasciar cadere il costoso apparecchio). Guardarono con gli occhi dilatati dal terrore l’incredibile apparizione del vicepreside il quale, a sua volta, dal loro pallore ricavò una crudele soddisfazione che lenì per un istante il suo ormai cronico avvilimento. “Vi ho colti sul fatto, delinquenti! Voi due, c’era da aspettarselo!”. La voce di Fiorillo era rauca, ansimante. Il miscuglio di emozioni che gli si agitava dentro aveva tolto ogni freno alle represse inflessioni meridionali. “In galera vi voglio mandare, ladri, farabutti! Posate subito quella cosa! Guarda là, anche gli arnesi da scasso si sono portati!”.
Beppino, con le mani tremanti, rimise il videoregistratore su uno scaffale dell’armadio, che Andrea richiuse. “Adesso venite qua, che vi caccio fuori a pedate”, aggiunse il professore, che non vedeva l’ora di restare solo. Afferrò i due ragazzi per un braccio e li trascinò verso l’uscita. “Mi ricorderò di voi, non preoccupatevi, quando riaprirà la scuola!” urlò ancora. Ma prima che giungessero alla porta d’ingresso, lasciata socchiusa da lui, questa si aprì e vi comparvero le figure affardellate dei carabinieri Zanetti e Digiannantonio. Dietro di loro il viso di don Giusto, che li aveva seguiti fin là richiamato da quelle grida.
Fiorillo pensò che tutto gli andava per traverso. Ma ormai ci aveva fatto un certo callo e pensò che, anche questa volta, non poteva far altro che sfruttare l’avversità.
“Il cacio sui maccheroni!” esclamò. “Ecco qua i carabinieri... Vi consegno questi due ladri che stavano rubando dentro la scuola!”.
Ma non mollò i ragazzi. Passò in mezzo agli attoniti militari e, sempre gridando, li portò fuori. Lì, finalmente, incontrato don Giusto, mollò la presa. Beppino e Andrea, che avevano cominciato a piangere, andarono a nascondere il viso sul petto del prete. Zanetti e Digiannantonio erano tornati anche loro all’aperto, mentre il piazzale si stava affollando di paesani che dalla tendopoli tornavano alle loro case per la scorciatoia.
“Visto che cosa ho scoperto?” gridava Fiorillo, il quale aveva capito che, a questo punto, fare un po’ di scena gli avrebbe giovato. “Entro nella scuola, che serve alle squadre di soccorso, e trovo questi due delinquenti che avevano scassinato un armadio e stavano rubando il videoregistratore... una cosa da un milione! Arrestateli!” disse rivolto ai carabinieri. “Al carcere minorile devono andare!”. Sante e Marcello, ancora con gli zaini sulle spalle, si guardavano intorno sperando di scorgere qualche superiore che si accollasse quella grana. Loro due con i ragazzini non ci avevano mai avuto a che fare.
“Ma no, aspettate!” disse don Giusto, con le braccia attorno alle spalle dei due ragazzi in lacrime. “Sicu ramente è stato solo uno sbaglio. Sono bravi figlioli, io li conosco. Non sapevano quello che facevano...”. Si era formato un capannello di persone. C’era pure una telecamera. “Lei li difende, padre?” replicò Fiorillo. “Ma io li conosco bene. Quello lì”, e indicò Andrea, “ è un fannullone, un turbolento. E l’altro è sempre stato il suo avvocato, il paladino... Ma altro che avvocato!... Adesso abbiamo visto che è il suo compare!”.
Troppo tempo si era fermato a parlare. Lungo il viale di terra battuta che saliva alla scuola, avanzavano lentamente due camionette della polizia seguite a piedi da una decina di agenti con dei cani al guinzaglio. Fiorillo, approfittando del fatto che don Giusto aveva ripreso a parlare in difesa dei ragazzi, arretrò lentamente e rientrò nella scuola. Ormai la roba non avrebbe più potuto portarla fuori: quei cani l’avrebbero fiutata a metri di distanza. Corse nello sgabuzzino, prese il sacchetto del gesso e andò a chiudersi in un gabinetto. Aprì le bustine una per una e le vuotò nella tazza, tirando lo sciacquone più volte. L’operazione fu lunga, perché ogni volta doveva aspettare che la vaschetta dell’acqua si riempisse di nuovo. Le cartine, poi, non volevano andare giù, e dovette spingerle con le mani, visto che i bidelli si erano guardati bene dal metterci uno scopino, là dentro. Alla fine, crollò seduto sul vaso e si copri, disperato, il viso con le mani, quasi compiacendosi di averle prima immerse nel cesso. Pensò a Boccadoro e sentì di nuovo la pancia in subbuglio. Almeno questa volta gli andava bene: dopo tanto tempo gli capitava di avere una necessità e di trovarsi nella condizione (ideale, per giunta) di soddisfarla. E poi, poteva servire a cancellare ogni residuo odore di quella roba. Si alzò, si calò i pantaloni e sedette di nuovo.
...Certo una buona vincita lo avrebbe tirato fuori da tutti quei guai... Il 57, a Cagliari, non usciva da quattro anni... Poi basta, chiuso, rien ne va plus, neppure una partita a scopa col suocero...
Quella sera, la televisione locale mandò in onda un servizio di oltre due ore. I suoi programmi erano molto seguiti in tutta la zona, perché trattavano i problemi del luogo. E da vicino - dicevano molti -, senza tutti i giri e gli inquinamenti politici delle grandi reti; specialmente quelle pubbliche che, oltretutto, ti vengono a parlare del Sudafrica e del Cile mentre hai i drogati e gli scippatori dietro l’uscio. Una buona garanzia era che quella rete tosse finanziata da stimate persone del posto: industriali, commercianti, albergatori.
La trasmissione i valligiani la seguirono dalle loro case, grazie al cielo. Un televisore era stato installato anche nella scuola, per gli uomini che vi erano alloggiati. Il servizio parlò dell’insperato fenomeno che aveva messo termine all’emergenza, della generale gioia e soddisfazione, e annunciò che l’indomani, in tutta la vallata, sarebbero state celebrate messe di ringraziamento. In dicò anche le chiese e gli orari delle funzioni. “Purtroppo”, fece notare il giornalista che conduceva la trasmissione, “anche quest’epilogo positivo è stato rattristato da qualche ombra, tanto più sconcertante in quanto mostra come la criminalità ormai serpeggi, nei nostri paesi, anche tra i giovanissimi. C’è stato un incredibile episodio di sciacallaggio in calzoni corti: in una scuola media il vicepreside - che vi si era recato per agevolarne l’occupazione da parte delle squadre impegnate nell’emergenza - ha sorpreso due alunni che, contando sulla generale confusione, erano penetrati nell’edificio, muniti di arnesi da scasso, per rubare costose apparecchiature elettroniche per uso didattico”. E l’inquadratura fece vedere due ragazzini ripresi di spalle, con la faccia premuta contro il petto di un prete che fu riconosciuto da molti telespettatori.
Quando ogni sera, una mezz’ora dopo l’uscita degli impiegati e degli operai, lasciava l’ufficio per tornare a casa, Gianni si sentiva soddisfatto. Si sedeva nell’auto, di un certo prestigio, poggiava le mani sullo sterzo e si guardava, compiaciuto, le unghie pulite, perché ormai i suoi compiti direttivi non lo costringevano più a sfogliare di persona pratiche polverose. Dava anche un’occhiata alla larga insegna luminosa,sul tetto della fabbrica, che annunciava ai viaggiatori della vicina autostrada la presenza dell’importante e solida industria di profilati metallici per la quale lavorava.
Quell’insegna, che nelle serate invernali spiccava violenta nel buio,mentre nei crepuscoli della primavera e dell’estate si confondeva, quasi per un’ipocrita timidezza, con il colore cremisi del cielo, gli infondeva al termine della giornata di lavoro un senso di fiduciosa tranquillità. Mentre il motore dell’auto si scaldava, il suo sguardo percorreva poi i muri dei capannoni silenziosi e seguiva talvolta le evoluzioni che i bambini del custode, finalmente padroni del cortile, compivano sulla bicicletta inseguiti dal cane guardiano, temibile di notte, che per il breve tempo fra la catena diurna e la solitaria vigilanza della nottata, godeva della sua confusionaria esuberanza di giovane cane.
Gianni si considerava fortunato: una carriera abbastanza rapida, un lavoro che gli piaceva nonostante le arrabbiature (inevitabili, ma anche passeggere), una casa comoda, una moglie affettuosa e piacente, una salute che non destava preoccupazioni.
Sì, proprio una discreta fortuna. Ma anche meriti, e soprattutto con la certezza, in piena coscienza, che se anche la sua carriera era stata in continua ascesa, non aveva mai fatto le scarpe a nessuno. Soleva spesso guardare alle proprie spalle il cammino percorso nel quale, pur non essendo credente, riconosceva l’innegabile e ricorrente intervento della provvidenza. A queste cose, però, voleva pensare da solo, perché lui soltanto sapeva come dosare la propria soddisfazione in rapporto a un sordo rimprovero che sempre sentiva dentro di sé pur non essendo mai giunto a portarlo alla finitezza della parola nè a comprenderne chiaramente il motivo. Sapeva soltanto che, quando in solitudine pensava a ciò che aveva fatto e che era diventato, giungeva a trarre di se stesso tm’immagine di, certo, ma che era pur sempre il risultato di un’equa considerazione del bello come del brutto, del lodevole come del riprovevole. Quando invece quel giudizio di brava persona gli veniva da altri - fossero pure al di fuori di ogni sospetto di adulazione, come sua moglie, i suoi genitori e i suoi amici più cari - si sentiva sorpreso e quasi oppresso da un senso di lode usurpata perché non gli veniva rivolta nella luce che lui soltanto poteva giudicare giusta. Gianni, infatti, non si nascondeva che il proprio impegno nel lavoro era andato a scapito di altri impegni che, invece, nei suoi anni giovanili, aveva considerato i soli che potessero rendere un uomo soddisfatto di se stesso.
Questi pensieri lo opprimevano particolarmente quella sera. A casa avrebbe trovato ad attenderlo, invitato a cena, Michele, il suo compagno di università. Era ormai più di un mese che era giunto a Milano, in cerca di lavoro, e spesso la sera, dopo una giornata di ricerche infruttuose, faceva in modo da farsi invitare per la cena o per la televisione. Era capace di restarvi fino a notte inoltrata, a discutere dei propri problemi, a tessere le lodi dell’ amico, del quale si dichiarava, con sincerità, anuniratore,più che invidioso. A volte si addentrava in una impietosa autocritica dove metteva a nudo ogni sua colpa. Cosa, questa, che costringeva chi lo ascoltava alla ricerca di parole di conforto e di incoraggiamento. Parole che, nel momento stesso in cui venivano espresse, rivelavano la loro convenzionalità e, sebbene riuscissero a sollevare l’animo, in fondo superficiale, di Michele, la sciavano in Gianni un senso di stizza.
Michele, figlio di un avvocato già anziano quando lui era ancora bambino, era giunto alla maturità classica brillantemente e con l’unico sforzo di tenere sempre desta, nel collegio religioso che frequentava da “esterno”, l’ammirazione dei compagni e degli insegnanti, con la propria spigliata e seducente personalità. A quest’ammirazione certo non era neppure estraneo il nome di suo padre e la riconoscenza di cui questi godeva presso tutte le fondazioni caritative dell’arcivescovado.
All’università Michele si era però trovato come il direttore di un settimanale di provincia che diventi uno dei tanti cronisti di un grande quotidiano. Il fatto di essere un punto soltanto nella folla che si assiepava alle lezioni, la tradizionale, sprezzante ironia degli studenti più anziani, le lunghe code in segreteria, le caotiche sedute di esami l’avevano più che scoraggiato, atterrito. Era cominciato così il suo disimpegno dallo studio, favorito anche da una disponibilità di mezzi più che discreta. per uno studente. Avevano pure fatto la loro parte i successi che otteneva con le ragazze e 1’assoluta mancanza di controllo da parte dei genitori, molto anziani, isolati in un trasognato esilio di preghiere. Non si poteva neppure dire che non aprisse libro: era capace, preso dal rimorso, di chiudersi in casa per un mese intero, l’ultimo prima di ogni sessione d’esami, e di ingurgitare affannosamente tre o quattro discipline diverse. Ma la mente non riteneva quello che aveva letto, i pensieri e l’angoscia prevalevano sulla concentrazione e gli occhi correvano meccanicamente sulle pagine che alla seconda e alla terza lettura risultavano sempre nuove, incomprensibili e ostili. Il giorno degli esami non si presentava a sostenerli e ai genitori raccontava, non sapeva neppure lui se per viltà, per vergogna o per pietà, di averli superati con il massimo dei voti. Poi il padre era morto e Michele, in breve tempo, aveva dato fondo al portafoglio di titoli da lui lasciato e la cui consistenza si era rivelata di gran lunga inferiore alle aspettative. Gli restò soltanto la casa: un palazzo che secoli prima aveva dovuto essere bello, circondato da orti e vigneti; ma ormai era cadente, in un paese dichiarato “area depressa” che si spopolava giorno dopo giorno per l’emigrazione. Sola, in poche camere affollate di crocifissi e inginocchiatoi, abitava sua madre, convinta che il figlio, ormai laureato, stesse percorrendo una brillante carriera in città.
Per un anno Michele, abbandonata definitivamente l’ università, si era occupato come “giovane di studio” presso un notaio, amico del padre. Poi, per la sua intolleranza di quel lavoro da galoppino, come diceva lui, e per una situazione difficile creatasi con la più giovane delle figlie del notaio, aveva deciso di andarsene. Ed era venuto a Milano.
Gianni trovò l’amico già a casa, che corteggiava Franca, sua moglie, mentre preparava la cena, in quella sua maniera ingenua e che egli credeva doverosa, da gentiluomo di altri tempi. Una corte fatta di baciamani, di cioccolatini, di fiori, di complimenti ricercati e corretti che Michele rivolgeva a Franca candidamente, tanto in assenza che alla presenza del marito.
“Sai”, disse a Gianni che era appena entrato in casa, “anche quel posto dove mi sono presentato stamattina è andato in fumo: vogliono un corrispondente per i paesi di lingua inglese, e del mio francese non sanno che farsene”. L’amico aveva replicato con qualche parola di incoraggiamento e la cena si era svolta cane altre precedenti: una serie di congetture su dove provare ancora, sul tale conoscente che può conoscere il talaltro, sulle riduzioni di personale nella ditta di Gianni che escludevano ogni speranza di assunzione. “Dopotutto me la merito questa via crucis”, aveva detto Michele. “Tutto si paga, a breve o a lunga scadenza. E io sono ancora più colpevole perché quando facevo la bella vita prevedevo chiaramente, fin nei particolari, quello che mi sarebbe accaduto”.
“Ma quando mai l’hai fatta tu questa bella vita!”, replicò Gianni. “Anche se ti divertivi lo facevi sempre con un’angoscia, con un rimprovero dentro di te che era peggiore di qualunque studio, di qualunque esame”.
“E’ vero, me lo ricordo benissimo quello stato d’animo; ti dico che forse è meglio la mia disperazione di oggi che non l’attesa della disperazione degli anni passati. Comunque sta di fatto che, quella volta che io me ne andai a Venezia, per esempio, tu sgobbavi sul Diritto amministrativo. E’ la storia, della cicala e della formica, Gianni. Per mia fortuna tu sei una formica di buon cuore”.
“Per piacere, non essere banale, ti ho sempre considerato abbastanza intelligente per sentire quanto odiosa sia quella formica. E non solo per la sua mancanza di carità: anche se avesse aiutato la cicala sarebbe stata sempre antipatica, per quella sua estate di fatica, per quella sua volontà di accumulare...”.
“Non ti capisco”, intervenne Franca: “una delle tue stravaganze! Per me lafFormica rappresenta una persona col senso della responsabilità e della previdenza, anche se un po’ troppo dura. E la cicala ha quello che si merita, così impara a non far nulla”. Michele le sorrise, perdonandole la gaffe di cui non si era resa conto.
“Adesso scusatemi se vado in cucina a mettere in ordine, sennò faccio la cicala anch’io”, disse Franca alzandosi.
“Vedi Michele”, riprese Gianni, “ti sembrerà strano ma devi cercare di capirmi: quando tu mi parli di te, quando qualcuno, in genere,mi racconta i suoi guai, io mi sento colpevole: guardo la mia posizione di “primo della classe” e mi sento isolato, senza nessun’ansia veramente seria da mettere anch’io sul tappeto. Ti prego, non ridere. Certo il male non me lo auguro; ma penso che, così come io sono, verrò sempre considerato un estraneo da chi soffre. Mai veramente partecipe: posso al massimo dare un aiuto, ma è sempre qualcosa di unidirezionale, da me a te, non è, come dire,… uno stare spalla a spalla almeno, una pena condivisa. Insomma mi sento fuori da ciò che è veramente umano, alla superficie di qualcosa che vorrei penetrare e che in vece mi respinge. Mi capisci?”.
“Capisco che sei sempre lo stesso, generoso, e che vuoi ancora portare il mondo sulle tue spalle”.
“Ma no, è proprio questo che non penso più, ho capito che non ne sono capace. Se poi mi dici che sono generoso significa che anche tu mi appiccichi addosso un’etichetta, come fa Franca che mi considera ‘il suo uomo’, o come hanno fatto facevano quelli che mi hanno considerato, via via, “un bravo ragazzo’, ‘un giovane studioso’, ‘un ottimo collaboratore’, ‘un buon capo’. Se davvero pensi di me quello che hai detto vuol dire che non riesco a compenetrarmi neppure con te che sei un amico di vecchia data. In somma, anche tu mi respingi.
“L’errore tuo, Michele, è il pensare che io cerchi di aiutarti nonostante tu abbia commesso degli errori, che cioè io questi errori te li abbia perdonati. Non pensi che io invece ti apprezzo proprio per quello che hai fatto, o meglio per quello che non hai fatto. Che il mio unico struggimento - non esagero - è quello di cercare di fare mio il tuo passato, è il rimproverarmi di non essere stato io al tuo posto, così umano e complesso rispetto alla convenzionalità nella quale sono sempre vissuto. E tutto questo mio rammarico, dopotutto, non è niente altro che paura, perché mi sento scivolare sempre più fuori dal mondo che vive realmente”.
Michele era restato muto, alla ricerca di qualcosa da dire e che sapeva di non poter trovare. Fu salvato dall’ingresso, nella stanza, di Franca, che si era già sciolti i capelli per andare a letto. “Penso sia proprio ora di lasciarvi dormire,” disse rivolto a lei. “Grazie infinite e buonanotte. Mi aprite il portone?”.
Franca era a letto che leggeva. “Devi aver pazienza”, disse Gianni, “ma domani sera Michele è ancora qui per vedere la televisione”.
“Ma tu non devi partire?”.
“Sì, però ci sei tu. Ci teneva tanto a vedere quella commedia che non ho saputo non invitarlo. Veramente lui non voleva, ha detto che non si permetterebbe mai di venire quando sei sola, ma poi ha accettato”.
“Perché magari sei stato tu ad insistere, vero?”.
“In un certo senso sì: ho pensato che ad un uomo abbattuto come è lui poteva dare un certo sollievo vedersi offrire amicizia e fiducia”.
“E a me, come al solito, non hai pensato! E nemmeno a te. Ma lo sai che se lo raccontassi ti copriresti di ridicolo?”.
“Franca, non essere conformista, ti prego. Dei pettegoli, lo sai, me ne sono sempre infischiato; e poi ho un’enorme fiducia in te. E’ questo che conta, no?”.
“E’ meglio che non ti risponda”.
“E va bene, non ho sensibilità. Ma mi sembra che neanche tu ne abbia molta, o almeno un pizzico di pietà, data la freddezza con cui hai sempre trattato Michele”.
“Se vuoi accetterò la sua corte: anzi farò come se Michele fossi tu, d’accordo?....”.
Gianni quella notte dormì male. Il giorno dopo, in aereo, non fece che pensare alle sue discussioni con Michele e con la moglie.
La sera telefonò appena gli fu possibile: parlò con tutti e due, gli sembravano euforici. Poi si rese conto che li sentiva così perché aveva temuto di sentirli così. Pensò comunque che Michele avrebbe fatto la solita corte a Franca; che,guardando l’uno accanto all’altra la televisione, lui forse le avrebbe preso la mano; pen sò che Franca lo avrebbe lasciato fare, un po’ per la sua timidezza e un po’ anche per ripicca. Ricordò i molti successi galanti di Michele, la sua incapacità di riflettere, soprattutto quando si trattava di donne. E pensare che aveva messo in moto tutto lui, con quel l’invito,... con quella sua stupida voglia di inventarsi una sofferenza.
Si sentì sconvolto all’idea che avrebbe potuto tornare a casa solo dopo cinque giorni. Cinque giorni di paura, di rabbia impotente, con la fantasia tormentata da certe immagini di Franca e Michele, vicini, soli, liberi. E poi, una volta tornato, ci sarebbe stato il sospetto, sempre.
Aveva voglia di insultare Michele, di schiaffeggiarlo, di rinfacciargli crudelmente, nei dettagli, tutti. i suoi fallimenti. Di chiedergli accoratamente perché volesse togliergli Franca, che ora la lontananza e la gelosia gli facevano amare appassionatamente. Avrebbe voluto avere Franca vicina, piangere, supplicarla di volergli ancora bene.
Sentiva un’ angoscia terribile. Finalmente!
Quando ne sentii parlare per la prima volta, in una rubrica televisiva di divulgazione scientifica, avevo cinquantun armi: si può generare un figlio, identico in tutto al padre, per clonazione. La fecondazione dell’uovo, anziché per mezzo di spermatozoi, avviene rimovendo dalla cellula femminile il nucleo e sostituendolo con quello di una cellula dell’organismo maschile. I cromosomi, invece che ventitre del maschio e ventitre della femmina, sono tutti e quarantasei del maschio e la madre non influisce più sulla formazione del feto: lo ospita soltanto nel suo ventre per dar vita, al termine della gestazione, a un individuo che è la copia esatta del padre al momento della nascita di questi. Dall’istante in cui viene alla, luce, il figlio-padre ha, naturalmente, un’evoluzione propria; ma - è provato da ripetuti esperimenti - in ogni fase della sua vita, fosse suo padre vissuto cent’anni e altrettanti ne vivesse lui, egli è sempre uguale, in normali condizioni di salute, all’uomo da cui è stato generato, all’età corrispondente.
La mia vita, tutto sommato, era stata fino a quel momento abbastanza comoda, rassicurante: due ottimi genitori e un ambiente caldo e affettuoso da bambino e da giovane; una cara moglie, devota fino a idealizzarmi, al mio fianco per diciannove anni, portata via da un male rapido e crudele che sembrava aver scelto, con la pietà di cui anche i carnefici sono capaci, il momento più opportuno per farla scomparire: ancora abbastanza giovane per lasciare dietro di sè il rimpianto di un’immagine ridente, ma già in un periodo nel quale in me si facevano sempre più insistenti certe fantasie di autonomia e di fuga che mi rendevano di giorno in giorno più intollerabile la prospettiva di aver a che fare con l’attaccamento e la dipendenza da me di una donna anziana. Avevamo avuto due figli, ormai grandi e ognuno per la sua strada: buone strade anche quelle. Per il lavoro poi non mi ero mai dovuto dannare ed era sempre stato discretamente retribuito. La vicenda della mia esistenza me la configuravo ormai come un cammino fra due muraglie alte, sicure. Due pareti invalicabili, perché mai avevo voluto andarvi oltre, distanti fra loro qualche chilometro,così che lo spazio da esse racchiuso non era angusto. E il cammino che avevo percorso era stato a volte aspro, faticoso; ma più sovente agevole e soleggiato: i prati in maggior quantità dei rovi e delle pietraie, i rifugi tranquilli più frequenti delle tempeste. Qua e là qualche tomba, sassi bianchi che nel cammino mi ero lasciato alle spalle; e i singhiozzi accorati che mi avevano scosso al primo allontanarmene si erano ogni volta stemperati nel respiro regolare della marcia. Fra queste immagini la mia mente si era rifugiata sempre più spesso con l’andare degli anni, fino a farne la fantasia costante dei precoci risvegli mattutini dell’età matura.
A volte ero salito per le scalette di pietra addossate alle pareti interne delle muraglie fino ad affacciarmi alle cime merlate: avevo visto pianure immense, solcate da strade bianche che toccavano l’orizzonte; porti affollati di navi in partenza e in arrivo da ogni mare, montagne lontane e azzurre, e dietro esse altre più chiare che parevano chiamare l’anima e i passi di valico in valico, verso mete ignote. Quando le avesse raggiunte, l’avventuroso pellegrino si sarebbe potuto abbandonare, stanco e felice, ad una tenebra intensa di amore e di dissolvimento: un grembo ambiguamente materno, l’abbraccio di una magica creatura femminile che stringeva a sé l’amante fino a disperderne il corpo e l’anima nell’immensità dell’ universo.
Altre volte mi ero spinto fino a qualcuna delle numerose porte - sempre aperte, del resto - che interrompevano l’uniformità delle mura; e le avevo anche varcate, oonfondendomi con l’umanità multiforme che vi si assembrava davanti: zingari, saltimbanchi, puttane, venditori di paccottiglia o di vecchi libri, marinai, chiromanti, cantastorie, predicatori, ubriachi. Escursioni brevi, comunque: pochi metri e poche decine di minuti, Di fatto, pur sempre con l’intenzione di ritornare a quel mondo non appena la sua seduzione si fosse fatta più intensa, non avevo mai lasciato il cammino consueto dell’osservanza e della responsabilità.
Cinquantun anni. Quasi una vita intera a fare il dovuto e a sognare ciò che sarebbe bello, avendo a volte anche l’ardire di assaporarlo, ma sempre in dosi controllate. Ma più gli armi avanzavano, più frequenti e lunghe si facevano le fughe della mia fantasia verso quelle terre misteriose, al di là di mari sconfinati dove, ad averne avuto il desiderio e il coraggio all’ età giusta, avrei potuto avventurarmi in una brezza di libertà assoluta, verso emozioni ormai definitivamente perdute. Avrei dovuto ricominciare daccapo, dalla nascita o quasi, ma con l’esperienza e le riflessioni cui. ero giunto con la maturità.
Sijeunesse savait, si vieillesse pouvait... Trovarsi davanti se stesso a tredici o quattordici anni e dirgli: hai nelle tue mani la vita; fattela come vuoi, se ti va di seguire strade che per la gente che ti circonda sembrano assurde, non pensare a quello che si può dire di te. Se posso farti una raccomandazione, ecco: non essere violento, non farti odiare, non intossicarti. Ma per il resto, fà tu: vuoi studiare, studia; vuoi andartene per il mondo, vacci; vuoi sognare, sogna.Purché il tuo vivere non avvenga a danno di nessuno, sei libero di costruirtelo e di trascorrerlo come vuoi. Guardati intorno: chi più,chi meno, siamo tutti invischiati; e questa pania, che la si chiami dovere, amore, affetto, responsabilità, si presenti pure sotto le forme più nobili, è sempre una cosa sola: il non saper dire di no, l’incapacità di affrancarsi da obblighi che si sono assunti senza valutare quanto sarebbero diventati pesanti. E allora, vivi senza fare promesse, o facendone soltanto a te stesso, perché queste potrai. rimetterle quando vorrai.
Non avevo rimpianti per non aver indirizzato così i miei figli, inseriti ormai nella convenzionalità dei loro ambienti, così come io lo ero stato nel mio. Li avevo amati e li amavo molto, ma li avevo sempre considerati, quali erano, individui che una volta messi da me in condizione di affrontare la vita, avrebbero anche potuto scegliere le strade che io ora rimpiangevo di non avere preso a mio tempo. Fatti loro. Quello che4avrei voluto era che io, proprio io, Augusto Bauer, potessi rivivere daccapo, evitando tutto quello che mi rimproveravo di aver fatto o non fatto. E la possibilità, che ora la scienza offriva, di generare un figlio in tutto identico al padre sembrava propormi la realizzazione di quello che avevo coltivato come una fantasia. Per saperne di più, naturalmente a titolo di semplice curiosità, scrissi alla redazione della rubrica televisiva e ottenni dei titoli di libri e alcuni indirizzi. Lessi parecchio e scrissi un’altra lettera: al policlinico di W. il più avan zato, in Europa, quanto ad esperienze di clonazione. Appresi con un certo stupore che tutta la complessa operazione - prelievo del nucleo da una delle mie cellule germinali, sua sostituzione al nucleo dell’uovo di una madre-ospite (l’ospedale aveva una lista di donne disponibili, remunerate da quel centro di ricerche), gestazione, parto e prime cure per il neonato - mi sarebbe costata poco più di cinque stipendi, inclusi un paio di viaggi a. W. , con un breve soggiorno ogni volta.
Feci alcuni calcoli: ormai sono solo, i miei figli sono già avviati per la loro strada; ho un reddito - e fra breve una pensione - più che discreto, a parte la liquidazione, che pure potrà darmi una buona rendita. Se generassi un figlio, poniamo fra un anno, quando io ne avrò cinquantadue, se la salute mi assiste, potrò allevarlo e vederlo arrivare a vent’anni, quando io sarò vecchio, certo, ma non decrepito. Se invece io morissi quando è ancora piccolo o comunque molto giovane, potrei lasciare scritto di affidarlo ad un buon collegio. Non religioso, per carità! Avrei anche incaricato Carmen - che, ne ero certo, sarebbe sempre restata una mia carissima amica sebbene la nostra relazione ormai poteva dirsi cessata -di tener d’occhio la crescita del ragazzo: passaggio da un ciclo di istruzione ad un altro, attenzione per la sua salute, fargli, trascorrere le vacanze in maniera piacevole; soprattutto sorvegliare affinché dentro di lui il senso della responsabilità non venisse fatto degenerare in una religione del dovere e dell’impegno irrevocabile. E insegnargli sempre e soltanto questo: la sua libertà renderà gli altri e se stesso sempre meno infelici di quanto possa farlo il suo costringersi entro dei limiti e dei legami.
Carmen mi ispirava fiducia: le sue vedute erano molto simili alle mie (sarebbe meglio dire che ho fatto mie molte delle sue vedute); al tempo stesso prevedevo che non si sarebbe lasciata sfugg±re l’occasione, qualora si fosse presentata, di rifarsi, col prendersi cura di un mio figlio-sosia, di tutte le volte in cui, scaltrito dagli anni, mi ero sottratto ai. suoi tentativi di possesso. Tutto questo si sarebbe risolto in un intelligente e affettuoso impegno e avrebbe comunque giovato al ragazzo se, come presumevo, Carmen non avesse finito col cedere alla tentazione della maternità. Devo dire che, al riguardo, mi chiesi anche se questo progetto di far crescere il fanciullo senza una vera madre non dovessi rimproverarmelo come insensibile egoismo; ma non di un. figlio doveva trattarsi, bensì di una replica di me stesso e io, ora, rimpiangevo di aver avuto l’infanzia e l’adolescenza assediate da una tenerezza che portava fatalmente in. Sé i primi filamenti delle pastoìe che mi avrebbero avvinto da adulto.
Ormai avevo deciso: sarebbe esistito un. secondo Augusto Bauer; anzi, si sarebbe ripetuto,... replicato. Mi organizzai. di conseguenza: concordai con il mio ufficio, per gli anni che ancora mi. separavano dalla pensione, di lavorare a tempo parziale, per stare vicino il più possibile al bambino; trovai una domestica che, nei primi anni di vita di Augusto Bis gli facesse da bambinaia; scrissi all’istituto di W. chiedendo di poter generare un figlio per clonazione. Quest’ultima fu proprio la cosa più semplice: un paio di mesi dopo mi convocarono nel loro centro per prelevare dal mio organismo alcune cellule germinali e per presentarmi - questo era un fatto di pura cortesia - la donna che avrebbe ospitato nel grembo il nascituro. Vedendola, una ragazzona tagliata con l’accetta, che lasciava del tutto indifferente il mio desiderio, mi compiacqui segretamente che mi avrebbe dato un figlio senza che io dovessi avere alcun rapporto fisico con lei.
Tornato a casa, trascorsi i mesi dell’attesa esercitando la mia mente e i miei sentimenti ad evitare i pensieri e le emozioni della paternità per prepararmi, piuttosto, a vivere l’esperienza che andava avvicinandosi come un’immersione nella memoria, eccezionale per il suo consistere, anziché in immagini lontane, in un essere vivo, presente e tangibile. Sfogliando, a lungo, gli album delle fotografie della mia infanzia e guardando le persone che vi apparivano, tutte ormai morte, o lontane, o profondamente mutate, ero sconcertato dalla evidente assurdità del mio desiderio di replicare un’esistenza. Ma poi mi ri chiamavo alla parte razionale del progetto, che non era quello di riprodurre giorno dopo giorno la vita che io avevo vissuto ma piuttosto prospettare una nuova vita “mia” da vivere proprio come io non l’avevo vissu ta.
Un pomeriggio di giugno, rientrando a casa trovai il telegramma della clinica ostetrica di W. che mi annunciava la nascita, alle ore 11,44 del giorno 15, di un bambino sano, di sesso maschile e del peso di. tre chili e mezzo e mi chiedeva di mettermi, in contatto con la direzione per concordare tutte le operazioni del caso. Come quasi sempre mi accade, in circostanze che di emozioni profonde, quella notizia tanto attesa mi ispirò una grande calma e una lucida capacità di. attuare quanto da tempo avevo organizzato. Feci tre telefonate: alla bambinaia, per dirle di tenersi pronta a partire con me subito, perché da subito iniziava a decorrere il suo rapporto di lavoro; alla compagnia aerea, per prenotare due biglietti per W. l’indomani pomeriggio (la mattina sarei andato all’anagrafe a denunciare la nascita di Augusto Leopoldo Bauer, essendo impossibile dare al figlio l’esatto nome del padre); alla mia segretaria, per incaricarla di comunicare in ufficio che, per motivi di famiglia, sarei stato assente alcuni giorni. Poi mi dedicai a fare la valigia, anzi a completarla, visto che da quasi un mese la tenevo pressoché pronta, per buona metà occupata dagli indumenti per il bambino. Finalmente sedetti in una poltrona e mi versai un whisky; la prima (e,se non ricordo male, l’unica) riflessione che feci fu che per cinque giorni Augusto, anzi Tino, come ero chiamato io da piccolo, rientrava nel mio stesso segno zodiacale, i Gemelli, cosa che del resto avevo sperato. Diciotto giorni prima avevo compiuto 53 anni. Mi venne in mente che avrei fatto bene a telefonare anche a Carmen.
Già nei primissimi anni di vita l’identità dell’aspetto di Tino con quello che era stato il mio alla stessa età fu completa. Le molte fotografie che gli facevo, il più delle volte in bianco e nero e in pose simili alle immagini di me bambino, confrontate con queste, sembravano scattate al medesimo soggetto nello stesso giorno. E devo dire che anche in tutti gli anni che sono seguiti, ormai trenta in. tutto, la somiglianza fisica fra Tino e me alle età corrispondenti è stata sempre assoluta.
Devo anche confessare che non so quanto successo io abbia avuto nella battaglia che ho sempre combattuto contro la mia “paternità” verso Tino. Certo, fin dall’inizio, è stato arduo tenere il mio rapporto col bambino in equilibrio fra quello, tradizionale e inevitabile, di padre e figlio, e l’altro, del tutto nuovo e originale, di mia immedesimazione con lui, per cui Tino non era altri che me; cercare di conciliare le irrinunciabili incombenze di genitore (nutrirlo, lavarlo, farlo dormire, impedirgli di farsi male) con il rispetto delle ribellioni che egli aveva verso i miei interventi: sputare la pappa, protestare quando non gli andava di fare il bagno, rifiutarsi di dormire, impuntarsi nel voler fare un gioco pericoloso. Ribellioni verso le quali ogni atteggiamento, fermo o permissivo, severo o tenero che fosse, avrebbe comunque falsato i miei intenti originari, poiché se quel bambino ero io, quelle ribellioni erano le mie.
Devo dire che,questi problemi mi fu più grave immaginarli che non affrontarli volta per volta, perché l’esigenza di praticità fa spesso dimenticare certe elucubrazioni (se Tino stava per infilare un dito in una presa di corrente dovevo impedirglielo, e subito); e anche per aver riflettuto, con l’andar del tempo, che, per certe cose, il bambino, o il ragazzo, non può fare a meno degli adulti. Questo valeva non soltanto per me, padre o “non padre” che fossi, ma anche per altri adulti con cui Tino doveva avere a che fare: la bambinaia, il pediatra, più in là la maestra. Ben altro, mi dissi, sono le tirannie da cui voglio proteggere Tino che non le insistenze, indispensabili del resto, di una governante, o anche mie, sul come mangiare o coprirsi; o anche, col passar degli anni, le angherie, comunque passeggere, di qualche insegnante bisbetico: sono le muraglie che per lui non devono esistere. E andava diventando sempre più chiara ai miei occhi 1’ immagine di un Tino diciottenne o ventenne (raffigurarmelo non mi era difficile, bastando ie mie fotografie di quell’età) che, dopo aver sostato qualche attimo su una delle porte aperte di quelle muraglie, si avviasse coi. suo elastico passo di ragazzo per una pianura sconfinata, facendosi sempre più piccolo, fino a scomparire nella propria libertà.
Già, diciotto o venti anni: forse sarebbe un po’ presto, qualcosa in mano, la capacità di svolgere un lavoro, dovrà pure averla; a meno che non voglia scegliere un mestiere, diciamo che almeno fino a ventitre, ventiquattro anni, forse anche venticinque, dovrà prepararsi, studiare. Sarà libero, assolutamente libero di scegliere il lavoro che vorrà: ma che sia un lavoro; certo se volesse fare il ladro o lo spacciatore di droga dovrei pure intervenire in qualche modo. Dovrò?… Ma sì! Clonazione, identità, rinascita quanto si vuole, sono pur sempre il padre.
Scuola materna, scuola elementare: come tanti altri bambini, nessun problema serio, mi sembrò (e me lo confermarono anche le insegnanti), per il fatto che Tino crescesse senza una madre. Anche qualche suo compagno cresceva senza uno o entrambi i genitori e non era per questo un bambino difficile. Mi raccontavano, proprio le maestre, di alunni che, pur vivendo in famiglie “convenzionali”, presentavano problemi psichici ai quali grazie al cielo Tino era assolutamente estraneo.
A nove anni, volle fare la prima comunione. Era capitato anche a me, niente di strano: i compagni di scuola la fanno, è tutto un clima che si genera, un po’ come a Natale o a Carnevale. Dopo avergli detto (come del resto avevo già detto ai. miei figli, a suo tempo): “se ci credi, se ne sei convinto, fà pure, purché tu abbia presente che, per chi ha fede, è una cosa seria”, lo lasciai libero di seguire questa sua scelta. Continuò anche a frequentare la parrocchia dove, verso i quattordici anni, si unì a un gruppo di ragazzi che si impegnava in iniziative assistenziali. Fu lì che conobbe Adele, sua coetanea..
Si trovarono spesso e per alcuni anni a casa mia, grande e comoda, abitata da me e da Tino soltanto; Adele, dalla famiglia numerosa e dalla casa piccola, vi si veniva volentieri a rifugiare. Studiavano assieme, oppure preparavano qualche relazione, qualche intervento per la loro militanza comune. Pur rimproverandomi, tendevo sovente l’orecchio a quanto avveniva dietro la porta dello studio, che avevano sempre cura di chiudere. E non mi nascondevo il desiderio di cogliere qualche silenzio che mi facesse intuire uno scambio di tenerezze adolescenziali, un compiacersi di reciproche carezze, abbandoni semplici e sinceri che nella mia giovinezza mi erano stati e mi ero inibiti. Ma dietro quella porta. il silenzio, quando c’ era, durava soltanto attimi; quanto bastava, evidentemente, per prendere qualche appunto o per rileggere una frase. Il resto era un continuo parlare, a volte concitato, come per convincere qualcuno di qualcosa, a volte declamatoriø, per l’esposizione di una tesi, a volte allegro della malizia di ragazzi che parlano di una cosa o di una persona buffa. Uscivano sempre da quella stanza con l’espressione semplice e serena con cui vi erano entrati. E non comprendevo se me ne sentissi deluso oppure compiaciuto, pensando che, dopotutto, quella ragazza dalla faccia pulita, dalle mani grassocce e non curate, più votate a sgranare rosari o a pulire verdure che non a prodigare carezze, non si era appropriata di Tino, cioè di me, e le porte della- muraglia restavano ancora spalancate.
Tino fu il figlio che ogni padre si augurerebbe. Un bravo licealista, uno studente serio e impegnato, un ragazzo pieno di interessi che, studiando, viaggiando, comportandosi serenamente con la gente, traduceva le fedi dell’adolescenza in meditati convincimenti da adulto. Si laureò a pieni voti in ingegneria, fu assunto da un’importante impresa di telecomunicazioni e mi informò che avrebbe sposato Adele appena concluso il periodo di istruzione all’estero che l’azienda imponeva a tutti i giovani dipendenti. Vidi con chiarezza il pesante portale della muraglia incominciare a chiudersi lentamente. Non riuscii neppure a dolermene, come avevo temuto in passato pensando a una scelta così convenzionale di Tino. Mi limitavo a rimproverarmi l’irreprimibile compiacimento “paterno” per il fatto che il mio ragazzo (altro che “io”!) sarebbe partito con l’idea di ritornare al più presto, per ritrovarsi con una donna, Adele, che abitava a pochi passi da casa mia e con la presumibile intenzione di non allontanarsi mai dal quartiere in cui tutti avevamo sempre vissuto.
Mi. sconcertava comunque vedere come, nell’imminenza di. trascorrere quasi tre anni. in paesi lontani e diversi (il giro di istruzione comprendeva permanenze in laboratori e cantieri sparsi in quasi tutti i continenti), Tino non manifestasse né entusiasmo né curiosità. Anzi, quasi a voler idealmente accorciare quel periodo, non parlava che di quando sarebbe ritornato, per lavorare stabilmente presso la sede centrale dell’azienda, nella periferia industriale della nostra città.
Durante la. permanenza all’ estero, non cambiò nulla: dalla Scandinavìa, dal Sudamerica, dall’Africa, le lettere di Tino non andavano oltre la descrizione di luoghi. e, superficialmente, di costumi. Una volta, però, dalla California, con una delle sue lettere dal solito umore, mi inviò una. foto scattata su una spiaggia: era un gruppo di ragazzi e ragazze sullo sfondo dei frangenti monumentali dell’oceano. Sorridevano, tutti, come d’obbligo, ma il volto di. Tino mi sembrò diverso. Forse volevo io che mi sembrasse diverso, perché questa foto era diversa da tante altre - gruppi di colleghi, panorami - che avevo ricevuo. Accanto a Tino, in un atteggiamento che non poteva essere di sola cordialità, era una ragazza bruna e sottile, dai tratti asiatici; metà del suo busto era dietro la spalla sinistra di Tino, la guancia appoggiata alla guancia. La mano sinistra avvolgeva con le dita lunghe e fini l’avambraccio del mio ragazzo mentre l’altra, cingendogli lei il busto col braccio, gli premeva il torace nudo, quasi artigliandolo in uno spontaneo e sensuale gesto di possesso.
Fu come se nella mia memoria, ormai ultraottuagenaria, si aprisse uno squarcio e ne scaturissero - inattese quanto vivaci e incredibilmente attuali fantasie lontane di decine e decine di armi. Quella ragazza, che fissava l’obiettivo della macchina fotografica, fissava anche l’osservatore della foto; guardava me, Tino Bauer; e in quel ragazzo, verso il quale non nascondeva il proprio trasporto, abbracciava me, Tino Bauer.
In queste ultime settimane Tino è venuto spesso a cena qui. Adele e i bambini sono al mare e lui, dice, preferisce fare quattro chiacchiere con me piuttosto che mangiare qualcosa da solo, davanti alla televisione o, peggio ancora, peregrinare assieme ad. altri scapoli estivi come lui per una città che vive una. sua. vita notturna dalla quale essi si sono esclusi da tempo. Io so che Tino viene da me anche per il dovere, che si ostina a sentire in queste serate libere, di oontrollare l’andamento della mia salute, dopo che, un paio di mesi fa, è squillato quel “campanello d’allarme” (sono parole del medico): ho perso i sensi per tre-quattro minuti nell’atrio di casa mia.
Niente di grave, a mio giudizio, mi sono ripreso subito. Ma la premura dei vicini non poteva lasciarsi sfuggire un’occasione simile: nel giro di mezz’ora piombarono sul posto medico, figlio e nuora. Pur avendo a disposizione un comodo ascensore, fui costretto a passare un intero pomeriggio su una ostile sedia a sdraio della portineria alla meroè di ondate di pensionati che cercavano di misurare, dal mio malessere, i loro acciacchi, palesemente rasserenati da ogni elemento di differenza.
Comunque il campanello d’allarme c’è stato. Troppa grazia, ho pensato, ad un’età in cui dovrei piuttosto attendermi. la campana a morto. Ma questa riflessione l’ho tenuta per me, ben sapendo che la gente non ama dover improvvisare rassicuranti frasi di circostanza.
Tino arriva verso le sette e mezza del pomeriggio, con un pacco di salubrità fra le braccia: un po’ d’insalata fresca, un paio di etti di formaggio extramagro, spaghetti dietetici; unica concessione ai miei vizi antichi, qualche sporadica bottiglia di Barolo o di Grignolino, avendo il cardiologo riconosciuto con clemenza che privare del vino un vecchio bevitore gli farebbe male come il lasciarlo bere senza misura. Per cui - concede il pietoso clinico - si possono permettere al paziente due dita di vino buono a pasto. E io, nelle insapori cene con Tino, mi attengo scrupolosamente a quella dose. Quelle bottiglie da tre quarti ero abituato, da una vita intera, a scolarmele come aperitivo. Ora, berne mezzo bicchiere o un bicchiere o tutta la striminzita bottiglia durante la cena, per me è comunque un’ astinenza. Tant’è che, a parte quelle rituali due dita consacrate alla dilatazione dei miei vitrei vasi sanguigni, il resto del Barolo o del Grignolino se lo beva Tino, il quale, proprio perché non esperto, lo manda giù come fosse una qualunque bibita, senza accorgersi del sopraggiungere dell’attimo magico - da me atteso - che volge i discorsi alla confidenza.
Credo di aver appreso più cose di Tino negli ultimi giorni di quante ne abbia sapute dalla sua nascita. Questa sera, visto arrivare il momento giusto, ho fatto a Tino qualche domanda, apparentemente distratta, sui suoi viaggi. Piano piano ho portato poi il discorso sulla California, sul Pacifico, sulle spiagge... “A proposito”, ho detto “toglimi una curiosità: chi era quella meravigliosa ragazza bruna, dal volto orientale, che stava abbarbicata a te in quella foto che mi spedisti? Sembrava che tu le andassi abbastanza a genio e ti confesso che ti ho invidia to parecchio”.
“Chi, Allison?… Che matta! Certo, hai ragione anche tu, perché era una scopatrice insaziabile; si inventava le cose più strane, più lambiccate. Se le andavi a genio, e le capitavi a tiro, era capace di sequestrarti per un intero weekend. in un suo chalet vicino alla spiaggia. E quando ne uscivi dovevano raccoglierti col cucchiaino.
“Devo dire che le prime volte mi piaceva, e anch’io so no stato al gioco. Ma poi ho sentito che le cose prendevano una piega morbosa; mi sembrava che, stando con lei, ascoltando i suoi discorsi strani, ad un certo punto perdevo la capacità di distinguere la realtà delle cose e delle persone che mi circondavano, e alle quali ero legato, dal mondo di fantasie che lei era capace di evocare”.
“Cosa vuoi dire con questo ‘evocare’?
“Non so come spiegarti, aveva qualcosa che ti incantava, come se ti ipnotizzasse. Lei stessa diceva di intendersi di magia. Era figlia di un americano e di una donna di Sumatra, ed era vissuta per tutta l’infanzia in non so quale isola dell’arcipelago indonesiano. Lì, diceva, aveva imparato dagli indigeni, e dalla stessa madre, le arti magiche. Io - mi conosci - a queste storie non credo; ma,certo, era capace di cose assai. strane... Senti questa: una volta mi fece spogliare e stendere supino sul letto, con le braccia aperte a croce. Si mise ad accarezzarmi, con gesti sempre uguali, sempre nelle stesse parti del corpo. Poi disse:”Ora sei legato e non puoi più scioglierti”. Ed era proprio così, sentivo che i miei polsi e le mie caviglie erano tenuti fermi, pur non essendo stretti da nessun laccio. E non è che sognassi o che tutto il mio corpo fosse immobilizzato, perché anzi mi divincolavo. E poi lei mi. venne sopra e facemmo l’amore, il che dimostra che io ero tutt’altro che inerte!
“Certe volte si metteva a. raccontare delle storie, un po’ fiaba e un po’ delirio. La sua voce era appena un sussurro e piano piano io mi trovavo in mezzo alle scene e ai personaggi del racconto: foreste, draghi, divinità bizzarre, giardini incantati, amanti appassionati, tiranni sanguinari... Capisci, Li vedevo, li toccavo!..”
“Ma era meravigliosa!”, non ho potuto fare a meno di esclamare.
“Meravigliosa, sì”, ha continuato Tino, “ma mi ha fatto paura. Mi. diceva: “Tu ed io ci stiamo cercando da sempre: non da quando siamo nati ma da quando è nato il mondo; da sempre vagavano nell’aria, nelle nuvole, nel mare, due ‘aliti d’anima’ - li chiamava proprio così - che dovevano avere i nomi di Tino e. Allison e incontrarsi prima o poi. Di questi aliti d’anima ce ne sono, da sempre, tanti. Alcuni si sono già trovati, altri si incontreranno fra cento o mille anni, altri non si incontreranno mai, pur cercandosi, pur se il mondo a volte viene in aiuto creando circostanze e oc casioni”.
“Il concetto non è peregrino”, ho detto, mostrando di voler minimizzare. “E’ un modo fantasioso e orientaleggiante di parlare di anime gemelle”.
Tino ha abboccato alla mia esca e ha ripreso con più lena: “E’ qui che sbagli, come anche io sbagliavo. Non si tratta delle solite anime gemelle che si cercano. Gli innamorati ‘comuni’, diceva Allison, sono un’altra cosa: si incontrano, si amano, fanno dei figli, si danno sostegno l’un 1’altro, si lasciano anche. Gli aliti d’anima, invece, donano alle creature nelle quali sono incarnati, il potere della rivelazione reciproca. E la coppia degli aliti d’anima - diceva lei - apprendea vivere e vive oltre la conoscenza, oltre le emozioni degli altri, al di là della comune gioia e del comune dolore. Insieme, noi vedremo il mondo con occhi che altri non hanno”, diceva ancora.
Tino non lo ascoltavo più; era a me che Allison si rivolgeva. “Il nostro piacere - mi diceva - sarà infinito, perché infinitamente libero: godremo, fino ad esserne consumati, dell’abbandonarci all’attrazione reciproca come del respingerci. Godremo dell’intenderci in ogni sillaba dei nostri discorsi come dell’esserci indifferenti; del sentirci padrone dell’altro quando lo stringiamo fra le braccia come del rimpianto struggente della sua tirannia quando è distratto, fuggiasco.
“E com’è che ora sei qui?”, ho detto, come risvegliandomi.
“E dove volevi che fossi? Non capisco, sembra quasi che ti dispiaccia”. Tino era stupito. “Non pùtevo mica abbandonarmi. a quelle fantasie, anche se affascinanti. Pensa, certe volte mi rimproverava di essere attaccato al dovere, alla responsabilità; di essermi tessuta intorno una tela di ragno della quale, secondo lei, io sarei diventato prigioniero. Ma se quella tela mi piace, se me 1° sono fatta io!…Se sono convinto che um uomo senza quella tela di responsabilità non è degno di chiamarsi tale!...
“Immagina come sarei potuto finire, se le avessi dato retta: in qualche isola sperduta lontano migliaia e migliaia di miglia da voi, per stabilire attraverso l’amore - come diceva lei - un rapporto con l’eternità che ci avrebbe reso dèi sulla terra.
“Ti confesso che stavo per cascarci; mi ero quasi deciso a chiedere all’azienda di essere destinato alla sede del Sud Est Asiatico. Capirai, con la voglia che avevano gli altri di andarci, mi avrebbero accontentato subito. Ma proprio, in quel periodo la guerra civile nella regione si intensificò: due dei nostri ci rimisero la pelle e la sede, dopo poco, fu chiusa. Per me fu come uno scossone provvidenziale, come se una secchiata d’acqua fredda mi risvegliasse dalle allucinazioni dell’oppio. Che sarebbe stato di me, dopo qualche anno, se mi fossi messo a farel’ ‘alito d’anima’, a sognare di vedere il mondo “con altri occhi?” E poi da dove: dal letto di una mezza strega? E il lavoro?... E voi?...
“A raccontartela così, adesso, può sembrare una comune sbandata. Ma ti assicuro, è stata dura. Quelle fantasie, quell’illusione di poter vivere in un clima di sogno, in un mondo di piacere, di trasfigurazioni, di immagini fantastiche mi avevano completamente preso. Fu proprio il pensiero di voi, di quello che tu e Adele vi attendevate da me, delle promesse fatte e che, se non le avessi mantenute, mi avrebbero tormentato per sempre, a darmi la forza di staccarmi da Allison. E ti direi una bugia se affermassi che non ci penso più. Una come lei chi se la dimentica! Grazie al cielo, lo stare qui, la. famiglia, i bambini.la tua cara vecchiaia, sono per me una specie di fortezza che ormai. mi fa sentire al sicuro, in salvo”.
“Altro che fortezza”, ho pensato, “questo è il più massiccio dei muraglioni!”.
“Ricordo ancora”, ha continuato Tino, il mio stato d’animo mentre l’aereo che mi .portava via decollava da Los Angeles: un doloroso, lacerante senso di liberazione, la chiara consapevolezza di voltare le spalle ad una fiaba che sarebbe stato impossibile vivere ma sempre meraviglioso ricordare. Ma anche l’orgoglio di aver saputø prendere una decisione saggia quanto sofferta”.
Tino se n’è andato a casa sua, dopo le solite, sinistre raccomandazioni: ”non fumare, non bere altro vino, domattina prendi il caffè decaffeinato, il telefono non tenerlo sul comodino ma mettitelo accanto sul letto, così lo raggiungi più facilmente...”. Ora mi metto in pigiama; poi, di dietro i volumi dell’enciclopedia, prenderò i sigari e la bottiglia dello scotch. Fumerò e berrò stasera, stanotte,domani, fin quando ne avrò voglia, fin quando....
Di questo Tino Ba.uer, non rigenerato ma. soltanto ripetuto, raddoppiato ce n’è ormai una dose eccessiva in giro. Meglio cominciare a toglierne di mezzo una parte. Avrei anche voglia di pescare sul giornale qualche “manicure provetta” o qualche “massaggiatrice versatile” e di contrattare che venga ogni sera a stremare, col suo mestiere, il mio corpo malato, fino a spegnerlo. Che rivincita! Ma mi accontenterò dei sigari e del whisky: via, uscire così clamorosamente dalla muraglia, alla mia età!...
Come gli sarebbe piaciuto vivere in quella casa. Lucio la vedeva dalle finestre, all’ultimo piano del vecchio palazzo accanto; una terrazza con una veranda su un lato e una stanzetta sull’altro, e una scala a chiocciola che portava su un terrazzino più piccolo, con una stanzetta anche lì. E la stanzetta di sotto aveva una finestra ad arco, con una colonnina sottile di marmo nel mezzo e i vetri opachi e gialli, su cui di sera, con la luce accesa, si vedeva muovere l’ombra di chi era dentro. Doveva essere proprio bello stare in quella casa, cosi piena di angoli dove rincantucciarsi, specialmente quando erano tutti in casa e fuori c’erano vento e pioggia. Se avesse abitato lì, ne era certo, avrebbe avuto il caminetto, e la sera il papà non sarebbe dovuto andare alle sue riunioni e sarebbe stato con lui, assieme alla mamma e a1la zia.
Sulla terrazza, poi, un cannocchiale, di quelli col cavalletto, dove si può guardare tutto il tempo che si vuole, senza la fretta che ti danno i cannocchiali a gettone dei giardini. E la sera il padre gli avrebbe mostrato la luna e le stelle. Di giorno, avrebbe guardato ad una ad una le case fino alla collina, le cupole lucenti dell’osservatorio e tutti quegli oggetti misteriosi per la lontananza che da tempo aveva scorto qua e là. Gli sarebbe anche piaciuto, nei giorni in cui restava a casa per un po’ di febbre, scrutare nelle finestre della scuola, vedere i bambini alle prese con la lavagna o con il dettato, e sentirsi al sicuro e lontano da tutto questo, in casa sua.
Per la maggior parte della giornata quella casa era vuota; sulla terrazza compariva qualche volta, di mattina presto, un uomo con i baffi, abbastanza giovane, magro, in pigiama; e più tardi la portinaia, la stessa del suo palazzo, a battere un tappeto o una coperta. Talvolta era con lei il figlio Andrea, compagno di classe di. Lucio; ma per quante domande gli facesse per sapere come era quella casa, non era mai riuscito a farsi dare una risposta che lo avesse soddisfatto. Eppure, m quella casa doveva esserci qualcosa che la rive lasse diversa dalle altre, e che Andrea non aveva visto o non voleva raccontargli. Nelle vecchie case in cui era stato, accompagnando la zia nelle sue visite ad anziane conoscenti, aveva sempre fatto qualche scoperta che lo aveva attirato e intimorito: una piastra di ferro sotto cui una scala portava nei sotterranei; un focolare di pietra in disuso, pieno del fruscio dei topi; soppalchi e sgabuzzini remoti, in fondo a lunghi corridoi. Sapeva anche, ma non l’aveva mai visto, che in certe cucine c’era perfino un. pozzo.
Lucio, dentro di sè, era contento che casa sua, costruita da poco, fosse priva di queste inquietanti attrazioni che lo avrebbero fatto trasalire ad ogni scricchiolio, ma sentiva anche che, proprio per questo suo essere così semplice, era in un certo senso anche più povera. Per questo gli sarebbe piaciuta una casa diversa, dove un pò di timore gli avrebbe anche procurato il piacere di rifugiarsi in angoli accoglienti e di assaporare in pieno la protezione degli adulti.
“Com’è quella casa?”, chiedeva, “c’è il camino con la cappa? C’è qualche porticina nel muro?”.
“E’ una casa”, rispondeva Andrea, “e io ci vado con la mamma quando va a, fare le pulizie per il dottore”.
Lucio non era mai riuscito a cavargli più di questo, doveva proprio andarla a scoprire lui quella casa; ma non avrebbe mai chiesto ad Andrei di portarlo con sé, e tanto meno alla madre di lui, che già vi conduceva solo eccezionalmente, e malvolentieri, il proprio figlio.
Per quante prove facessero, l’aquilone non riusciva a prendere il volo. Quel giorno c’era anche abbastanza vento ma sul balcone di Lucio arrivava a folate deboli e rade. Quando ne sentiva una, Lucio lasciava andare l’aquilone che però, dopo essersi preso un paio di metri di filo, cadeva a piombo, dondolando dalla ringhiera come fosse stato un cestino e mai una cosa fatta per volare. Era allora sceso in cortile dove, lui davanti col gomitolo e Andrea dietro a sorreggere con le due mani l’aquilone al di sopra della testa, correvano fino a quando Lucio, dando uno strappo allo spago, gridava. ”Lascia!”. Ma il risultato non era migliore del precedente.
“Non ci riuscirete mai a farlo volare fra questi muri”, disse qualcuno affacciandosi dal1’androne. In soprabito e cravatta, in un primo momento Lucio non aveva riconosciuto il signore dal pigiama. ”Altro che la lunghezza del cortile ci vuole per farlo alzare correndo! Potreste venire su da me a provare se va. Ma”, aggiunse guardando l’orologìo”. Solo per dieci minuti, perché poi ho da fare”. “Bello!”, disse Andrei, “sai che volo dal terrazzo! Lì poi non ci sono neppure i fili della luce. Io però non posso venire. La mamma non c’ è e devo guardare il portone”. “Allora vieni tu”, disse l’uomo rivolto a Lucio. “L’aquilone è suo”, commentò Andrea mostrando indifferenza e tornò verso la guardiola.
Avrebbe voluto non essere sceso mai in cortile con quell’aquilone. Tenendolo davanti a sè, quasi come uno scudo, sperava che qualcuno lo chiamasse, o che passasse suo padre, o che accadesse qualunque cosa che potesse sottrarlo al dover decidere se accettare quell’invito che, mentre lo tentava (finalmente, poter vedere quella casa) sconvo1geva la sua timidezza. E poi non avrebbe dovuto mai dirlo ai suoi che gli avevano sempre raccomandato di non andare con persone che non fossero degli amici di famiglia.
Non seppe però rispondere niente. Si sentì prendere per mano e tutta l’ansia scomparve. Era una mano calda e asciutta, sicura, che avvolgeva la sua facendogli sentire che quella persona gli voleva bene. Fu conquistato da questa sensazione così nuova per lui, abituato alle mani familiari della mamma e della zia e alla soggezione che gli metteva il palmo ruvido del padre quelle poche volte che, di domenica, lo conduceva con sè. Arrivò ansimando al quinto piano, per non aver voluto mostrare di avere il passo più lento del suo accompagnatore; tanto che questi, appena furono entratì in casa, gli disse: “Siediti un momento, riprendi un po’ di fiato mentre io apro le persiane”.
Si sorprese di essere, ora che c’era dentro, molto meno incuriosito di prima verso quella casa; la quale del resto - lo capì subito - era fatta solo di quella stanza. Seduto in punta, sulla sponda di un sommier ancora disfatto, notò che di porticine, ammezzati, caminetti, non ce n’erano. Riconobbe, con un certo disappunto, la finestra con la colonnina: era quella di una piccola cucina, ricavata nella stanzetta laterale che da casa sua aveva guardato tante volte. Attraverso la porta aperta notò che ci stavano appena un frigorifero e un armadietto basso su cui era poggiato un fornello a gas. Nella camera, solo un tavolo con delle sedie da chiesa coperte di abiti appoggiati alla rinfusa, un guardaroba di plastica chiuso con la lampo, uno scaffaletto con dei libri e una chitarra appesa al muro.
“Ti piace la mia casa?”, gli chiese l’ospite. “Di sicuro la tua sarà molto più grande e ci saranno tante cose. Ma io qui ci sto bene: sono solo e devo solo dormirci, mangiare e stare seduto a studiare. Ma, piuttosto,” continuò, “vediamo un po’ di far volare questo aquilone. Certo però che con uno spago così aggrovigliato non potrai giocarci mai; ai miei tempi usavano un bastoncino per avvolgerlo. Ecco, usiamo questa matita: dàgli un giro di qua e uno di là, come un otto... E adesso vediamo se l’aquilone è bilanciato. Vedi che se lo tieni sospeso pende da un lato? Bisogna metterci un pò di peso da questa parte”. Incollò con un po’ di scotch, sul lato più leggero, un pezzetto di carta piegato più volte, fin quando l’aquilone, tenuto per lo spago, fu in posizione orizzontale. Poi controllò l’angolo che lo spago faceva a sua volta con l’asse longitudinale dell’aquilone e ne spostò di un poco l’attaccatura. Ne aveva dovuti far volare, lui! “Adesso dovrebbe andare bene, vieni, proviamolo”.
Sulla terrazza Lucio ebbe la sua seconda delusione: nella veranda, dove aveva immaginato un rifugio da cui guardare la pioggia ascoltandone il rumore sulla tettoia, c’erano soltanto pochi vasi di terracotta vuoti accatastati e una bicicletta arruginta. Questo disappunto fu però cancellato dalla sorpresa che gli provocò guardare al di là del parapetto. Più che dalle cose mai viste prima - i tetti, la collina, una striscia di mare in lontananza - fu conquistato dall’aspetto mai immaginato che assumevano, visti di lassù, i luoghi per lui consueti: faticò perfino a ritrovare il balcone di casa sua; e una volta riconosciutolo, gli parve lontanissimo, quasi un mondo dimenticato nel quale desiderava vagamente di tornare a rifugiarsi e che ora sentiva di dover riscoprire.
L’uomo scioglieva lentamente il gomitolo man mano che l’aquilone, spinto dal vento che soffiava alle loro spalle, si allontanava dalla terrazza; ogni tanto, ad uno strappo leggero ed esperto dello spago, si impennava per risalire verso il cielo, con un rumore di carta sempre più smorzato. “Adesso tienilo tu; hai capito come si fa, vero?”, disse porgendogli la matita su cui erano restate soltanto poche spire dì filo. “Ma non parli proprio mai!”, aggiunse. “A proposito, non so neppure come ti chiami. Come ti chiami?”.
“ Lucio”.
“Bene, io mi chiamo Pino. E ora ho da fare in casa. Continua tu con l’aquilone, Lucio, tanto non c’è che da tenerlo in aria. Attento a non sporgerti”.
Restato solo sulla terrazza cominciò a non provare più tanto gusto a quel gioco. C’era in lui un disagio a stare lì mentre quell’uomo che lo intimidiva e incuriosiva era in casa. Sentiva che stava cuocendo qualcosa, uova gli sembrò dall’odore.
Riaggomitolò il filo, raccolse l’aquilone e si affacciò alla porta della cucina: “Signore,... devo andare via”.
“Hai già finito?…. Macché signore, ti ho detto che mi chiamo Pino. Ho capito, per diventare amici dobbiamo mangiare qualcosa insieme. Ti piacciono le uova strapazzate?”. “Sì, molto”, rispose Lucio, nel quale la timidezza si stava sciogliendo, entusiasmato al pensiero di quella novità”. “Così mi piaci”, disse Pino, “siediti e mangia”, e gli porse due fette di pane con un pò di uova in mezzo.
Lucio mangiava con gusto, raccattendo anche coscienziosamente le briciole che gli cadevano sui pantaloni.
“Sei proprio bravo; ma dì un po’, sei così bravo anche a casa?”.
“No, perché non voglio mangiare”.
“Allora è la mia cucina che ti ci vuole! Vuoi prendermi come cuoco a casa tua?”. Lucio rise con la bocca piena di pane.
“E poi dimmi, che classe fai?”.
“La quarta, e quest’anno sarò promosso”
“Certo, lo dicevo io che sei bravo”.
“Sì, però sono disubbidiente”.
“Chi te lo ha detto?”.
“La mamma e la zia”.
“Che cosa vuol dire che sei disubbidiente?”.
“Che sono disubbidiente, ecco, che invece bisogna ubbidire grandi”.
“Perché, hanno sempre ragione, i grandi?”.
“Sì”.
“Sicuro?”.
“Sì”.
“Allora, io che sono grande ti dico di buttarti giù dal terrazzo. Tu ti butti?”
“No”.
“E non hai detto che bisogna sempre ubbidire ai grandi? E i grandi, allora, non hanno più ragione?”. Lucio lo guardava serio, senza rispondere, masticando lentamente.
“Io non ti dico che tu non debba ascoltare la mamma,il papà e quella tua zia”, Continuò Pino.” Ti dico solo che devi essere convinto di quello che loro ti dicono di fare. E per essere tu convinto, sono i grandi che ti devono spiegare... Per esempio, per farti buttare dal terrazzo io dovrei mostrarti che la casa brucia e che sotto ci sono i pompieri col telone”.
Lucio guardò con un certo sospetto verso il gas che era acceso sotto la caffettiera.
“Capito? Ubbidire non vuoi dire nulla; non si deve neppure usare questa parola. Un uomo libero non ubbidisce: un uomo libero accetta un suggerimento, un invito. Erano i fascisti che parlavano sempre di ubbidire”, concluse Pino, preso dalla foga.
“Io sono antifascista”, intervenne con vivacità Lucio”, e anche papà. Il mio papà è un compagno”.
“Bravi! Anch’io sono un compagno. Ma papà allora queste cose te le ha già dette…”.
Lucio non rispose. “Beh, fa niente, te le dirà. Senti Lucio, ora mi spiace ma dovresti andare a casa. Sai, devo studiare, devo fare i compiti: pure io vado a scuola, cosa credi, anche se ho i baffi”.
“Così grande? E che scuola fai?”
“Faccio l’università, per diventare avvocato: la mattina lavoro e il pomeriggio studio. E proprio domani ho un esame con professore terribile. Per questo ora devo lasciarti. Ma se torni nei prossimi giorni potremo stare un po’ più insieme. Magari faremo volare ancora l’aquilone. E se non ci sarà vento, faremo qualche altro gioco. Se vuoi, posso anche aiutarti a fare i compiti. Allora ciao”. “Ciao”.
“Ma siamo intesi, eh? Ti aspetto”.
Nei giorni che seguirono non ci tornò. A casa non aveva detto nulla della sua visita alla terrazza del palazzo accanto per non sentirsi rimproverare di questa sua ennesima disubbidienza, di essere stato nella casa di uno sconosciuto. E non aveva potuto tornarci neppure di nascosto, perché il tempo era stato brutto, non offrendogli il pretesto di andare a giocare in cortile. Ora però che le giornate si erano rimesse al bello continuava a rimandare la decisione di salire quelle scale. “Vado lì e che cosa gli dico?”, pensava. “Sono venuto a giocare. E se lui ha da fare? E se ha dimenticato di avermi detto di tornare?”
Passava molto tempo sul balcone guardando verso quella casa, ma le persiane restavano sempre chiuse. Un pomeriggio, finalmente, scorse Pino sul terrazzo. Lucio si diede a far scorrere il manico di una paletta sui ferri del balcone guardando con la coda dell’occhio fin quando si rese conto di essere stato notato. Allora si volse e appena l’altro gli fece un gesto di saluto cominciò a sbracciarsi per rispondergli.
“C’è vento?”, gridò. Pino con un’espressione buffa si mise un dito in bocca; poi lo tenne ritto in aria e fece cenno: “così così”. Poi, capita molto bene la tacita richiesta di Lucio, con la mano gli disse di andare da lui.
“Vado da Andrea”, mormorò Lucio con gli occhi bassi, passando davanti alla zia con l’aquilone in mano.
Anche quel giorno l’aquilone volò poco. Il vento era fiacco e malgrado la perizia e gli sforzi di Pino non riuscì a levarsi in aria di qualche metro senza tornare a penzolare, dopo pochi attimi, dal parapetto della terrazza.
“Siamo proprio sfortunati. Vuoi vedere un libro con le figure?”.
“Ce l’hai il cannocchiale?”
“Il cannocchiale… No, non ce l’ho. Ma perché?”.
“Per vedere lontano, tutt’intorno”.
“Hai ragione, è bello da quassù. Il cannocchiale qui non ce l’ho, però. Ma aspetta.... A casa di mia mamma, al paese, c’è un binocolo, piccolino, di quelli per il teatro: però ci si vede bene. Devo giusto andarci per qualche giorno. Al ritorno te lo porto”.
“Vai via?” chiese Lucio, non riuscendo a dissimulare il disappunto.
“Sì, ma solo per una settimana, per vedere la mia mamma. Sai, a quell’esame sono andato bene e ora me ne vado un po’ in vacanza. Là c’è il mare e andrò a pescare... Anzi! Ecco cosa posso farti fare: aiutami a preparare le lenze; le ho comprate proprio oggi”.
Si sedettero l’uno accanto all’altro al tavolo della cucina e Pinp cominciò a tirar fuori da un pacchetto alcune bobine di filo di nailon, pezzetti di sughero, scatolette misteriose.
“Afferra questa”, disse Pino lanciandone una in aria perché l’altro la prendesse al volo, divertendosi al suo stupore nei sentirla così pesante. “Ci sono dentro i piombi”. Lucio gli si accostò ancora di più, guardando in silenzio, con le labbra socchiuse, le mani dell’amico che armeggiavano leggere con quegli arnesi strani e piccolissimi. Abituato alle mani tozze e brune di suo padre, scopriva ora delle mani nuove, bianche e magre, con le unghie appena spo genti dal polpastrello, come mai aveva pensato che un uomo potesse avere. E anche l’odore di lui che ora sentiva, con la guancia quasi appoggiata al suo braccio, quell’odore un po’ di sapone e un po’ d’erba, gli provocava un segreto compiacimento che quell’uomo fosse suo amico e che gli stesse dedicando la sua attenzione.
“Se mi stai così addosso non riesco più a lavorare”, disse Pino, allontanando leggermente col mento la testa di Lucio. Piuttosto, fà qualcosa anche tu. Avvolgi intorno al sughero il filo di questo rocchetto... Non così, legalo prima, il capo. Ché sennò, se mi scappa in mare la lenza intera, ti mando tanti di quegli accidenti da farti inciampare in quello stesso momento, anche se sarai lontano mille chilometri!”. Lucio sorrise, sebbene la prospettiva di quella maledizione, così infallibile, non lo divertisse molto. Si diede da fare col suo filo. “Peschi dagli scogli?”, domandò. “No, con queste lenze qui, si pesca dalla barca. Si esce in mare la mattina presto o al tramonto, si butta il volantino, così si chiama, fino a fargli toccare il fondo, lo si ritira su di un metro e si aspetta”.
“Che cosa?”.
“Che il pesce abbocchi, no?”
“E poi?”.
“E poi, quando ha abboccato, si sente tirare il filo. Allora si dà prima uno strattone e poi si tira. il pesce a bordo”.
“E poi?”
“Ma non sai come si pesca? Si toglie l’amo dalla bocca del pesce, si mette il pesce in un cesto e si butta di nuovo l’amo in mare, con l’esca; e si aspetta che ne abbocchi un altro”.
“E se non viene?”
“E se non viene, pazienza. Anzi forse è meglio, perché ogni volta che si. prende un pesce - ci si sente un po’ cattivi; si pensa: ma che ragione avevo io di far morire questa povera bestia? Come se avessi bisogno di pescare proprio lui per mangiare”. In fondo il bello di andare a pesca è starsene in barca e parlare col mare”.
“Perchè, tu. parli col mare? In italiano?”.
“Certo. Ma anche se gli parlassi in inglese, o in turco, lui mi capirebbe lo stesso. Il mare capisce tutti gli uomini del mondo perché è amico di tutto il mondo. Lui ti dice: non preoccuparti se hai delle sofferenze, delle angosce: queste cose passano, passi anche tu, io invece resto, sempre uguale, sempre immenso. E il pensiero che ci sia una cosa così grande, così bella, così eterna, mi fa. sentire felice anche se io, come uomo, ho dei dispiaceri… Povero Lucio, non puoi capirmi ancora. Comunque il mare è un amico, ricorda questo. Pensa un po’: hai. mai visto una strada tanto grande, che porti in tutto il mondo, come il mare? Il mare dice a noi uomini: “Con me, potete incontrarvi, andare l’uno nel paese dell’altro, conoscervi ed essere tutti amici. Se poi noi uomini, invece di fare amicizia, litighiamo, ci facciamo la guerra, è perché siamo noi cattivi. Il mare, poverino, voleva aiutarci”. Com’è buono il mare”, disse Lucio che, incantatosi ad ascoltare, aveva completamente dimenticato la lenza.
“Bravo, mi hai proprio capito. Il mare è buono. Sono gli stupidi che dicono che è cattivo, che fa naufragare le navi, come se il mare lo facesse apposta. Il mare è un gigante, e quando è agitato non. Può farci niente se distrugge le cose che trova. Uno può essere la persona più buona di questo mondo, diciamo San Francesco, che voleva tanto bene agli animali. Eppure, anche lui, chissà quante formiche avrà schiacciato senza volerlo, camminando”.
“Mi dici come parli col mare?”, chiese Lucio, che già immaginava l’amico affacciato al bordo della barca, nello stesso atteggiamento della zia quando chiacchierava dalla finestra con la vicina del piano di sotto.
“Non è che ci parli proprio come con te, botta e risposta. Quando sono vicino al mare ascolto il rumore delle onde, guardo volare i gabbiani, qualche volta vedo anche i delfini da lontano. E allora penso tante cose, ricordo delle storie. Insomma il mare mi La compagnia”.
“Me la racconti una storia?”, chiese Lucio, fingendo a se stesso, prima che all’altro, di non aver sentito che qualcuno da casa lo aveva chi mato. Il richiamo però giunse in quel momento per la seconda volta, e fu chiarissimo. Sia avviò rassegnato verso la porta. “Vuoi che te lo saluti il mare?”, chiese Pjno.
“Sì”.
“Allora dammi un bacio, che io glielo porto”.
Lucio gli gettò le braccia al collo e gli piacque sentire la stretta di quelle di lui.
“Ora metto un segno nella valigia per ricordarmi di portarti il binocolo”, gli gridò Pino, mentre era per le scale. L’aquilone rimase sul terrazzo e Lucio, senza che gli avessero chiesto nulla, disse a casa di averlo lasciato nella portineria.
Aveva fatto il conto che sarebbe dovuta passare una domenica, poi una settimana di scuola e ancora un’altra domenica. poi sarebbe tornato lui. Soprattutto nei primi giorni lo ebbe con assiduità nella mente, immaginando che lui potes se vederlo, col suo sguardo che sembrava sorridere, nei diversi momenti della giornata, mentre disegnava coi pastelli, o smontava una vecchia sveglia, o andava a letto, o era seduto nel banco di scuola. Altre volte era lui che pensava di vedere l’amico nel corso della sua breve vacanza. Lo immaginava seduto a tavola, in una casa dalle pareti di calce tappezzate di reti per la pesca, in compagnia della madre, che vedeva molto vecchia e tutta vestita di nero. Ma più frequente di tutte le altre gli tornava l’immagine di Pino affacciato dalla barca a chiacchierare col mare.
“Tu hai mai parlato col mare?”, chiese una di quelle sere, a cena, a suo padre.
“Sì, per telefono. Eh, magari, sarebbe bello. Così d’estate potremmo chiamarlo; senta. signor mare, lei domani pensa di essere calmo? Sì? Allora veniamo a fare il bagno... Ma come ti vengono certe idee!”. “Schiocchino!”, aggiunse la mamma.
Lucio non toccò oltre l’argomento. Finì di mangiare in fretta, poi uscì sul balcone e, calato uno spago dall’inferriata, immaginò di pescare.
Quando guardò col binocolo le cose che da tempo lo avevano attirato, fu ancora una volta deluso: erano soltanto case, e non avevano, così ravvicinate, più nulla dell’affascinante stranezza dovuta alla distanza. Quello che da lontano gli era sembrato un immobile volto umano atteggiato al pianto si rivelò un muro con pezzi di intonaco mancanti e qualche ciuffo d’erba - le sopracciglia - che cresceva nelle crepe del tufo. E la sagoma di automobile che aveva sempre creduto di scorgere sulla cima di un palazzo era nient’altro che un accavallarsi di tetti.
Lucio andava ormai ajtrovare l’amico quasi tutti i pomeriggi, tanto che lo stesso Pino credette opportuno, un giorno che la incontrò,
la incontrò, informarne la zia: con la necessaria diplomazia, per impedire sgridate a Lucio. Commise anche l’imprudenza di dirle che avrebbe volentieri aiutato Lucio a fare i compiti. Questa proposta, a differenza del nipote, la zia non la lasciò cadere: “E’ proprio un’ opera buona da parte sua; quel bambino non ha nessuno che gli stia dietro per lo studio. La madre lavora, il padre non c’è mai, io devo badare alla casa...,.E poi non sono all’altezza”.
Fu così che Lucio cominciò a portarsi dietro, nelle sue visite all’amico, la cartella della scuola. Nei primi tempi cercò sempre, con un pretesto o con un altro, di ritardare il più possibile il momento di aprirla. In seguito, però, si accorse che i compiti davano a Pino lo spunto per nuovi discorsi, per storie a volte divertenti, a volte meravigliose, in cui spesso personaggi già conosciuti rivelavano un volto diverso, un carattere addirittura contrario a quelli con i quali gli erano stati presentati. Ad esempio, non aveva mai sentito da nessuno che Zorro poteva alla lunga fare del male anziché del bene agli oppressi che difendeva, i quali, alla conclusione di ogni episodio esaltante, oppressi restavano. Gli era piaciuto. Ma ancor più gli era piaciuta l’idea di Zorro, ritiratosi a fare il sarto o i’orologiaio il giorno che tutti i poveri contadini avevano capito che solo facendosi Zorro ognuno di loro e tutti insieme, avrebbero potuto liberarsi dei tiranni. E che tutti noi, anche oggi, dobbiamo sentirci Zorro, perché c’è anche fra noi chi vuol diventare ricco col lavoro degli altri e vuole togliere a questi anche la libertà di parlare e di protestare.
Certo, scoprirsi anche lui, Lucio, un piccolo Zorro vero e non solo col costume di Carnevale, era meraviglioso. Ma questa umanità fatta di tanti Zorri (che Pino aveva chiamato classe, che era però una cosa diversa da quella che c’è a scuola), questa umanità lui non riusciva ad immaginarla se non come una folla di tanti omini, tutti col mantello e il cappello nero, la spada e la mascherina.
Fu comunque per un caso che quel giorno salì da Pino. Di solito il sabato pomeriggio questi usciva; e anche lui andava con la mamma a fare compere. Ma in quel giugno piovoso l’influenza teneva in casa un po’ tutti. E anche pino, lo sapeva, se l’era presa. Si stupì di non vedere aprire, come sempre, la porta subito dopo la sua scampanellata, né di sentire, come qualche altra volta, la voce dell’amico che diceva: ”E’ aperto!”. Udì invece un tramestìo e, dopo ancora un po’: “Vengo, un momento!”.
“Stai male Pino? Hai la febbre alta?”.
Non lo aveva mai visto così stravolto, tutto scarruffato, con la camicia fuori dai pantaloni, sbottonata sul davanti, la cintura slacciata.
“No, sto benissimo, solo che oggi... sai... ho molto da fare.... stavo dormendo, ma poi devo studiare... torna domani, eh?”, e mentre farfugliava queste frasi, teneva la porta semichiusa e non lo lasciava entrare.
“Ma no, che dici, povera creatura, fallo restare, giochiamo tutti insieme”. La voce di donna che dal di dentro aveva parlato, concludendo con una risata rumorosa, era roca, come di chi fuma troppo. E quella che vide uscire dal bagno, dopo che Pino, sorpreso anche lui, aveva smesso di tenere ferma la porta, stringeva appunto una sigaretta fra le dita. Era bruna, bassa, col sedere sporgente, in un abito bianco strettissimo che le lasciava scoperte le spalle piene e abbronzate. Dagli zoccoli di sughero, altissimi, sporgevano gli alluci dalle unghie rosse e forti, che sembravano puntarlo come due rostri.
“Che bel bimbo, vieni qua, come ti chiami? Hai fatto bene a venire, sai...”.
“Lucio”, disse Pino, con la voce che finalmente era tornata la sua, è bene che tu torni a casa. Vedi, questa signorina è una mia collega e dobbiamo studiare, abbiamo un esame da fare”. “Un esame importantissimo”, aggiunse lei, e rise in quel suo modo chiassoso che Lucio sentì come una derisione crudele rivolta a lui, per un motivo che non riusciva a comprendere. Scese le scale di corsa, attraversò il cortile e salì verso ca sa. Ma prima di bussare si fermò sul ballatoio finire di piangere.
Decise che da Pino non ci sarebbe andato più. Quella donna poteva esserci ancora; chissà, magari se l’era sposata. Forse gli avrebbe aperto lei la porta e l’avrebbe preso in giro di nuovo. E Pino non avrebbe fatto nulla per difenderlo, come non aveva fatto nulla quel sabato pomeriggio. Forse era vittima di un sortilegio con cui quella donna, una strega, gli aveva tolto ogni volontà. E poi con che scusa ci sarebbe andato ora che, chiusa la scuola, compiti non ne aveva più da fare? L’aquilone? Si era rotto, e poi l’avevano visto che nemmeno da quella terrazza riusciva a volare. Così lei gli avrebbe aperto e lui: “C’è Pino?”, e quando lei gli avesse cbiesto: “Perché lo vuioi?” non avrebbe saputo che cosa rispondere. E lei allora si sarebbe messa a ridere di nuovo, con la sigaretta fra le di-. ta, e lo avrebbe mandato via, chissà con quali modi. Nelle lunghe ore che trascorreva sul balcone o dentro casa leggiucchiando qualche fumetto, prima di addormentarsi la sera o al risveglio, si immaginava sempre nella stanza dell’amico, seduto al suo tavolo a mangiare quel primo uovo strapazzato. Pensava anche che il campanello di casa sua squillasse e che comparisse Pino a supplicarlo di andare da lui, assicurandogli che quella donna l’aveva cacciata via. Al mattino lo vedeva qualche volta comparire ancora sul terrazzino, ma ora lui stava attento a non farsi scorgere, nascondendosi dentro casa.
Nel mese di luglio, come tutti gli anni, assieme alla zia fu ospite degli altri zii che vivevano nel villaggio di origine del padre. Arrivando dall’autostrada quel paese lo intristiva con le sue mura grigie e antiche sul cocuzzolo della collina. Ci era sempre andato d’estate, e quell’ammasso cupo di pietre, avvinghiato come un rapace sulle falde ridenti, gli appariva come una memoria dell’inverno, qualcosa che rifiutava il mutare delle stagioni e che viveva solo di Natale in Natale, quando certamente assumeva la dolcezza di un presepe fatto di case e di stalle vere. Doveva essere bello andare nelle case della gente e vederla raccolta intorno ai bracieri, che lui invece, nei mesi del caldo, conosceva solo come dei distratti portavasi per le piante di basilico.
Nei meriggi, fatti di luce abbagliante e di nitidi profili d’ombra, nel silenzio sonnolento rotto solo dal chiocciare delle galline, indugiava spesso in questa penombra di figure invernali da lui vissute perfino fuori dalla realtà del tempo. Niente elettricità o televisione: serate illuminate da lanterne, che la gente trascorreva narrandosi fiabe e mangiando castagne. E Pino era là, non poteva non esserci, e raccontava la storia più bella, più richiesta da tutti, tenendo lui sulle ginocchia.
Una domenica mattina, alla fine del mese, vennero a prenderlo i genitori, con la roulotte, e lo portarono al mare. La zia sarebbe tornata in città con la corriera, per fare, diceva lei, la sua vera vacanza. Lucio pensò che, a casa, avrebbe prima o poi certamente incontrato Pino e sentì che avrebbe voluto essere lei.
Nei mesi di scuola aveva comunque molto atteso questa vacanza in roulotte, la prima per lui. Lo seduceva soprattutto l’idea di quella casa sulle ruote che attraversava senza mai fermarsi monti e campagne, mentre dentro la gente ci abitava. La vita di tutti i giorni doveva certamente essere più bella nella roulotte, e pensava che perfino farci i compiti sarebbe stato accettabile. Fu quindi parecchio deluso quando gli dissero che durante il viaggio era vietato stare dentro, e che quindi non poteva fare quello che aveva particolarmente desiderato: guardare il paesaggio scorrergli davanti, standosene a letto.
In campeggio i genitori si ritrovarono con degli amici della città con i quali. già la prima sera suo padre si infervorò in una discussione fino a tarda ora, mentre le falene si assembravano a stormi intorno alla lampada a gas poggiata sul tavolino pieghevole; parole che ricorrevano - sindacato, partito, livelli, professionalità - gli giunsero familiari per averle sentite pronunciare già tante altre volte dal padre. Sentì come un’aria di casa e gli parve che il balcone, il cortile, la terrazza di Pino non fossero poi tanto lontani. L’indomani mattina il padre venne a svegliano nella brandina: “Alzati, che giochiamo al pallone”. Era avvenuto anche nelle le estati precedenti, e per lui ogni volta era come un esame, col timore di rivelarsi sempre lo stesso: un portiere distratto, un calciatore a cui la palla era ostile, sfuggendogli ad ogni tiro.
Avveniva all’inizio di ogni vacanza: l’area della porta segnata sulla rena col manico dell’ombrellone; il pallone messo lì, davanti a lui, su un mucchietto di sabbia, come un arma in postazione, il padre che prendeva la rincorsa per calciare, una sorta di esecuzione contro di lui, che stava lì ad aspettare il colpo. E poi il padre che scrollava la testa, che gli rimproverava la lentezza, che risistemava il pallone sul mucchietto di sabbia, dicendogli che questa volta voleva vedere un bel tuffo.
Guardò il padre eccitarsi intorno al pallone, saltellargli prima davanti e poi da dietro, farlo rotolare, quasi accarezzandolo con la pianta e col dorso del piede nudo, fermarlo con la punta dell’alluce, lasciarlo scorrere lungo la caviglia. Le gambe di lui erano brune, robuste, i muscoli delle cosce avevano dei guizzi che si spegnevano sotto la fascia dello slip da bagno, riempito dalla prominenza del sesso costretto. Il petto ansante, non ancora abbronzato, mostrava l’accogliersi dei peli neri e lucidi nel cui intrico la catenina d’oro restava prigioniera. Sotto le sopracciglia spesse le palpebre erano abbassate, il volto assorto nel gioco, finché uno sgu.ardo rapido, rivolto a lui, annunciò l’arrivo del temuto tiro a sorpresa. Si gettò a terra, supino, nel momento in cui capì che la palla stava arrivando, e sentì il ronzio della gomma sulla sabbia sfiorargli le orecchie. Nel cielo si era fissata qualche nuvola trasparente; si accorse del rumore dei frangenti, delle voci della gente che affollava la spiaggia, della can.zone diffusa dall’altoparlante del bar. Il pallone sparato dal padre era finito lontano, forse si era dissolto. “Ma lo fai apposta!”, udì gridare. “Continua a giocare a nascondino, solo questo va bene per te”.
Le giornatele trascorse- di preferenza all’ombra, a ridosso delle sdraio dei genitori, leggendo qualche giornalino o trastullandosi con la sabbia. Di tanto in tanto, con maschera e retino, cercava nel mare basso qualche tracinella o paguro che teneva poi per un po’ nel secchiello. Scrutando il fondo, mentre galleggiava immobile, pensava a un. mare di barche di variopinte, a pesche cospicue, a case bianche di - - - calce con piccole vecchiette nere in attesa di pescatori veri che tornavano carichi di pesci da una navigazione avventurosa su quella strada infinita che è il mare. Una cosa che lo divertiva era la preparazione dei pasti sul fornello da campo, o sulla brace, della cui sorveglian.za era anzi ufficialmente investito; tanto che già a metà mattinata iniziava ad insistere perché si andasse a predisporre il necessario. Gli rispondevano, annoiati, di aspettare: il padre bocconi sul l’asciugamano, la madre accanto, con la mano appoggiata talvolta sulla spalla del marito per una carezza alla quale Lucio si sentiva estraneo. Passata la cena, le voci degli adulti che chiamavano i ragazzi perché andassero a dormire gli giungevano rasserenanti, a liberarlo da giochi cui gli altri avevano voluto che partecipasse. La madre lo attendeva sullo scalino della roulotte; lui le guardava i piedi magri, infilati negli zoccoletti dal tacco appuntito, scacciando il pensiero di una loro somiglianza con altri zoccoli che gli erano restati odiosi, rifugiandosi nel ricordo del sommesso ciabattare domestico della zia, nelle sue eterne pantofole di feltro.
Da quando, nei primi giorni di settembre, era tornato a casa, le persiane di Pino, sulla terrazza, erano rimaste sempre chiuse. “E’ ancora al paese”, gli aveva detto Andrea, informato come sempre. E aveva aggiunto: “Chissà se pure tornerà: la padrona rivuole la casa perché sua figlia deve sposarsi”. Lucio aveva sentito le lacrime salirgli negli occhi ed era corso via. E da quel momento aveva evitato di scrutare dal balcone se quelle persiane si fossero riaperte.
La scuola aveva ripreso pigramente, in un autunno ancora pieno di caldo e di sole. La zia non lo accompagnava più, né andava a riprenderlo: era grande ormai e doveva abituarsi ad andare da solo. E poi, l’anno dopo, per andare alle medie, avrebbe dovuto prendere pure l’autobus. Anche se turbata da un iniziale smarrimento, questa emancipazione non gli era stata sgradita, soprattutto per la libertà, che gli consentiva di fermarsi a curiosare dove voleva, senza essere tirato da strattoni frettolosi. Nei programmi della famiglia era che lui stesse sempre con Andrea, già abituato a girare da solo da qualche anno. Ma proprio questa maggiore spigliatezza dell’amico si rivelò per Lucio una fonte di pericolo anziché di sicurezza. Nel tempo Andrea aveva maturato fra i ragazzi del quartiere complicità e rancori nei quali ora Lucio ai trovava coinvolto. Capitava così che a volte si era obbligati a concedere la rivincita di una. partita a figurine, a volte era prudente allungare la strada per non imbattersi in poco rassicuranti attese altrui, altre volte ancora era inevitabile affrontare di petto la situazione.
Se li videro comparire davanti in quattro. Prima o poi doveva accadere; era da tempo che quelli avevano promesso di presentare un certo conto rimasto in sospeso. La strada, alle spalle del palazzo, quando nel vicino campo di bocce non si giocava, era quasi sempre deserta. Andrea, resosi conto prontamente del pericolo, sferrò un calcio nelle gambe del ragazzo che più gli stava vicino e, mentre questi si piegava per il dolore, fuggì velocissimo scomparendo dietro l’angolo della strada. Lucio incominciò ad arretrare, mentre roteava la cartella, tentando di raggiungere con le spalle il muro, nella ricerca di un’illusoria protezione, per poi ritrovarvisi invece prigioniero e indifeso. Si sentì colpirre dappertutto, alla pancia, ai fianchi, alla fronte. Il dolore gli montava alla gola con la rabbia e la paura, le braccia, tenute ferme da cento mani, non riuscivano a parargli il viso dalle botte. “Gli abbiamo rotto il naso!”, gridò uno. Le percosse finirono e attraverso la nebbia delle lacrime li vide allontanarsi di corsa. Tamponandosi le narici con il golf arrotolato si avviò, senza piangere, verso casa. Varcato il portone, cominciò a salire le scale che portavano da Pino.
Scoppiò in singhiozzi quando gli aprì la porta. “Dio mio, sei caduto? Macché caduto, questi sono cazzotti! Ma vieni dentro, fa vedere… Sì, con un po’ di ghiaccio possiamo rimediare. Hai fatto bene a venire da me, sennò a casa sai che spavento a vederti comparire così!”.
Lucio sentiva l’angoscia sciogliersi piano piano: tirò un respiro profondo, ancora tremulo per i singhiozzi recentii
“E’ vero che vai via di qua?” domandò.
“Perché dovrei? Ti sono antipatico? Direi di sì, visto che dopo tanti mesi, ti fai vivo solo per farti curare le ammaccature”.
“No,.. come ,... la padrona di casa non ti aveva?..”.
“Sai tutto eh, anche se te ne stai nascosto. Con la padrona di casa mi sono messo d’accordo, resto qui. Ma piuttosto, mi vuoi dire ora che cosa è successo, com’è che ti hanno ridotto così?”.
Lucio si era sentito diventare leggero per la felicità: “Sono stati dei ragazzi del palazzo accanto, hanno litigato con Andrea, e con me che sono suo amico. Poi Andrea è scappato... Ma adesso li aspetteremo, coi bastoni, e li ucciderò”.
“Bravo, e così ci diamo alle vendette. E se poi non riesci a ucciderli? Saranno loro che vorranno fare la pelle a voi; e poi voi a loro, e così via. Che gusto c’è? E’ meglio dire: ‘Amico mio, se tu vuoi menare le mani, io non sono un violento e non ci sto. Hai il coraggio di picchiare uno che non vuole picchiarti?’ Ti dico questo perché, quando avevo la tua età, anch’io pensavo che chi non faceva a botte era un. vigliacco...., e ne ho prese e date tante, senza mai risolvere nulla. Vedi, se mentre ti picchiavano, tu gli avessi mollato qualche calcio, bè l’avresti fatto per difenderti, era giusto. Ma ora, a mente fredda, come fai a pensare di voler ricominciare?”.
Lo teneva a cavalcioni sulle ginocchia, cingendogli le spalle con un braccio. Con l’altra mano gli premeva piano contro il naso dei cubetti di ghiaccio in un fazzoletto. Lucio aveva dimenticato il dolore, gli ritornava nella mente l’immagine vagheggiata nel paese degli zii, di stare sulle ginocchia di Pino, così come stava, adesso, accanto a un braciere, in una tiepida penombra presepiale. Aveva appoggiato la guancia sul petto di lui, e gli si stringeva contro con le braccia. Sentiva il suo busto magro trasmettergli una tenerezza nuova, piena di serenità e protezione. Ritrovava, più intenso, nella sua camicia, l’odore di quella casa, un po’ di sapone e un po’ di tabacco. Il braccio di Pino lo strinse forte e le sue labbra calde e un po’ pungenti per i baffi cominciarono a carezzargli la fronte, le tempie, le palpebre. Lucio sentìper la prima volta, un. famelico struggimento invadergli il ventre e l’inguine. Si spinse contro il grembo di lui, avvertendovi la presenza inimmaginata di un turgore al quale si appoggiò felice. Con gli occhi stretti sprofondò nella memoria di una tenebra assoluta e calda, sorprendente evocatrice di una dolcezza misteriosamente già vissuta.
Pino lo riaccompagnò a casa con l’intento di attenuare, con qualche parola accorta, lo spavento che la zia avrebbe avuto nel trovarsi davanti il bambino con il volto segnato dai lividi. Ci riuscì abbastanza bene. Poi comparve il padre di Lucio, a casa per il pranzo. I due uomini restarono a parlare per qualche minuto nell’ingresso.
“Ora mi devi spiegare un sacco di cose”, gli disse il padre. “Innanzitutto, com’è che tu vai in giro a fare a botte e che poi sei tanto allocco da farti conciare in questo modo. Poi, perché sei andato da quel signore invece di venire qui. Credo che anche noi saremmo stati in grado di disinfettarti, e questo a quel tale glielo ho anche detto. Poi ancora, da quanto tempo frequenti la sua casa, senza che noi ne sappiamo niente”.
“Veramente io io sapevo”, intervenne la zia. “E’ tanto bravo, gli fa fare anche i compiti”.
“Tanto peggio; vuoi dire che proprio io, invece, non ne sapevo nulla, di quel tipo ‘tanto bravo’. Mi sono bastate due chiacchiere sulla porta per capire che razza di persona è. Uno di quegli intellettuali che non hanno mai messo piede in una fabbrica e che fanno più danni loro dei fascisti. Che riempiono la testa dei ragazzi di idee sbagliate. Non mi piace”, disse di nuovo rivolto a Lucio, “che gli stia insieme. Fattela con i ragazzi della tua età, anche se fra loro c’è qualche teppistello che mena le mani piuttosto che con un. tipo così. Per i compiti puoi andare al doposcuola. Anzi, domani senz’altro ti iscriviamo, così certe occasioni le togliamo proprio di mezzo. E chissà che lì non impari a vivere come tutti gli altri ragazzi, a giocare a pallone e a dare anche tu qualche pugno, invece di prenderli soltanto! Se so che sei tornato lassù,” e puntò il dito in direzione della terrazza lontana, “dovrai fare i conti con me; tu e chi ti dà il permesso di andarci”.
Dopo aver mangiato poco e di malavoglia, Lucio uscì sul balcone ma rientrò subito in casa perché la vista della terrazza di Pino gli provocò una. pena mai provata prima. Non riusciva a pensare che non avrebbe potuto più salire quelle scale, bussare a quella porta, trovarsi in quella stanza con lui. Non avrebbe neppure potuto più pensare di andarci, senza poi farlo, come era accaduto tante volte nei mesi passati. Desiderò che Pino non avesse trovato l’accordo con la padrona di casa e che dovesse andare via. Così almeno non avrebbe potuto vederlo perché non c’era più e non perché glielo avevano proibito. Forse, per il dispiacere si sarebbe ammalato, molto gravemente. E allora suo padre, pentito, avrebbe chiamato l’amico, che sarebbe accorso al suo letto.
Con questa speranza nell’anima, quella sera si addormentò.
“Ma neppure per farmi aiutare in qualche compito difficile?”, chiese l’indomani alla zia.
“No,… c’è il doposcuola. E’ per il tuo bene, Lucio, è per il tuo bene”.
Quello che passava per la mente del dottor A.D. mentre, in quel bel mattino d’aprile, camminava a passo spedito per la scorciatoia di campagna, erano riflessioni affatto comuni, rivolte alle cose del momento. Per tutto l’anno, ogni giorno, si recava all’ufficio in macchina: usci va di casa, a T., alle sette e mezzo, percorreva la circonvallazione e si immetteva, dopo poco più di un chilometro, nella strada statale. Da quel momento la sua utilitaria diventava nient’altro che una confondibile unità nel copioso gregge di automobili che si muoveva verso la città.
Pur senza aver mai fatto lunghi viaggi - col weekend si coprivano al massimo cinquecento chilometri in tutto - negli ultimi tempi l’auto aveva manifestato più volte sintomi di stanchezza e, proprio la sera prima, il cavetto della frizione si era spezzato. Per fortuna era capitato davanti a casa, mentre parcheggiava, e aveva potuto finire la manovra spingendo la macchina a braccia; poi l’aveva chiusa e aveva lasciato le chiavi al meccanico per farla riparare l’indomani. Così quel giorno andava a piedi e non gli dispiaceva: era una mattinata stupenda e il sole, già caldo, rendeva languidi e penetranti gli odori della notte che non si erano ancora dissolti. Si era avviato lungo il sentiero attraverso il piccolo bosco di castagni per raggiungere lo stradone dove avrebbe preso la corriera. Era però seccato che proprio quando era senza macchina doveva portarsi dietro il fucile da caccia del suo collega C.N., che glielo aveva affidato, pochi giorni prima, perché lo portasse da un certo armaiolo, particolarmente bravo ed economico, che risiedeva a T. “Lo so che non hai mai maneggiato un’arma”, gli aveva detto C.N. con una punta di commiserazione, “ma qui non si tratta di far riparare congegni complicati: vedi, puoi spiegarglielo anche tu, si è solo rotta la parte del cane che serve per caricare. Del resto lo capisci da quello dell’altra canna come deve essere riparato. Se lo dò a un armaiolo di città, quello mi cambia il pezzo e si fa pagare un occhio; invece quel tale del tuo paese me lo salda. E già che vai lì, mi prendi pure cinquanta cartucce per le lepri, di quelle che fa lui da artigiano? Fammelo questo piacere, tanto la roba non pesa questo granché, e poi sbatti tutto in macchina all’andata e al ritorno. Ti dò anche la custodia del fucile, così non sembri un mafioso, nero come sei e con l’accento che hai”.
Già, “sbatti tutto in macchina”. Se la macchina funzionasse! Ora eccolo là, con quell’arnese pesante che aveva dovuto cacciare dentro l’astuccio della chitarra del figlio, perché nella custodia datagli dal collega si capiva che era un fucile, e lui certo non aveva il porto d’armi. E una grana con qualche poliziotto zelante era quello che meno ci voleva! D’altra parte, quel giorno era venerdì e non poteva rovinare il fine settimana a C.N. solo perché gli dava fastidio quel peso. Il dottor A.D., tuttavia, non dedicò molto tempo a rammaricarsi di quella seccatura: il bosco che stava attraversando era così sorprendente nei colori, nei profumi e nei fruscii, che subito la sua mente ne fu presa e si mise a seguire altri pensieri. Del fucile si accorgeva solo quando ogni tanto cambiava la mano che lo portava.
Il sole, già abbastanza alto, filtrava attraverso i rami dividendosi in raggiere che variavano di luminosità e di ampiezza a seconda della densità del fogliame. Erano fasci di luce uniti in un punto che si allargavano fino a raggiungere il suolo formando delle piramidi. E il dottor A.D., camminando, li vedeva ruotare sui vertici e pensava a certi affreschi raffiguranti l’apparizione o l’assunzione al cielo di qualche santo. Lungo i tronchi degli alberi o sulla faccia grigia di una pietra scorreva l’alacrità delle formiche. Il dottor A.D. le scorgeva appena, passando, ma ne seguiva a mente tutti i consueti, ripetuti movimenti, con l’esperienza di lontani pomeriggi estivi passati a guardarle. In lui si andavano facendo chiari tanti minuscoli dettagli osservati molti anni prima e poi assopiti nella memoria, concentratasi durante la maturità su fatti più recenti. Rivedeva una crisalide, attaccata al ferro di una ringhiera, trovata aperta e vuota una mattina di primavera. Pensava al grande vaso di terracotta ai cui piedi, ogni marzo, scopriva, arrancante, la tartaruga uscita dal misterioso nascondiglio del suo letargo invernale.
Chissà se Dario, suo figlio, stava ora rivivendo con la stessa intensità tutte quelle esperienze minime che avevano resi pigri e assorti gli anni della sua infanzia e adolescenza. A quattordici anni, Dario gli sembrava prendere una strada tutta diversa da quella che, alla stessa età, era stata la sua. Dove egli era stato un ragazzo portato a un trasognato, scontroso isolamento, Dario era invece attivo e dotato di una intelligenza pratica che lo aiutava molto a superare le difficoltà dello studio e i problemi della sua età; ma il padre capiva bene che, trascorsi ormai gli anni dell’ammirazione infantile, Dario si sarebbe formato un carattere tutto diverso dal suo e che, nella severità dei giovani, sarebbe stato sempre meno disposto a comprenderlo. Vedere suo figlio vivace, amante della compagnia, svelto nel risolvere le difficoltà, anche se lo rasserenava, gli faceva temere, per il proprio futuro, una assoluta solitudine. Gli sembrava che anche nel modo di esprimersi Dario acquistasse, giorno per giorno, un linguaggio che a lui era estraneo ed era convinto che tra la moglie e il figlio si fosse costituita un’ intesa dalla quale veniva escluso e di cui trovava la prova nel frequente parlottare dei due, dove non distingueva altro che le strascicate “s” padane.
Da giovane, prima di sposarsi, si era ripromesso di non infliggere mai agli altri quelle lunghe esposizioni di fantasticherie che suo padre faceva e che il ristretto uditorio familiare sopportava in silenzio per affetto e anche per il timore di lamentosi rimproveri. E aveva tenuto fede a questo impegno. Ma, non riuscendo a interessarsi alle cose che avevano importanza per sua moglie, prima, e poi anche per Dario, si era chiuso in un esilio di monosillabi il cui unico conforto erano letture saltuarie e confuse.
Non andava mai oltre le dieci pagine per volta, un po’ perché il concentrarsi su un libro gli costava sempre uno sforzo, stanco com’era per il concitato lavoro dell’ufficio, un po’ anche perché una puntigliosa avversione per le letture di evasione lo portava ad orientarsi su argomenti che la preparazione insufficiente e la mancanza di interlocutori che lo stimolassero gli impedivano di approfondire. Per esempio, pensava quella mattina, erano quasi due me si che aveva comprato le opere complete di Virgilio e non aveva neppure. sfogliato il primo volume: eppure nelle “Bucoliche” c’era una parte che parlava della primavera, lo ricordava bene. E gli sarebbe piaciuto poterla rimuginare adesso, guardando la campagna. Ma che cosa ricordava lui di quello che aveva letto la sera prima? Due versi e poi ecco altri pensieri, e il sonno. E, ogni volta di più, il vuoto, la delusione di non aver ritrovato quello che cercava e che una volta aveva trovato.
Erano ormai anni che si ostinava a leggere prevalentemente autori latini e greci, cercando di far rinascere dentro di sé l’entusiasmo che aveva provato al tempo del liceo. Ma si era accorto, col passar del tempo, che anche gli autori che più aveva sentito vicini non riuscivano ad avvincerlo per oltre mezz’ora: poi, lo sguardo correva meccanicamente sulle pagine e la mente vagava fra le cose quotidiane, perdendosi in riflessioni che tornavano sempre sulle vicende più recenti.
Mentre camminava vedeva gli insetti avvicendarsi sui cespugli fioriti ai lati del sentiero: tante corolle dai petali multicolori, divaricati ad offrire gli stami alla riproduzione, con una sincerità che gli parve oscena. Non è altro che un pretesto, un tranello - pensò - per continuare la vita; una volta compiuta l’impollinazione, i colori si spegneranno e i petali ritorneranno alla terra. E’ così per tutti.
Non stava pensando niente di peregrino, lo sapeva. Si disse: “Aveva ragione Schopenhauer!” con quel compiacimento che provava ogni volta che gli si presentava l’occasione di sfoggiare, sia pure soltanto a se stesso, la sua erudizione e di accorgersi che non aveva ancora dimenticato tutto. “Anche per gli uomini è lo stesso: prima la sposa, l’amante, poi... Santippe!” Pensò sorridendo a sua moglie, estremamente attiva, votata a difendere l’economia familiare dalle insidie dei fornitori, del fisco, di tutti, contro i quali, dentro e fuori casa, pronunziava veementi requisitorie. Con la maturità i suoi tratti si erano induriti dandole l’espressione volitiva della donna consapevole dei propri diritti e decisa a farli valere. Sul volto anche il trucco, sempre accurato e completo, più che un modo di abbellirla sembrava essere una dimostrazione di efficienza. Almeno, questa era l’impressione del marito che, specie da quando i sensi si erano assopiti, sentiva di essere diventato il principale bersaglio delle sue critiche, sia pure affettuosamente espresse con linguaggio vivace e cameratesco: il linguaggio di chi non ammette di tacere quello che pensa, convinto che l’indulgenza sia nociva.
“E’ tutto un tranello”, si ripeteva il dottor A.D. scuotendo la testa, “sfido chiunque a non caderci. Il guaio è che te ne accorgi sempre quando è troppo tardi... Ma forse è un bene. Se accadesse prima, il mondo sarebbe finito da un pezzo.”
Sentiva che quella passeggiata lo rasserenava. Soprattutto gli dava conforto il pensare di avere ormai dietro le spalle la maggior parte dei problemi che nella vita bisogna affrontare e che il futuro, anche se grigio, non avrebbe dovuto riservargli grandi imprevisti. Anche suo figlio, sebbene molto giovane, sembrava incamminato per una strada normale che ora avrebbe potuto benissimo seguire senza di lui, sia per l’efficiente cura della madre, sia per una situazione economica abbastanza tranquilla che si era preoccupato di costruire.
Però C.N. aveva ragione: a pensarci non aveva mai imbracciato un fucile vero in tutta la vita; eppure le armi avevano sempre esercitato un fascino su di lui. Con le carabine ad aria compressa, in passato, aveva avuto un’ottima mira: da ragazzo tornava spesso dalle fiere con un sacchetto di caramelle o un pupazzo di peluche vinti al tirassegno.
Se ci provo, magari prendo qualcosa. Era giunto a metà del bosco e intorno non c’era nessuno. In fondo che male c’era a sparare un colpo solo, giusto per vedere com’era. Avrebbe mirato a un merlo: ce n’erano tanti e erano anche abbastanza grossi; sì, i merli dovevano essere un bersaglio facile, anche perché hanno il volo corto e si posano spesso. Forse anche le cartucce per lepri potevano andare.
Fermatosi, estrasse la doppietta dall’astuccio custodia e inserì due cartucce nelle canne, come aveva visto fare all’armaiolo. Caricò e si guardò intorno. Dopo qualche minuto un merlo attraversò il sentiero quasi sfiorando il suolo e si posò sul prato ad una ventina di metri da lui. Prese lentamente la mira e sparò. Sentì un violento colpo contro la spalla e vide il merlo che volava via, illeso. Nello stesso momento, da tutti gli alberi intorno si levarono in volo rumorosamente tanti altri uccelli. Il dottor A.D. fu contento di aver mancato quel colpo: dopo tutto non era nemmeno leale sparare a un uccello fermo. Poi rifletté che il collega avrebbe potuto seccarsi se si fosse accorto che aveva usato il fucile. E un esperto come lui l’avrebbe scoperto certamente dall’odore di polvere nella canna destra, quella che aveva sparato. Ne portò al naso l’imboccatura avendo cura di tenere il fucile orizzontale sotto le narici in modo che, se pure fosse partito il colpo che restava nell’altra canna, non avrebbe corso pericolo.
“Non mi sono mai trovato così vicino alla morte”, pensò quasi divertito e, dimenticando tutte le precauzioni di un istante prima, si fece scorrere la bocca della canna carica lungo la guancia, fermandola sulla tempia. “Certo, se fossi uno che desidera morire, un’occasione come questa non dovrei perderla”. Il bosco era diventato silenzioso, fermo, e il dottor A. D. vi ravvisò la promessa che quelle foglie, quegli odori, pur rinnovandosi, sarebbero restati uguali, per sempre. Un’eternità del tutto indifferente alla fugacità della sua esistenza.
Si accorse che, indugiando ancora, avrebbe perso la corriera, mentre proprio quella mattina doveva trovarsi presto in ufficio per una riunione. Sentì un dito sfiorare il grilletto: “Se schiaccio qui, muoio”. Sbuffò seccato, pensando che per tutte quelle fantasticherie avrebbe dovuto veramente correre per prendere l’autobus. Poi schiacciò.
La sabbia è umida... anzi, impregnata d’acqua. Ne sento il freddo sotto la schiena, mentre Giuliano ancora mi preme col suo corpo. E’ bagnato anche il suo maglione, nei cui fili le mie unghie rotte si impigliano, e mi danno un brivido sgradevole.
“Vado a prenderti un gelato”, mi dice levandosi. Ma a me non fa piacere; l’idea mi dà ancora più freddo in questa notte sulla spiaggia ligure, a settembre inoltrato. Lo vedo tornare con un cono in mano, che lecca golosamente; si avvicina, piano, e si mette bocconi sul mio grembo. Sento la lingua gelida esplorarmi l’inguine, indugiare su un lembo di carne divenuto insensibile.
“Vedi come mi sono intirizzita, per averti aspettata tanto sotto la neve?” Adesso è Clelia, e mi guarda, e piange; o forse sono i capelli che le colano acqua sul viso. “Guarda qui, poveri disegni, tutti rovinati dalle anguille!”. Intorno ai nostri corpi giacenti sono sparsi fogli di acquerelli irriconoscibili,sui quali si contorcono grovigli di anguille. I colori sono sbavati e confusi, lucidi di mucillagine. Ho la bocca secca, come di carta, e mi sveglio.
Dopo aver bevuto un sorso d’acqua, mi tiro la coperta sulla testa. Accanto a me Alfredo dorme col suo respiro pesante, volgendomi la faccia. Nel sonno assume un’espressione adolescenziale; sono sfiorata da una tenerezza che non posso, non voglio esprimergli, nel timore che me la ricambi.
Il sonno di prima ora è soltanto un torpore ansioso di non smarrire quelle immagini, il volto di Clelia che mi guarda dal mio grembo. E, nel dormiveglia, più che la figura sognata, mi appare quella reale, conosciuta oltre vent’anni fa, nella solitudine pomeridiana della casa sulla vallata, con gli abbozzi dei paesaggi abbandonati per ore sui cavalletti, in giardino. Il gelo viscido si è dissolto; sento il tepore della sua bocca che mi invade il corpo e mi abbandono inerme a quella tirannia che mi fece scioccamente fuggire.
Non vedevo Sandra da molto tempo; completamente perse di vista, se si eccettua qualche telefonata a Natale, neppure tutti gli anni. Una volta ci eravamo frequentate con assiduità: vicine di casa, tutte e due da poco trasferite qui dal nord, lei in aspettativa. Poi il suo trasloco in un quartiere lontano, il lavoro che l’assorbiva tanto, la mia pigrizia. E’ ricomparsa poco più di un mese fa, all’ improvviso, senza neppure annunciarsi con una telefonata. Il citofono: “Ci sei?...”. Siamo state a parlare dalle sei del pomeriggio fino a mezzanotte passata.
Beve molto, ma sopporta l’alcol magnificamente. Si è separata dal marito l’estate scorsa, dopo un viaggio catastrofico all’estero, tentativo fallito di ritrovarsi. “Niente drammi, nessuna storia con altri, né sua né mia. Solo, non avevamo più nulla da dirci, eravamo stufi, io di lui e lui di me. Stufi come partner, s’intende. Bene ce ne vorremo sempre: ventun anni di vita insieme, tanti ricordi. Questo nessuno potrebbe cancellarlo mai. Ma l’essere legati, il dover essere legati... eh, no, basta! Quanto tempo credi che alla mia età abbia ancora davanti per godermi un po’ la vita? E, sia chiaro, lo dico anche per quel povero diavolo di mio marito”.
E’ ancora più energica, spavalda, di come la ricordavo. Pur essendo mia ospite, quasi una nuova conoscenza dopo il lungo tempo in cui non ci siamo frequentate, in poche ore si è impadronita della mia casa e delle mie abitudini. Ha saccheggiato disinvoltamente l’armadio dei liquori e il frigorifero, protestando per la scarsezza del ghiaccio; ha rovistato in camera da letto alla ricerca di un mio scialle che le andasse a genio. Nessuno scrupolo per il fatto che, a causa sua, io non abbia potuto preparare la cena per Alfredo e i ragazzi. Anzi gli ha detto: “Visto che vi trovate a fare da soli, perché non ci portate qualche sandwich e un po’ di vino?”.
Alfredo l’ha definita invadente, e non posso dargli torto. Ma io ho provato un’eccitazione insolita nell’essere sopraffatta dalla sua disarmante arroganza: un trepido piacere della resa, il desiderio che il suo chiedere diventi sempre più incalzante, che lei prenda nelle mani quanto più può di quello che è mio.
Da allora è tornata spesso. In poche settimane a casa si sono consumati i liquori che, prima, sarebbero bastati per un anno. Quando mio marito e i miei figli la vedono arrivare, o la trovano rientrando, sui loro volti scende un’ombra di costernazione. Ma non riesco a stare dalla loro parte, anche se me lo rimprovero.
Nelle prime ore del pomeriggio sono sempre sola: Alfredo è tornato al lavoro, i ragazzi studiano o escono con gli amici. Sfoglio il giornale, ma presto mi distraggo. Basta una voce lontana, o il gatto che mi si acciambella accanto, o un’ associazione di idee scaturita da quello che sto leggendo, perché la mente incominci ad errare, come se seguisse un richiamo. E’ diventato quasi un gioco: lo sguardo indugia sui tanti oggetti che riempiono la stanza; cose belle, mie, addormentate. Per quasi ognuna di esse c’è una storia che fu vissuta, tanto tempo fa, nella mia famiglia di origine o in quella di Alfredo. Sono ormai dei simboli, e li amo uno per uno, vivo nel terrore che i ladri possano portarmeli via. Formano la mia casa, calda, accogliente, che tanto piace agli amici; sono stratificazioni di sentimenti e di memoria sotto i quali mi è stato grato conservare, al sicuro, la mia esistenza e i miei affetti.
Ora però il vagare con gli occhi e con l’anima fra queste cose si è fatto inquieto, come se avvertissi la presenza di un crepaccio stretto, pieno d’ombra, nel cui fondo inattingibile mi aspetta un’emozione sconvolgente. Ne intuisco l’intensità e il sapore in attimi tanto brevi da impedirmi qualunque riflessione: immagini come lampi nel buio, che mi lasciano un’ansia di cercare, cercare ancora. E mi ritorna davanti il sogno della spiaggia, e Clelia, . . . e Sandra .... Forse tra poco verrà. Da quali profondità è emersa quella sabbia bagnata, quella mia prima notte con un uomo? Che cosa mi spinge, oggi, a frugare nel mio essere fino a ritrovare il primo dei tanti veli che ho steso sulla mia verità, sui miei desideri? Giù, giù, fino al momento in cui decisi di fare le cose dovute, quelle che fanno tutti gli altri?
Mi pare di sentire ancora sotto le mani il maglione bagnato di Giuliano. E’ la sensazione di quella notte, o di tutta la vita che ho vissuto? Mi ero costretta a farlo, per impormi un distacco da Clelia, per mettere fra me e lei la barriera di un’esperienza normale. Tornata a casa, nel disperdere nell’acqua tiepida le tracce del piacere di Giuliano e della mia ferita, mi dissi che era brutto, che non volevo più farlo. Avesse potuto quell’acqua portar via per sempre ogni immagine di quella notte! Ma poi pensai di avere torto, che questa era la via giusta sulla quale dovevo proseguire.
L’indomani mi incontrai di nuovo con Giuliano e per diversi mesi lo vidi anche in città. A volte, di sera, quando accompagnata da lui tornavo a casa, scorgevo Clelia che mi aspettava, con qualunque tempo, seminascosta nell’ombra della strada male illuminata. Fingevo di non vederla e invitavo il ragazzo oltre il portone, per un ultimo saluto, in modo da non restare sola prima di essere nell’ascensore. Giunta al mio piano, la mano si avvicinava al tasto del terreno. Ma non l’ho mai schiacciato, non sono mai tornata in strada.
Sento il citofono. Mi accorgo di correre mentre vado a rispondere.... Non è Sandra, eppure l’ora è quella giusta, avrebbe potuto essere lei. Quando verrà, la accoglierò con un abbraccio, voglio avere contro il mio corpo la sua morbidezza di donna. Per quanto tempo ho sentito soltanto la durezza piatta, legnosa del torace di un uomo!
A pensarci, un uomo, Alfredo o un altro, non l’ho mai abbracciato: ne ho subito gli abbracci. Del resto.sono sempre stata poco espansiva, anche con i figli. E pensare che Clelia mi dava della piovra!
Per me voler bene è stare in ansia. E’ incominciato con la nascita del primo figlio. Prima, erano paure episodiche, che riguardavano soprattutto me, il mio essere accettata, gradita dagli altri. Con i bambini mi è sembrato invece che un dolore ineluttabile stesse sempre per distruggermi. Ho temuto, e temo ancora, che la malattia, la morte, il fallimento tendano continuamente agguati ai miei figli. Penso che per me le “gioie della maternità” sono stati i momenti dell’ “uscir di pena”: il vedere, subito dopo il parto, che i miei figli erano sani; la loro guarigione dalle malattie; la promozione da una classe all’altra; il rumore della moto che annuncia il ritorno del più grande; la telefonata della piccola, ospite da amici, che mi dice che tutto va bene.
Credo di averlo sempre avvertito, fin da quando mio marito cominciava a parlare di un figlio, che tutto era una forzatura della mia volontà di esistere a modo mio: il sottile richiedere, le carezze eloquenti ... L’attesa, vigile, in un gelo dei sensi, del seme che doveva inocularmi la maternità. Poi, quell’essere che mi cresceva nella pancia, mentre invocavo, terrorizzata, il momento di espellerlo. Non volevo soffrire; e invece ho sofferto, per due volte, del mio corpo deformato, del mio inguine lacerato, di quelle dolci, care tenaglie che mi tormentavano i capezzoli. E ancora: il vagire enigmatico dei piccoli, i loro umori sempre attribuibili - lo dicono fior di esperti - al comportamento di noi adulti, di me madre; la violenza impalpabile, tiepida di latte, che stravolge e inchioda all’attimo (tanti attimi, uno dopo l’altro), le fantasie e le nostalgie che la mente vorrebbe inseguire.
Forse solo Sandra può capirlo, solo a lei posso parlare della mia stanchezza, della mia colpevole estraneità alle persone dei miei figli. Forse soltanto a Sandra confesserei, senza vergogna: “Voglio che siano sani, che non soffrano... e basta. Di tutto il resto non mi importa. Quello che conta è sapere dove sono, magari in un altro continente, ma dove, e che stanno bene. Oltre a questo nient’altro. Sono stati per me sempre dei nuovi venuti, che si sono sovrapposti alla mia esistenza. Che vadano per la loro strada e mi lascino finalmente in pace. Meravigliosi, adorati come sono”.
Perché Sandra non viene? Perché, almeno, non telefona? Cosa pretendo! Lei la vita se la è costruita con più lucidità di me; almeno ha tenuto duro e figli non ne ha voluti. Se mi lascia in disparte è perché il clima che io respiro le riesce insopportabile. Devo dirglielo che sono come lei, più dura di lei. Detesto tutto quello che è riconosciuto giusto e obbligato: la dedizione alla famiglia, la tolleranza per i vecchi, la compassione per i poveri e i malati.
Alfredo ha avuto sempre la certezza che io fossi appagata dal suo amore. Piuttosto ne sono satura, da tanto. Non è che non abbia mai provato desiderio per lui, ma mi sembra che anche il piacere abbia un costo troppo alto. Le carezze note e ripetute per un risveglio dei sensi ugualmente consueto; il sottile raccapriccio che mi dà la penetrazione; il respiro di lui sul volto; i corteggiamenti concitati mentre incombe sul mio corpo, gli, epiloghi... Precipitosi un tempo, ora studiati, tecnici, per la calma che gli viene dai cinquant’anni. E il rifiuto che ricompare inesorabile nella testa, nel ventre, e mi raggela.
Quante volte fingo di dormire?. E quante volte finge lui? Sempre più spesso ci diciamo che è meglio non correre rischi, lasciar perdere. E paventiamo, senza confessarcelo, il giorno, sempre più prossimo, in cui il ginecologo mi dirà che di pericolo non ce n’è più. Chissà, se venissi a sapere che Alfredo si è trovata qualche distrazione, forse mi sentirei addirittura sollevata. Ma non è il tipo.
Giorni fa Sandra mi ha prospettato la possibilità di accompagnarla, un fine settimana, in uno dei sopralluoghi che lei fa, nel corso dell’inverno, alla sua casa al mare. Da quando me lo ha detto, indugio a fantasticare sui dettagli di questa gita: il viaggio lungo la strada alberata che porta alla litoranea; la sosta che io cercherò di imporle per il gusto di ritardare il momento, così atteso, in cui saremo sole in quella casa. Vedo noi due, appena entrate nell’appartamento umido, precipitarci ad accendere il caminetto. Ho già comprato una bottiglia di whisky e una di brandy, conoscendo il suo debole. Preparerò anche qualcosa di buono da mangiare. Verrà il pomeriggio, la precoce sera dell’inverno: e noi due accanto al fuoco, con i nostri bicchieri. Voglio darci un po’ dentro anch’io. Mi lascerò andare e racconterò di me, senza paura, senza vergogna. Anche lei racconterà. Ci avvicineremo, ci cercheremo. E rideremo, felici della nostra reciproca rivelazione. Sì, sarà così, certo! Perché devo buttarmi giù? Io so sedurre, quando voglio. Ma devo volerlo davvero.
Poi la notte, il risveglio... E il ritorno in città, con dentro di me la gioia di una speranza che si è avverata, di un legame ormai stretto. Le chiederò anche se, un’altra volta, potrò portare il cavalletto e i colori, e tornare a dipingere, dopo un’eternità, dal suo terrazzo sul golfo.
Per oggi credo che non venga più, ma domani le telefonerò io. Prima o poi, sarà come spero: sono troppe le coincidenze, le analogie... Stasera voglio andare a letto presto e pensare. So già che le immagini si confonderanno, che l’oggi si congiungerà con la nostalgia di sensazioni passate. Le mani scenderanno lungo il corpo e crederò che siano quelle di Sandra, o di Clelia, o anche che entrambe mi stiano accanto, tiepide e care. E io alla mercé del loro desiderio, della loro volontà, col cuore che mi batte forte per le carezze imprevedibilmente soavi o crudeli.
Hanno suonato alla porta; è la vicina, in vena di chiacchiere. Ho detto che non sto bene e l’ho mandata via. Non la sopporto più, non sopporto più le amiche che mi circondano da anni. Vicine, madri di coetanei dei miei ragazzi, mogli degli amici di Alfredo. Vivono della casa, dei figli, degli abiti, delle vacanze con la famiglia. Non hanno nulla che sia proprio, intimo, libero. Sono prismi di vetro che esprimono colore quando un raggio di luce li tocca. Luce di lampadine deboli, per giunta. Come se poi quelle altre, le autonome, le “liberate”, fossero meglio.... Mi è bastato sentirle qualche volta, rancorose, affannate a convincersi l’una con l’altra che hanno fatto bene, che la loro scelta è quella giusta. E non fanno altro che ritagliarsi un cantuccio, dove si rintanano sospettose. Avrei voglia di raccoglierle tutte, di una razza e dell’altra, e di raccontare chi sono io, i miei desideri e il mio odio autentici; e vedere il loro sconcerto, beffarmi dei loro moralismi diversi, ma unificati nell’ottusità... Guerra di prismi!
“Non ci speravo più che ti facessi viva per questa sera! Ma, da dove chiami?”. Sto quasi gridando nel telefono, rido come una sciocca.
“Hai ragione, scusa, ma se sapessi cosa mi è capitato! Incredibile!... Ma, posso ancora venire da te?”.
“Non puoi: devi. Corri!”.
Arriva mentre mi pettino per la terza volta in un quarto d’ora. “Allora, si può sapere che ti succede? Quanto ti fai de siderare!”.
Irrompe in casa e io resto sull’uscio, con le braccia aperte e vuote; devo accontentarmi, nello sfilarle la pelliccia, di aspirare profondamente il suo profumo.
“Non parlo senza carburante: whisky e ghiaccio!”. Ho già preparato tutto, naturalmente.
“La vita”, incomincia, “può davvero cambiare da un istante all’altro. Sono andata dal mio amico antiquario, quello di cui ti ho parlato, per saldargli un conto; sai, dopo le spese delle feste, mi ero data alla latitanza. Lo trovo che parla in francese con uno. Hai presente Paul Newman?. .. Bé, meglio. Ci ha presentati e, per la prima volta, ho benedetto i miei genitori per quelle tre mortifere estati che, da ragazza, mi fecero passare in collegio a Grenoble. “E’ un funzionario dell’ambasciata belga, divorziato di fresco. Sono anni che gira per il mondo. Come dirti? Risponde a tutti i requisiti dell’uomo affascinante; anche troppo, un esempio da manuale: lo sguardo - certi occhi verdi! -, come si muove, la voce, lo spirito.... ‘Non è possibile’, mi sono detta quando gli ho visto le mani, ‘anche quelle sono belle!’. Abbiamo legato subito, dopo dieci minuti era come se ci conoscessimo da una vita. Se è questo che si chiama feeling, è grande come una casa.
“Siamo andati a prendere l’aperitivo al bar lì vicino. Mi aveva invitato a cena fin da questa sera, ma ho detto che ero impegnata. Un po’ di tattica, che diamine, anche se ho fatto uno sforzo da niente! Ma poi voglio essere elegante, maliarda. Stasera mi sentivo una stracciona. Se ne parlerà dopodomani… Come credi che debba vestirmi?”.
“Mi sembra che tu abbia soprattutto intenzione di spogliarti”, rispondo, senza nessuna voglia di scherzare.
“Vorrei vedere te. Lo sai, no? E’ da mesi che sono all’asciutto, da anni che non ricevo una carezza da un uomo che mi piaccia. E poi mi vedo arrivare un’occasione come questa”.
“Ho bell’e capito che d’ora in poi avrai di meglio da fa re che venirmi a trovare”. Sento la voce venirmi fuori stridula, affaticata.
“Cosa c’entra, tutt’al più mi tratterrò un po’ meno frequentemente a cena: potrei avere altri programmi.... A proposito, questo sì, forse quel nostro weekend al mare slitterà. Se gli metto le mani addosso, lo voglio intrappolare in quella casa e ridurlo al lumicino”.
Alfredo è rincasato e si affaccia in soggiorno. Saluta Sandra con cordialità stentata e torna nell’ingresso. E’ la prima, prevedibile mossa del suo impacciato dileguarsi. Possibile che debba essere così estraneo, che si preoccupi solo della tranquillità della sua serata? Se si togliesse per un po’, ma sul serio, dai piedi… E pensare che, dopotutto, è il meno stupido di quelli che mi circondano.
“Non serve che tu scappi”, gli grida Sandra, “sto per andarmene!”. Lui torna nella stanza.
“Non mangi qualcosa con noi?”, le biascico. Alfredo mi lancia un’occhiata gelida. Al diavolo!
“Eh no, una civetta deve stare all’erta. Ha detto che mi avrebbe chiamata stasera per metterci d’accordo per dopodomani; non voglio che il telefono suoni a vuoto, non posso lasciare incustodita la postazione”. Ecco un altro bel prisma. Di cristallo forse, non di vetro come gli altri. Ma, cosa cambia?
E’ andata via. “Mi ha fatto venire mal di testa”, dico ad Alfredo, “vado a letto subito”.
Ho voglia di chiamare Clelia. Non siamo di quelle che si perdono di vista. Nell’ultimo mio viaggio, al funerale di mio padre, mi è sembrata così lei, anche se c’era suo marito.
La chiamo? Potremmo parlare, almeno. Già: dei figli, della casa… A quest’ora, poi? Lasciamo perdere.
Erano assai poche le volte che suo padre infrangeva la ferrea regola della dormita pomeridiana, dopo il greve pasto consumato intorno alle due e mezza, finito l’ufficio: giusto in situazioni di emergenza, ad esempio quando qualcuno degli innumerevoli parenti di provincia veniva in città per ricoverarsi in ospedale, e a lui correva l’obbligo di andarlo a trovare, in quell’ora delle visite fissata da menti crudeli nel primo pomeriggio. Altra occasione di deroga, meno sofferta, erano le ricorrenze la cui celebrazione imponeva che si mobilitasse l’intera famiglia per la fitta scaletta delle incombenze da affrontare in cucina: il Venerdì santo, la vigilia di Natale, San Silvestro. Ancora, l’onomastico della moglie, con i preparativi del ricevimento in terrazza e, occasione sovrana, la festa di Carnevale a casa dei vicini Di Mauro, quando nel pomeriggio doveva dare gli ultimi ritocchi al proprio mascheramento. L’evento era preceduto ogni anno da un’immutabile liturgia che aveva inizio quando, durante uno dei sonnolenti tressette domenicali, Di Mauro diceva, con trascurabili variazioni sul tema: “Fra un mese è Carnevale. Mia moglie sta già pensando alla lasagna; quella è un’arte, voi lo sapete: se uno si dimentica un passaggio, un ingrediente, addio. E tu, Salvatore, preparati, ci devi far morire dalle risate”.
Ricevuto l’ordine, suo padre, fin dall’indomani, dedicava buona parte delle mattinate di ufficio ad errare di stanza in stanza, di reparto in reparto, alla ricerca dei colleghi più brillanti, da cui mungeva un numero incredibile di barzellette. Se le annotava in un taccuino sapientemente diviso per rubriche - sporche, pulite, politiche, carabinieri - che teneva in tasca e sfogliava continuamente per mandare a memoria quante più storielle poteva. In quel periodo d’attesa il pranzo diventava una sorta di prova teatrale in cui suo padre proponeva uno dietro l’altro i frutti della sua ricerca antimeridiana. Cristiano aveva ormai diciassette anni e non ne ricordava uno nel quale non avesse dovuto assistere a questo rituale.
“Mi devi tirare fuori il costume”, disse quel giorno Salvatore mentre mangiava la frutta; mancava un paio di settimane alla festa. “Ho un’ idea nuova e ci devo lavorare un po’ sopra”.
Cristiano vide la madre levare gli occhi al cielo e le indirizzò uno sguardo di intesa, che sentì eluso. Ma pensò anche che, nei giorni che seguivano, il padre, preso dai preparativi (doveva ancora assolvere al compito più impegnativo: il poemetto scherzoso), gli avrebbe sensibilmente risparmiati i consueti, ansiosi rimproveri: “Come, hai già finito di studiare? Io ci facevo le nottate! Esci? E dove vai? Con chi vai? Ma con Giacomo non ti vedi più? E’ naturale, quando uno è un ragazzo di cui ci possiamo fidare, il figlio di un mio amico, alla larga!”.
Un’ idea nuova per il costume: chissà quale altra cazzata gli era venuta in mente. Da alcuni anni quel costume era sempre lo stesso: un vestito da bambina e una parrucca biondiccia. Un orrore su quel corpo basso, tarchiato, peloso. Un vomito le treccine stoppose ai lati della faccia grassa e baffuta. Quel costume però ogni anno aveva una variante turpe e nascosta che durante la festa suo padre rivelava ripetutamente ai presenti, dei quali nessun altro era mascherato. Era un tocco di attualità legato a qualche vicenda della cronaca recente. Due anni prima, in occasione di un gay pride svoltosi da qualche parte, “bambina”si era applicata un paio di enormi e lucide chiappe di plastica. L’anno dopo, quando si parlava di transessuali, un ingegnoso meccanismo di fili e di elastici, al sollevarsi della sottana, faceva svettare dal pube una bacchetta tinta di rosa e di rosso. E questa volta? Quale altra trovata gli avrebbe fatto distogliere lo sguardo dai lazzi del padre e dalle facce, stupite più che divertite, della gente? Non dovette interrogarsi per molto, perché Salvatore moriva dalla voglia di parteciparla: “La bambina è cresciuta, è andata in metropolitana ed è restata incinta... Come, non avete letto di quella ragazza violentata nel sottopassaggio? Mi faccio una pancia a punta e sulle mutande ci attacco una foglia di fico, tutta ritagliata con i biglietti del metrò; l’appiccico con un grosso cerotto incrociato, come una medicazione ‘quella cosa’ ”.
“Io non so se ci vengo”, borbottò Cristiano con gli occhi bassi, e si alzò da tavola sperando di potersi dileguare, almeno per il momento. Ma non ebbe fortuna. “Come, non ci vieni! Che è questa novità?”.
“Papà, perché debbo venirci? Siete tutte persone anziane, sono l’unico ragazzo, là in mezzo. Mi viene sonno appena ci metto piede, in quella casa. E poi avrei pure un invito, da certi amici”.
“Ecco la vera ragione! E chi sono? E dove dovresti an dare?”.
“Non li conoscete, sono amici di un mio compagno. Però ci vanno anche altri della mia classe. Hanno affittato una discoteca, così sono tutte persone che si conoscono”.
“Una discoteca! E dov’è? A.llo sprofondo, immagino”.
“Ma quale sprofondo, è a due, tre chilometri da qua, molto prima del bivio per l’autostrada”.
“E come ci vai? Ovviamente col motorino!”.
“E come vuoi che ci vada? Ma di che ti preoccupi, andiamo e torniamo tutti insieme, ti do anche i numeri di telefono dei miei amici, così se vi impensierite potete sentire i loro genitori. Torniamo presto, a mezzanotte le ragazze hanno il coprifuoco”.
“Là notte, col motorino, poi magari bevete. Ma vuoi farci morire?” -
“E va bene, intervenne la madre, “proprio adesso dovete parlarne? Grazie a Dio ci sono più di dieci giorni”.
Cristiano se ne andò nella sua stanza. Sentì il padre che diceva: “Non dovevi interromperci; ora la storia si trascinerà per giorni e giorni, e ci manda tutto di traverso. Se invece mi lasciavi parlare... Queste cose io le affronto di petto: si piange, si strilla... Ma poi uno dice: basta! E non se ne parla più. Sono o non sono il padre?”.
La madre lo raggiunse un po’ di tempo dopo: “Ma è proprio così importante per te andare a quella festa,.. col motorino?”.
“Che vuoi che m’importi della festa, del motorino! M’importa di non andare dai Di Mauro, questo sì. Non ce la faccio più, mamma!”.
“Ma come, ci sei sempre venuto volentieri. Ti vogliono tanto bene... E papà? Lo sai quanto ci tiene”.
“E’ proprio per lui, non certo per i Di Mauro o per le persone anziane che stanno là. E’ per papà, che si presenta come un pagliaccio, lui solo, per far ridere la gente. E quelli ridono, certo. Gli ridono in faccia; e gli ridono anche alle spalle. Lo sai cosa sentii dire a due, l’anno scorso? ‘Quello non so se mi fa pena o mi fa rabbia’. E l’altro: ‘L’unica cosa certa è che è un cretino’. E io devo sentire queste cose di mio padre, vederlo considerato così? Ma che male gli ho fatto perché lui mi tormenti in questo modo, facendomi morire di vergogna?”.
“Che vuoi farci, anch’io ho provato a parlargliene, a dirgli che forse non era il caso... Sai che mi ha risposto? ‘Lasciatemi fare, mi sta bene così.’ Ecco, ricordo questa frase: ‘E’ come se mi andassi a confessare’. Vallo a sapere che intendeva dire. Confessare cosa? In fondo è buono, gli vogliono bene, perchè si tormenta? Cristiano, non essere cattivo con lui, ha più bisogno di aiuto di quanto ne abbia tu. Per questa volta ancora, vieni con noi, non farmi avere storie. Pensa, forse è l’ultima volta. L’anno venturo,.. chissà. Sarai anche maggiorenne...”.
Non se ne parlò più. Salvatore si rintanò per diverse serate in camera da letto a riempire foglietti: scriveva, strappava, riscriveva. Aveva con sé anche una “Divina Commedia”, per saccheggiarne il rimario. Il pomeriggio precedente la festa, come ogni altra volta, fu particolarmente febbrile, e non dormi. Cristiano lo sentiva discutere, spesso con tono irritato, mentre la moglie finiva di sistemargli il costume, già indossato: “Tira qua,... metti uno spillo, diamine!... La fettuccia non è stirata...” Guardò dall’anticamera: era davanti allo specchio dell’ armadio, non aveva ancora coperto la calvizie con la parrucca. Per appuntargli qualcosa dietro la nuca lei gli cinse il collo con le braccia e, rapido, imprevedibile, quell’essere grottesco le tuffò il volto dipinto nei capelli e le spinse contro la sua pancia fatta di grasso e di stracci.
Si presentarono alla festa, come sempre, con parecchio ritardo, per essere certi che l’ingresso di Salvatore facesse effetto su tutti gli invitati. Cristiano riconobbe lo schieramento consueto: le donne nelle poltrone e sulle sedie lungo le pareti del salotto, gli uomini in piedi, raggruppati in capannelli. Anche stavolta, nessun altro era mascherato. E al loro arrivo, tutto come sempre: un coro di ostentato stupore, risate, saluti, qualche presentazione. Poi il padre incominciò ad aggirarsi fra le persone. Dalla sedia, la più remota, dove si era rannicchiato, Cristiano ne udiva la voce di falsetto, un po’ blesa, dal pesante accento di origine, raccontare qualcosa che si concludeva con le sghignazzate degli altri.
Furono servite le lasagne e Cristiano ne mandò giù tre porzioni, per occupare il tempo. Ci fu chi commentò il suo appetito giovanile con invidia, chi con ammirazione, chi ironizzando su una presunta avarizia dei genitori. Tutte cose già sentite. Si versò anche un paio di bicchieri di vino.
I,a voce dèl padre si fece più alta: “Un momento di attenzione, dovete sentire tutti! Lo sapete che sono andato dallo psicanalista?”.
“Ma va!”.
“Lo hai fatto uscire pazzo?”.
“No, vi prego, è una cosa seria. Sono andato e gli ho detto: ‘Dottore, io soffro di un complesso di inferiorità’. ‘Mi parli di lei’, mi ha risposto. E io a raccontare, raccontare... Mi ha fatto un sacco di domande sulle proiezioni, sulle manipolazioni. E io: ‘No dottore, quelle cose là al cinema non me le sono fatte mai’ ”. Cristiano sentì male alle unghie, che aveva piantato sotto il bordo della sedia.
“Alla fine lo psicanalista sapete che mi ha detto? ‘Lei non si deve preoccupare, ingegnere (già, suo padre è ingegnere!), di avere un complesso di inferiorità: lei è veramente un essere inferiore’ ”.
Il buon vino che ai Di Mauro arrivava direttamente dalla campagna aveva riscaldato l’ambiente. Due o tre invitati si strinsero intorno a Salvatore e incominciarono a palparlo oscenamente. “Aiuto, salvatemi!.... Oh come mi piace!... Guai a chi mi salva!”, gridava lui dimenandosi.
Cristiano andò dalla madre, che era in cucina ad aiutare la signora Di Mauro: “Me ne torno a casa, non mi sento bene”.
“Che hai? Mi sembri tutto strano”.
“Niente, è lo stomaco, ho mangiato troppo. Mi faccio una camomilla e vado a letto”.
“E che, vai da solo? Vengo con te; se stai male...”.
“Capirai, al palazzo accanto! Non sto mica morendo.”
“La camomilla ce l’ho anch’io”, disse la padrona di casa, “te la faccio subito”.
“No, grazie, ho anche mal di testa. Me ne vorrei proprio andare a letto”.
“Come vuoi,” si rassegnò la madre,”ma quando sei arrivato fammi un colpo di telefono”.
“Mamma, ma è ridicolo! E va bene, fra dieci minuti ti chiamo. Stai vicina al telefono, altrimenti non lo senti, con tutto questo chiasso”. Giù in strada Cristiano incontrò un gruppetto di ragazzi mascherati: che differenza!... Ed ebbe la forza di sorridere.
“Pronto, mamma? Sono arrivato sano e salvo, e mi sento anche meglio. L’aria fresca mi ha fatto bene”.
“L’hai presa la camomilla?”.
“E’ quasi pronta; ora me la bevo e mi addormento. Quando tornate non fate rumore. Ciao”.
Appena uscito dalla casa dei vicini si era sentito sollevato. La porta che si richiudeva alle sue spalle gli era sembrata uno scudo che tratteneva all’interno di quelle stanze la spessa nube di angoscia, rabbia, vergogna che lo stava soffocando. Ora però, sparpagliate per la casa, trovava le tracce disordinate dei preparativi di quel tormento: nastri, scatolette del trucco, forbici, ritagli di biglietti della metropolitana. Sentì nausea per la casa, per il letto dei genitori, per i loro asciugamani nel bagno, per la fotografia da sposi, sul buffet. La sua stessa stanza, stile “college”, curata, vezzeggiata, si rivelava ora come un sorriso ipocrita della sua dipendenza. Doveva andarsene di là, al più presto, respirare aria diversa, vivere. E per il momento, per quel paio d’ore che aveva, non stare fra quelle mura, farsi un giro. Chissà se i suoi amici erano ancora in discoteca.
Non aveva mai percorso le strade col motorino, di notte. Erano libere, larghe, lo invitavano a correre; ad ogni accelerata il viso si inondava di aria pulita, profumata di pioggia recente. Si avviò per il vialone periferico, deserto, al cui termine era la discoteca.
Vide una moto venirgli incontro e, incrociandola, riconobbe un suo compagno. Anche l’altro lo aveva riconosciuto. Frenarono e ritornarono l’uno verso l’altro.
“Dove vai?”, chiese Cristiano.
“Tu piuttosto, dove vai a quest’ora?”.
“Gli altri sono ancora là?”.
“Stanno andando via. Sono arrivati certi tipi, volevano ballare con le nostre ragazze. Allora si è deciso di andarcene, sennò finiva male. Dicevano di andare tutti a casa di Gisella. Io però non posso, mi aspettano a un’altra festa. Se ti sbrighi forse li trovi ancora. Di qua non passano, fanno l’altra strada. Quando sono andato via io, stavano pagando”. I’
Ecco, anche questo, essere quello che si accoda. Tutto per accontentare lui, che deve fare il buffone senza avere pensieri.
La discoteca aveva spento l’insegna. Dall’ampio piazzale, rischiarato appena dalle rade luci della strada, giungevano le ripetute accelerate di diverse motociclette. Devono essere loro che partono, pensò Cristiano. Ma quando entrò nel piazzale si accorse che erano tutti sconosciuti: un quindicina di ragazzi con le moto e i giubbotti costellati di borchie e di stemmi. C’erano anche tre o quattro ragazze; nella poca luce ne distinse solo gli occhi e le labbra, truccatissimi. Avevano organizzato una specie di gara acrobatica: lanciavano le moto lungo il piazzale, acquistando sempre più velocità, fino a una montagnola di terra, scavata come.un grosso cucchiaio dentro il quale svoltavano per tornare indietro. Era più abile chi riusciva a sfruttare meglio la forza centrifuga e a fare la curva più alta. Tornavano poi verso il punto dì partenza. Alla fine del percorso, un asse da cantiere sporgeva come un trampolino sopra una larga pozzanghera; bisognava percorrerlo in velocità, sorvolare il pantano e atterrare il più lontano possibile.
Con la marcia in folle, spingendo il motorino con i piedi, Cristiano quasi senza accorgersene si era portato al limite del campo di gara. In quel momento, pensò, suo padre stava certamente declamando il suo sudato poema. E lui invece era là, in mezzo a quella gente; se 1’ “ingegnere” l’avesse soltanto immaginato, gli sarebbe venuto un colpo, così come si trovava, vestito da donna, con i foglietti in mano.
Si sentiva scrutato dagli altri, che però non dicevano nulla. Solo quando, giunto alla linea cli partenza, incominciò a dare delle accelerate, sentì: “Ahò, guardatevi questa, mò ci divertiamo!”. Ma gli parve più un incoraggiamento che una presa in giro.
Ingranò e si mosse. La prima ventina di metri la percorse aumentando gradualmente la velocità. Poi diede gas, al massimo,e si curvò in avanti, fin quasi ad allineare gli occhi col manubrio. Tutto lì? Quel suo motorino, che poco prima aveva volato per le vie deserte, si avvicinava ora alla montagnola arrancando, come se la pista gli scorresse sotto all’incontrano. Nell’affrontare la curva capi che non ce l’avrebbe fatta. Ma ormai...
Il motorino incominciò a inerpicarsi lungo la parete di terra e subito si imperniò, abbattendosi. Franarono in basso Cristiano, il suo mezzo e grosse zolle fangose. Gli sembrarono cento, mille i fari che da ogni parte del piazzale gli erano accorsi intorno, rombando, e che ora lo cingevano di un assedio abbagliante. Distinse contro luce i jeans di alcune persone che si erano avvicinate.
“Sei vivo? Ché se morivi, sai che perdita!”.
“Non s’è fatto niente, non vedi? Gli stronzi sono molli”.
“Senti, e i cinquanta sacchi?”.
“Quali cinquanta...” Cristiano, seduto a terra, si era sfilato il casco e si parava gli occhi con la mano infangata.
“La posta della scommessa, no? Sei partito così, senza dire niente. Ma non ce l’hai fatta, hai perso, e ora ci dai cinquanta sacchi”.
“Non ce li ho...”. Sentiva la paura togliergli ogni forza: certo stava per capitargli qualcosa di terribile.
“Se non ce li dai tu, ce li prendiamo noi!”.
Un piede premuto sul petto lo buttò giù supino; tante mani lo frugarono; si sentì torcere un braccio e nel dolore acuto capì che gli toglievano l’orologio. Poi il rumore di tante moto, tutte insieme, il loro allontanarsi, il silenzio. E il motorino e il casco non c’erano più.
Si alzò, piano, e si guardò: era sporco, ma ferite, strappi agli abiti non ne aveva. Gli faceva però male un ginocchio. Zoppicò fino alla costruzione bassa della discoteca, che aveva chiuso. Si appoggiò al muro. Dio, e ora? Come faceva a tornare a casa prima che rientrassero i suoi? La mamma sarebbe morta!... Forse, l’autostop... E chi passa, e chi si ferma a quest’ora?
“Te l’hanno fatto il servizio, eh?”.
Da dove si era materializzata quella macchina, che gli stava così vicina, e un istante prima non c’era? Ma forse era la salvezza.
“Mi hanno aggredito, mi hanno rubato tutto,.. il mio motorino,... devo tornare a casa,.. me lo date un passaggio?”.
Si era aggrappato al vetro semiabbassato del finestrino. Alla guida c’era un uomo, vestito bene, con la cravatta, di circa trent’anni. Accanto a lui, una donna giovane, bionda, che sembrava sorridesse.
“Ma sì, sali”.
Cristiano, felice, fece per aprire una portiera posteriore.
“No, vieni davanti, così parliamo meglio”, disse l’altro. E rivolto alla ragazza: “Vuoi passare dietro, per favore?”.
“Mi dispiace”, le disse Cristiano mentre lei scendeva dalla macchina. Era proprio bella, e dolce. Il volto pallido, le mani piccole e finì sbocciavano dall’ampia pelliccia scura come dei fiori.
“Io mi chiamo Guelfo,” disse l’ospite, “e lei è Silvana. Dove ti porto?”.
Cristiano fu attraversato da un guizzo di panico: le chiavi di casa! Si palpò il taschino dei pantaloni e sospirò sollevato. C’erano ancora.
“In Piazza dell’Arco; vada pure per la strada larga, non è lontano, le mostrerò io”.
“So dov’è. Ma, se ti ho detto che mi chiamo Guelfo, vuol dire che ci diamo del tu. Allora, come ti chiami?”.
“Già, mi scusi.... Scusami: Cristiano. Cristiano Jodice”.
“E allora, cos’è successo? E come ti ci sei trovato tu, uno studente, in mezzo a quei delinquenti? Li ho visti, sai. Ma sì, certo, seguivi una pista,vero? Una ragazza?”.
“Eh”…
“Ti hanno fregato molta roba?”.
“E come no! Il motorino, il casco. Anche l’orologio!”.
“Sempre loro, sempre gli stessi! Ma vediamo quello che si può fare”.
“Si può fare qualcosa?... Il motorino?...”.
“Penso di sì. Adesso calmati un po’, guarda come stai male! Come ci torni a casa così?”.
“Ma io... adesso sto bene”.
“Sembra a te. Guardalo un po’, Silvana: trema tutto, quegli occhi sbarrati! Se ti vedono arrivare in questo stato...”. Forse aveva ragione: se le sentiva ancora addosso quelle mani che gli correvano dappertutto, come se fosse stato anche lui travestito da femmina... E certamente quelli ora stavano ridendo di lui, del suo capitombolo, della sua figuraccia, di come se lo erano messo sotto, quel ragazzino per bene, quel degno figlio dell’ “ingegnere”.
“Senti, Cristiano, fidati di me, tu hai bisogno di un calmante, prima di presentarti a casa. Sto per laurearmi in medicina, sono anche interno a Neurologia. Silvana, poi, è infermiera proprio li. Sei in buone mani, non ti sembra?”.
Guelfo aveva fermato la macchina in un punto buio della piazza. Cristiano era ormai. a casa, vedeva, poco più avanti, il suo portone con la bottoniera dei citofoni illuminata.
“Lascia che ti dia un calmante, una cosa leggera, continuò Guelfo, “ce l’ho qui con me. Ti fidi?”.
“Sì, certo”.
“Scopriti il braccio, allora. Silvana,...”
La ragazza gli porse una piccola borsa, di quelle dei medici. Guelfo armeggiò con un paio di boccette e riempì una siringa. Le dita sottili di Silvana strinsero un laccio di gomma al di sopra del gomito di Cristiano. Poi salirono leggere lungo le braccia, le spalle e si fermarono sul collo. Erano morbide, fresche. La puntura dell’ago fu accompagnata dalla sensazione dei capelli di lei, profumati e un pò irrigiditi dalla lacca, che gli sfioravano la tempia. Cristiano sapeva che quasi certamente gli si stava. inoculando un veleno sottile. Ma non desiderava altro che abbandonarsi alla perfida dolcezza di quel sortilegio.
“Per il motorino e le altre cose, non preoccuparti”, disse Guelfo. “Li conosco, quei coatti, gli ho anche fatto parecchi favori, a loro, ai loro amici... In due o tre volte riavrai tutto. Il motorino, forse, anche domani, davanti scuola, quando esci. Basta che per ora i tuoi non si accorgano di nulla. A proposito, a che scuola vai?”. Al Poliziano, qui vicino”.
“Benissimo, lì ci sono un paio di miei amici, bravi ragazzi, come te. Mi piacerebbe farteli incontrare, se già non li conosci. Domani, all’uscita da scuola, ti cercheranno loro e quasi certamente ti consegneranno il motorino. Adesso vai a casa e, mi raccomando, a letto subito, non è successo niente”.
L’ascensore correva verso il quinto piano, ma lui gli volava davanti; se i piedi toccavano il pavimento era un puro caso, perché non ne aveva bisogno.”Io sono aerostatico”, si disse. Dallo specchio della cabina Cristiano, con la fronte sporca, gli sorrise; e lui gli rispose con una risata. Altro che calmante, lo sapeva bene che cosa gli avevano dato. “E chi se ne frega!”.
I suoi non erano ancora tornati: “Che pace, ho proprio fortuna stasera! Ma si, anche la gara coi teppisti... Una cosa nuova, almeno! Domani mi ridanno il motorino, e poi il casco, e poi l’orologio... Quel verme dev’essere un boss”. Chissà chi erano quei suoi compagni di scuola amici di Guelfo. Forse attraverso loro avrebbe conosciuto altri amici ancora, magari una come Silvana...
Che voglia di ridere, che voglia di mandare tutto al diavolo, che voglia di avere una ragazza!... “Ma diamoci una lavata, quelli non devono accorgersi di niente. Tanto, fra non molto ne avranno di cose da scoprire! Cavoli loro!”.
Guardò la foto polaroid che il padre, prima di uscire, si era fatto scattare in costume: baffuto, imbellettato, gravido. Prima di andare a letto, doveva lasciarglielo un messaggio. Qualcosa sulle maschere,… la mascherata... Ecco, sì, trovato! “Ma lo sai,” disse rivolto alla foto, “che anch’io le so fare le battute? Sta a sentire”.
Non riusciva a trovare un foglio. Dovette staccarne uno da un quaderno che andò a pescare nella borsa di scuola: pur essendo piena di libri, non gli era mai sembrata così leggera. Con quasi tutto il busto appoggiato sulla console dell’ingresso, scrisse: “Caro Papà, ben tornato dalla festa, spero ti sia divertito. Sai che differenza passa fra Giuseppe Verdi e me? Verdi compose ‘Un ballo in maschera’; io mi ritrovo ‘un babbo in maschera’. Rispettosamente, tuo Cristiano”.
Salvatore, rincasando, trovò il messaggio ed ebbe l’ultima soddisfazione della serata: “Qualcosa questo ragazzo l’ha presa anche da me!”.
Mi telefona Gabriella: “Ma dove sei stata ieri pomeriggio? Ho provato a chiamarti mille volte, alle tre, alle cinque, alle sette, in ufficio, a casa...”.
“Ero in riunione, poi ho dovuto andare in giro. Sono tornata a casa dopo le nove. Ma cosa dovevi dirmi?”.
“Niente, solo se volevi venire a cena da me; c’erano anche Ada e Ingrid. Comunque, in un certo senso ci sei stata, perché abbiamo parlato tanto di te”.
“Eravate a corto di argomenti, si vede.”
“Come se tu non lo sapessi che sei il nostro punto di riferimento: non fosse altro, perché ci hai fatte conoscere. Comunque sta tranquilla, abbiamo anche parlato di altro... Le solite cose,.. ma ci volevi tu. Il fatto è che, chi per un motivo, chi per un altro, stiamo tutte male, ci facciamo un sacco di domande che restano senza risposta, non sappiamo dove andare a sbattere... Se c’eri tu...”.
“Se c’ero io, cosa? Un’incasinata in più...”.
“Si è detto proprio questo: tu sarai incasinata, chi non lo è, ma sai sempre guardare dentro un problema, una via d uscita sai almeno immaginarla”.
“La immaginassi per me! Ma tu, perché stai male?”.
“Come vuoi che te lo dica adesso, per telefono. E’ una cosa lunga, confusa, non so neppure da dove cominciare. Sta di fatto che sono ormai tre anni che ho preso la mia decisione, che ho parlato chiaro a mio marito e me ne sono andata per conto mio. E che cosa ho fatto, che cosa ho costruito con me stessa? Più che una donna libera mi sento una vedova di cent’anni fa. La giornate, gli anni passano senza che mi venga un pensiero, come dire?, creativo, senza che io abbia la forza di fare un progetto. Decidere: ora faccio un viaggio, scrivo un libro... Casa e lavoro ero prima e casa e lavoro sono adesso: o al giornale, o a fare la spesa, o davanti alla televisione.” (Che fortuna che ieri non mi abbia trovata!). “D’altra parte, di. trovarmi delle distrazioni non mi va. Quando vedono una donna sola quelli pensano solo al mordi e fuggi. Non voglio buttarmi via, non voglio ridurmi come Ada. “Ci sono problemi anche per lei?”, dico, tanto per dare un segno di vita all’altro capo del filo.
“Quelli che sai, la sua relazione balorda con quel tizio, che la tiene come un comodino. Proprio così, un arnese da camera da letto. Ma è incredibile come quella donna riesca ad imbrogliare se stessa: ‘Sono libera come l’aria, quando non mi andrà più potrò sempre mandarlo al diavolo’. E intanto si fa usare da quel puttaniere, e ha una faccia che sembra stia lì lì per piangere, in ogni momento”.
“E Ingrid?”, chiedo per scansare l’arcinota storia di Ada e le altrettanto scontate interpretazioni sdegnate che ne dà Gabriella.
“Quella poi sta peggio di tutte. Per essere venuta a cena da me si sentiva più colpevole di Anna Karenina. Avrà telefonato tre o quattro volte a casa: per sapere se il figlio era rincasato, per raccomandare di dare un’altra bollitura agli spinaci, per dire al marito che lo aveva cercato la madre. Si sente sempre inadempiente, ma è chiaro che non ne può più. Solo, non riesce a trovare la forza di dire: bastai! Aspetta che l’occasione venga da fuori. Hai voglia di aspettare!.... Se Ada è un comodino, Ingrid si è ridotta a un elettrodomestico. A proposito, c’è una cosa che ti riguarda: le farebbe tanto piacere sentirti, stare un po’ con te. Ma ha l’impressione che tu voglia sfuggirla, anzi ha detto: seminarla”.
“Quanto lavorano certe immaginazioni! Gabriella, ora devo salutarti; mi chiamano in un altro ufficio. Ci sentiamo”.
“No, aspetta un momento. Vorrei parlarti ancora di una cosa: di lavoro. Almeno per me lo è. Al giornale mi hanno chiesto di riassumere, in due o tre colonne, le tappe del Movimento negli ultimi vent’anni. Tu ne sei stata una delle prime militanti, una leader. Quand’è che possiamo vederci, così mi racconti la tua testimonianza? In settimana, voglio dire”.
Mi ha incastrata. Al mio “ci sentiamo” contrappone una richiesta,motivata, di dove e quando.
“Leader io? Ma neppure gregaria! Non ricordo più niente, ho solo una gran confusione in testa”.
“Mai quanto me. Ma smettila di farti pregare! Sta a vedere che proprio tu mi neghi un aiuto su un argomento del genere. Allora, quando ci vediamo?”.
Non ho più scampo. E’ venuta a snidarmi sul mio terreno, su quel terreno dove sono stata proprio io a trascinare lei e le altre: “Facciamo dopodomani, alle cinque, da te?”.
“Se proprio non puoi domani...Vorrei avere un margine di tempo per scrivere un pezzo non troppo affrettato. In redazione mi stanno tutti con gli occhi addosso, dopo le prediche che vado facendo da qualche tempo; con la tua imbeccata, lo sai bene”.
Domani dovevo incontrarmi con Guido. Non so quanto tempo è che gli do appuntamenti e poi li rimando. Pazienza, rimanderà anche questa volta. D’altra parte Gabriella ha una scadenza da rispettare: “Va bene, allora facciamo domani. Stessa ora. Ciao”.
Devo avvertirlo, Guido. Non so come la prenderà. Eppure mi sento sollevata. Da Gabriella domani andrò a parlare di fatti, di cose; con lui mi sarei dovuta avventurare in stati d’animo, interrogativi, angosce. Fra i due mali avrò quello minore.
Poveraccio, però… Con quella bella scoperta che ha fatto a proposito del figlio... Ma che cosa posso dirgli, io? Un tipo moderno, spregiudicato, lui, se si tratta di enunciare principi. Ma quando poi la realtà lo mette alla ~-prova, ecco che per bocca sua parlano solo suo padre, suo nonno, il bisnonno. Forse è un bene rimandare questo incontro: lo vedevo avvicinarsi come un esame. Prima o poi dovrà avvenire, ma intanto prendiamo tempo, respiriamo. Magari per un po’ non sarà disponibile lui.
Purché quella di Gabriella non sia una trappola: si incomincia con la storia del Movimento e si finisce con i suoi drammi esistenziali, e tanti saluti al parlare di fatti e di cose. Quelle frasi contorte, da intellettuale, quel cercare spiegazioni logiche, “storiche”, come dice lei, a un’angoscia che ha un’ origine tanto chiara quanto deludente: non ha le spalle per sopportare la situazione in cui si è messa. Il successo -professionale, l’apprezzamento degli altri sono diventati per lei un’ossessione... Vaglielo a far capire che anche il vuoto serve a crescere: quella, dentro di sé rimpiange sempre il compagno al quale appoggiarsi, e da ripagare con la seduzione.
Dovrò starci molto attenta, domani, a non far prendere certe pieghe alla conversazione. Potrebbe essere l’ennesima volta che mi trovo invischiata in elucubrazioni lamentose, in invocazioni implicite o espresse di aiuto nella lotta contro l’aria. Allora, meglio i guai di Guido: tangibili, sodi.
Se c’è qualcuno con cui devo prendermela per essere diventata un imbuto dove tutti vengono a riversare il proprio malessere, questo qualcuno sono io. Mi sono messa nuda in mezzo a una folla di affamati e ho detto: prendete, mangiatemi! Ho incominciato tanto tempo fa, forse appena dopo i primi passi e le prime parole. E quando fai così, gli altri mangiano.
Se sei giovane, è anche bello sentirli attaccati, voraci, che si soddisfano di te, convinta di meritare, invece, soltanto abbandono, così brutta, ignorante, scialba. Quel loro mordere, succhiare, ti tira la paura fuori dalla sua tana e la dissolve, almeno per un po’, nel tepore di altre anime. Quanti sono stati? Chi lo ricorda più! Posso tutt’al più evocare emozioni antiche mescolate a immagini di persone e di cose in un’emulsione irreversibile.
Gli scalini della casa di Letizia, all’imbrunire, d’estate, con lei accovacciata accanto a me, che mi parlava fitto: “Guarda, non dico te, ma pure quello là che passa in fondo alla piazza, pure quest’erba che cresce sul muro, pure la bottega del barbiere... Sento che gli voglio tanto bene, a tutti, che non posso lasciarli”. E nascose il volto fra le braccia sottili e brune con cui si cingeva le ginocchia. Le parole, in dialetto, mi sembrava le nascessero dal seno, dal grembo, tremanti, piene di dolore.
“Ci sono stata, sai, in Germania, sei mesi fa, a trovare mio padre, a vedere dove dobbiamo andare. Che posto!... Ma allora sei mesi erano tanti, sembrava che non dovessero passare mai. E invece, ecco qua, domani sera prendiamo il treno, e addio”. Quando sollevò la fronte non ebbi il coraggio di guardarla in viso, ma non posso dimenticare i suoi avambracci bagnati.
Un’altra storia, Elisabetta: provo come fosse allora l’ansia che mi opprimeva nella sua cucina, mentre mi mostrava i lividi delle botte. Sento ancora la sua voce, piena di paura: “Non distrarti, guarda se arriva... Madonna, qua non è ancora pronto!”. E io, dietro i vetri, cercavo di trafiggere la nebbia con lo sguardo, per scorgere la figura del marito appena fosse affiorata in fondo al viale, fra i due filari di pioppi, neri nel chiarore rossastro della raffineria.
E ancora: quel vagone sferragliante e quasi vuoto, nel treno che ci riportava a casa, di notte, dopo la giornata all’università. Eravamo in corridoio, Simone e io, e lui era stato zitto per un’eternità. Finalmente: “Senti,.. tu l’avrai capito, io ti voglio bene, vorrei domandarti... Non pensare male di me, non voglio scherzare. Ma.... credo di essere malato (quella parola “malato” la pronunciò con un bisbiglio che udii appena, ma ancora mi sconvolge). E’ che io, ecco, con una donna non ci sono mai riuscito”. Si Copri gli occhi con la mano; era il primo uomo che vedevo piangere. Restai muta, seppi solo stringergli un braccio.
Perché non gli risposi che anch’io gli volevo bene? Perché non gli gridai che desideravo stargli accanto proprio perché lui era cosi, che solo con lui avrei potuto vivere senza tormento, anzi con felicità, quella mia inconfessabile ripugnanza per i sensi, la pelle, gli umori, le braccia che avvincono, opprimono?
Ora che ci penso, ricordo più intensamente le emozioni di tanti anni fa che non quelle degli incontri più recenti. Si capisce: quando si è giovani ci si appassiona, si vuoi portare il mondo sulle spalle. Più tardi si riflette che, un po’, potrebbe anche stare sulle proprie gambe. Oppure si è semplicemente stanchi, saturi. Purtroppo gli altri non lo capiscono: li hai viziati, e allora ti cercano, ti assediano, ti telefonano, reclamano la tua spalla per piangere. E sanno di trovarla lì, pronta.
Guido, come avevo previsto, ci è rimasto male: “Nello stato in cui sono, ci contavo. Lo sai, quando parlo con te, dopo sto meglio. Tu riesci sempre a indicarmi uno spiraglio di luce verso cui orientarmi. Il guaio è che se tu non puoi domani, poi devo partire io”.
“Mi sopravvaluti, Guido, non riesco a vedermi come quella che fa luce agli altri, ottenebrata come sono io per prima. Penso che tu non abbia bisogno né di me, né di chiunque altro. Hai bisogno solo di te. Io posso soltanto dirti che se tuo figlio ha fatto la scelta che ha fatto, è una scelta che non fa male a nessuno. Tu mi dirai che fa male a te; ma allora è un problema tuo. Possiamo permetterci, noi, di limitare le tendenze, le vocazioni dei nostri figli, solo perché una vecchia morale...”
“Scusami se ti interrompo, ma me la chiami vocazione? Non vorrei essere volgare, ma l’ho sempre sentita chiamare in un altro modo. Comunque, parlarne così, da ufficio a ufficio, con la fretta, non mi va. Ti richiamo appena torno e spero che troverai un’ora per me”.
Non avrei dovuto cedere così presto alle insistenze di Gabriella. Ma ormai.. D’altra parte a Guido non saprei dire che cose razionali, teoriche. Avevo già cominciato per telefono. Il fatto è che il padre di quel ragazzo è lui e certe cose le vive coi sentimenti e non con la testa. E chi sono io per poter fare qualcosa per le sue emozioni?
Piuttosto, dopo quello che mi ha riferito Gabriella, un colpo di telefono a Ingrid dovrei farlo. Non è stupida: è proprio vero che la vado evitando. Possibile che non immagini perché? Non fa nulla per arrivare a un linguaggio con cui possiamo intenderci. Si sente scontenta, smarrita, e si ferma li. Non vuole guardare in faccia la sua convenzionalità, le sue abdicazioni. Appena le ho suggerito, una volta, di scrutarsi dentro, di chiedersi se quello che fa, quello che riceve, le stiano bene, mi ha troncato la parola: “Che cosa dovrei pretendere di più? Sono io nevrotica, che non mi accontento di nulla”.
Le telefonerò, certo. Ma non adesso. Devo riordinare le carte per il lavoro da fare con Gabriella.
Che idea! Potrei dire a Ingrid di raggiungerci proprio da Gabriella, domani, un po’ sul tardi. Il lavoro non dovrebbe prendere molto. Questa mia documentazione è insolitamente ordinata; si vede che mi stava a cuore. Gabriella dovrà comunque leggersela, per il suo articolo.
Ma certo! Cosi Ingrid non si sentirà tanto “seminata” e Gabriella non potrà mettermi sotto, me sola. Le chiamo subito, tutte e due.
Se fanno un altro giro in autoscontro, questi batuffoli di zucchero filato si riducono come due straccetti. Che corse, oggi! Prima da Gabriella, per portarle le carte; poi a comprare il regalo; poi a casa, a prendere Paola, e da Ilaria, l’inseparabile. Infine qua, in questa baraonda.
Gabriella era furente: “Non solo mi pianti in asso, non solo mi lasci ad annaspare in questo tuo zibaldone, hai anche dato appuntamento a Ingrid, qua! E’ te che vuol vedere, non me. E tu invece ti squagli, e mi lasci a fare salotto, con tutto quello che ho da fare”.
Ha ragione, ma mi era proprio uscito di mente che oggi Paola compiva undici anni: “Che mamma sei, esci anche il giorno del mio compleanno!”.
Tanto, dura ancora per poco. Fra un paio d’anni al massimo sarà lei ad uscire e certo non mi chiederà di accompagnarla. Forse è l’ultima volta che vado in un luna park; tant’è che me lo faccia piacere. Il prossimo giro voglio farlo anch’io: sulla ruota panoramica, anzi no, sulle montagne russe. Che forza, precipitare con quel carrello, col cuore che sembra restare indietro.
Sono già quasi le otto e non hanno nessuna intenzione di andare via. Avevo mezzo promesso di portarle anche a mangiare la pizza, dopo. Ma si fa troppo tardi, non se ne parla. Per giunta, ho detto a Rita di telefonarmi all’ora di cena. L’ho sentita così strana l’ultima volta... Stasera, però, mi sento morta. Farò dire che non ci sono e me ne vado a letto. Chiama in teleselezione: bé, le farò fare economia. Del resto, se mi fossi vista con Gabriella e Ingrid lo stesso non mi avrebbe trovata.
Sì, me ne andrò a letto e finalmente mi guarderò quelle poesie di Dario. Sono due mesi che me le ha date, non reggo più il suo sguardo quando lo incontro.
Ma dove le avrò cacciate?... Oddio! Me le ero portate da Laura, in campagna, domenica scorsa. Che testa, le ho lasciate là!
Ogni volta che vedeva una bella donna restava di malumore per un po’; e dal momento che ne vedeva tante, perché quando si va in cerca delle cose che non si possono avere se ne trovano dappertutto, il suo malumore era pressoché costante.
Quando al mattino si chiudeva l’uscio di casa dietro le spalle, si sforzava di dimenticare al più presto l’immagine, sofferta fino a pochi minuti prima, della moglie nella sua informe vestaglia di flanella, ciabattante intorno alla figlia mentre la preparava per la scuola. E tornava in lui, come il giorno prima, e quello prima ancora, una speranzosa ansia di novità, di qualcosa che si rivelasse all’improvviso in una delle situazioni consuete che lo aspettavano: l’autobus, il bar, il negozio dove lavorava. Forse proprio quel giorno sarebbe arrivata l’occasione magica che poteva smuovere la sua stagnante solitudine.
Invece vi sprofondava sempre di più: gli sguardi che cercava di incontrare si volgevano altrove, le labbra che lo avevano attratto sorridevano ad altri, quella mano stretta al corrimano dell’autobus, a pochi centimetri dalla sua, ne era divisa da un abisso di indifferenza. Certi giorni, poi, era proprio un colpo basso trovare l’ascensore fragrante di profumo, segno che pochi istanti prima se ne era servita la sconosciuta che abitava un paio di piani sopra di lui. Ma dove? In quell’alveare ogni piano era un intrico di corridoi grigi, cemento sopra, cemento sotto, cemento alle pareti, con dieci, dodici appartamentini ciascuno. Se quel maledetto arnese avesse fatto le fermate intermedie a richiesta dai singoli pianerottoli, forse ci sarebbero state più occasioni di intercettarla e di scendere quei tre piani con lei. E a che pro? Dopo un cenno di saluto si sarebbe sentito raggelare, aspettando l’arrivo al piano terra come una liberazione. Lo sapeva bene, per tutte le volte - sempre troppo poche! - che l’aveva incontrata, la sera, nell’androne, e avevano fatto una parte della salita insieme.
Quando accadeva, però, ce la metteva tutta per godersi come meglio poteva quello che un incontro così fugace poteva offrirgli. Le prime volte farfugliava un “buonasera” ricambiato ovviamente da]la stessa, unica parola; e schiacciato il bottone del proprio piano, se ne stava a guardare per terra fino al momento in cui si scambiavano di nuovo il saluto. Ora invece, dopo il primo “buonasera”, taceva quei pochi istanti che bastavano perché l’altra dicesse: “Terzo, vero?”, pigiando lei il bottone. Aveva così il gusto di sentirsi rivolgere la parola e, soprattutto, di guardarle la mano: sottile, curata, dalle unghie lunghe dove lo smalto scarlatto era sempre di una uniformità impeccabile. Entrava in casa torvo e, quasi godendo nell’acuire la propria irritazione, osservava le mani di sua moglie, gonfie, le unghie corte e piatte, consumate da faccende domestiche elevate a dignità di missione. E pensare che in quello stesso momento, qualche piano sopra la sua testa, un uomo stava forse accogliendo la sconosciuta e ne riceveva un bacio, una carezza, una qualche promettente provocazione che inaugurava una serata ben diversa da quella che lui aveva davanti: silenzi, televisione, neppure (per fortuna!) uno di quegli incontri con la moglie, sbadiglianti, e che anni prima, e sempre più di rado, gli avevano fatto sacrificare un po’ di sonno. Al mattino, almeno, c’era la speranza: una giornata nuova è sempre una giornata nuova.
“Chissà se stasera torneremo a coricarci nel nostro letto”, era andata ripetendo per anni sua madre, pressoché ogni mattina, rendendo si può immaginare quanto giocondo il risveglio dei familiari. Eppure, a ripensarci, perché no? Non tontare nel proprio letto non significava necessariamente giacere in una corsia d’ospedale o sul marmo dell’obitorio (quali erano, in realtà, le sole alternative che l’immaginazione della madre contemplava). Ci sono anche altre possibilità.. Certe cose debbono capitare solo agli altri? La straniera collezionista di esperienze, la nobildonna perversa, la sposa delusa?.. E se quel giorno fosse capitato a lui? Allora, certo, la sera non sarebbe andato a coricarsi nel proprio letto. O magari ci sarebbe anche tornato, ma dopo averne visitato un altro, fervido di ebbrezze.
Il momento migliore per queste fantasie mattutine era il tempo che trascorreva in bagno, con la radiolina accanto. Assorto com’era, del giornale radio coglieva sì e no qualche notizia, se proprio era sensazionale. Una volta uscito da quel rifugio; le incombenze della giornata gli si avventavano addosso come una nube di insetti che divorava a pezzo a pezzo le immagini vagheggiate.
Le volte in cui trovava l’ascensore invaso dal profumo della vicina erano in verità assai rare. Di norma veniva avvolto dal solito tanfo composito di grasso di macchina e orina di gatto che solo al piano terra si stemperava nelle mordenti esalazioni del preparato contro gli scarafaggi. E queste, a loro volta lo consegnavano, al di là del portone, alle puzze mutanti e indefinibili dell’industrioso suburbio.
La costruzione, da parte del comune, della strada di accesso al condominio, illuminata e anche alberata, era stata assicurata come imminente dall’agenzia immobiliare, dai primi contatti fino al rogito. Ma, nel corso della bicchierata che segui la conclusione di quell’importante atto notarile, il costruttore, interpellato ancora una volta al riguardo, si era sentito in dovere di richiamare il cliente ad aspettative più realistiche. Infatti, la preoccupazione schiettamente umanitaria che egli aveva avuto di soddisfare, con sollecitudine e modicità di pretese, l’aspirazione alla casa di tanti lavoratori lo aveva indotto a tirare su i palazzi senza attendere che la pachidermica e venale burocrazia gli rilasciasse tutte le licenze necessarie perché quel complesso residenziale fosse legittimato ad esistere nel contesto urbano.
Abitava lì da ormai nove anni e la strada asfaltata più vicina - la provinciale che portava alla periferia della città - era tuttora raggiungibile attraverso mezzo chilometro di percorso di guerra, dove ciascuno odiava o temeva il suo simile: quando pioveva, per la contesa delle lingue di terra emergenti dal pantano e per le onde fangose delle auto; con il sole, per le nuvole di polvere che anche una bicicletta sollevava e che andavano in gola, e facevano stridere i denti; di notte, per il trasalimento ad ogni risuonare di passi nelle tenebre.
Qualche anno prima c’era stato il tentativo di formare un movimento di abitanti del posto per rivendicare la strada, i lampioni e qualche servizio essenziale. Era venuto anche un cronista che aveva fatto un pezzo di colore. “Una landa deserta - aveva scritto - dove non accade nulla perché la gente non si conosce, non si parla, non può incontrarsi se non occasionalmente, nella mal fornita rivendita di alimentari e in tre o quattro altre bottegucce indispensabili a sopravvivere in quel paesaggio lunare che per il generale silenzio delle voci e delle anime ci fa pensare a uno sconcertante Mare della Tranquillità”.
L’articolo fu letto da pochi e dimenticato da molti; il movimento - al quale lui si era unito anche nella speranza di solidarizzare con qualche gradevole militante femminile - si andò sfilacciando. Nel capannone ventoso delle riunioni restò solo un pugno di studenti politicizzati che si premurarono di mettere in fuga anche i pochi, ostinati frequentatori rimasti, intestardendosi a prendere le difese, in nome dell’antirazzismo, delle colonie di zingari che cingevano la zona di un assedio sempre più stretto. Restò quel nome, ma forse solo nel suo ricordo: il Mare della Tranquillità.
Ce lo aveva trascinato sua moglie: “Dobbiamo avere una casa nostra, senza una casa propria che cos’é una famiglia? Guardo questi muri, li tocco e dico: sono di un altro... Non pensi a nostra figlia? Che cosa le lasciamo?”.
E cosa le avevano dato? Un buco in una gruviera di cemento, una levataccia ogni mattina per andare a scuola, neppure un cinema nel raggio di chilometri, dei coetanei che già avevano dentro la rabbia e la solitudine: mai una parola che non fosse in un gergo gutturale e insolente, assiepati per ore intorno ai videogiochi dell’unico bar-latteria. E pensare che prima abitavano in centro! “Ma se poi ci danno lo sfratto?”.
E così, per non sentire più sua moglie, cerca, gira, fatti e rifatti i conti più lambiccati - caparra, mutuo, interesse scalare - l’unico acquisto che, non diciamo potevano permettersi, ma non li avrebbe costretti al digiuno per anni, era questa tana a casa del diavolo. Ma lei niente, non cedeva, pur di poter dire: “Questi mattoni, questo 1avandino, questo cesso sono miei”. Suoi? Quella casa sarebbe stata veramente loro soltanto dopo trent’anni. E ne erano passati appena nove.
“Vedrete”, aveva detto quel pataccaro del venditore, “questo diventerà un quartiere pieno di gente, di negozi, attrezzato”, e sua moglie pendeva da quelle labbra, faceva di sì con la testa a ogni bugia che il lestofante sparava. Ecco come si era popolato, attrezzato, il quartiere: erano arrivati solo una conceria puzzolente, approdata lì sicuramente dopo essere stata scacciata da altri posti, e uno sfasciacarrozze con annesso, dilagante cimitero di automobili.
Si fosse almeno placata, sua moglie. Macché. Quelle due camere più tinello e servizi erano diventate l’oggetto di una passione, il bene inestimabile che tutto l’universo le invidiava e che lei doveva difendere: dalla polvere, dalla pioggia sabbiosa che il vento scagliava contro i vetri, dalle suole infangate di chi varcava l’uscio.
Non era mai stata una venere, ma almeno in passato una messa in piega di tanto intanto la faceva, un po’ di ombretto, un velo di fard li metteva. Adesso sembrava avere vent’anni di più della sua età, sempre scarmigliata, in grembiule, nel vigile presidio del pavimento tirato a cera e dei mobili costellati di centrini inamidati. Ci mancava solo che mettesse una bambola seduta sul copriletto di raso.
Tanto, la bambola l’aveva in carne e ossa. Fin da quando la figlia era nata l’aveva agghindata, infiocchettata, come se fosse stata un suo giocattolo. Ora poi che sulla fanciullezza erano comparsi i morbidi annunci dell’età adulta, sembrava ansiosa di affrettare il compimento di un’opera. Le comprava, con i suoi inverosimili risparmi, abiti, cosmetici, biancheria che una donna fatta avrebbe scelto per sé quando fosse stata spinta da una contingente necessità di sedurre. Perfino lui, suo padre, si sentiva turbato da quella grazia così sapientemente sottolineata, dagli occhi lucenti dalla profondità di un’ombra artificiale, dai golfini scollati sulla rotondità dei seni fiorenti. E cercava di scacciare le inevitabili associazioni di quella procacità acerba alle figure femminili che lui andava in giro a sbirciare, nella sua instancabile ricerca.
Quando non l’aveva davanti non riusciva a ricordare la voce di sua figlia, l’avesse anche sentita cinque minuti prima. Ma che cosa ricordava lui di tutto il tempo trascorso da quando era venuta al mondo? Un’ immagine dì un anno, una di un altro, come in un album di fotografie sfogliato di tanto in tanto. Ora, così cresciuta, era una conoscenza nuova ad ogni rincasare, una persona diversa da quella dell’ultima volta; un viso cancellato giorno per giorno, nella sua mente, dal sonno, dai viaggi in autobus, dalle tante ore uguali e stupide passate al lavoro. Cosa aveva lui da dire a sua figlia, da raccontarle?... Finiti i balbettamenti della prima infanzia, piano piano erano arrivati a non parlarsi più.
“Ben levato!” Dio quanto lo odiava quel leccapiedi di Ferretti! Prima o poi lo avrebbe ucciso, soffocandolo a faccia in giù nella polvere nera delle fotocopie. Dico: il signor Ernesto, che pure come principale era quanto di più vessatorio si potesse immaginare, a volte era distratto, non si accorgeva del suo ingresso furtivo in negozio. E invece Ferretti, con quel saluto maligno, gridato anche se si trovava a un metro di distanza, non perdeva mai l’occasione per sottolineare il suo ritardo. Allora il signor Ernesto guardava prima l’orologio e poi lui, con in viso un’espressione più cattiva del solito; e cercava ispirazione per la prima angheria della giornata.
Così anche quella mattina: l’accoglienza odiosa di Ferretti, l’occhiataccia del principale. Si avviò, strisciando lungo gli scaffali degli articoli di cartoleria, al suo posto di lavoro, la macchina fotocopiatrice. Si mise subito a pulirne il vetro con lo straccio imbevuto d’alcool, senza neppure togliersi fl soprabito. Avverti dietro di sè la presenza del signor Ernesto. Il principale era abilissimo nello sbucare improvvisamente alle spalle dei dipendenti. Piccolo, rinsecchito, si aggirava come un gatto per i camminamenti che correvano fra le scansie e i banconi dell’ampio negozio di pubblicazioni e cancelleria per uffici. “Dal 1910 al servizio delle Amministrazioni” era scritto dappertutto: sull’insegna, sulla carta da pacchi, sui sacchetti di plastica. Il signor Ernesto calzava, certamente ad arte, scarpe con la suola di gomma, anche d’estate, come strumento indispensabile ai suoi appostamenti. C’era però qualcosa che lo tradiva: il fumo della sigaretta perenne— mente accesa (Yanez, lo aveva ribattezzato Ferretti) le cui nuvolette ne rivelavano la posizione, e il conseguente sibilo asmatico del respiro. Fu questo il segnale che lo fece girare.
“C’è un lavoro urgente, che avrebbe potuto essere già terminato se lei non si fosse preso il suo solito quarto d’ora accademico”... Yanez fissava la punta della sigaretta che rigirava fra il pollice e il medio. “E’ venuta la signora Zanella, la titolare della scuola guida. Ha bisogno subito di quindici copie di questo fascicolo. Se lei si fosse trovato qui in orario sarebbe restata ad aspettare... Ora le faccia immediatamente e gliele porti lei stesso. E’ la prima volta che si rivolge a noi: mi raccomando, un lavoro accurato e rapido; niente interruzioni finché non è terminato”. “Meno pause!” gli gracidò all’orecchio Ferretti qualche minuto dopo.
Era andata meglio di quanto aveva temuto: almeno c’era da prendere una boccata d’aria per la consegna. E poi,... la signora Zanella... Non aveva mai avuto occasione di parlarle; l’aveva soltanto guardata, tante volte, passando davanti alla scuola guida, o al bar, durante l’intervallo. Poteva avere la sua stessa età, una quarantina d’anni, ma portati proprio bene. Ed era sempre curata, elegante, ingioiellata.
Ci mise tutta 1a premura di cui era capace: fece un paio di prove per dare il miglior contrasto alla stampa, mise ad ogni fascicolo una copertina di cartone leggero, anche se non era stata richiesta, di colore grigio-azzurro, che a lui sembrava il più gradevole. Finì presto. Andò un attimo in bagno a ravviarsi i capelli e aggiustarsi la cravatta e uscì col pacco delle copie.
“Siete proprio bravi”disse la signora Zanella.
“Eh, il signor Ernesto ci teneva tanto...”
“Vi fa correre, vero?, il signor Ernesto”.
La guardava da vicino per la prima volta. Era truccata pesantemente, ma proprio questo gli piaceva. Il rosa lucido delle labbra carnose, lo strato evidente di fondo tinta, le righe nere sulle palpebre erano una dichiarazione leale del suo voler essere notata e desiderata.
“Certo, è un tipo un po’ esigente”.
“Dica pure antipatico. Non abbia paura, non vado mica a riferirglielo. Ha sempre una faccia da funerale. Deve essere uno con la digestione difficile. Come fate a sopportarlo?”.
“Cosa vuole… Comunque guardi, signora: mi sono permesso di mettere un foglio in più per ogni. fascicolo. Se lasciavamo l’ultima pagina come era nell’originale, il colofon restava attaccato al margine in basso e stava male. Allora l’ho staccato e l’ho messo su una pagina a parte, come si fa nei libri”.
“Come parla difficile! Cos’è questo... Come ha detto?”.
“Colofon. E’ questo qui, vede? ‘Stampato presso la tipografia...’ ”.
“E’ uno che ha studiato, lei, vero? Si vede che non è come certi altri suoi colleghi (quel burino di Ferretti, e chi sennò?). L’avevo capito da tempo: è un po’ che l’ho notato, quando viene al bar...”.
Notato lui? Da quella lì? Sentì il sangue che gli saliva alle gote. Chissà chi gli diede la forza di replicare, con una voce che gli sembrò di un altro: “Anche io, signora, è tanto tempo che l’ho notata”.
“Meno male,” rise lei, “ancora c’è qualcuno che mi vede! Il fatto è che le facce, in giro, sono tante, compresa la nostra, che diventano un po’ come degli oggetti. Scoprire che qualcuno ti guarda come un essere umano è una bella sorpresa. Si è guadagnato un caffè!”.
La sua risata era schietta e scopriva dei denti bianchi e grandi. Le palpebre truccate si stringevano fino a lasciare solo una fessura luccicante.
“Mi piacerebbe tanto, signora, ma devo tornare di corsa al negozio. Il signor Ernesto starà già col cronometro in mano”.
“Lo dicevo io che è un brutto tipo!”.
“Cosa vuol farmi dire, signora...”.
“Ha ragione, la sto provocando. Ma mi piacerebbe sentirle uscire qualche cattiveria su quel vecchio gufo”. Rise. Di nuovo, in quel suo modo che faceva desiderare che ridesse ancora. “Allora vuoi dire che il caffè me lo offrirà. lei più tardi, dopo colazione, al solito bar”.
“Ma le pare, certo, con piacere,...” farfugliò, sconvolto da quel mezzo appuntamento. Sempre lo stesso imbranato! Mesi, anni, a fantasticare un incontro come questo e poi, quando era capitato, ecco che non si lasciava sfuggire l’occasione per fare la figura del cretino, del poveraccio. Andarle a dire quella stupidaggine del signor Ernesto col cronometro! Giusto per dichiarare apertamente, se lei non lo aveva ancora capito, che lui è uno schiavo, che si fa mettere i piedi in testa. E poi, via, quando lei se n’era uscita con il bar… Cosa ci voleva a dir1e: “Vengo a prenderla, così facciamo colazione insieme”, invece di trovarsi lì per un caffè all’impiedi, come due che si incontrano per caso.
Naturalmente queste cose gli venivano in mente dopo, mentre trottava verso il negozio. Doveva sempre essere quello del “dopo”, lui, come quando gli nascevano in bocca le risposte a tono appena chi io aveva vituperato non c’era più. Passò il resto della mattinata a rimuginare e a fissare il vuoto oppure l’orologio sulla parete. Il principale, in virtù della sua telepatica sensibilità ad ogni distrazione dei dipendenti, dovette accorrere più volte a sibilargli nelle vicinanze.
Quelle osteggiate meditazioni approdarono comunque, verso l’orario di intervallo, alla conclusione che forse una toppa alla magra di quella mattina poteva ancora metterla. Avrebbe atteso la signora Zanella davanti al bar, non sarebbe entrato prima di lei. Appena sentì il tintinnare delle chiavi che il signor Ernesto prendeva dalla scrivania per chiudere il negozio, si precipitò fuori e raggiunse il bar. Arrivò tanto presto che dovette aspettare un bel po’, mentre passavano tutti: Ferretti con i suoi chiassosi compagni meridiani di biliardo; Yanez, diretto a casa, che gli saettò un’occhiata di gelo per essere schizzato via così presto dal lavoro; gli impiezati dell’agenzia assicurativa ai quali un invidiabile reddito consentiva di mangiare all’osteria. Si sentì scrutato da tutti quanti, conoscenti e non. Finalmente, in fondo alla strada spuntò la signora Zanella. Non passava certo inosservata con i suoi riccioli platinati e l’azzurro carico del tailleur attillato. I passanti si voltavano a guardarla e lui ne fu compiaciuto e preoccupato al tempo stesso.
“Non mi dica che sta aspettando me, qui fuori! Ma è proprio gentile! Se l’avessi saputo mi sarei affrettata...Pensavo che lei stesse già mangiando”.
“Non si preoccupi, signora, mi faceva piacere farlo in sua compagnia”. Dio mio, da dove gli era venuta una frase così disinvolta?
“Grazie”, disse lei entrando. “Guardi, siamo fortunati, c’è un tavolino libero”.
Con suo grande sollievo le preoccupazioni che aveva avuto fino a quel momento su come tener viva la conversazione si dissolsero nella loquacità di lei. In quel paio d’ore che passarono insieme - un toast e una bibita pagati alla romana per insistenza di lei -, due passi fino ai giardini, un po’ di sole sulla panchina, un caffè prima di salutarsi - fu quasi soltanto lei a parlare. Raccontava di sé con semplicità, toccando anche argomenti che altri avrebbero riservati ad amicizie meno recenti: era stata sposata, per anni avevano vissuto insieme, suo marito e lei, non sentendo più nulla l’uno per l’altro, solo per tirare su il loro unico figlio. Si erano separati quando il ragazzo, bravissimo per altro, finita l’università aveva vinto una borsa di studio all’estero. E ora tutto faceva pensare che sarebbe restato là, viste le opportunità che in quel paese gli si sono offerte. Se si sentiva sola? “Per carità! Le sembro una che può soffrire di solitudine?”. Anzì, poteva finalmente vivere come piaceva a lei, senza dover rendere conto di niente a nessuno. Qualche uomo lo aveva avuto, certo, che sarebbe la vita senza un po’ di amore? Ma giusto un po’, niente legami, gliene era bastato uno. Meglio tanti amici, che ti vogliono bene, ai quali tu vuoi bene, ma che vivono - e lasciano vivere - ognuno per conto proprio. Eh sì, la seconda metà della vita, a capirlo, può essere la parte più bella.
Quando si salutarono gli disse che il tempo trascorso con lui era stato veramente gradevole e che, come “vicini di lavoro”, potevano anche darsi del tu; il suo nome era Anna. Disse anche che le. avrebbe fatto molto piacere fare di nuovo colazione con lui: fra una decina di giorni, visto che stava partendo per un viaggio in Egitto che aveva voluto “regalarsi”.
Gli rimaneva davanti agli occhi l’immagine di lei, accovacciata per riaprire la serranda dell’autoscuola: la gonna si era tesa mettendo in evidenza le cosce lunghe e robuste. Restò assorto per tutto il pomeriggio. In autobus non scrutò le passeggere con la consueta attenzione. E non si sentì deluso non vedendo all’ascensore la vicina sconosciuta. Eppure quell’incontro era da tempo l’ultima speranza di ogni sera, prima di segregarsi in casa. Ma adesso anche quelle ore di assente compresenza domestica avevano il respiro di un’attesa: sarebbe venuto il momento di andare a letto e allora, al buio, avrebbe pensato ad Anna, alla imprevedibile eppure così semplice circostanza del loro incontro, ai racconti di lei, a quando l’avrebbe vista ancora, a come l’avrebbe vista.
Nelle notti che seguirono, diventò un gioco ricorrente della sua fantasia: Anna lo accoglieva nella propria casa dove nella penombra dell’immaginazione si rivelava qua e là un’inquietante scenografia del desiderio fatta di tappeti, di cuscini, di quadri e sculture dalle inebrianti raffigurazioni; e poi c’erano lacci, coppe, spilloni, e spirali di fumo profumato. Lei era avvolta in pepli opportunamente arrendevoli al prorompere dell’arrogante nudità. Gli elargiva carezze scaltre, insinuanti, e lui diventava la sua preda in giochi dove il piacere e lo spasimo si compenetravano fino ad epiloghi protratti ed elaborati, in cui per qualche verso entrava il ricordo di certe aggrovigliate illustrazioni adocchiate nei disdicevoli rotocalchi che Ferretti custodiva nel proprio armadietto.
Dal suo inguine il desiderio si protendeva in una verga rigida, forse anche sonora, che puntellava la coperta; e lui la accarezzava, la torceva, ne percorreva l’apoplettica tensione pensando ad altre mani, morbide e rapaci. Accanto, sua moglie russava, ignara e ignorata.
Il tempo in cui Anna fu in viaggio lo passò fra giornate assorte ed estenuanti fantasie notturne. Quando fu quasi completamente trascorso, andò a tagliarsi i capelli; dall’esoso barbiere vicino al negozio, non dal tosacani del Mare della Tranquillità.
Quel lunedì mattina pioveva; quanto di peggio potesse avvenire per i pantaloni grigio perla e per i mocassini, meticolosamente lucidati la sera prima, che con la giacca blu da anni formavano la tenuta delle occasioni importanti: matrimoni, prime comunioni, funerali. Pensò bene, prima di avventurarsi nella palude, di rimboccarseli fino a metà polpaccio. Tornò anche in casa a rimettersi le solite scarpacce da combattimento e i mocassini se li portò in un sacchetto di plastica. Per queste operazioni perse l’autobus, Il “ben levato!” di Ferretti fu reso più enfatico dallo stupore per la sua eleganza. Il volto del signor Ernesto espresse autentico sdegno.
La mattinata fu tormentosa; Yanez, con l’infallibile intuito di sempre, le inventava tutte per piombargli addosso ogni cinque minuti e distoglierlo dagli intricati ragionamenti con cui cercava di risolvere il proprio dilemma: farsi vivo per primo o aspettare un incontro casuale, opportunamente provocato. All’ora dell’intervallo non aveva ancora concluso nulla, ma dovette uscire per forza, perché il negozio chiudeva. Con un passo tutt’altro che deciso si diresse al bar. Sbirciò dentro: Anna non c’era. Restò qualche attimo sopra pensiero e poi, senza neppure rendersene conto, andò verso l’autoscuola. Girato l’angolo la vide a pochi passi da lui. L’impermeabile chiaro, stretto in vita dalla cintura annodata, metteva in risalto l’abbronzatura recente.
“Eccoti qua! Stavo proprio chiedendomi se ti avrei incontrato. Ben trovato!”. Fece il gesto di baciarlo sulle guance, ma non lo sfiorò neppure.
“Avrei fatto anche una scappata, stamattina, ma ho pensato, dopo il viaggio, chissà quante cose...”.
“Va bene, va bene, diciamo che ti fai un sacco di scrupoli... Vedessi che meraviglia, avrei da raccontare tante cose!”.
“Sono qui per sentirle”. Aveva preso abbastanza coraggio, gli veniva perfino qualche risposta azzeccata. Tornarono al bar, ma visto che era venuta fuori una bella giornata, presero i toast e le lattine di aranciata e se ne andarono ai giardini.
Lei parlava, parlava: della crociera, del Nilo, della gente, della valigia smarrita e ritrovata, e lui si annoiò anche un po’, ma soprattutto si distrasse. Non le toglieva gli occhi di dosso per ritrovare tutti quei dettagli - almeno quelli visibili - che aveva tante volte evocato col pensiero. Scoprì che gli piacevano ancor più nella realtà: le sopracciglia dal disegno perfetto, gli occhi verde acqua, il gestire delle mani luccicanti di anelli e di lacca, la floridezza del seno sotto il golf accollato, che il bavero aperto dell’impermeabile incorniciava come una grande. corolla.
“A proposito del Cairo, nel suc, nel mercato, ho pensato a te e ti ho preso un regalino”. Estrasse dalla borsetta un sacchetto minuscolo di carta con delle scritte in inglese e in arabo. “Un portafortuna”.
Era uno scarabeo, scolpito in un sassolino. “Gli egizi lo veneravano come una divinità. Tu prendilo come un amuleto. Quando stai con quel simpaticone del tuo principale, stringilo nel pugno e la sua influenza malefica sarà annientata”.
Tornato in negozio, con un po’ di colla attaccò bene in vista lo scarabeo su un montante dello scaffale dove teneva il materiale del suo lavoro. Ma prima se lo passò furtivamente su una guancia.
Ferretti gli si avvicinò: “Vi ho visti, sai? Gli innamorati ai giardinetti! Mica male la tardona! Qui l’affare sì ingrossa. Vuol dire che farò un telefonata a chi so io... Scherzi a parte, è un bel colpo! Quella lì è ricca, libera, con una voglia. che le si legge in faccia... Se non ci fai niente sei proprio un cadavere!”.
“Ma cosa vuoi che ci faccia! E poi sono fatti miei, no?”.
“Ehi, come siamo suscettibili! Scusa, non mi permetterò più”.
Imbecille, impiccione! Ora poi gli era anche più odioso perché, in fondo, gli aveva letto nel pensiero, aveva capito i suoi desideri. Peggio ancora, li aveva condivisi, inquinandoli con la sua complicità volgare. E si poteva star certi che, prima o poi, avrebbe raccontato chissà che cosa a quel bigotto del principale per metterlo ancora una volta in cattiva luce.
Quella sera cercò nell’ elenco telefonico il numero di Zanella Anna e vide quanto sa essere beffarda la sorte: abitava a due passi dalla sua vecchia casa. Formò il numero e riattaccò subito dopo il “pronto” di lei. “Chi chiami?” chiese la moglie, abituata a non sentirlo mai al telefono con nessuno, di sera. “L’ora esatta”, rispose.
I giorni che seguirono fece sempre colazione con Anna. Si sentì anzi in dovere, a un certo punto, di chiederle se il fatto che le andava incontro ogni giorno non le desse fastidio, perché magari aveva altri programmi e lui poteva risultare invadente. “Possibile che tu debba sempre aver paura di qualcosa?”, sbuffò lei. “Se sto in tua compagnia è perché mi fa piacere. Non preoccuparti, il giorno che non mi andasse te lo direi. Ho impaiato a vivere con un po’ di semplicità. Si sta molto meglio. Fallo anche tu”.
Si sentì rassicurato. Pensò anche che poteva non essere del tutto sballata l’idea, vagheggiata ormai da diverso tempo, che Anna cercasse di fargli capire qualcosa, che si aspettasse da lui un gesto, una parola; che insomma doveva decidersi a fare una prima mossa, per non essere quel “cadavere” che diceva Ferretti. I segnali c’erano: a parte lo scarabeo, che poteva essere un pensiero gentile e nient’altro (ma pur sempre un “pensiero”), come intendere certi, racconti sulla sua vita, sulle delusioni che aveva avuto dagli uomini? Come per dirgli: tu sei diverso, per questo mi piaci. Anzi, glielo aveva proprio detto,con quel “mi piace stare in tua compagnia”. E che significava il prenderlo a braccetto, per strada,col seno che gli toccava il gomito? Con la confidenza che ormai c’era fra loro, sapeva bene quale poteva essere una “prima mossa” senza il rischio di un rifiuto: invitarla una buona volta a cena, invece di continuare a trangugiare panini nell’intervallo. Ma come fare, che cosa inventare a casa, quando da sempre era di ritorno ogni sera per le otto e mezza al più tardi, senza mai un’eccezione? E i soldi? Se proprio per i soldi aveva dovuto smettere di fumare, se non comprava neppure il giornale! Il giorno dello stipendio, forse... E poi? Una cena e mai più?
Questo arrovellarsi fra problemi economici e organizzativi occupava ormai, di notte, gran parte del tempo che prima aveva dedicato alle sue laboriose fantasticherie. Si dava pace solo all’idea che, sebbene una soluzione fosse necessaria, non era detto che dovesse trovarla proprio in quel momento. Fuggiva così di nuovo fra le predilette immagini di piacere alle quali la frequentazione di Anna conferiva ora inimmaginate possibilità di precisione. Fino a che, con le tempie che gli pulsavano, non rifletteva che un passo “serio” nei confronti di lei non poteva più essere rinviato; e tornava a tormentarsi sul tempo e sui soldi.
L’altalena di emozioni e di congetture gli riempì anche un lungo fine settimana in cui capitavano due giorni di festa consecutivi. Non venne a capo dì nulla e decise di rimettere al caso quello che doveva accadere. Stette un po’ meglio e finalmente riuscì a guardarsi un film alla televisione, quasi in pace.
Si era avviato come al solito verso l’autoscuola ma non incontrò Anna a metà strada. Andò avanti e la scorse mentre chiudeva il negozio. Affrettò il passo ma fatti pochi metri si fermò: era in compagnia di un uomo alto, elegante, con i capelli brizzolati. Per non farsi scorgere si mise a ridosso di un’edicola, fingendo di guardare i giornali. Anna parlava fitto con quel tale, con molta cordialità. Lui disse qualcosa e l’altra scoppiò a ridere, rovesciando il capo all’indietro. Poi, sotto braccio, si avviarono verso una macchina scoperta, di colore grigio metallizzato.Il bell’uomo si mise alla guida e partirono. Brava, pensò, non male l’amico. Se li sa scegliere. Poi magari dirà che è un altro che l’ha delusa, un superficiale, una persona rozza. Però sulla macchina sportiva si fa scarroz zare, e ci va anche a pranzo, in chissà quale ristorante. E niente si fa per niente.
Del resto, che gliene importava? Non era mica sua moglie, e non ne era neppure innamorato: corna, a lui, non ne potevano spuntare. Voleva solo andarci a letto. E allora, quanto più viveva da donna libera, tanto meglio si mettevano le cose per lui, che prima o poi avrebbe avuto il suo turno. Piuttosto, quel benedetto primo passo ora doveva proprio farlo.
Restò comunque di malumore e il giorno dopo non le andò incontro. Fu lei che lo raggiunse al bar, quando lui stava già per andarsene. “ Vai scappando, eh? Ma non illuderti, il caffè me lo paghi! Ieri, poi, mi sembravi un questurino, mezzo nascosto. Come detective non ci sai proprio fare”.
“Cosa c’entra! Ho visto che eri in compagnia...”.
“Capirai! Era un funzionario della Motorizzazione. Quelli devo tenermeli buoni, perché se mi bocciano gli allievi agli esami di patente, addio clienti!”
“Mi sembrava un tipo molto distinto”.
“E’ vero. Almeno si può guardare. Potrebbe anche essere simpatico. Il guaio è che lo sa. Ci prova in tutti i modi. Mi ha anche invitata a passare una domenica sulla sua barca. D’altra parte, se voglio realizzare certi sogni matti che ho in testa, non devo guastarmi i rapporti con tipi come quello, pieno di amici importanti. Non ti pare?”.
“Ma,... non so... Quali sogni?”
“Già, non te ne ho ancora parlato. Se sapessi qui dentro” - si toccò la fronte con l’indice – “che idee... Insomma, l’autoscuola funziona, ma perché dovrei fermarmi a questo punto? Hai visto quella copisteria vicino a me? E’ decrepita, con le macchine da scrivere di trent’anni fa. Se la rilevo ne faccio un’agenzia moderna, tutte le pratiche amministrative, consulenze fiscali, calcolatore... E poi, se va bene, e certamente andrà bene, il sogno dei sogni: la scuola nautica. Guarda qua!”. Rovistò nella borsetta e tirò fuori un foglio piegato in quattro, gualcito, pieno di ditate per le troppe volte che era stato aperto e richiuso. C’era disegnata, con i pastelli, una barchetta azzurra a forma di zeta, sovrastata da una A rossa che si gonfiava come una vela. “Hai visto?. Ho già la bandiera per la mia flotta… Pensa: il mare! Non ti sembra un’idea stupenda? Assumerò anche te: basta con le fotocopie! Ti voglio vedere al sole, al vento, liberato dalle grinfie di quel sagrestano”.
“Ti piace scherzare!”.
“E chi scherza? Quando facevo la casalinga, quando cambiavo pannolini e preparavo pranzetti, mi sarebbe sembrata una follia la sola idea che io potessi possedere un’autoscuola. Poi invece... Ciò che conta è sognare con i piedi ben piantati per terra; e tenersi buoni certi amici, come quello che hai visto ieri, è molto importante sul piano pratico”.
Perché gli diceva che voleva vederlo al sole e al vento? Perché gli parlava tanto di quell’altro? Che voleva da lui, entusiasmarlo, ingelosirlo… Cosa?
“Certo è”, continuò Anna sorridendo, “che se ieri non fossi andata con quel signore oggi avrei ancora un milione, o quasi, che invece mi è volato via!”.
“Un milione?…”.
“Mi ha portato alla mostra di un pittore suo amico. Bravo, nulla da dire. Lì mi sono innamorata di tre paesaggi e.... ecco come possono partire da un momento all’altro un bel po’ di quattrini. A proposito, non so se posso chiederti un piacere”.
“Figurati !”.
“I quadri sono ancora lì, alla mostra. Questa sera potresti accompagnarmi a prenderli e darmi una mano a portarli su da me? Andiamo con la mia macchina, poi ti do un passaggio fino a casa”.
“No, per carità, basta il capolinea dell’ autobus”. Era rabbrividito all’idea che lei vedesse in che razza di posto abitava. “Appena chiude il negozio vengo da te e si va”.
Un altro messaggio? Un pretesto per portarselo a casa, visto che lui non si decideva? Vallo a capire! Ma sì, quell’invito ad andare da lei doveva significare qualcosa. Il giorno poi era indovinato: quella era una delle sere in cui sua moglie, con un supplemento del compenso, si tratteneva anche a dormire dalla vecchia signora Mastellone, perché la figlia di questa aveva il turno di notte in ospedale. Gli bastò telefonare alla bambina che sarebbe rincasato più tardi. Lei non chiedeva mai spiegazioni.
Sfido che Anna aveva bisogno di un aiuto per quei quadri! Grandi, imballati, pesavano come armadi. Ne prese due, uno sull’altro, e lei portò il terzo: quattro piani, senza ascensore, in un palazzotto antico ristrutturato. Arrivò sudato e con l’affanno. “Lasciali nell’ingresso e vieni a sederti”, disse Anna appena furono entrati in casa. “Ti meriti qualcosa di fresco e di forte per tirarti su. Mi sento in colpa, a vederti così distrutto”.
Mentre lei era in cucina per prendere girò lo sguardo per la stanza: c’erano una piccola tavola, una credenza di mogano piena di cristalli e di ninnoli, un divano di camoscio dove lui ora stava seduto. Nessuna delle ambigue suppellettili inventate dalle sue fantasie solitarie. Ma tutto era caldo, raccolto. Quella tavola sembrava fatta per cenare soltanto in due; lo spesso tappeto dove stava poggiando i piedi, la tappezzeria di stoffa, le tende dalla mantovana di velluto gli facevano pensare che ogni rumore in quella stanza si smorzava in un bisbiglio. Il divano era soffice, accogliente; sulla tavola, alcune riviste ammucchiate; una blusa, messa ad asciugare sulla stampella, pendeva agganciata alla spalliera di una sedia; sul tavolino davanti a lui, due tazze da tè usate, con la fettina di limone ancora dentro. C’era stato qualcuno di recente, pensò infastidito. Ma quel po’ di disordine lo rincuorava: lì ci abitava una donna, non una fissata.
Anna arrivò con due tintinnanti bicchieri di gin, acqua tonica e ghiaccio e gli sedette accanto. “Mi sto chiedendo”, disse, “dove mettere questi nuovi quadri. Uno nell’ingresso, per forza, perché qui dentro tutti e tre non ci stanno. Ma quale? E gli altri due? Che stupida, come puoi ri~pondermi se non li hai ancora visti! Vado a prenderli.”
“Aspetta, riposati un po’ anche tu”.
“Hai ragione, ma sono così eccitata... Tutte le cose nuove mi eccitano”. Di che parlava, qual era la cosa nuova? I quadri, o altro?
“Hai una bella casa”, si sentì in dovere di dirle.
“Grazie. E’ in disordine, ma non mi importa. Mi piace anche così. Soprattutto le voglio bene. E’ la prima casa veramente mia, quella dove ho incominciato a vivere come piace a me, solo a me”.
Si mise a raccontare come era venuta in possesso di quell’appartamento, le difficoltà che aveva dovuto superare, lo stato in cui lo aveva trovato. Ma lui anche questa volta coglieva soltanto qualche frase qua e là. Pensava piuttosto a che cosa significasse quel “vivere come le piaceva” e se in qualche modo poteva entrarci anche lui. La voce di Anna gli sembrava sempre più lontana nel pulsante ronzio che stava riempiendogli le orecchie. Il suo sguardo si posava sulle ginocchia accavallate, che la gonna corta lasciava scoperte, sulla sensuale rotondità del ventre, sulle dita lunghe, avviluppate come tentacoli allo stretto bicchiere tubolare. La camicetta si schiudeva sul petto, dove una fessura profonda inghiottiva e liberava la perla gocciolante da un laccetto d’oro. Dio, ad avere un po’ di coraggio!
“Ora però vado a prenderli i quadri”, disse Anna e per alzarsi gli si appoggiò con la mano su una gamba. Fu come un ferro rovente. Le andò dietro senza vedere altro che i fianchi di lei, ondeggianti ai suoi occhi come quelli di una gatta.
Ora o mai più! Appena lei si chinò per disfare il primo pacco, le fu sulla schiena e le cinse la vita con un braccio. Sentì nella mano la sofficità dell’adipe sfuggente alla cintura, le natiche sode gli riempirono il grembo. Così piegata, la strinse a sé, come a volerla spezzare.
Anna si drizzò di scatto e lo allontanò con una gomitata. Aveva gli. Occhi sgranati per lo stupore. Fu come se gli avesse gettato addosso un lenzuolo imbevuto di acqua gelida. Si sentì piccolo, paralizzato in una vergognosa nudità. Con lo sguardo basso fissò una mattonella. istoriata che diventò per lui l’unico oggetto esistente nell’universo.
“Si può sapere che ti succede?” domandò lei. Lo stupore stava diventando collera. Si batté un pugno sulla fronte: “Oddio!”.
Trovò solo la forza di balbettare: “Scusami, scusami...”
“Cosa vuoi scusare... Da te non me lo sarei mai aspettato. Mi sembravi diverso, e invece... Visto, Anna? continua a illuderti: finalmente ho trovato un amico vero, gentile, sensibile... Brava stupida, eccola la gentilezza!”.
“Davvero, Anna, scusami, non so cosa mi è preso...”.
“Te lo dico io cosa ti è preso. E’ che quando vedete una donna che vive da sola, che non fa la serva a nessuno, per voi vale la pena di provarci, tanto è garantito che ci si va a letto”. La voce si era fatta tremula, nasale, si vedeva che stava lottando per non scoppiare a piangere.
Aveva voglia di caderle in ginocchio davanti, di disserrare quelle dita intrecciate per l’emozione e di baciarle a lungo, supplicandola di non infierire oltre sulla sua vergogna. Ma non osò muoversi, né parlare. Rimase a fissare la mattonella, e poi la porta, invocando il momento di disperata liberazione in cui l’avrebbe varcata.
“Que1lo che tu e quelli come te dovete mettervi in testa”, riprese Anna, con la voce che si era rifatta chiara, scandendo gelidamente le parole, “quello che dovete capire una buona volta è che Anna Zanella ha deciso di scegliersele da sé le cose che vuole. E’ incredibile come questo sia difficile per voi, come non riusciate ad arrivarci. Guarda te: è bastato che ti mostrassi la mia simpatia, che ti offrissi la mia amicizia, perché tu ti sentissi in diritto di saltarmi addosso. Adesso vattene, per favore, lasciami in pace. E scusami per il disturbo dei quadri”.
Il suo vicino, in autobus, si voltò quando lui se ne uscì con quel “puttana!” quasi a voce alta. Ma in quale altro modo poteva chiamarla? Le era piaciuto stuzzicarlo, dirgli che la sua compagnia le era gradita, portarselo a casa, toccarlo… Ma poi basta, altolà! lui non era una persona importante, non aveva la macchina sportiva, la barca. Era solo uno schiavetto del signor Ernesto. E allora, agli altri sì e a lui no.
Ben gli stava! Se si fosse ribellato tanti anni prima, se avesse mandato al diavolo la moglie, le sue paure, il posto in cartolibreria e si fosse buttato nella vita, forse sarebbe finito a dormire sotto i ponti; ma avrebbe anche potuto diventare qualcuno, perché no, e adesso si starebbe prendendo le sue soddisfazioni. Perché gira e rigira, le donne, almeno quelle che piacevano a lui, erano tutte come Anna, che “sceglieva da sola”. E guarda caso, chi ha i soldi e se le scarrozza di qua e di là viene “scelto, e scopa, anche se è “volgare e superficiale”. Chi invece è un poveraccio come lui, è cacciato via solo se ne ha voglia. Troie!
Ma ormai gli era passata. Anzi, gli sembrava che a guardarla col fiato mozzo su quel divano, a prenderla per la vita senza capire più nulla fosse stato un altro. E poi, lui o un altro, che deve fare un uomo quando una se lo tira dentro casa, lo fa bere, gli si muove tutta davanti? Ma perché ci pensava ancora? Era tutto finito: chiuso, dimenticare! Adocchiò un paio di passeggere dell’autobus, ne sbirciò le facce, i fianchi, le gambe: Cristo, siamo punto e daccapo!
Sua figlia era già in camicia da notte, davanti alla televisione.
“La mamma è dalla Mastel1one, vero?”.
“Sì, ti ha lasciato la cena in cucina”.
“Non ho fame, mi guardo anch’io un po’ di tele”.
Sentì la tensione di tutto il pomeriggio sciogliersi. Guardò il volto incantato della figlia e la sentì piccola, tenera, ma come se stesse per andarsene lontano lontano. Le cinse le spalle con un braccio in una confusione di dolcezza e dì disperazione, di protezione offerta e di soccorso implorato. Lei continuò a guardare lo schermo. Quando il programma finì si accorse che non aveva capito niente, perché era stato preso tutto il tempo da quell’amore di estranea, lì accanto. Avesse potuto farla nascere di nuovo, per ricominciare tutto, per non perderla!
“E’ inutile aprire la poltrona letto: visto che la mamma non c’è, puoi dormire al posto suo, così ci facciamo compagnia”. Sapeva che, a volte, le: piaceva ancona giocare alla bambina e raggomitolarsi nel letto dei genitori. E lui voleva tenerla vicina, anche un solo minuto in più gli andava bene.
Si era addormentata subito, su un fianco, rivolta verso di lui. Guardò la curva dell’ anca, la fresca pienezza dei seni premuti su un braccio, e una fitta di ansia gli giunse da quella femminilità rigogliosa che l’espressione infantile del viso avvolgeva di una disarmante innocenza. Aveva spento la luce da più di un’ora, ma non riusciva a prendere sonno. Per quanti tentativi facesse per scacciarle, le immagini della giornata gli si affollavano intorno. A rifletterci, Anna aveva anche provato a illuderlo con le promesse: lo assumeva, lo portava “al sole e al vento”... A fare che cosa, lui che sapeva a malapena nuotare? A pulire le barche dal vomito dei passeggeri? Con lei a dargli ordini?
Se invece... Poniamo che tutto fosse andato in un altro modo: aveva soldi, cultura, fascino. Anna lo ammirava, lo desiderava, gli si offriva. E lui la teneva lì, a cuocersi a fuoco lento, per trionfare nel momento che più gli andava a genio. Niente fretta, niente ansia, era lui il più forte. Lei gli girava intorno, lo pregava. E quando lui finalmente con un cenno le faceva la concessione del proprio desiderio, eccola in suo potere, a donargli il piacere più raffinato e sconvolgente, meditato a lungo nell’attesa. A tradimento, come fantasmi, gli riapparivano le figure che aveva vagheggiato febbrilmente per notti e notti: crudeli, beffarde, ora che speranze non poteva averne più.
Sua figlia si mosse nel sonno e sfiorò con un ginocchio il dorso della mano con la quale egli si stringeva sconsolatamente il sesso inturgidito. Perdio, senti che arnese! Una spada, fatta per ferire, per trafiggerle quante erano, che lo fuggivano, lo abbandonavano. Sua moglie per prima, che si era lasciata diventare un fagotto, per farlo rintanare in quella vita da cappone. Anna, che lo aveva attirato, incantato, per poi buttargli in faccia quintali di merda. E quella dell’ascensore, che pareva avesse schifo solo a guardarlo, e quante altre femmine esistevano al mondo, che erano di ogni altro uomo meno che sue. Perché gli altri erano fuori e lui invece era lì, in quel deserto lunare, anzi dentro il più stretto e profondo dei suoi crateri, dove l’unica compagnia erano le sue fantasie tormentose e il piacere poteva riceverlo solo dalle proprie mani. Metterle tutte in fila, incatenate, e affondare dentro di loro quella sua arma di vendetta, fino a sentirle implorare pietà!...
La figlia si mosse di nuovo e quel ginocchio gli si appoggiò su un fianco, facendogli sentire la morbidezza della coscia. Eccone un’altra: era lì, la toccava, ma dov’era realmente, di chi era? Eppure erano nati da lui, venivano dal suo seme, quella pelle di seta, quei capelli che gli avevano invaso il cuscino. Un’altra che stava fuggendo, e gli portava via ciò che era suo. No, lei no, lui non l’avrebbe lasciata fare come le altre, a costo di inchiodarla!
Si era messo anche lui su un lato; sollevatale la camicia, le dita indugiarono in una fine lanugine; il fiato leggero che gli alitava sulla bocca gli parve odoroso di latte.
Tu non te ne vai! Sentì il braccio stringere quel corpo sottile mentre la rigida prominenza del desiderio si faceva strada nella cavità dell’inguine. La ragazza ebbe un sussulto; le membra che un istante prima gli erano parse tenere come quelle di un gattino diventarono dure, di legno. Si era certamente svegliata. Doveva avere gli occhi sbarrati, ma al buio, per fortuna, non poteva vederli.
Ora l’angoscia gli stava dilagando nel sangue e incominciava a rattrappirgli quell’ultimo, tangibile grumo di orgoglio. Si aggrappò a lei e le premette il volto contro la spalla: “Sii buona, tesoro, resta così. Papà ha tanto bisogno di te”.
Non aveva saputo dire di no, ma il fatto che Augusto, Architettura, si infilasse nel suo sacco a pelo quella notte che lui si era allontanato dall’occupazione di Giurisprudenza per andare a casa a cambiare la biancheria, a voler esser sinceri non gli garbava. Augusto era un compagno, e si presentava anche abbastanza pulito. Era figlio di un dirigente di banca e, sebbene bivaccasse ormai nell’aula magna da una settimana, garantivano per lui anni di tiepida acqua corrente nei (quanto meno) doppi servizi del confortevole appartamento di famiglia. E allora, meglio Augusto che Quirino, Filosofia, anche lui ìn cerca di un sacco a pelo, che invece, poveretto.
Ma poi era tornato in facoltà, con la biancheria pulita, tre etti di prosciutto, formaggini, fazzoletti di carta, fette biscottate e cebion. E quando alla sera ci furono il collettivo, i canti del riscatto e la struggente soavità di un duetto di armonica e chitarra, si sentì risucchiato in quel cosmo esaltante di fraternità e speranza. e quasi si vergognò della sua, pur segreta, schizzinosità per il sacco a pelo. Ora gli sembrava che chiunque dei compagni ci avesse dormito, fosse stato anche Quirino, vi avrebbe lasciato una fragranza ideale.
Stavolta il servizio recapiti era toccato a lui. A furia di appoggiarsi sugli altri genitori nelle settimane precedenti - sabati, compleanni, San Silvestro - si era trovato a non potersi sottrarre all’incombenza proprio a Carnevale. Passata la mezzanotte, si era infilati il cappotto e le scarpe ed era partito alla volta della festa per imbarcare i ragazzi da accompagnare alle rispettive case. Nessuno di loro, né sua figlia né gli altri, aveva ancora 1’età per guidare. Dopotutto, meglio così, meglio scomodarsi che aspettare a casa.
Dopo aver scaricato un sub e uno yeti, restò in macchina con la figlia e l’amica del cuore, Tiziana. “Non vi siete mascherate, voi due?”. Gli risposero delle risatine sommesse e complici.
“Che cosa ho detto di così buffo? Com’è che non siete in maschera?”.
“Papà, sei proprio arrivato! Non lo vedi che, siamo vestite come ai tempi tuoi?”.
Eh già. Era di un’ altra epoca quella fascetta sulla fronte che gli era sembrato di vedere addosso alle ragazze fino soltanto a ieri. Appartenevano al passato le collane di vetro, la camicia indiana, i distintivi della pace e della lotta da cui si riconoscevano i compagni. Il mondo va così, l’aveva fatto andare anche lui così. Lui e il suo scoramento, lui e il suo sonno, lui e la sua televisione, lui e la sua paura di predicare.
Ora che la guardava meglio. sembrava che Tiziana l’avesse fatto apposta a rendersi così somigliante a Marina: Lettere, media del ventinove, i capelli dì rame, gli occhialetti. gramsciani annientati da quegli occhi verdi, le dita sottili e alacri sulla macchina da scrivere, sul ciclostile, fra i. fascicoli dei volantini; e la voce, di una dolcezza infantile capace dì convincere assemblee intere dell’ineluttabilità della scelta fra codardia e martirio.
“Ma lo sapete, voi, che cosa facevano, che cosa pensavano i. ragazzi che vestivano così?”.
“Papà, per favore… Te l’avevo detto, Tìziana, che con mio padre certi argomenti sono pericolosi, si rischia una commemorazione a puntate!”.
Che rivincite meschine consente la storia! Vent’anni prima, in facoltà, lui e i compagni avevano votato contro il ballo di Carnevale: goliardico, elusivo, controrivoluzionario. E ora di loro restava solo una vecchia moda nel vestire, buona giusto per una mascherata.
Fermò davanti al portone di Tiziana. “Ragazze, domani sono le Ceneri, è finita la festa, se Dio vuole. Mettetevi un po’ a studiare”.
Gli occhi, ormai, erano quelli che erano: se raccoglieva un pugno di terra, della sua terra, e la portava davanti al viso, sul palmo aperto non vedeva che una chiazza scura, ondeggiante per il tremore incontrollabile della mano. La formica che vi valicava atterrita le minuscole dune, il filo d’erba con la sua radice come un capello erano soltanto il ricordo di altre formiche, di altra erba. Ma Dio, che lo amava, che non aveva amato tanto nessun altro uomo, gli aveva concesso di vedere ancora la luce del giorno, e il mutare dei colori del cielo su quella dolce terra di Canaan di cui gli aveva fatto dono.
Gli aveva concesso anche di più: le sue orecchie erano deste e sensibili, come centinaia di anni prima, quando con la sposa giovane e suo padre era partito da Ur dei Caldei. Sdraiato all’ombra della sua grande casa, solida e ricca, distingueva, nitidi, tutti i suoni prodotti dalla laboriosità della sua gente. Percepiva finanche il frusciare della lucertola nell’erba secca. Anche l’olfatto era quello di sempre, e così Dio gli donava ancora l’odore della stalla prodiga di latte, carne, concime, e l’annuncio che il vento gli faceva della pioggia che sarebbe arrivata a benedire il suo grano e i suoi ulivi. Ma grazia sublime, dono insigne fra i doni, Dio gli conservava la memoria. Sotto le palpebre, ormai quasi sempre chiuse, le pupille fissavano sognanti le infinite immagini che avevano costellato la sua vita. E in lui si risvegliavano volta a volta l’amore, la paura, il dolore, e gli facevano rivivere, vicenda dopo vicenda, il cammino della sua lunghissima esistenza. Da un’ombra antica le emozioni risalivano come il flauto di un pastore che dal canalone buio si avvicina fino a giungere al ciglione assolato, e il sospiro diventa suono, canto, grido. Il pianto si annunciava con un primo singhiozzo leggero che gli sollevava il petto. Poi, sempre più copiose, le lagrime gli correvano lungo gli zigomi scarni, e gli impregnavano la barba, e lo riempivano di un’accorata dolcezza. Dai cespugli vicini occhi vispi di fanciulli e di donne lo spiavano. Ma le loro risatine soffocate non gli arrivavano, non voleva che gli arrivassero.
Quella sera però Abramo si accorse che doveva esserci qualcun altro, perché c’era stato uno scalpiccìo frettoloso nell’erba secca, come di chi fugge furtivamente all’avvicinarsi di una persona temuta. E infatti arrivava uno che era meglio scansare.
Aveva riconosciuto la cadenza pesante dei sandali di Isacco. Veniva certamente a parlargli, come se si trattasse di problemi mai affrontati tante volte, della tosatura delle pecore o della nuova semina o, peggio ancora, di qualche bega con i servi. Perché non lo lasciava in pace? Gli aveva affidato ogni cosa, la terra, le bestie, la casa, e lui veniva ancora a trascinarlo dentro faccende che avevano il respiro di un’ora, tutt’al più di un anno, e lo strappavano ai viaggi incantati della memoria. Un cammino di cui ormai sì perdeva l’inizio e dove il termine, ormai vicino, gli appariva come nient’altro che un arco, alto e largo, sotto il quale la luce della strada percorsa e quella della strada da percorrere si incontravano e si confondevano. Che cosa voleva ora Isacco, in nome di Dio?
“Non devi stare all’aperto a quest’ ora, padre, potresti ammalarti. I tuoi occhi sono stanchi, lo sai, e forse non si accorgono più de1l’arrivo della notte; ma è quasi buio ormai, è autunno. E col buio viene il freddo, e l’umido”.
Valeva la pena di rispondergli? Di dirgli che quella storia degli occhi stanchi era una grossa sciocchezza? Che lui, uno che era impastato con la terra, fin dal tempo in cui riusciva a distinguere, a leghe di distanza, di quanti cammelli era composto un drappello che si avvicinava fra nuvole dì sabbia, non era solo con gli occhi che vedeva il finire del giorno, ma con tutto se stesso: le orecchie, il naso, la pelle, l’anima? Ma non aveva voglia di parlare. A dire il vero, neppure di ascoltare. E allora, meglio chiedergli che cosa aveva da dire: più presto lo faceva, più presto se ne sarebbe andato.
“Che cosa sei venuto a dirmi. Isacco? Non è ora, questa, che tu stia a cena con la tua famiglia?”.
“Niente di nuovo, padre, volevo solo vederti. Ma entriamo in casa, ché tu non prenda altro freddo”.
Inutile resistere. Sorretto dal figlio, Abramo si levò e si avviò verso l’uscio aperto. Una trappola: seduti al tepore del focolare, la visita di Isacco non sarebbe più stata breve.
Le pupille poco meno che cieche scorgevano la sagoma pingue del figlio, avvertivano il riflesso del fuoco sulla sua testa calva e lucida. Quell’uomo anziano e noioso, quell’ospite della cui visita quella sera, e la sera prima, e chissà quante altre passate e da venire, avrebbe fatto volentieri a meno, era lo stesso che Dio aveva designato come ragione esclusiva della sua lunga esistenza, cardine della benedizione con cui il Signore aveva prescelto la sua progenie perché sì moltiplicasse fino a divenire come le stelle del cielo e la rena del mare.
“Il fuoco si sta smorzando”, disse Abramo, “metti altra legna”. Udì il sospiro dell’altro nel levarsi dal sedile e provò una punta di maligno compiacimento. Si era lasciato diventare una vescica dì lardo, quel figlio della grazia.
“Hai notizie di tuo fratello Ismaele”, chiese, e fu consapevole della ferita, momentanea forse, ma certo bruciante, che gli procurava. Peggio per lui.
No padre, non ne so nulla”. Era restato immobile, con l’attizzatoio nella brace. “Sono anni che non vedo nessuno del suo paese”.
“Ho pensato che voglio andare a vederlo, prima di... Se non lo faccio subito...”.
“Ma è una pazzia, alla tua età, con tutto il deserto da attraversare!”.
“Che vuoi che possa capitarmi di peggio di quello che assai presto dovrà accadere?”.
“Dobbiamo parlarne proprio adesso? Si è fatto tardi, devo tornare a casa”.
Bastava così poco a farlo scappare! Abramo ascoltò i passi che si allontanavano e assaporò il sollievo che ne provava, pensando al fastidio di quando li aveva sentiti avvicinarsi.
Tirò una sorsata lunga dal boccale e il calore gli scorse per il corpo. Era riuscito bene quel vino: pastoso, profumato. Quella sì, che era una compagnia! Chi ha detto che il vino annebbia i pensieri ? Nella sua mente, ora che la brocca era quasi vuota, si incalzavano una quantità di immagini istantanee e nitide, come cose e volti rischiarati dai lampi. E la ragione, febbrile, sicura, le ordinava in una composizìone rivelatrice.
Quand’è che aveva amato Isacco? Come un padre ama, con tutta la sua anima, desiderio di stringerselo al petto? Pochi giorni soltanto in tutta una vita, dal momento in cui Dio glielo chiese in sacrificio a quello dell’arrivo dell’angelo che gli fermò il pugnale.
Gli angeli. Quante volte un angelo era entrato nella sua vita! Austero, ambiguo, non aveva mai capito se quell’essere che veniva ad imporgli incombenze fatali fosse o no proprio lui, il Signore. Era abile: annunciava gioia, gloria, eternità per infliggere subito fatica e pena. “Io farò di te un popolo grande, ti benedirò, renderò grande il tuo le”. E gli aveva ordinato di lasciare Charan. Ci era arrivato da poco in quella terra. Gli sembrava ancora ieri che con Tare, suo padre, e Lot, suo nipote, aveva scaricato i carri del lungo viaggio dalla Caldea. Ogni oggetto che veniva fuori dalle masserizie accatastate ricordava agli emigranti i luoghi cari che avevano dovuto abbandonare.
Anni e anni erano poi passati, e anche la terra di Charan gli era diventata cara. Vi erano nati bambini, agnelli, vitelli. Tante volte vi aveva seminato e raccolto. Vi era seppellito suo padre. Ma i messi di Dio, per il bene che egli voleva a lui e alla sua stirpe, non gli avevano dato tregua: “Parti da questo paese e va nella terra che io ti mostrerò”. Ed era venuto a Canaan e in quella regione aveva errato per anni, fino al Negeb.
Dio gli aveva sempre dato, e molto. E per quanta fatica, ansia, dolore gli era costato ogni dono, non poteva, non doveva fare altro che prosternarsi e rendere grazie. E il dono più grande, più miracoloso era quel figlio, Isacco, due volte concessogli con un prodigio: quando lo partorì il grembo sterile della madre e quando la pietà divina ne risparmiò il sacrificio.
Non era solo per liberarsi della visita di Isacco che aveva parlato di Ismaele. Nella sua anima era stata sempre presente l’immagine di quel fanciullo scarno, dagli occhi brillanti di scaltrezza e di sfida, così diverso anche in quei primi suoi anni da Isacco, che aveva guardato allontanarsi verso il deserto di Bersabea, tenendo per mano la madre, come se fosse lui la guida. Ma negli ultimi anni il rimpianto di quegli affetti si era andato trasformando in un insistente desiderio di ritrovarsi con loro; un desiderio che, tuttavia, non aveva osato trasformare in speranza, consapevole dell’affanno che gli avrebbe procurato la brevità del tempo che restava per realizzarla..
Era stata la stessa Sara, sua moglie, a dirgli: “Il Signore mi ha impedito di dare alla luce dei figli; va, ti prego, dalla mia serva Agar, forse potrò aver prole da lei”. “Potrò aver prole”, aveva detto, proprio così, “potrò”, non “potrai”. A quale uomo era mai capitata una simile ventura? Una donna bella e giovane da amare con il consenso, anzi con l’esortazione della moglie! Nessun inganno, nessun rimorso: ogni abbraccìo con Agar risplendette della luce solare della lealtà, fu soltanto piacere e pace.
Durò poco. Fin dal primo annunciarsi della gravidanza dì Agar, l’accondiscendenza di Sara fu dissolta dalla gelosia e dall’invidia. Abramo vide il suo bambino, bello, sano, muovere i primi passi, pronunciare le prime sillabe, e a nessuna delle due donne poté esprimere la sua gioia di padre. Per Sara Ismaele era il figlio di una serva trionfante, di cui avvertiva la derisione e il disprezzo. Agar, per parte sua, poteva ben dirgli: se sei tanto fiero di questo figlio, perché ti pieghi all’invidia di tua moglie? Perché permetti che venga trattato come un bastardo?
Anni di parole aspre, lamenti, accuse dell’una e dell’altra che si insinuavano anche nel suo sonno, introducendovi sogni grevi di angoscia. Mentre avrebbe potuto esserci solo gioia, perché dalla gioia era nato quel figlio. Pur avendo egli già vissuto una lunga vita, era stato soltanto con Agar che aveva conosciuto l’amore: nelle sue parole che lo riempivano di tenerezza e di fiducia, nel suo pudore cedevole alla prepotenza dei sensi, nei suoi giochi interminabili col desiderio che dilatavano ogni attimo in una perdizione assoluta e pure superata da quella dell’attimo successivo. Da quella voluttà di dissolvimento, da quelle carezze estenuanti, a volte dolcissime, a volte feline, da quei baci era nato Ismaele. E la sua fanciullezza fantasiosa ed esuberante ricordava al padre il calore e la follia dell’amore nel quale era stato concepito.
Poi Dio impose la maternità di Sara, perché il suo disegno era che la stirpe di Abramo scaturisse da quel grembo insapore. E la visitò, quel giorno che con i due angeli sostò nella sua casa, durante il viaggio scellerato verso Sodoma. Si fosse almeno compiaciuto egli stesso, nella sua magnanimità infinita, del corpo di quella vecchia. Ma non era il seme che il Signore dispensava, era la grazia: l’aveva soltanto benedetta. Per lui, il prediletto, un altro dono come gli altri, una nuova, gratificante richiesta di pena e fatica: raggirare i propri sensi, tormentarsi la fantasia per risvegliare qualche effimero impulso di desiderio da offrire a quell’inguine secco ed ermetico, che se in gioventù era sembrato dì marmo si era poi fatto di pomice. Per Ismaele non avrebbe mai potuto dire in quale degli incantevoli incontri con Agar lo avesse generato. Per Isacco, invece, non riusciva a dimenticare quell’ora di angoscia in cui si era compiuto il suo concepimento.
Un solo otre d’acqua per affrontare il deserto! Quale rabbia, quale paura l’avevano sconvolto tanto da indurlo a liberarsi così sciaguratamente dell’amante e del figlio! Via, lontani da lui, che se ne andassero, anche incontro alla morte, purché finisse quella tortura sottile e reiterata di parole taglienti, ricatti, accuse, rancore.
Una donna e un bambino cacciati via, nella fornace di Bersabea, da soli. Ma la guerra fra quelle due donne gli aveva tolto il senno, e lui ormai non anelava ad altro che a un epilogo, qualunque fosse, avesse dovuto anche pagarlo, come avvenne, con il rimpianto e il rimorso per il resto della vita.
Doveva aver dormito diverse ore, perché ora sentiva il canto dei primi uccelli. Era ancora sullo scranno, col mento sul petto. Lo avevano svegliato il dolore acuto nel collo e lo stimolo impellente di orinare. Portò una mano al ventre e avverti la rigidezza del sesso che ancora animava di desiderio i suoi risvegli. Gli tornò in mente dì quando aveva accanto Agar, di quel suo insinuante appropriarsi del vigore che il sonno aveva raccolto in lui. Ricordò il dilagare dei suoi capelli neri e il corpo odoroso di grano che gli si avvicinava con spostamenti piccoli e studiati, fino a coprirlo tutto, i seni premuti sul suo torace.
Se adesso orinava quell’incantesimo mattutino si sarebbe dissolto. Ma il bisogno non era più sopportabile. A malincuore Abramo si alzò, uscì all’aperto e andò alla siepe dietro la casa. Mentre il sollievo lo pervadeva volse il viso verso oriente e ne percepì il chiarore. Domani parto, decise.
Tornò in casa e andò a stendersi sul giaciglio, ma non si riaddormentò. Si mise a pensare a chi avrebbe condotto con sé nel viaggio, se andare con i muli o con i cammelli, ai doni che avrebbe portato a Ismaele e Agar. Chissà come era cambiata. Ma gli occhi, quegli occhi verdi nel viso bruno non potevano essere cambiati. E così le mani. Erano certamente rugose, smagrite, ma non potevano aver perso la loro bellezza: i polsi sottili, le dita lunghe e morbide. Abramo sentì il desiderio risvegliarsi di nuovo. Incredibile, come in un ragazzo! Il pensiero di Agar era proprio una magia.
Da quella veglia solitaria lo distrassero il chiocciare dei polli, le porte cigolanti che si aprivano sull’aia, la tosse delle gole ancora arrochite dal sonno. Chiamò attraverso la finestra: “Asehr!”.
“E’ dai maiali”, gli rispose una voce di bambino.
“Fallo venire da me, subito!”.
Sentì i passi leggeri allontanarsi di corsa. Dopo un po’, sempre correndo, tornarono verso di lui.
“Non può venire, dice che devono prima mangiare”.
“Chi è che deve mangiare?”.
“I maiali, no?”.
“Maledetti! Torna da lui e fallo correre qui!”
Asehr arrivò pulendosi sulla veste le mani impiastrate di crusca. “Se ti chiamo vuol dire che voglio vederti, e non devi farmi aspettare, lo sai!”
“Perdona, padrone, ma sei stato tu a dire che con i maiali bisogna starci prima un po’ a fargli desiderare il cibo, altrimenti non mangiano con fame”.
“Sì, ma quando ti chiamo io devi correre. Ci sono tanti che possono aiutarti! Sei tu che non sai far lavorare la gente”.
Asehr fece un gesto teatrale di rassegnazione.
“Vieni dentro, ti devo parlare”.
“Oggi comincia male”, pensò Asehr, che un po’ per la stizzosità del padrone e un po’ per la consapevolezza della propria non sempre irreprensibile diligenza, si aspettava costantemente qualche rimprovero. E ci restò quasi male quando, entrato in casa, si sentì cingere le spalle da un braccio di Abramo.
“Asehr, come stai in salute?”.
Non ci capiva niente. Che c’entrava questa domanda, di prima mattina, con tutto il da fare che c’era? E poi lo sapeva come stava lui, povero Asehr. Glielo aveva detto proprio due giorni prima; né meglio né peggio di tanti altri come lui. Gli anni c’erano, a cosa serviva lagnarsi del dolore qui o della fitta là?
“Te la senti dì fare un viaggio?”. Ecco dove andava a parare. Fortuna che ormai ci era abituato; certe fantasie del padrone si spegnevano nell’ arco di un paio di giorni. Quante volte gli aveva detto:
domani andiamo a vedere come stanno le pecore nei pascoli, quanta acqua c’è nel pozzo del campo oltre le colline... Poi non ne aveva più parlato, e lui si era guardato bene dal ricordarglielo. L’importante era non contraddirlo al primo momento.
“Un viaggio dove, padrone?”.
“Lontano, molto lontano. Tanto lontano che forse non riusciremo a tornare, vecchi come siamo”.
Asehr si sedette. La familiarità che ormai aveva col padrone glielo consentiva. E poi ne sentiva il bisogno. Dal tono di Abramo aveva capito che non si trattava di uno dei soliti progetti mattutini destinati a farsi polvere nel corso di poche ore.
“Perché dobbiamo andare tanto lontano? Siamo vecchi. Ma dove, poi?”.
“Ho un figlio a Faran, e non lo conosco. Ed è l’unico che ho”.
“Come unico? E Isacco, e quelli che ti ha dato Cetura?”.
“Non ti ho chiamato per farmi fare delle domande! So io quello che voglio dire. Si parte domani. Hai tutto oggi per preparare il viaggio. Tre cammelli e noi due. Niente scorta e solo le provvìste necessarie”.
“Tu col cammello, padrone? Come pensi di resistere, giorni e giorni di marcia, nel deserto...”.
“So che resisterò. E poi voglio così”.
“Ho capito tutto. Che stolto a non averlo pensato subito!”.
“Che cosa hai capito, che vuoi dire?”.
“Ti ha di nuovo parlato, ti ha visitato ancora... E’ così?”.
“Ma chi doveva parlarmi, chi vuoi che mi abbia visitato! Io, Abramo, ho parlato ad Abramo. Io, ho desiderato vedere mio figlio e io, ho deciso di partire”.
Asehr si allontanò nient’affatto convinto. Era proprio chiaro che il padrone si comportava come le volte in cui aveva dato inizio a un’impresa importante. E ognuna di quelle volte era stato visitato. Ma non ne aveva mai fatto mistero. Perché ora negava quello che certamente era accaduto? Perché questa diffidenza? E chi era poi a non fidarsi: lo stesso Abramo, o era stato il “visitatore” a metterlo in guardia? D’altra parte il visitatore, che sapeva tutte le cose dell’universo, conosceva certamente anche la pena che da tanto tempo tormentava il povero Asehr. Ma lui non doveva temere nulla. Anzi, se ora Abramo sapeva di quella pena, se il visitatore gliela aveva rivelata, tanto meglio: non avrebbe potuto che compiacersi della lealtà del proprio servitore.
Asehr conosceva Cetura da quando era bambina, e lui adolescente. Nel tempo in cui pascolava il gregge vicino al villaggio, la vedeva arrivare di corsa, saltando come un’antilope sui sassi e sui cespugli. Era lieto che quella creaturina andasse a spezzare la sua lunga solitudine; ma levava anche gli occhi aI cielo, perché sapeva bene che da quel momento era finita la pace. Quando non lo assillava di richieste - mi fai uno zufolo? mi lasci mungere la pecora? mi vai a scuotere quell’albero di prugne? - scompariva misteriosamente fino a che lui, preso dall’ansia, si metteva a cercarla per le forre selvose che si facevano sempre più scure e impervie con l’avanzare della sera. E nel momento in cui l’angoscia incalzante sembrava sciogliersi nella disperazione liberatoria della rinuncia, quella figurina esile appariva chissà da dove. Lui lasciava cadere il ramoscello, che nella collera della paura aveva raccolto con intenzione ostile, e se la sollevava al petto, felice fino alle lacrime nel sentire le gambette serrargli la vita e le braccia sottili avviluppargli il collo.
La riaccompagnava verso il villaggio e la lasciava sul sentiero quando le luci erano ormai vicine. Tante volte, tornato al pascolo, doveva trascorrere altre ore alla ricerca di qualche agnello che si era smarrito durante la sua assenza. E malediceva la sua piccola tormentatrice, sorridendo di tenerezza.
Una stagione, un’altra, altre ancora. Prima il vento gelido che calava dai monti dell’est, e il gregge raccolto in un compatto magma lanoso a ridosso delle rocce; poi l’afa e le cicale, e l’estenuante errare verso l’acqua. E di nuovo il freddo. Sulle guance di Asehr la lanugine si trasformò in una barba riccia e nera, rasata al tempo stesso del vello delle pecore, quando le riportava al villaggio per la tosatura. Cetura continuava a visitarlo, anche se con minore frequenza di prima per il lavoro domestico che le prendeva le giornate intere. Non arrivava più saltando: i cespugli e i massi sparsi al suolo ora li evitava con un passo lungo ed elastico. Da lontano Asehr scorgeva il movimento elegante dei fianchi, fasciati dal manto scuro che una mano teneva chiuso sul petto.
Il giocoso conflitto di una volta si era acquietato, non ricordavano come e in quanto tempo, in una confortante vicinanza. Seduti all’ombra avevano parlato delle piante, del gregge, della gente del villaggio, condividendo i pensieri, assaporando l’ascolto delle loro voci. Una vicinanza via via più intima, finché capitò che si toccassero, e fu per entrambi una sensazione mai immaginata, tanto diversa da quella provata nelle gioiose lotte di un tempo.
Si toccarono di nuovo, si accarezzarono impararono a piacersi. Le mani, dapprima esitanti, poi coraggiose e sicure, percorrevano i corpi snelli e tremanti. Le dita di Cetura si intrecciavano ai capelli di lui, alla barba, ai peli folti e lucidi del petto. Le labbra di Asehr incontravano, fra le pieghe della tunica dischiusa i capezzoli eretti. Le bocche si scambiarono lunghe dolcezze. Ma per un’intesa mai pronunciata, come per obbedire a un misterioso e inderogabile imperativo comune, i loro inguini trafitti dal desiderio restarono sempre coperti, pur premendo spasmodicamente l’uno contro l’altro.
Erano trascorsi alcuni anni dalla morte di Sara. Le concubine che Abramo di tanto in tanto si sceglieva per rendere meno solitaria qualche nottata acuivano il suo desiderio di una donna che lo curasse con dedizione costante. Quella giovane, cresciuta sotto i suoi occhi, nata da due fra i più devoti dei suoi servi, e così bella... Disse al padre di Cetura che gli avrebbe fatto 1’onore di prendere in moglie sua figlia.
Quando lo raccontò ad Asehr, Cetura si sentì rispondere che non sarebbe più dovuta andare da lui, al pascolo. Era la donna del padrone, ora, e loro due dovevano soltanto ricordarsi come amici della fanciullezza. Incredula lei mormorò qualcosa: andarsene via insieme, lontano, al di là delle montagne, nelle città dove arrivano e partono le barche e le carovane, dove tutti dimenticano e sono dimenticati. Teneva gli occhi bassi, più che parole le sue erano sillabe: stava a lui intenderle, raccoglierne l’implorazione. E lui decise di non tradire il suo signore, l’uomo al quale, più che a ogni altro essere, erano dovuti amore e fedeltà, di non portarsi nell’anima la maledizione. Restò ancora per anni nei pascoli, tenendosi sempre più lontano dal villaggio. Il rimpianto di Cetura divenne col tempo un languido ricordo che gli era caro richiamare nell’attesa del sonno.
Incominciò la febbre. Folgorava Asehr all’improvviso, con brividi che facevano sussultare il corpo, per quanto cocente fosse il sole e folte le pelli sotto cui si raggomitolava. La mente si frantumava sotto gli assalti di immagini deformi, pecore minuscole brulicanti come insetti, oppure gigantesche e feroci. Quando si riprendeva disfatto dal sudore e arso dalla sete, non sapeva se il sole, le stelle che scorgeva in cielo erano quelli dello stesso giorno in cui era stramazzato o di chissà quanti giorni dopo. Ricondurre il gregge al villaggio fu terribile. La mansuetudine delle pecore sembrava essersi trasformata in astuta perfidia. Odiò le bestie che gli sfuggivano, centuplicando la fatica della marcia, i cani pigri e infidi, consapevoli della sua spossatezza, sordi ai comandi sempre più deboli, che disperdevano rabbiosamente il branco che avrebbero dovuto disciplinare. Quando si accorse che dal villaggio qualcuno gli veniva incontro, si lasciò crollare nella polvere e non vide e non senti più niente.
Lo sguardo esplorò incerto le pareti spoglie, le travi, le connessioni fra i mattoni. La mano poté raggiungere la brocca d’acqua poggiata a terra, anche se non riuscì a portarla alle labbra. E le orecchie udirono il fruscio di una veste contro la stuoia di paglia che chiudeva l’accesso alla piccola stanza. “Sono giorni che dormi, credevamo non ti svegliassi più. Il padrone è stato molto in ansia”.
Asehr non provò emozione: Cetura doveva essere lì, non poteva esserci altri che lei ad incontrarlo al suo risveglio. Era come se l’incoscienza della malattia fosse incominciata il giorno del loro addio, e che quel momento fosse soltanto all’indomani di quel giorno. Sentì la mano, fresca indugiargli sulla fronte e ritrovò un misterioso conforto che doveva aver già conosciuto durante il letargo della febbre.
Ancor prima di essersi ristabilito chiese di tornare al pascolo, ma Abramo glielo negò. Era ormai un uomo più che maturo, gli disse, e quella era una fatica per i giovani. E poi il male di cui aveva sofferto avrebbe potuto ripetersi, ma la fortuna di tornare vivo, e con il gregge, non si sarebbe ripetuta: un dolore per Abramo, come per la perdita di un figlio, e un grave danno per la tribù. Era meglio che rimanesse al villaggio, c’era appunto bisogno di una persona fidata, apprezzata da tutti, che sovrintendesse al lavoro della gente. Anzi, perché tutti avessero ben chiaro che per bocca di Asehr era lo stesso Abramo che parlava, e gli tributassero rispetto e obbedienza, avrebbe abitato nella casa del padrone. E Abramo chiamò la moglie e i figli e disse loro che da quel momento Asehr era uno della famiglia.
Gli occhi di Cetura cercarono quelli del pastore e li incontrarono subito. Dentro dì lei, in un solo istante si avvicendarono un crampo gelido di paura e il dilagare di una gioia selvaggia. Più tardi, mentre Abramo già dormiva, indugiò per pettinarsi e ungersi il volto e le mani. Spense la lucerna e si stese accanto al vecchio sposo. Quella sera non lo guardava con rabbia, non ne odiava il sonno fragoroso e flatulento. Aspettò che il sonno giungesse anche per lei e le piacque pensare che sotto quello stesso tetto un essere caro stava invocando gli stessi sogni che ora lei chiedeva alla notte.
In verità, di quei sogni Asehr aveva avuto terrore. Tornato nella grande sala della cena, aveva tracannato tutto il vino lasciato dai commensali. Voleva addormentarsi subito, senza pensare. Per quella volta ci riuscì.
Era inverno. L’inverno insinuante portato dai venti del mare, umidi e tiepidi, elargitori di piovaschi e di illusorie ore di sereno, quando cedevano all’aria di terra e il cielo non aveva una nuvola, e di notte la luna e le stelle erano più vicine. Ma l’indomani il mattino si svelava dì nuovo opaco e opprimente. Le pecore brucavano intorno al villaggio. Così aveva voluto il padrone: non più un solo grande gregge nel pascolo lontano, ma tanti piccoli branchi affidati a pastori diversi, sottratti all’ozio dei mesi invernali, che dovevano tenersi a portata di voce. Uscivano nell’alba tardiva e tornavano al tramonto precoce. Le bestie erano contate alla partenza e al rientro.
“Tu ne hai dodici!”, gridò Asehr a un pastore, “Tutte grandi! E tu dieci, e tre agnelli, e uno esce per la prima volta!”. Li conosceva uno per uno quegli animali: le pecore incinte, le puerpere e quelle ancora vergini, gli agnelli nati un giorno prima o un giorno dopo, i maschi adulti, assorti nell’ottusità del proprio vigore. E in quel primo mattino del suo nuovo lavoro guardava con diffidente gelosia i giovani servi ai quali poteva interessare tutt’al più il numero dei capi loro affidati.
Cetura si era levata prima ancora che i garzoni facessero udire il loro tramestio davanti agli ovili. Quando Asehr era apparso in mezzo a loro, aveva incominciato a versare il latte tiepido nelle ciotole che le porgevano: all’uno, all’altro, frettolosa, distratta, per arrivare finalmente a quella scodella, appoggiare il suo palmo sotto la mano che la reggeva e lasciare scorrere lentamente il latte, perché neppure una goccia andasse perduta e le mani potessero toccarsi più a lungo.
“Dove sarai stamane?”, gli chiese.
“Nel granaio”.
“Verrò più tardi, a portarti il pane, appena sarà cotto”.
“Meglio di no. Non mangio durante il lavoro, e poi non voglio che mi vedano ricevere dei favori dalla moglie del padrone”.
Con la tazza in mano Asehr tornò fra i pastori. Erano sorpresi nel vedere Cetura, quel giorno, assolvere a un’incombenza mattutina che di solito spettava a una delle serve. Ma Asehr non poteva saperlo, nel villaggio non aveva vissuto quasi mai.
Al granaio Cetura ci andò lo stesso, mostrandosi assai preoccupata di sapere se ci fossero tracce di topi. E poi ci tornò, per cercare un cucchiaio di legno che doveva aver lasciato là. E la sera, andò a portare il vino ai pastori che rientravano e passò due, tre volte con la brocca davanti ad Asehr, sempre occupato in qualcosa. Ma c’era l’indomani, e l’altro domani, e tanti giorni ancora.
Di giorni ne passarono molti. Cetura inseguiva Asehr in tutti luoghi della casa e del villaggio: dove lavorava, dove sostava a mangiare, dove sedeva da solo o con altri nei momenti di riposo. Sempre per caso, sempre con un pretesto. I suoi occhi cercavano quelli di lui, che subito si abbassavano. E se gli parlava, l’altro rispondeva con qualche cenno e trovava qualcosa da fare per cui dovesse volgerle le spalle o andarsene da un’altra parte. Le restava la notte, complice delle sue insonnie immaginose. Le mani scorrevano leggere lungo il corpo, seguendo sotto la camicia la curva scarna delle anche, indugiando convesse sui seni, mentre le dita stringevano lentamente i capezzoli, sempre di più, fino alla fitta di dolore che le fermava. Il pensiero vagheggiava un compagno avido e tenero. Le membra non trovavano pace, la schiena, il fianco su cui giaceva si arroventavano. E rimpiangeva un pascolo, tanti anni prima, dove lo smarrimento dell’adolescenza le aveva impedito di attirare nel proprio corpo quel calore e quella pienezza nel cui desiderio oggi si stava consumando. Poco distante, al ricordo di quello stesso pascolo, anche i pensieri e il corpo di Asehr non trovavano pace.
Non aveva mai smesso di piovere in quella settimana di primavera. Giorno dopo giorno l’acqua si era raccolta in pozzanghere sempre più larghe e, quella mattina, il villaggio era un unico pantano che raddoppiava, a testa in giù, le case, i carri, le stalle. Sull’uscio di casa, Cetura si guardò intorno, studiando il percorso meno esposto alla pioggia per andare a prendere il pane. Costeggiare il muro della cucina era la via migliore: la tettoia sporgente e la soglia rialzata l’avrebbero protetta dal bagnarsi troppo. Una volta raggiunta la fine del muro, bastavano pochi salti sui sassi emergenti dall’acqua per attraversare lo spazio scoperto e infilarsi nel locale del forno.
Asehr era seduto in terra, davanti alla cucina. Aveva accanto il cesto degli attrezzi e, sparsi intorno, diversi oggetti da riparare: una lanterna, un setaccio, altri utensili: i piccoli lavori che accumulava per i giorni piovosi. Nello scorgerlo, Cetura si arrestò, con la sensazione di un risveglio spiacevole. Era spento, misero, come le povere cose rotte che aveva intorno: di quelle cose viveva! E allora, continuasse pure. Non sopportò di passargli vicino, di sfiorargli i piedi su quella soglia stretta, di scambiare un saluto. Si chiuse il velo sotto il mento, sollevò la veste al di sopra delle caviglie e si avviò al forno sotto la pioggia, solcando il pantano con i piedi, e quell’acqua fangosa le sembrò un lavacro.
A guardarlo così, di spalle, mentre procedeva sulla pista nel deserto, nessuno avrebbe immaginato che era così vecchio. Era un’eternità che non cavalcava un cammello, eppure sembrava che ne fosse smontato soltanto ieri. Eretto ma non teso, il volto sollevato come se gli occhi potessero di nuovo scrutare lontano, fletteva il busto in armonia col passo dell’animale. L’ombra che gli scivolava accanto, sulla sabbia, avrebbe potuto essere quella di un cavaliere più giovane di generazioni.
Era quasi il tramonto del primo giorno di viaggio e Abramo non aveva neppure fatto parola sull’accamparsi. La sua voce si era sentita solo nei versi di incitamento rivolti al cammello. Lo sapeva da tempo quel vecchio testardo, pensò Asehr, lo aveva sentito che il montare ancora in sella, l’avviarsi verso una nuova avventura, gli avrebbe risvegliato, nascosta chissà dove fra quelle membra dì creta, una forza dimenticata.
Le tende di Faran sono grandi, alte, multicolori; così vivaci e splendenti che anche i suoi occhi hanno potuto scorgerle da lontano. Ma occhi ben più sani dei suoi l’hanno visto arrivare. E ora una nuvola gli corre incontro, e gli giunge il crepitare di un galoppo, e grida eccitate, gioiose. Finalmente l’incontro. I cavalli volteggiano intorno ai cammelli che strappano le redini soffiando. Li afferrano per le briglie cavalieri avvolti in mantelli scuri, scintillanti di sabbia. I loro occhi sono punte lucenti nelle strette fessure delle bende. “Benvenuto Abramo, benvenuto signore di Canaan!”.
Uno di loro gli si affianca e scopre il volto bruno. Dalla canizie incipiente della barba, dal sorriso sincero promana un’autorità ferma e serena. Lo stringe fra le braccia, quasi lo tira giù dall’arcione. Il suo petto è saldo, mentre lui trema di commozione. Ismaele!
Nell’accampamento, grida, risate, voci di bambini. La folla variopinta si apre e richiude intorno alle cavalcature, tante mani salutano, applaudono, danno pacche ai cammelli che procedono cauti fra le capriole dei cani impazziti. Ismaele lo aiuta a scendere dalla sella e, tenendolo per mano, lo conduce a un padiglione imbandierato. E’ ampio, fresco, pieno di luce. Il vento, entrando dalle aperture, ~e gonfia e fa palpitare la tela delle pareti e del soffitto. Fra le poche persone che lø attendono all’interno Abramo cerca un volto.
Una sottile figura di donna gli va incontro. Ora davanti al suo viso due iridi verdi, venate d’oro, risplendono come imbevute della luce del deserto. Parole, nessuna. Si abbracciano a lungo, anche se le labbra, dopo un convulso errare sulle guance, fra i capelli, le palpebre, esitano a ritrovarsi, finalmente si incontrano. La pelle di Agar profuma ancora di grano.
La serata è lieta, lunga, piena di cibo e di racconti. Agar gli sta accanto e le loro mani non fanno che incontrarsi. Al lato opposto della mensa Ismaele è circondato da amici che gli parlano con un rispetto pieno di allegria e di amore. E’ orgoglioso di quel figlio nel quale ritrova la propria anima, ringiovanita di una vita. Il povero vecchio, che pochi giorni prima sopportava rassegnato la petulanza di Isacco, è soltanto la spoglia di un estraneo che giace in una terra lontana. La vita è qui e ora: è Agar che per farsi udire nel rumore del convito gli parla appoggiandogli le labbra all’orecchio; è quel pulsare concitato del cuore quando lei gli dice di volerlo ospite la notte, nella sua tenda; è l’impazienza, che allora lo invade, perché la festa finisca al più presto. Se tutto questo è un altro dei doni ricevuti da Dio, è la prima volta che sente così gioiosa la gratitudine.
Il cammello drizzò il collo improvvisamente e incominciò a trottare fuori dalla pista, belando. Qualcosa doveva avergli fatto male a una zampa. Negli occhi di Abramo dilagò il bagliore della sconfinata pianura sabbiosa. I pensieri trasognati svanirono e la meta si rivelò ancora molto lontana. Ne provò quasi sollievo.
I giorni si susseguirono uguali e torridi. Ore e ore di silenzio interrotto dal garrire solitario di un uccello o dal frusciare del vento fra le foglie di una palma, assurda in quella desolazione; la sonnolenza della marcia e l’insonnia del bivacco attraversate dalle fantasie del rimpianto, segrete in ognuno dei due viandanti, turbinose e fugaci come i mulinelli di sabbia che nascevano e morivano lungo la pista. Un meriggio, dal crinale di una duna, Asehr scorse l’accampamento di Faran: una scacchiera di tende appiattite sulla sabbia, di cui avevano il colore, costellata qua e là di piccole nuvole di fumo. Incitati i cammelli, scesero verso il villaggio.
Gli offrirono, appena giunto, un sedile all’ombra e acqua fresca. Ismaele non c’era. Aveva cacciato per due giorni e ora dormiva. Lo avrebbero avvertito. Qualcuno andò anche a chiamare Agar, che era fuori del villaggio, con le lavandaie. Restò solo, lì seduto, col servo che gli sonnecchiava accanto, chissà per quanto tempo. Finalmente una voce maschile: “Avresti dovuto avvertirci, padre. Sei il benvenuto, ma non siamo preparati a darti l’accoglienza che ti spetta. Bastava che ti annunciassi.. Ne passano tante di carovane, potevi mandarci un messaggio”.
Parole. Semplici parole dì accoglienza. Fu lui ad alzarsi, con le braccia aperte; e solo allora quell’uomo dalla voce piena di incertezza gli si avvicinò e gli appoggiò le mani sulle spalle.
“Sei Ismaele?”. Forse non era suo figlio, forse era un abitante del villaggio inviato a riceverlo e che lo aveva chiamato “padre” per deferenza, perché fra quella gente usava così.
“Sì, sono Ismaele”.
“E tua madre?”.
Sa del tuo arrivo, ti aspetta nella nostra tenda. Vieni”.
Desiderò che il percorso fino a lei, fra la gente raccoltasi intorno, zitta e curiosa, durasse almeno quanto tutto il viaggio appena compiuto.
Erano diverse le persone in quel padiglione, e anche se i suoi occhi non fossero stati così deboli avrebbe faticato a riconoscere Agar fra quelle sagome scure contro le pareti di tela, rischiarate dal sole filtrante Ma lei gli andò incontro, un paio di passi e basta. Abramo non osò accennare ad un abbraccio. Fermo davanti a lei sforzò le pupille nella ricerca di una traccia di quella bellezza arrogante così viva nel suo ricordo. Ne ritrovò lo sguardo, che non riuscì a sostenere.
“Sii il benvenuto fra noi, Abramo; è stato un caso che tu ci abbia trovato. Fra qualche giorno sposteremo il campo. Andremo vicino al fiume, qui i pozzi sono quasi asciutti”.
Non gli chiedeva neppure se fosse stanco, come era andato il viaggio, perché Io aveva ìntrapreso. Un uomo robusto si avvicinò a lei e le cinse le spalle con un braccio. Abramo ne distinse la carnagione scura e la capigliatura crespa e folta, che faceva apparire enorme la testa.
La cena fu frugale e breve. E silenziosa. Qualche parola sui pascoli, sulle stagioni. Poi tutti a riposare. Agar con l’uomo dai capelli crespi; lui, con Asehr, in una tenda dove dormivano anche alcuni della famiglia di Ismaele. Decise di ripartire l’indomani.
Anche il viaggio di ritorno era incominciato con Asehr che cavalcava al seguito del padrone. Ma erano bastate poche ore di marcia perché il servo si accorgesse che chi lo precedeva non era più il cavaliere del giorno della partenza da Canaan: curvo, vacillante ad ogni scarto della pur docile cavalcatura, aggrappato alla sella, era tornato il vecchio quasi cieco che egli aveva tentato di dissuadere dal partire. Gli si era allora affiancato, per essere pronto a sorreggerlo nel caso, prevedibile, che stesse per cadere E ad Abramo quella vicinanza diede fastidio, perché l’unica compagnia che ora desiderava era l’amarezza che si portava dentro. La assaporava richiamando alla mente, uno dopo l’altro, ogni momento di quell’impresa.
Volle accamparsi presto, prima ancora del tramonto. Dopo aver mangiato poco e di mala voglia, restò a lungo seduto a terra, con la schiena appoggiata a un masso. Era inquieto: di tanto in tanto il suo viso, volgendosi in una direzione o in un’altra, esprimeva la tensione di chi abbia percepito un misterioso segnale. Asehr pensò che temesse la presenza di un animale: “Non c’è nulla, padrone, sta tranquillo”. Si accorse che per l’altro era come se non avesse parlato, come se non esistesse.
Venne il buio. Oppresso dal lungo silenzio del compagno, Asehr raccolse i pochi oggetti serviti alla cena, si avvolse nella coperta e si stese a terra per dormire, a pochi passi dal padrone che era restato seduto. Dopo un po’ lo udì borbottare qualcosa. Era davvero strano, quella sera... Che stesse male? Si levò e gli andò vicino: “Vuoi qualcosa, padrone?”.
“Finalmente mi rispondi! Sono anni che ti chiamo! Ma è chiaro, vieni adesso per vedere compiuta l’opera tua”.
“Che anni, padrone, sono qui da sempre! Non mi riconosci?”. Asehr affannava.
“Vieni per vedere quanto è felice il tuo suddito prediletto? E a raccogliere il mio ringraziamento? Ma chi lo ama quest’uomo prediletto dal Signore? E lui chi ama, chi è mai riuscito ad amare? Una donna, e suo figlio, niio figlio. E ora per loro sono un estraneo. E il male me lo sono preso con le mie stesse mani, perché il tormento fosse più crudele”.
Asehr si sentiva perduto: solo, con quel vecchio impazzito, in mezzo al deserto. Forse, rispondergli qualcosa poteva alleviare l’angoscia di quei vaneggiamenti, calmarlo.
“Perché domandi chi ti ama? Tutti... Un popolo intero ti ama. Fra poco sarai di nuovo in mezzo aI tuo popolo”.
“Con Isacco in testa! Il tramite fra me e la mia stirpe, il figlio che mi hai donato due volte! Quella grazia che mi hai concesso è stata la tua manovra perfetta, da par tuo, per incatenarmi per sempre, pure nella memoria delle genti che verranno, a un debito verso di te. Mi maledico, per come parlo, ma se quel figlio me lo avessi fatto sacrificare alla tua volontà, lo strazio che mi avresti imposto sarebbe un credito mio verso di te, così grande, così evidente a tutti, per tutta la durata del mondo, che nessun potere, nessuna gloria avrebbero mai potuto ripagarmelo. Mentre la mia rinuncia all’amore di una donna, dell’unico figlio mai desiderato, chi la riconoscerà mai? Quella rinuncia non mi può essere ripagata da tutta la fama, da tutta la venerazione, da tutte le spose che tu hai voluto che io avessi: da Sara a quella povera serva di Cetura. E neppure dai loro figli.
Quali figli, poi? Sono figli quelli verso i quali un uomo si sente padre. E come mi sento verso Isacco? Un sacerdote, che scruta la volontà di Dio, la tua “divina” volontà, e gliela trasforma in comandamenti. E verso i figli di Cetura? Se non li distinguo neppure l’uno dall’altro! Forse sono soltanto un avo, che per avventura li ha generati. Non riesco ad amarli, sappilo, e anche il tormento che questo mi da non potrai mai ripagarmelo. Eppure io devo esserti grato!”.
Asehr non sopportò di ascoltarlo ancora. Aveva dentro una voglia rabbiosa di piangere: su di sé, su quella verità che ora quel folle gli buttava in faccia. Lui, il suo potere, la sua indiscutibile autorità. Che cosa sapeva, lui, del prezzo che quel servo aveva pagato in silenzio perché neppure un desiderio occulto, sigillato nell’anima, potesse incrinare il suo diritto assoluto alla deferenza e alla fedeltà? Per che cosa si era rovinata la vita, per ricevere ora questa beffa? Tornò a rannicchiarsi sotto la coperta, dove continuarono a giungergli, indistinguibili, le parole che l’altro rivolgeva al suo odiato interlocutore.
Il padrone lo chiamò che era ancora notte: “Prepara, ci rimettiamo in cammino!”.
“Aspettiamo almeno un po’ di luce”.
“Devi sempre contraddirmi! Andiamo, non voglio passare neppure un momento di troppo in questo viaggio”.
Era tornato quello di sempre, pensò Asehr. Sì, meglio affrettarsi e tornare a casa prima che la follia lo riprendesse.
Abramo desiderava ora solo rifugiarsi nella sua casa, come se quelle mura potessero fargli scudo contro la propria maledizione. Non vedeva l’ora dì sentirsi di nuovo circondato dalla sua gente, dalle sue cose, nell’illusione che con la loro vicinanza potessero risucchiarlo nel lungo passato di pietà e obbedienza che quella notte aveva follemente rinnegato. “Appena saremo a Canaan”, disse, “voglio che si faccia un sacrificio, fosse anche nel cuore della notte”.
Arrivarono di mattina, e tutto il villaggio gli si radunò intorno. Stremato dall’angoscia più che dal viaggio, Abramo si lasciò cadere dalla sella come se fosse la spoglia di se stesso. Si sentì accogliere dalle braccia di Isacco e nella sua soffice pinguedine insinuò la propria gracilità, come in un seno di madre.
Al primo sacrificio, celebrato il giorno stesso del suo ritorno, Abramo ne aveva fatti seguire molti altri. Il villaggio era ormai impregnato del lezzo delle corna, unghie e peli bruciati. E quando Isacco lo supplicava di porre fine a quell’ecatombe, “Taci”, gli rispondeva, “ tu non immagini quali castighi possono colpirci”. Ma per la paura di scavare un vuoto di orrore intorno a sé non faceva cenno del suo gesto blasfemo, di quella tentazione di rancore da cui tuttora non riusciva a strapparsi. Solo il Signore, se aveva misericordia, poteva fargli la grazia del pentimento sincero e infondere in lui la pietà, l’amore, come in Sara aveva infuso la fertilità.
Incomincìò l’attesa ansiosa di un’ultima visita. Si faceva condurre da Asehr al limite del villaggio e gli chiedeva di scrutare l’orizzonte. Per il servo quell’angoscia divenne quasi una materia tangibile, e capì che poteva modellarla in un gioco lungo e crudele, a volte stendendola in una sfoglia sottile, permeabile a qualche alito di speranza, a volte comprimendola in un grumo di disperazione. Di tanto in tanto, gli diceva che scorgeva qualcosa muoversi, che forse si avvicinavano dei viandanti. E quando Abramo lo implorava di guardare ancora, di capire chi fosse, lo lasciava immaginare, descrivendogli figure mutanti ed incerte, chissà, dei… messaggeri… Ma poi: “E’ solo il vento che solleva la sabbia; non c’è nessuno. Chi aspetti non viene, non verrà, vuole più venire”.
Abbracciavo ninfe! Ma, sogno?
(…) Dove mai fuggirono?
(…) Ma se questa coppia d’affascinanti prede
non fosse che chimera dei tuoi sensi favolosi?
S. Mallarmé
Il guaio lo aveva passato, e grosso anche, con quel malanno che gli era piombato addosso. Ma quanti quello stesso malanno se lo vivevano peggio. Almeno lui, attraverso il vetro della flebo, vedeva non la fascia della parete di una corsia ma il profilo del promontorio verde di ulivi e aranceti. E come infermiere aveva quelle due, che sapevano dargli sensazioni che un ricoverato se le sognerebbe. Se proprio doveva succedere, meglio che fosse andata così. Ma che fatica per arrivare a mettere le cose come stavano adesso.
A Lisa l’aveva detto lui stesso. L’aveva chiamata dall’ospedale: “Sai una novità? Mi hanno trovato una brutta cosa, fra tre giorni mi operano. Te l’avevo detto io, di lasciar perdere uno della mia età, dopo tutto quello che hai già passato con tuo marito”. Ogni occasione era buona per tormentare un po’ gli altri. Roberta invece l’aveva saputo da Rita, la cugina di lui, che anni prima li aveva fatti conoscere, e poi se ne era pentita perché quella si era messa a perseguitare un uomo sposato. E all’uscita dalla terapia intensiva quel filo di energia che gli restava bastò a dargli la forza di trasecolare quando se le vide tutte e due accanto al letto, una da un lato e una dall’altro. Sua moglie non c’era. “Vi siete presentate, immagino”, riuscì a mormorare.
Già, presentate. Ma come? Che si erano dette, che cosa rappresentava ognuna di loro per lui? Ci penserò quando mi sentirò un po’ meglio, si disse.
Di parlare non aveva la forza, ma pensare poteva. Peccato che ridere lo faceva soffrire da cane. Ma se, guardando quelle due, vedendole trattarsi con cortesia e anche con una certa cordialità, si metteva a pensare a lui con Lisa e a lui con Roberta, come fare a non ridere? Chi ha più partner non deve dividersi fra loro, ma deve moltiplicarsi per loro. Era uno degli aforismi libertini che prima creava e poi ci si crogiolava dentro. Certo che se veniva espressa in chili, quella moltiplicazione era proprio sbilanciata: meno di cinquanta Lisa, sopra i cento Roberta. E non vuoi ridere? Dio, che male. Meglio pensare a qualcosa di triste, per esempio al fatto che se ne stava andando. Sì, l’operazione era riuscita, ma si sa come va in questi casi: un po’ di tregua e poi si vede che la toppa è stata peggio del buco.
Valla a capire, la vita. Era più di un anno che si stava dannando, a sessant’anni suonati, per “moltiplicarsi” per quelle due, per fare in modo che nessuna di loro dovesse soffrire per quella sua incapacità di dire di no, per quella sua ansia di verificare in continuazione la propria vitalità, di ricevere conferme che appagassero la sua fame di apprezzamento, anzi di ammirazione; e per appagare a sua volta, come un amante appassionato e fedele - una parola! - l’amore sia di Lisa che di Roberta, e quelle loro voracità che proprio lui, sconsiderato, era andato a suscitare.
Una prima avvisaglia, aveva capito poi, ripensando a come si era sviluppata la malattia, l’aveva avuta in quella torrida mattina di giugno dell’anno prima, quando aveva sostato a Napoli in attesa di prendere l’aliscafo del pomeriggio per Amalfi, dove Roberta aveva organizzato uno dei loro brevi soggiorni nascosti. Nell’attraversare il Rettifilo davanti all’Università, ebbe la sensazione di non farcela ad arrivare dall’altra parte. Ma un automobilista, fermo al semaforo, gli chiese un’indicazione. Quella specie di sveglia e l’appoggiarsi alla macchina mentre rispondeva, gli fecero passare lo scombussolamento. Si ricordò che, ai suoi tempi, nel cortile di Giurisprudenza c’era una fontanella. Per fortuna era ancora lì, e ci mise la testa sotto. Da quel momento, tutto bene. Anzi i quattro giorni che trascorse con Roberta furono più intensi che mai, anche se di pomeriggio il bungalow si arroventava. Ma questa fu anche una buona occasione per escogitare giochi inconsueti con la doccia e con i cubetti di ghiaccio.
Ma sì, quel malessere doveva essere stato effetto della canicola. Lo lesse anche sul giornale, in quei giorni di afa, che i colpi di calore si manifestano così. E poi chissà che non fosse stata anche una inconsapevole reazione a quell’incontro imminente che gli metteva ansia e desiderio di fuga. O le due cose combinate insieme. Perché a quel lungo weekend con Roberta aveva voluto costringersi lui stesso, per scuotersi dal turbamento, sempre più forte, che gli avevano dato le insistenti telefonate di Lisa negli ultimi mesi, da quando era rimasta sola: dopo essersi sentiti durante venticinque anni solo per gli auguri di compleanno, quando se ne ricordavano e quando non c’era il rischio che rispondesse qualcun altro. Un conto in sospeso da un quarto di secolo.
Sulla porta della corsia si affacciò sua moglie. Errò un po’ con lo sguardo fra i letti, poi si diresse al suo. Lui accennò a presentarle le amiche. “Già ci siamo conosciute, qui fuori. Ma non ti si può lasciare solo un momento, che ti circondi subito di ammiratrici. Guarda che adesso ti smaschero, perché ce ne sono anche altre in lista di attesa: Elena, Mariella, Magda mi hanno già chiesto quando possono venire a trovarti. Vedi tu che cosa deve sopportare una povera moglie!”.
Chissà perché, pensò, per tirare su il morale di un malato si deve fare per forza dello spirito. Se fosse stata zitta… Proprio una scena da pochade, con tre donne trascinate inconsapevoli in un intrico di magagne che sembravano ordite apposta per far ridere una platea. Quando era in salute si sarebbe sputato addosso. Ma in questi frangenti,… peccato che ridere gli faceva tanto male.
La moglie incominciò a parlargli della casa, dei ragazzi, e le altre si allontanarono. “Dì, le hai viste quelle due?” le chiese. “A guardarle insieme non ti ricordano Stanlio e Ollio?”. La sapeva sempre abbastanza lunga in materia di depistaggio.
Capì di aver fatto bene a decidersi per quella gita ad Amalfi: tornò a casa più sereno. Roberta era carissima, col suo amore, la sua devozione, il corpo opulento che sembrava esprimere in ragione del proprio volume avidità e prodigalità di sensazioni. Come avrebbe mai potuto farle del male, farla piangere, lei che non gli aveva dato altro che bene? Si erano incontrati che erano due rottami. Anzi, era stata lei a recuperare lui, con quella prima, sorprendente lettera, scritta dalla sua “prigione dorata”, la villa principesca sul Golfo dove si era trasferita a quarant’anni, per assistere il padre, asmatico e tre infarti, di cui l’ultimo fatale, e la madre, morbo di Alzheimer. Ciao - diceva pressappoco quella lettera - in questi giorni che sei stato ad Amalfi ho visto che il tuo sguardo non riesce a dissimulare una pena. Posso fare qualcosa?
E lui aveva risposto: brava l’hai capito subito, altro che pena! E le aveva raccontato che stava uscendo dalla storia con Marta, che lo aveva finalmente piantato dopo che lui per dieci anni aveva fatto di tutto per essere piantato: per tenere unita la famiglia, per i figli, per la loro ineccepibile madre, anche se inesistente come amante; ignara di tutto, per giunta. Forse, volutamente ignara, ma vallo a sapere. E Roberta aveva scritto di nuovo, e gli aveva parlato delle piaghe che lei gli avrebbe saputo lenire con l’amore, con le parole, con le mani, con la bocca.
Lui l’aveva presa come un corteggiamento che lo distraeva dalla pena e accarezzava la sua vanità. Non pensava di spingersi troppo in là, non gli andava, fisicamente, quella donna e poi non aveva nessuna voglia di cacciarsi in una nuova storia. Ma come al solito, il suo solito, nelle lettere mostrò non solo di gradire i sentimenti di lei, ma scrisse anche delle cose, dovere di cavalleria, che la facessero sentire attraente e desiderata. Le regalò anche una sua vecchia frase di repertorio che aveva sempre avuto successo: mi piacerebbe abbracciarti e sentire la morbidezza del tuo seno contro il mio petto. Chiaro che lei se ne era andata ancor più di testa. E quando, a un ritorno di lui ad Amalfi lo andò a prendere alla stazione, fermò la macchina in una strada di campagna e lo schiacciò fra il sedile e la portiera. Una fiera ebbra di preda, con zanne e artigli che afferravano tutto. Lui comunque, non soltanto per cavalleria, seppe ricambiare con generosità. Quando arrivò a casa dei parenti, disse che qualcosa che aveva mangiato doveva avergli fatto venire quella brutta febbre che ora gli gonfiava un labbro.
Roberta aveva vinto. La sua sensualità, quella disponibilità incondizionata avevano lasciato il segno. A casa, nei risvegli in cui si manifestava, persistente, insoddisfatto, il suo vigore, fantasticò a lungo di lei, immaginò di essere arabo per accendersi di desiderio per quella pinguedine, fino a ridursi più di una volta a darsi pace da solo, per disperazione. Incominciò la fase dei soggiorni in bungalow, tre, quattro giorni ogni tre, quattro mesi.
Si perdeva nella sua carne, fra i suoi seni immensi, sotto quel peso che lo dominava, lo inghiottiva come un magma. Le rispondeva con schermaglie sottili, con incursioni imprevedibili nel suo corpo, con le carezze sapienti che Marta gli aveva insegnato, imposto, nella sua intransigente pedagogia dell’eros femminile. E si lasciava sfinire, chissà quante volte fra giorno e notte, dalle sue tenere, inesorabili richieste. Lei gli preparava poi corroboranti bistecche, secondo la miglior tradizione delle api regine. Ma il cuocerle in padella per mancanza nel bungalow di una piastra o di una griglia, le faceva riuscire acquose e dure. E allora, per non mostrare poco gradimento per quella pietanza così amorevolmente ammannita, lui mandava giù bocconi masticati a metà, con rischio di soffocamento immediato e certezza di tormentosa digestione a venire.
Il bungalow stava in mezzo agli ulivi, nel paese dove era cresciuto. Erano gli stessi fra i quali aveva camminato a lungo nell’adolescenza e che erano diventati per lui un vero amore; li aveva portati con sé, chiusi nella memoria, dovunque aveva vissuto. Quando Roberta gli dava una tregua, appoggiava, seduto su una sdraio, i piedi nudi su uno di quei tronchi. Era ruvido e tiepido, qualche formica gli risaliva lungo le caviglie. E si parlavano, così, lui e l’albero. Non ci fosse stata lei, chi lo avrebbe riportato lì?
Roberta gli si era aggrappata come a un salvagente. Avvilita dalla rinuncia a una vita di donna e di professionista in nome dei doveri di figlia, aveva trovato in lui un compagno tenero e fantasioso che l’aveva strappata a quella desolazione dell’anima e abdicazione dei sensi per cui si era rifugiata nel cibo. E di questo lo ricambiava con una devozione sconfinata, col religioso rispetto della sua libertà e con una disponibilità priva di richieste, fatta eccezione per quelle dei sensi che gli faceva soltanto quando si trovavano insieme, per altro ben accette. Ottima cosa anche per lui del resto, in vista degli anni che gli stavano ancora davanti; un’età che tanti altri uomini attraversano nel vuoto dei sentimenti e delle sensazioni.
Bell’egoista, si era detto qualche volta, tu quella donna la stai usando. Ma poi si era anche dato la risposta: quello che c’è fra noi non è altro che un mutuo soccorso. Fosse stato meno anziano, si sarebbe preoccupato di più per questa situazione di accomodamento certamente fragile, che lasciava esposta al pericolo soprattutto lei. Ma ormai, con l’età che aveva, il rischio che lei soffrisse a causa sua non poteva esistere più. E invece…
Quella telefonata da Cernobbio, circa un anno prima di quell’estate torrida: “Ciao, volevo dirti che d’ora in poi non ci saranno più problemi, puoi chiamarmi quando vuoi”.
“Mi stai dicendo che…”
“Sì, è morto una settimana fa”.
Richiamò Lisa diverse volte, per mostrarle la propria solidarietà come poteva, visto che erano così lontani. Ma sentiva anche, e ne ebbe la conferma dai toni, che non era poi in preda a una disperazione inconsolabile.
Si erano lasciati venticinque anni prima, fuggendo davanti a una cotta spaventosa. Faceva paura soprattutto a lui che era sposato da poco e aveva due bambini. Si erano trovati abbracciati, non seppero neppure come, nell’ufficio deserto dove si erano attardati per le consegne, il giorno in cui lui aveva dato le dimissioni. Per quasi dieci anni avevano lavorato insieme, in quell’azienda di Milano, mostrando garbata indifferenza l’uno per l’altra, eccettuati i battibecchi. E anche qualche buona litigata, sempre per il lavoro, dopo la quale ognuno avvertiva il desiderio, suo e dell’altro, di fare pace. Lo scontro si concludeva di solito con uno scambio di battute ironiche, per assicurarsi ognuno l’onore delle armi, e si sorridevano. Un sorriso che dalle labbra passava agli occhi, e ci restava per parecchio. Negli ultimi tempi, avevano trovato motivi sempre più frequenti per farsi visita nelle rispettive stanze. Senza mai smettere di darsi del lei.
Dopo quella sera si incontrarono furtivamente, in macchina o anche alle fermate della metropolitana per un saluto fugace, per toccarsi almeno le mani. Una sola volta riuscirono a passare una serata, stravolta dall’emozione, a casa di lei, mentre il marito era in viaggio. Poi, l’ansia. Tornava a casa, prendeva i bambini sulle ginocchia e si diceva: questa è la mia fortezza, dove niente deve penetrare dall’esterno a turbare la pace e l’amore che vi regnano. Ma quando andava a letto si girava su un lato e sull’altro, e non riusciva a fare l’amore con sua moglie, così giovane e bella. Nel buio, fantasticava che lì ci fosse Lisa, e si malediceva. Fuori dalla sua casa il mondo, il Sessantotto gli davano del pirla. Provvidenziali, arrivarono i trasferimenti, quasi contemporanei, a Cernobbio e a Roma.
Da allora, venticinque anni, con quello che può accadere in un quarto di secolo. Il lavoro, la militanza politica, i figli che crescono mentre non te ne accorgi e prendono le loro strade, la depressione della moglie e il problema con l’alcol, il suo recupero e poi la dedizione agli altri alcolisti, fino a diventare la massima esponente dell’associazione, una vestale super impegnata. Sempre un’ineccepibile e premurosa madre di famiglia, ma vestale.
E la lunga relazione di lui con Marta: un rifugio incantato, un paradiso di sensazioni e fantasie prima mai neppure immaginate. Ma, col passare degli anni quell’eden si era andato trasformando in un giardino dei supplizi, dove un abbraccio, estasiante quanto si vuole, a volte arrivava dopo dieci, dodici ore di discussioni tese, di sofismi contorti e rancorosi, di estenuanti difese e contrattacchi. L’argomento, sempre lo stesso, pur con infinite varianti: il suo familismo oltranzista, come lo chiamava lei, che gli impediva di fare “quel passo”. Porte sbattute nel cuore della notte e richiami urlati nel citofono mentre varcava il portone: “Mi senti, mi senti? Ti supplico, torna su!”. Poi non ne avevano potuto più. E per lui era comparsa Roberta, la samaritana, e qualcosa per le sue piaghe era riuscita a farla. Fino a quella telefonata da Cernobbio.
Ne seguirono altre, e altre ancora. Prima quelle di lui, per quel tal dovere di solidarietà; nella notte di San Silvestro, la chiamò due volte, a cavallo della mezzanotte: una qualche minuto prima, “vorrei che l’ultima voce che senti quest’anno fosse la mia”, e un’altra subito dopo, “spero che la prima voce che senti quest’anno sia la mia”. Poi quelle di lei, sempre più frequenti, e lunghe. Gli ricordava degli anni passati insieme in ufficio, delle persone che avevano conosciuto, di chi c’era ancora e di chi non c’era più, nell’azienda o sulla terra. Gli diceva della tenerezza con cui ripensava alla breve vicenda che avevano vissuto loro due. Lo chiamò anche il giorno del suo sessantesimo compleanno: “Benvenuto nel club dei sessantenni. Non ti sembra che ormai ci dovremmo considerare abbastanza vaccinati per avere paura di vederci? Giusto per la curiosità, per sapere come sei, dopo tanto tempo, e soprattutto come tu trovi me. Ti dico fin d’ora che ho smesso di tingermi i capelli, sono tutta bianca. Se vuoi, posso venire un paio di giorni a Roma”.
Fu preso dal panico. Roma proprio no. Nella sua città si sarebbe sentito prigioniero, non avrebbe potuto prendere lui l’iniziativa di fuggire per primo. E poi, la vicinanza a casa, le scuse da inventare giorno per giorno, sera per sera. Senza parlare della notte, nel caso che…
“No, senti, a Roma meglio no. Semmai vediamoci, una volta o l’altra, a metà strada, che so, Bologna, Firenze, tu scendi da Nord e io salgo da Sud”.
“Mi sta bene. Ma dì un po’, cosa vuol dire una volta o l’altra?”
Farfugliò qualcosa su un libro che stava traducendo e che lo avrebbe impegnato per i successivi due mesi, sul figlio che stava per tornare dall’America, non si sapeva con precisione quando, e che lui voleva incontrare appena fosse arrivato, su un atto notarile da fare prossimamente a Napoli. Tutte cose mezze false e mezze vere. “Appena possibile combiniamo. Anch’io ho una gran voglia di vederti”. Quest’ultima cosa era maledettamente vera, lo sentì subito. E capì anche perché aveva preso tempo. Era certo che sarebbero finiti a letto, e si sentiva un verme nei confronti di Roberta.
Ma non ebbe più pace. Quella cotta di tanti anni prima aveva ripreso a scavargli dentro, come una scheggia di ferro di un’antica ferita, rimasta nella carne perché inestirpabile, e dimenticata per anni, che poi si fa viva tutto a un tratto e dà tormento. A volte le telefonate, sue e di Lisa, si succedevano a poche ore di distanza, a volte il telefono taceva per giorni, fin quando lui o lei non ne potevano più. E lei lanciava sempre la frecciata: “Allora, fifone, ci vediamo nell’aldilà?”.
La tentazione e il rimorso continuarono a crescere, a intrecciarsi, se ne sentiva avviluppato come da una pianta rampicante piena di spine. Basta, si disse, vado da Roberta, forse mi passa. E ci andò, in quei giorni di metà giugno, quelli del suo primo malore. E gli passò, nel bungalow. O almeno così credette. D’altra parte, come puoi non distrarti dai tuoi pensieri quando, mentre hai le braccia impegnate a richiamare dal letargo un fornello a pibigas, una donna, proprio lì, alle tue spalle, con una mano ti graffia la schiena e con l’altra ti fruga negli shorts? E mentre, fuori dalla porta, vedi i “tuoi” ulivi cambiare colore - ora verde, ora grigio, ora verde, ora grigio - con le folate del vento?
Il giorno dopo essere rientrato da Amalfi passò dalla redazione della casa editrice per sentire se c’erano novità. “Niente, per ora”, gli disse il capo, “ma in autunno ci sarà da rivedere un testo di sociologia. Però, volevo dirti, quel libro che hai tradotto, sì, quello sulla scuola, sarà presentato alle Giornate europee dell’istruzione e della formazione, a Varese”.
A Varese? Un tuffo nello stomaco. Doveva essere a non più di una cinquantina di chilometri da Cernobbio. Lisa gli aveva detto che ci andava spesso a fare spese. “E quando?”.
“Per tre quattro giorni, ai primi del mese prossimo. Perché, ti interesserebbe andarci?”.
“In verità queste cose non mi entusiasmano”, bluffò. “E poi a che titolo? Io sono solo il traduttore”.
“Non farmi il falso modesto, adesso. Sei anche il coordinatore della collana. Andresti in rappresentanza dell’editore. Guarda che se tu sei disponibile mi fai proprio un regalo. In quei giorni qui saremo tutti incasinati, prima della chiusura di agosto dobbiamo sistemare tutta la questione dei libri scolastici. Tanto, si tratta solo di fare atto di presenza, tutt’al più di dire due parole di saluto, e chi meglio di te?… Anzi, visto che ci sarà l’autore - tu lo hai anche conosciuto di persona, no? - gli potresti fare da interprete, dovesse essere necessario, proprio sul tema del libro”.
“Fammici pensare un po’, stavo facendo altri programmi, con mia moglie. Te lo dico fra un paio di giorni”. Questa volta non era bluff, era paura bella e buona.
Sarà pure gettonatissima, inflazionata, quella frase di Oscar Wilde secondo cui il miglior modo per liberarsi di una tentazione è cederle, fatto è che dice una grande verità. Arrivò a questa conclusione al termine del percorso di ritorno a casa, durante il quale non aveva fatto altro che arrovellarsi. Saltò anche la fermata dove scendere, preso come era dai suoi pensieri, che proprio in quel momento stavano affrontando il severo interrogativo: è la sorte che lo vuole o sono io a manipolare la sorte? Con ancora gli occhiali da sole sul naso, si precipitò a chiamare l’editore: “D’accordo, si può fare, ci vado io a Varese”.
Sorte o non sorte, destino o libero arbitrio che fosse, di una cosa era certo: questa era un’occasione unica. Non doveva inventare bugie (o almeno non troppe), non doveva escogitare città e alberghi dove incontrarsi; last but not least, era tutto spesato, non avrebbe “dissipato” niente. Se quest’occasione non l’avesse colta, si sarebbe dannato per sempre.
A Lisa però non lo disse subito. Voleva lasciarsi una via di fuga fino all'ultimo, magari fino al punto di andare a Varese senza che lei ne sapesse nulla, per poi telefonarle solo l’ultimo giorno: ho qualche ora prima del treno, ci vediamo per un caffè? Senza impegno, senza programmi. E con un treno da prendere. E se lei non c’era? Era la sorte che voleva così.
Quella a cui invece telefonò subito fu Roberta: “Sai, mi hanno invitato a intervenire alla presentazione di un libro che ho curato io”. Sapeva che l’aveva visto un po’ giù, nei giorni passati insieme, perché il lavoro languiva. E, innamorata come era, voleva darle la buona notizia che il morale del “suo uomo” adesso andava meglio. Ma vatti a capire…
In terapia intensiva ci restò trentasei ore. Il secondo giorno, nel pomeriggio, arrivò Lisa. Roberta era arrivata la mattina, in macchina. Quando capirono di essere lì per lo stesso ammalato, si presentarono e cominciarono a chiacchierare. Come sempre avviene in circostanze del genere, ognuna parlò dei propri ammalati, delle loro pene, delle loro agonie. Poi arrivò la moglie, che nessuna di loro conosceva. Giustificarono ciascuna a suo modo la propria presenza. Roberta disse che era un’amica di Rita, ad Amalfi. “Ah, sì, lei è la signora che a Natale manda quelle belle cartoline che dipinge lei stessa”. Lisa non poté nascondere che era stato lui ad informarla. “Sono una sua vecchia collaboratrice di Milano. Sa, signora, non ho mai più avuto un capo bravo come suo marito. Son voluta venire per un senso di gratitudine. E poi, non vorrei dire con questo che debba succedere la stessa cosa, ma vede, mi sono sentita toccata nel vivo, perché un anno fa ho perduto mio marito con un brutto male. Non so come spiegarlo, ma adesso mi sento un po’ come un’infermiera, almeno in senso psicologico. Mi son detta, chissà, posso essere di aiuto”.
Si misero ad aspettare che il primario facesse il giro dei pazienti operati.
Finalmente si era deciso: “Sai, fra una settimana sono a Varese, per un convegno”.
“Dio mio, ma è un miracolo! Non credo alle mie orecchie, anzi, al mio orecchio. Allora, quando ci vediamo? Vengo lì io”.
“Purtroppo i primi due giorni sarò preso con diversa gente, anche di sera, sai le cene ufficiali… Ma quando tutto sarà finito, il giorno dopo, cioè mercoledì prossimo, invece di ripartire la mattina potrei farlo la sera, così passeremmo la giornata insieme”.
“Stupendo, vengo lì mercoledì mattina, alle dieci. A che albergo sei?”
“Al Metropole. Mi dicono che è in centro”.
“Allora a presto, finalmente”.
Ormai era fatta, non poteva tentennare più. Si sentì sollevato. Era anche più tranquillo, lei non si era mostrata delusa perché c’era da stare insieme solo un giorno. Ma certo, in tutti quei mesi era stato lui a caricare di fantasmi una cosa che invece poteva essere fra le più semplici del mondo: due vecchi amici che si rivedono. Lisa lo aveva detto sempre, lui piuttosto quella cosa l’aveva complicata, vedendola come il riaprire un vecchio conto in sospeso.
Finalmente si concesse di fantasticare su quel prossimo incontro, di sperare e di desiderare che i giorni fino ad allora volassero. Si interruppero anche quei sordi crampi che, da qualche settimana, gli prendevano il ventre, di notte, e lo facevano risvegliare da sogni angosciosi: doveva alzarsi e camminare un po’ per la casa, fumando. Così gli passavano, ma quando tornava a letto, che vuoi dormire più. Scherzi dell’ansia.
Il primario si fece vivo che erano le sette di sera passate. Chiamò in disparte la moglie: “Signora, mi dispiace, ma quella che abbiamo trovato non è la migliore delle situazioni. Abbiamo tolto tutte le ramificazioni che si erano prodotte, ma in questi casi non si può mai dire. Comunque, secondo me, suo marito dovrebbe stare abbastanza bene almeno per un anno. Poi, chissà, diverse volte abbiamo visto risolversi in maniera fausta certi casi, anche contro le nostre previsioni. L’importante è che segua una terapia assidua”.
“E dove questa terapia, professore?”.
“Qui naturalmente, o comunque in un ospedale attrezzato per questo. Almeno tre volte alla settimana. Oltre alle cure da fare a casa. Se in famiglia non siete in grado di praticarle, sa ci vorrebbe un infermiere, sarebbe meglio che restasse da noi in degenza. Domani lo mandiamo in corsia. Tenetegli su il morale, è importante. È una mente sottile, che fa le domande a trabocchetto. Gli ho parlato di un fibroma benigno”.
La moglie riferì alle altre, che una notizia del genere già se l’aspettavano. “Dice bene, il professore, di tenergli su il morale. Ma che vuoi tenere su, quando devo lasciarlo qui, e chissà per quanto tempo. Quello mi muore di depressione subito, altro che cure. Ma a casa non è proprio possibile, non sono capace di niente in queste cose, e poi la spesa di un infermiere fisso chi la può affrontare?”.
“Dio mio come vorrei essere qui domani, quando esce da quella stanza”, disse Roberta. “Ma come faccio? Sono venuta in macchina, pensavo di vederlo e poi tornare ad Amalfi in serata. Di alberghi non se ne parla, a Roma, in questo periodo. Resterei qua, su qualche poltrona, ma mi hanno detto che non si può. Vuol dire che riparto adesso e poi ritorno domani pomeriggio”.
“Lo so bene”, disse Lisa, “so io che cosa ho penato per riuscire a prenotare un albergo. Ma allora che fa, viaggia quasi tutta la notte per poi rifare di nuovo la strada domani?”.
Intervenne la moglie: “Se è disposta ad arrangiarsi, posso aprirle la poltrona letto, a casa”. Dal tono si capiva che era l’ultima cosa che si sentisse di fare.
“Grazie, ma non se ne parla neppure, ci vuole soltanto quest’altra complicazione per lei, stasera”.
“Senta, Roberta”, riprese Lisa, “in albergo ho una camera a due letti. Può dormire da me. Ci siamo appena conosciute, è vero, ma in circostanze come queste certe cose non contano, ci si sente vicini”.
“Va bene, allora grazie infinite. Non ho la forza di resistere a questo invito. Ma voglio pagare la mia parte”.
“D’accordo, d’accordo, come vuole lei”, sorrise Lisa.
Avevano detto all’albergo di Varese alle dieci; ma alle nove, mentre era sotto la doccia, squillò il telefono. Si precipitò a rispondere lasciando chiazze d’acqua.
“C’è una signora che desidera parlarle, gliela passo?…”
“Ciao, scusa l’anticipo: ho dovuto parcheggiare lontano, vorrei vedere che bagagli hai, se devo passare di qui con la macchina o possiamo portarli noi. Posso salire?”.
“Certo, dammi solo cinque minuti per vestirmi”. Fortuna che gli abiti li teneva pronti dalla sera precedente.
“Ho fatto prima perché a letto non ci potevo più stare, non ho chiuso occhio per tutta la notte”. La donna che si era trovata davanti quando aveva aperto la porta era lei e non era lei. Era suo lo sguardo, il modo di stringere le palpebre; era suo il sorriso, un po’ provocatorio. Anzi quel sorriso era meglio di una volta, perché si era rifatti i denti divinamente. I capelli, corti come allora, erano ancora più bianchi di quanto lui si era aspettato: candidi, quasi azzurri. La ricordava minuta, ma ora era piccola piccola. Non resistette neppure un istante, la porta era ancora aperta, al desiderio avvicinarla a sé, di tenerla stretta e di sentirla scomparire fra le sue braccia, quasi che il suo petto potesse aprirsi e poi richiudersi su quell'uccellino. Si staccarono per guardarsi. Adesso era solo quella di venticinque anni prima, di quell’abbraccio in ufficio. Era come se nel computer delle sue emozioni avesse selezionato col mouse tutta la vita da quel lontano momento a oggi, e poi avesse premuto il tasto “cancella”. Lo risvegliò lei: “Se puoi stare solo un giorno, vediamo come dobbiamo organizzarci”.
Per parlare, sedettero sulla sponda del letto. Ma lui riprese ad accarezzarle il viso, le spalle. E lei gli mise una mano sulla nuca. Lui la baciò, e il bacio non finiva mai, e le lingue esploravano sempre più in fondo; quella di lui incontrò anche la volta di plastica che faceva da infrastruttura alla seduzione del sorriso. Ne fu eccitato, come lo era sempre per le componenti artificiali dell’attrazione femminile: ciglia finte, parrucche, cosmetici. Si distesero, si strinsero. Lisa lo allontanò con dolcezza: “Lasciami spogliare un po’ ”. Restò solo con gli slip. Il seno era piccolo, come allora, e i capezzoli restavano eretti, tentatori. “Sei ancora come una ragazzina!”.
“Lo so”, rispose trionfante, e sempre civetta.
Le sfilò gli slip, e lui si tolse tutto. In mezz’ora, prima che scadesse l’orario del parcheggio, e che lui dovesse lasciare la stanza, combinarono pasticci su pasticci. Lui affondò la bocca nel grembo di lei e, a differenza di quell’unica volta di tanto tempo prima, seppe trovare subito come farla gemere. I loro sessi si cercarono e non si trovarono. Lei gli disse: “Ora ti bacio a modo mio”, e si chinò sul suo inguine, vi indugiò, e lo fece quasi morire. Poi non deglutì, a differenza di Roberta, e anche di Marta. Forse aveva ricevuto una specifica raccomandazione dal dentista.
Il treno del ritorno partiva verso le sette del pomeriggio, da Como. “Ti porto un po’ a vedere i miei posti. Cernobbio, però, solo di passaggio, perché lì la gente spia anche dai tombini”. Parlarono ininterrottamente, soprattutto lei, anche di cose già dette nelle tante telefonate. Ma adesso era diverso, perché si potevano guardare e toccare. Pranzarono a Bellagio, su una terrazza proprio sulla punta della penisola che divide i due rami del lago. Era inevitabile che parlassero anche dei Promessi Sposi, di come la scuola glieli avesse fatti odiare quando erano adolescenti, di quanto fosse antipatica e frigida Lucia. Rifletté che, in tutta la vita, non aveva mai incontrato uno, ma dico uno, al quale Lucia fosse simpatica. Lei espresse anche alcune opinioni politiche, ma quelle lui le trovò alquanto scadenti; come lo erano, del resto, anche le battute di Roberta, quando voleva dire qualche spiritosaggine. Ma era colpa del suo palato che, in queste cose, era stato abituato troppo bene da Marta, e anche da sua moglie.
Si era quasi fatta l’ora di partire. Arrivati a Como lui disse: “E se io restassi un’altra notte? Si potrebbe tornare al mio albergo, a Varese. Ho visto che hanno diverse stanze libere”. Pazzo sconsiderato.
“E come no! Ma davvero lo vuoi?”. Ti pareva che non afferrasse subito l’appiglio. Le era tornato quel suo modo indimenticabile di sorridere con gli occhi.
“Starei male se non lo facessimo”. Non sapeva se era pentito o eccitato. “Piuttosto, se devi sistemare qualcosa a casa, visto che da te ci sono i ‘tombini spioni’, lasciami nascosto qui da qualche parte e poi ripassa a prendermi: intanto io telefono in albergo e ai miei”.
Quella notte e la mattina dopo riuscì a ricordarle, in seguito, solo per immagini e per sensazioni: i baci lunghissimi, le mani e le bocche che si appropriavano di ogni millimetro dei corpi, fosse il più recondito, il grembo di lei che gli si avventava contro con colpi avidi, mentre i muscoli pelvici si stringevano sul suo sesso come tenaglie. Esile e liscia, lo avvolgeva e gli strisciava addosso mentre la lingua appuntita e mobilissima gli si offriva e si ritraeva nella perfidia di baci avari, per farlo impazzire di desiderio. Una serpe. E quel mandolino d'avorio che gli lanciava un’ennesima tentazione quando all’alba lei, nuda, con il mento sul davanzale, sbirciava di sotto la tapparella i piccioni sul tetto di fronte.
E le pause, stretti come a recuperare tutto il tempo della loro assurda separazione, con le labbra insaziabili nell’accarezzare i volti, le palpebre. E ancora in lui quel desiderio struggente di poter racchiudere quel corpicino di scricciolo nel proprio petto e custodirlo lì dentro per sempre, sentendosi morire di tenerezza ad ogni istante, come in una demenziale gravidanza.
Non riusciva più a pensare ad altro che a lei. Il passare dei giorni, che si era illuso potesse riportargli un po’ di quiete, accresceva invece il suo struggimento. Qualsiasi cosa facesse, dovunque andasse, si muoveva e si esprimeva come se lei fosse lì. Si costringeva a ricordarsi di Roberta, del suo amore senza richieste e senza riserve, ma, odiandosi, si ritrovava subito a fantasticare ancora di Lisa. Nella prima parte della nottata riusciva a dormire, anche perché aveva l’accorgimento di intontirsi con un bel po’ di alcol, dopo cena. Ma se si svegliava, addio, non poteva più riprendere sonno. E si svegliava sempre più spesso, perché quei maledetti crampi alla pancia erano tornati a farsi sentire. Come al solito, si alzava, fumava, andava in bagno, per altro senza esito. Il dolore si calmava e tornava a letto, dove il pensiero di lei non lo lasciava più, assieme alla rabbia per il desiderio che il suo corpo manifestava tangibilmente e che restava condannato all’insoddisfazione. E tutto perché era lui a volere così, per difendere a oltranza, pervicacemente, quella “fortezza” entro le cui mura la moglie russava beatamente per tutta la notte.
Riuscivano a far tacere il telefono per giorni. Ma quando, stremato, uno dei due cedeva, era tutto un turbinare di chiamate e controchiamate, da casa, col cellulare, dalla cabina, per tormentarsi l’un l’altro, per dirsi che si sentivano morire, che non potevano rovinarsi così gli ultimi anni, che era forse meglio piantarla lì e continuare a tenersi quelle remissive relazioni che ognuno dei due già aveva e che si erano raccontati sia pure in maniera sfumata: sì, anche lei aveva un tale con la licenza media, un mite amico di tanti anni, che di tanto in tanto la consolava un po’, con l’infallibile sessualità dei semplici. Non ebbero però la forza di rinunciare a rivedersi almeno un’ultima volta, altrimenti sarebbero usciti di cervello. E si promisero di incontrarsi nel giro di un mese e mezzo al massimo.
Sì, ma… e Roberta? Ignara di tutto quell’imbroglio gli scriveva ricordando le gioie dell’ultimo incontro, fantasticando quelle del prossimo, per il quale diceva di stare già “affilando gli artigli”. Fino a poco tempo prima tentazioni del genere lo avrebbero eccitato, gli avrebbero fatto affrettare un viaggio da lei. Adesso erano un tormento in più.
In certi momenti cercava di sviluppare un ragionamento: non ho detto di sentirmi arabo? E allora, perché non posso stare con tutte e due? Ho cresciuto, amato e amo due figli, enormemente e in misura uguale, ciascuno per quello che è e per come è, e sono orgoglioso di averlo saputo fare. Perché la stessa cosa non può essere anche con due donne, quando poi si tratta non di far loro del male, ma semmai di farle entrambe felici? O con tre, a questo punto, visto che per quanto riguarda il “voler bene”, a nessuna ho voluto e voglio bene come a mia moglie? O addirittura con quattro, dal momento che, anche incasinato come sono adesso, quando sogno di fare l’amore, chissà come, è sempre ancora e solo con Marta?
Ma poi si rimproverava questo lambiccarsi fra autoindulgenza e autoassoluzione, si chiudeva in bagno e, davanti allo specchio, diceva a quella faccia che trovava odiosa, anche ad alta voce se la situazione lo consentiva: “Sei un vecchio lascivo, ecco che cosa sei. Con una moglie come la tua, chissà quanti altri uomini se ne starebbero tranquilli e soddisfatti, senza andarsi a cercare grane come fai tu. Vuoi piantarla una buona volta?.. Non ti vedi come sei?”. Ma poi continuava: “Già, tranquilli e soddisfatti. Loro, perché qui la ‘soddisfazione’ ce la siamo proprio dimenticata. Eppure, dove sta scritto che se questa moglie che tanti mi invidierebbero non vuole più fare l’amore, almeno con me, io debba essere condannato a non farlo mai più in assoluto?”.
Rasserenato un po’ per essere riuscito a formulare questo grido di dolore, tornava al suo prediletto aforisma: moltiplicarsi per il numero delle amanti e non dividersi fra loro. E tutto a un tratto, ogni volta come una folgorazione, gli si svelava l’unica considerazione sensata che invece avrebbe dovuto fare sempre: che quell’elegante teorema per menti illuminate mal si conciliava con le sue personali possibilità economiche, che non davano nessun segno di potersi moltiplicare a loro volta. Questo lo faceva stare meglio, mettendogli in un certo senso l’animo in pace: non dipendeva tutto soltanto da lui, c’erano anche le circostanze, gli impedimenti oggettivi.
Poi commise l’imperdonabile sciocchezza di cedere alle insistenze della moglie e di andare dal medico, per dirgli di quei crampi che non lasciavano dormire, non solo lui, ma neppure lei, per il viavai che faceva di notte. E così, analisi, ecografia, risonanza magnetica, tac. E alla fine di tutte queste piacevolezze, ci avrebbe giurato, l’intervento. Il mese e mezzo se ne era andato, ed ecco il vero approdo. Comunque tenne nascosta la cosa a Lisa fino all’ultimo, fino a quella telefonata poco prima di operarsi, alla quale lei era andata a rispondere aspettandosi una comunicazione ben diversa. E che lui, invece, si era coltivata per giorni, amara e liberatoria. Roberta conosceva la situazione da un po’ più di tempo, perché, come si è visto, gliela aveva detta l’amica Rita.
Prima di andare in albergo passarono al Drugstore della stazione per comprare uno spazzolino da denti e una camicia da notte per Roberta; che Lisa potesse prestargliene una delle sue, anche se ne avesse avute più d’una, era impensabile. Poi si fermarono a una pizzeria per mettere qualcosa nello stomaco. Decisero di darsi del tu.
Roberta era una di quelle persone che quando hanno un’angoscia, un dolore, sentono il bisogno incontenibile di parlare, parlare. E appena si furono sedute, incominciò a raccontare di sé, a partire da quando era bambina. Così Lisa apprese che era cresciuta a Genova, ma che suo padre era di Amalfi, un conte, che era figlia unica e da piccola aveva vissuto più coi nonni materni, liguri, che con i genitori; che da giovanissima aveva avuto un grande amore con un ragazzo che si era ammazzato con la moto per correre da lei che gli aveva piantato un capriccio, e il rimorso l’aveva accompagnata per tutta la vita: così, a parte qualche storia sconclusionata, non aveva voluto nessun altro uomo fino a quando aveva conosciuto lui, il loro comune amico ammalato; che aveva lasciato a metà la facoltà di biologia per fondare assieme ad altri una cooperativa di assistenza agli anziani, e poi anche ai giovani handicappati, dove aveva iniziato come infermiera, prendendo anche il diploma, ed era arrivata a essere la direttrice; che poi aveva piantato tutto in asso per andare a fare da infermiera al padre e alla madre ammalati, ritiratisi nella villa di Amalfi; che adesso era disperata all’idea di perdere quell’uomo, diventato la ragione della sua esistenza. “Se soltanto ne avessi la forza, disse, me lo porterei da me per curarlo e tenerlo vicino per il tempo che gli resta, invece di lasciarlo in ospedale. Hai sentito la moglie? Niente da fare, a casa non lo vuole. Per l’organizzazione non ci sarebbero problemi: ho una casa enorme, praticamente vuota, e anche una mansarda. E per la terapia ci sarebbe l’ospedale di Salerno, a mezz’ora di strada, che è attrezzatissimo, e il direttore sanitario è un mio cugino. Il problema vero è che io già devo curare un ammalato grave, mia madre, che è paralizzata e completamente incosciente. E, potrà sembrarti strano, anche chi possiede una villa ad Amalfi può non avere mezzi sufficienti per pagare un infermiere. Sapessi quello che già spendo per mia madre. E poi lui non lo accetterebbe mai, lo conosco”.
Durante tutta la cena Lisa aveva potuto pronunciare sì e no qualche sillaba. Ma non era stato un sacrificio. Anzi, mentre ascoltava le torrenziali confessioni di Roberta, aveva confusamente avvertito che conoscere il maggior numero possibile di cose su di lei poteva in qualche modo - non sapeva ancora quale, ma sentiva che c’era qualcosa - tornare a suo vantaggio. Comunque, la prima cosa da fare, si disse, era di non aprirsi troppo a sua volta, di raccontare di sé quel tanto che bastava a non apparire scostante. Ecco, quello che sentiva era che, in tutta questa vicenda, in qualche maniera poteva esserci un posto, un ruolo anche per lei.
Lungo la strada verso l’albergo, e poi in camera, raccontò che anche lei era figlia unica, e con genitori quasi analoghi: la mamma settentrionale, veneziana, figlia di un maestro vetraio, e il padre siciliano, immigrato a Milano. Che, impiegatasi giovanissima e sposato il fighetto dell’azienda, avrebbe voluto dei figli, ma era restata incinta solo alle soglie della menopausa, e il marito l’aveva convinta ad abortire, mentre non aveva rinunciato a fare il fighetto. Poi si dilungò parecchio sulla malattia di quel poveraccio e su come, nell’arco di due anni, avesse imparato a curarlo meglio di un’infermiera. Ora sapeva anche fare le endovenose e le flebo. Ai suoi rapporti con l’amico comune non fece neppure un accenno. Erano stanchissime e si addormentarono subito.
La notte porta consiglio. Lisa si svegliò verso le sei. L’altra dormiva ancora. E le aggrovigliate intuizioni della sera prima si dipanarono presto, per diventare riflessioni lucide e ordinate: se lui resta in ospedale, io non posso fare altro che tornarmene a casa, per venire tutt’al più a trovarlo di tanto in tanto, giusto per constatare i progressi della malattia. In breve, lo perdo per sempre. Così sarebbe anche per Roberta, perché meno chilometri non dicono granché, se lui resta dentro una corsia. Quell’uomo che si avvia a morire lo sto desiderando da quasi una vita, e nello stesso modo, ne ho le prove, lui sta desiderando me; la malattia poi non vuol dire molto, ho una bella esperienza in materia: quando si sente spacciato, anzi, un uomo tira fuori la forza della disperazione, il canto del cigno… Scema chi non li afferra.
Allora, perché non dare una mano a Roberta, e così stare almeno vicino a lui, anche se in disparte? Col tempo - da cosa nasce cosa - era certa che, piano piano, con tutti gli accorgimenti e le astuzie del caso, si sarebbe preso quell’uomo sempre di più per sé, fino a quando fosse stato vivo, fino a quando fosse stato lui. Aveva capito di essere più forte dell’altra. E poi, pensava, se questa, presa come è di lui, fa un’alzata di testa e, anche con i guai che ha, se lo porta lo stesso a casa? E se domani la madre muore e lei si libera anche dei guai? L’importante, in quel momento, era di non permettere che quella situazione venisse chiusa e andarsene, ma invece di lasciarla aperta e di restarci dentro in qualche modo. Si ricordò di quello che aveva passato nella fase terminale della malattia di suo marito: avrebbe lasciato l’altra sola nei guai, quando lui sarebbe diventato una larva? No, si disse, sarò una volpe, sarò una vipera, ma non sono una iena. La compagna di stanza si stava svegliando.
“Buon giorno, ne avevamo bisogno, eh?”.
“Sì, ma avrei voluto dormire per tutto il resto della vita, pensando a quello che succede, a quello che mi aspetta”.
“Ti capisco, ma a me è venuta una mezza idea, un po’ pazza, che però potrebbe fare stare un po’ meglio sia te che lui. Ma te la dico più tardi, con calma. Per prima cosa, facciamoci venire un caffè”.
Per andare all’ospedale avevano preso un taxi che, nel traffico della mattina, era più il tempo che stava fermo che quello in cui si muoveva. Dal tassametro lampeggiavano impietose le cifre digitali.
“Allora, me la dici questa idea che hai avuta?”. Lisa aveva saputo aspettare che parlasse l’altra per prima; aveva già incominciato a fare il gatto col topo.
“Ecco, ho pensato parecchio a quello che succede, e anche a quello che tu dicevi. Mi sembra che, se quell’uomo resta in ospedale, muore prima di depressione che del suo male: per averlo capito anche sua moglie… Anzi, se anche ci fosse qualche speranza, possiamo essere certe che lì dentro, invece, le cose precipiterebbero. Ne so qualcosa: a mio marito, stare a casa ha regalato due anni di vita in più rispetto a quelli che gli sarebbero restati in ospedale, l’hanno riconosciuto anche i medici. E li vuoi buttar via due anni? Tu hai detto che vorresti portarlo da te, ma che, con i problemi che hai, è impossibile. Allora mi sono detta: sono sola, i soldi, grazie a Dio, non mi mancano, posso andare dove voglio e per quanto tempo voglio, quell’uomo è un caro ricordo di quando ero giovane, e per giunta gli devo molto per come mi ha apprezzato sul lavoro, ma soprattutto per come mi ha insegnato, pur essendo allora giovane anche lui, a farmi valere come lavoratrice e come donna. Non puoi immaginare come erano, a quel tempo, i capi maschi. E mi sono detta ancora: perché lasciare quest’uomo in una corsia? Se io offrissi un aiuto, potrebbe avere vicino chi gli vuole bene, come te, e se proprio deve succedere, almeno chiudere gli occhi in pace”.
“Ma che vuol dire: sei libera, offri aiuto… Allora potremmo…”
“Roberta, la preoccupazione che ho è quella di essere invadente. Però sappi che se posso aiutarti a fare qualcosa per lui, eccomi. E tieni presente, visto che siamo qui a parlarne e che di scappare davanti alla realtà non è proprio il caso, che oltre alle endovena e alle flebo, ho imparato anche le cose più tristi e più brutte che bisogna saper fare con un malato”.
“Ma allora le cose cambiano… Dio che luce di speranza mi stai dando. Certo, se siamo in due è tutta un’altra cosa. Ma tu che faresti, ti sposteresti da Cernobbio ad Amalfi? E le tue cose, la tua vita?”.
“Te l’ho già detto, sono sola e autosufficiente, posso stare in un posto come in un altro. Naturalmente contribuirei per la mia parte, non si discute neppure. E poi, per me non sarebbe questo gran cambiamento passare dal panorama di un lago a quello di un golfo”.
“È proprio vero che Dio accompagna le disgrazie con qualcosa che te le fa sopportare. Sai, per me ora tu sei già come una vecchia amica, come una persona che conosco da sempre. Ma hai pensato alla moglie? E se non è d’accordo?”.
“Senti, quell’uomo ha il male che ha, ma non è certo incapace di intendere e di volere. È lui che deve decidere se la cosa gli va o non gli va. E poi, che cosa gli offrirebbe quella lì: di crepare in un ospedale quando potrebbe starsene in una villa sul mare, fosse anche per chiudervi gli occhi, ma assistito da persone che gli vogliono bene?”.
“Hai ragione. E poi lei potrebbe venire a trovarlo tutte le volte che vuole, per il tempo che vuole; quella casa è piena di letti. E ci sono solo tre ore di treno”.
“E per fortuna ci sono anche tanti scioperi dei ferrovieri”. Si guardarono e finalmente risero, scambiandosi una gomitata di complicità. Una clava contro una cannuccia, ma l’alleanza era fatta. Finalmente il taxi le lasciò davanti all’ospedale.
“Vi siete presentate, immagino”. Erano solo pochi minuti che lo avevano trasferito in corsia dalla terapia intensiva. “E come no”, gli rispose Roberta, e gli diede un bacio leggero sulle labbra. Lisa lo baciò sulla fronte. Erano ai lati del letto e lui cercò le mani dell’una e dell’altra. Poi richiuse gli occhi. “È ancora sotto sedativo”, disse l’ammalato accanto, che sembrava saperla lunga, “ma fra un paio d’ore sarà un grillo”.
Arrivò la moglie, accompagnata dalla figlia. Avrebbero voluto esporre la loro idea a lui per primo, ma la situazione era quella che era, e Roberta doveva tornare a casa appena possibile, per via dell’assistenza di fortuna cui aveva affidato la madre. Era inevitabile, allora, incominciare con quelle due. Dissero, un po’ Roberta, un po’ Lisa, quello che avevano pensato. E, dopo un primo “mio Dio, come si fa?”, la moglie accettò gradualmente la proposta, fino a esserne quasi entusiasta. Un osso più duro fu la ragazza, che disse che finché il papà era in vita, voleva stargli vicino il più possibile, magari passando per l’ospedale ogni sera, quando tornava dal lavoro. Ma Lisa fu brava e la convinse che il suo, anche se dettato dall’amore, poteva essere egoismo. Restava da affrontare lui, il diretto interessato.
Se non proprio come un grillo, nel primo pomeriggio era già abbastanza diverso dalla mattina. “Anvedi! Ben quattro prefiche! Beh, che dice il metastasio? Ma sì, quello che campa sulle metastasi,… l’oncologo”. Le altre si guardarono come per dire: è sempre lui.
“Papà, il professore dice che adesso devi fare delle cure”. Come l’aveva intuito, quella ragazza, che la prima voce che lui desiderava ascoltare era la sua?
“Va bene, ma quando esco di qui?”.
“Vedi”, intervenne la moglie, “la terapia va fatta in ospedale, almeno tre volte alla settimana. Ti immagini questo andare su e giù attraverso tutta Roma, un giorno sì e uno no? E poi, almeno per i primi tempi, a casa ci vorrebbe un infermiere. È meglio che per un po’ tu resti qui: sei curato meglio e con meno stress”.
“Un infermiere? Che sciocchezza! Fra un paio di giorni io vado in giro con le mie gambe”.
“Sì, certamente”, disse Roberta, “ma l’infermiere ci vuole, per un mesetto, non di più. Lo ha detto il professore. Però, senti, ci sarebbe una soluzione che avremmo pensato Lisa ed io… Se ti andasse…”.
Quella se la sarebbe ricordata per sempre come la giornata delle sorprese: prima, quelle due accanto al suo letto, insieme, poi che si incontrano con la moglie e la figlia. Tre realtà della sua esistenza che non aveva mai pensato si potessero, o dovessero, malauguratamente!, incrociare. Adesso quella proposta, assolutamente pazza, ma così seducente. Poteva nascerne uno di quei pasticci da cui non si sa più come uscire; ma poteva anche essere una soluzione delle sue angosce, di quel malessere che lo aveva sempre tormentato quando aveva dovuto darsi facce diverse per vivere, una per volta e sentendosi bugiardo con tutti, ognuna di quelle realtà che aveva sempre creduto inconciliabili. E invece, come se fosse apparso un deus ex machina, tutto quell’imbroglio sembrava anche potersi sciogliere in un’intesa di affetti. E poi, ad Amalfi, nella sua Amalfi, in quella casa bellissima, assieme a quelle due donne che ora sentiva di adorare, l’una e l’altra con uguale tenerezza, e con la pace nell’anima, consapevole di non far torto né all’una né all’altra. Benedetto quel suo malanno.
Naturalmente sollevò delle obbiezioni: non se la sentiva di mettersi sulle loro spalle, non voleva stare lontano dalla famiglia, come avrebbe fatto senza i suoi libri, senza le sue cose, l’editore gli stava per mandare un libro da rivedere…
“Ma è solo per la convalescenza”, disse Lisa, “e poi se lo facciamo è perché ci va di farlo. Comunque, se proprio ci tieni, ci darai le spese di vitto e di benzina; più un mazzo, anzi due mazzi di fiori alla settimana, uno a Roberta e uno a me”.
“Potete contarci. Però…”
“Però,… il tuo lavoro, abbiamo capito”, disse Roberta. “Se ne parlava quest’estate, al mare, con Rita: non ci avevi detto che ormai fai tutto col computer e per posta elettronica, e che in redazione ci vai solo a ogni morte di papa? E tu lo sai che io sono una navigatrice Internet. Ho tutto quello che ti serve”.
“Va bene, avete vinto. Bella forza: quattro streghe contro un povero ammalato. Ma voi poi - e guardò moglie e figlia - mi venite a trovare?”
“Certo, Roberta è così cara, ci ha già invitato per il primo weekend che sarai lì”.
“Beh, allora quando si va?”.
“Appena ti dimettono, diciamo che vengo a prenderti fra una settimana”, rispose Roberta.
Moglie, figlia e Lisa uscirono per andare a fumare. In corsia c’era solo un altro ammalato, che dormiva volgendo le spalle. Roberta infilò una mano sotto la coperta e gli cercò il sesso. Vi indugiò solo qualche attimo, ma già lo sentì animarsi. “Adesso sei proprio mio, amore. Ti tengo”. Gli diede una stretta e poi ritirò la mano. Lo baciò, prudentemente, sulle guance: “Ciao, adesso devo partire. Ma ci vediamo presto, e vedrai che cure ti faccio”.
“Vai via?” le chiese Lisa, nel corridoio. “Vengo con te, così chiamiamo un solo taxi. Prendo le mie cose in albergo e parto anch’io. Un momento, che vado a salutarlo”.
Entrò nella stanza, accostò il viso a quello di lui e bisbigliò: “Adesso, caro mio, son proprio cavoli tuoi”. E a tradimento gli saettò quella sua lingua di serpe nell’orecchio.
Le cose si mettevano male, meravigliosamente male.
Un paio di giorni dopo telefonò a Lisa: “Ma si può sapere come è venuta fuori tutta questa storia?”
“Perché, non ti va più?”.
“Altro che se mi va. Ma poi che cosa succede? E Roberta? Mi sembra una situazione così balorda”…
“Per ora di noi due non sa niente. E non devi preoccuparti, non ti creerò problemi. Per me l’importante è starti vicino. D’altra parte, senza di me la cosa non si sarebbe potuta fare. Diamo tempo al tempo. Per ora l’unica cosa a cui pensare è farti stare bene”.
“Sì, ma guarda che anche quando stessi meglio, mi farebbe orrore ingannarla, per giunta in casa sua e mentre mi sta facendo del bene”.
“Ma anche a me farebbe orrore, cosa credi? Te lo ripeto, quello che ora conta per me è poterti stare vicino e dare una mano a farti guarire. Forse ti sei spaventato per il modo in cui ti ho salutato, in ospedale. Ma era solo una piccola cattiveria, uno scherzo e niente altro, stai tranquillo”.
A questo punto, si disse, aspettiamo e vediamo. D’altra parte, che cosa poteva fare lui, se non subire? Dopotutto era malato.
La stanza era bellissima: a picco sul mare, che sentiva frangere nelle notti di Grecale, si inondava di luce nelle mattinate di bel tempo e dalla finestra, tenuta aperta a lungo anche ad autunno inoltrato, gli arrivava l’odore delle alghe che le onde avevano portato sulla spiaggia. Fin dal giorno dell’arrivo, a metà novembre, la premura tenera di Roberta e quella più energica di Lisa si mostrarono perfettamente coordinate, anzi avrebbe detto concordi. Ma lui ci stava male. E non tanto per quella spossatezza, che aveva sperato gli passasse più rapidamente, né per quel disinteresse per ogni cosa, per quell’accidia che non gli faceva aprire un libro o accendere il televisore (del computer nemmeno a parlarne). Era piuttosto per quella sensazione di cose irrisolte, di quella sua ambiguità, che con troppa fretta si era illuso, quel giorno in ospedale, si fossero cancellate miracolosamente da un momento all’altro. Non poteva sopportare che, trovandosi il quel posto come compagno di Roberta e semplice amico di Lisa, si sentisse attratto da questa e solo teneramente grato all’altra. Eppure sentiva che se avesse saputo trovare il modo di chiarire il tutto, e anche di saperlo fare accettare, sarebbe stato capace di darsi con generosità, e anche con vigore, a tutte e due, in una gioiosa sincerità di tutti e tre. Saperlo fare, appunto. Una parola! Ci doveva essere un modo, ma va a capire quale. E così si limitava a una sorta di appello muto e disperato quando, avendole entrambe vicine, prendeva una mano di Lisa e una mano di Roberta e se le portava sul cuore, l’una sull’altra. Ma quel suo messaggio era troppo ermetico, le cose restavano come erano e a lui non rimaneva che rifugiarsi in una elusiva affettuosità verso l’una e verso l’altra.
Roberta c’era restata proprio male, nei primi giorni, quando, avendogli fatto certe carezze che in passato lo avevano portato a risponderle con particolare slancio, lo aveva trovato sfuggente e si era sentita allontanare, sia pure con garbo. Le cose andarono abbastanza meglio una volta, per strada. Stavano tornando da una seduta di terapia. A un certo punto lei deviò dalla provinciale: “È una giornata magnifica, ti porto in un bel posto, così ci dimentichiamo di quell’ospedale così triste”. Arrivati a una curva da cui si vedevano i golfi di Napoli e di Salerno, si addentrò per una strada sterrata e fermò la macchina in uno spiazzo affacciato sul mare e nascosto dai castagni.
“Ricordi? Ti è sempre piaciuto qui. E ti è sempre piaciuto anche qualcos’altro”. Gli infilò una mano sotto il pullover e, slacciati un paio di bottoni della camicia, incominciò ad accarezzargli il petto come a lui piaceva: alternando i polpastrelli alle unghie, la dolcezza alla crudeltà, pizzicandogli di tanto in tanto un capezzolo. Lui le nascose il viso sul seno, mentre con le dita la esplorava sotto la gonna. Con l’altra mano lei gli andò lungo i pantaloni e sentì, felice, di aver risvegliato il suo desiderio. Gli aprì la lampo e con la bocca tornò dopo tanto tempo a impossessarsi di lui. Fece in modo che questo loro ritrovarsi durasse il più a lungo possibile, fermandosi e riprendendo, sfiorando e mordendo. E lo sentì finalmente sciogliersi, ansimando, appagato da lei.
“Sei proprio come i bambini”, gli disse mentre tornavano, “dopo essere stati dal dottore bisogna portarli al luna park”.
“E lì anche la mamma si compra il gelato”.
Ma il sollievo di Roberta durò poco. A casa lui tornò a essere silenzioso e assente. E due giorni dopo, quando in macchina lei gli chiese se voleva andare ancora al luna park, le venne quasi da piangere quando le rispose di no, che in quel momento non se la sentiva.
La madre di Roberta si aggravò e fu necessario ricoverarla per una decina di giorni. A volte la figlia doveva trascorrere anche delle giornate intere con lei, e così lui si trovò assistito quasi esclusivamente da Lisa. Ne ebbe paura: si sentiva in suo potere, ed era certo che lei lo aveva capito, e che non si sarebbe lasciata sfuggire l’occasione.
Non si sbagliava. Fu bravissima nel ravvivare i suoi sentimenti e i suoi sensi, sottilmente, senza fretta, nel sedurlo con frasi allusive di offerta, nello sfiorarlo con carezze casuali, timide, mentre negli sguardi lasciava leggere promesse di generosità. E ad ogni cedimento che avvertiva in lui, sapeva inventarsi una nuova perfida provocazione. Finché lo fece crollare, quel pomeriggio, quando mentre gli sistemava i cuscini, lui la afferrò per la vita e la strinse, quasi piangendo. Restò sopra di lui a lungo, risucchiandolo nel proprio corpo, assaporando la vittoria con movimenti piccoli, scaltri come tutta la sua paziente strategia di conquista.
“Credo che impazzirò”, disse lui levandosi improvvisamente a sedere sul letto. “Non posso fare a meno di te, ma mi sento un disgraziato, un traditore, se penso a lei. Credo che l’unica cosa onesta che io debba fare è di tornarmene a Roma, in ospedale. Non ce la faccio più ad andare avanti così”.
“Se vuoi, me ne vado io”.
“Non essere ipocrita, sai benissimo che Roberta da sola non potrebbe… Che se io mi trovo qui è perché ci sei venuta anche tu. E poi, le daresti anche un dolore: non ti sei accorta di come si è attaccata a te? Come una figlia, come una sorella…Ma che dico? Ti guarda, ti ascolta come se fosse innamorata di te. Magari fosse vero”.
“Cos’è questa, un’altra di quelle idee grandiose che tu tiri fuori di tanto in tanto?”.
“Niente affatto, guarda che ci ho pensato molto. Se nascesse qualcosa fra voi due, forse lei non soffrirebbe più tanto se sapesse che anche fra te e me c’è qualcosa. Potrebbe accettarlo, non si sentirebbe più tradita. Sentirebbe di avere un potere anche lei. Potremmo forse portare finalmente ogni cosa alla luce del sole. E io non starei più a fuggire davanti a te e ad evitare lei. Che poi ci sta tanto male, perché io sono l’unico affetto che ha, l’unica risorsa in mezzo a tanta desolazione. Se invece avesse anche un altro salvagente… Pensaci, magari l’idea non ti va, ma potrebbe essere la soluzione per fare felici tutti. Non sarebbe una cosa nuova, il mondo è pieno di gente che vive così”.
“Sarà, ma mi sembra una pazzia. E poi chi ti dice che lei, una volta che fosse innamorata di me, non vedrebbe te come un rivale, e incominciasse a odiarti, a volerti cacciare via, per avermi tutta per lei? Bella zappa ti saresti dato sui piedi”.
“Ci ho pensato, non credere… E ho immaginato anche un’altra cosa, che tu non mi hai detto ancora: che anche tu ti innamori di lei, e che anche tu mi voglia mandare via. E così io resterei conciato proprio bene. Ma sono rischi che sono pronto a correre: qualsiasi cosa, pur di non continuare così, perché non ne posso proprio più”. Sentirono arrivare la macchina di Roberta.
Mancava poco a Natale. La madre era stata riportata a casa. Roberta aveva fatto l’albero e il presepe, con le figurine di creta che, quando faceva volontariato, aveva fatto fare ai bambini handicappati. Gli davano una stretta al cuore quella sua fame di tepore, quel fingere che le cose andavano bene, quella sua nostalgia di quando era “viva”. Ma lui era speciale nel vedere l’aspetto triste di ogni cosa.
Pregò separatamente sia Lisa che Roberta di comprare un regalo per l’altra. Indicò anche la cifra che poteva permettersi. Capitò così che si incontrassero nello stesso negozio. Imbarazzate in un primo momento, si guardarono poi negli occhi e scoppiarono a ridere. E si scelsero quello che piaceva all’una e all’altra, aggiungendo, di tasca propria, parecchio di più alla cifra indicata, che poi gli dissero di aver rispettato quando gli portarono, ognuna, furtivamente, il proprio acquisto, perché lo nascondesse.
Lisa disse a Roberta che pensava di passare il Natale a Milano, a casa di certi parenti. Ma Roberta la supplicò di restare con lei: “È tanto tempo che non trascorro questo giorno con persone care. Papà non c’è più, mamma è quello che è. Ho solo te e lui, che poi è così strano in questi giorni. Forse ho solo te. Almeno quel giorno, fammi sentire di avere una famiglia”.
Passarono Natale insieme. Vennero anche Rita - che per la santa ricorrenza riuscì a fingersi benevola verso la seduttrice del cugino - il marito e qualche altro conoscente. Lisa partì l’indomani, per poi tornare la sera dell’ultimo dell’anno. Lui stava abbastanza meglio ed era stato possibile sospendere la terapia per il periodo delle feste.
Arrivarono, per una visita dalla mattina alla sera, la moglie e il figlio, in Italia per le vacanze. Non riuscì a sapere molto di lui: solo la procedura per sapere di lui attraverso Internet. La figlia era in montagna, a sciare. La “fortezza”, anche se frazionata in avamposti diversi, continuava a esistere.
La moglie stette molto al telefonino, per un pressante impegno della sua militanza. Se la guardava, quella moglie sua, o ex sua, che stava lì, a due metri, eppure era ormai così lontana. Diavolo, era la più bella lì in mezzo: le arcate sopracciliari e la finezza delle mani erano ancora quelle che da giovane gli avevano fatto perdere la testa. Possibile che lei quella bellezza se la fosse coltivata per godersela da sola, davanti a uno specchio? Che fosse stata nient’altro che uno strumento di tentazione della natura per fare dei figli? E se l’era mai goduta davvero, lui, quella bellezza, si era mai sentito un uomo desiderato piuttosto che, come tante volte si era rinfacciato, uno che in nome della sacralità del matrimonio si era presa quella grazia, se ne era approfittato, mentre lei non desiderava altro che di essere guardata, ammirata, e lasciata in pace?
Il giorno di San Silvestro Roberta entrò in agitazione fin dalla mattina presto. Da prima dell’alba non riusciva a dormire, rimuginando le mille cose che voleva fare. Anche se erano stati invitati da alcuni vicini, avrebbero trascorso la notte di capodanno a casa, perché la cameriera era in vacanza e la madre non poteva restare sola. Ma ci sarebbe stata Lisa, per fortuna, che doveva arrivare nel pomeriggio.
In tutti quei giorni le era rimasto vivo, nella mente e sul corpo, il ricordo della grande tenerezza di quell’abbraccio con cui si erano salutate; e ancora le sembrava di udire la sua voce, due sere prima, da Milano: “Non ci crederai, ma mi sono innamorata della mia nuova patria, non vedo l’ora di tornare laggiù”. Avevano chiacchierato un po’. Quando Roberta le aveva chiesto se voleva parlare anche con lui, “Non importa”, aveva risposto, “tanto lo rivedo fra pochi giorni. Quello che desideravo era sentire te”.
Adesso aspettava solo il momento in cui il citofono le avrebbe portato la sua scampanellata convenzionale: due suoni brevi, “Li-sa”; per lei erano tre. E aveva deciso di farla lì, in casa, una festa, per loro e nessun altro.
Inutile restare ancora a letto, con quell’ansia. Tant’era, meglio approfittarne per andare subito a comprare il pesce, mentre la madre dormiva ancora. A quell’ora, poi, si trovava la roba migliore. Voleva far assaggiare a Lisa qualcosa di veramente buono, tipico di quel mare, e che lei non conoscesse ancora. Una pezzogna, fatta al cartoccio, sarebbe stata l’ideale. Caricò la macchinetta del caffè, nel caso lui si fosse alzato, gli lasciò scritto che sarebbe tornata subito e uscì con Betty, la sua anziana cagnetta, che restò in giardino.
La pezzogna la trovò, del colore corallo che ha quando è appena pescata. Si fermò anche a comprare un cartone di champagne, proprio francese, e due mazzi di fiori: uno per la sala da pranzo e uno da far trovare a Lisa, al suo ritorno, nella mansarda dove alloggiava.
Il tempo che aveva, anche se era veramente poco, con la domestica in vacanza, la madre da accudire, l’iniezione da fare a lui, la cena da preparare, se stessa da sistemare, le sembrò che non volesse passare mai. E fin dal primo pomeriggio, mentre si curava le mani, si depilava le sopracciglia, si metteva a posto i capelli, incominciò a tendere l’orecchio per sentire se una macchina si fermava davanti al cancello, in fondo al viale. Avrebbe potuto essere il taxi di Lisa. Ed ebbe diversi tuffi al cuore e delusioni, perché davanti a quel cancello c’era uno slargo dove le auto trovavano lo spazio per le inversioni di marcia.
Finalmente, verso le sei, il citofono: “Li-sa”. Era stata l’unica auto che non aveva sentita, perché proprio in quel momento il rubinetto era aperto. Schiacciò il pulsante e le si precipitò incontro, senza neppure chiudere l’acqua. A metà del viale quasi la soffocò nella sua mole morbida e tremante. Poi la guardò e si mise a piangere. “Eccomi qua, tesoro, eccomi qua”, seppe soltanto dire Lisa, accarezzandole i capelli.
Per le scale, con stridore di unghioli sul marmo, rotolò loro incontro Betty. Quando vide Lisa incominciò ad abbaiare, scodinzolando freneticamente. Scendeva ansando gli scalini, li risaliva, si appiattiva per terra, uggiolando con quel fischio sottile dei cani quando gioiscono e quando soffrono; poi si appoggiava in piedi a lei, cercandole la faccia con la lingua, costringendola a reggersi alla ringhiera. “Vedi? Anche lei è felice che tu sia tornata”.
La camera da pranzo era già tutta illuminata e pronta. Sulla tavola, coperta da una tovaglia ricamata, le stoviglie di porcellana e di argento della secolare nobiltà della famiglia. Una bottiglia di champagne era in fresco nel secchio. C’era anche il caminetto acceso, con accanto una catasta di ciocchi per la lunga serata che li aspettava.
“Come ti ho detto l’altra sera, non ho potuto accettare l’invito di quegli amici. Ma ho deciso di farla io una gran festa. E non solo perché è capodanno, ma soprattutto perché tu sei di nuovo qui. Verso le nove e mezza, dopo aver messo a letto la mamma, diamo il via ai festeggiamenti. Ma prendiamoci un anticipo”. Riempì due calici di champagne: “Al tuo ritorno, benvenuta Lisa”.
“E chi se l’aspettava tutto questo lusso, questa grandiosità. Una festa a corte, perbacco. Mi toccherà mettermi elegante”.
“Certamente: elegante e bellissima. L’ho detto anche a lui, di non presentarsi senza giacca e cravatta”.
“E siamo anche troppo buone, a non esigere lo smoking”.
Era la prima volta, da quando Lisa era arrivata, che il discorso cadeva su di lui.
“A proposito, come sta?”.
“Devo dire, proprio discretamente. Ma è sempre così muto, chiuso. A volte esce anche per fare due passi, ma sono io che devo esortarlo. Pensa, l’altro giorno ho fatto finta di essermi dimenticata del giornale per costringerlo ad andarselo a comprare. Se ne sta sempre chiuso nella sua stanza. Vedi? Non si sarà neppure accorto che sei arrivata. Per fortuna adesso sta parecchio al computer; gli è arrivato del lavoro, mi è sembrato di capire”.
“Se è così, meno male. Almeno, non sta le ore a fissare il vuoto. Ora vado a dargli una risvegliata”.
Roberta la accompagnò. Era seduto con le spalle alla porta, davanti al display. Lisa entrò senza far rumore e gli coprì gli occhi con le mani.
“Dunque, vediamo”, disse lui tastandole: “sono mani di scimpanzé, non di bertuccia… Lisa!” Si alzò dalla sedia e l’abbracciò, baciandola sulle guance. Lei gli spinse contro il bacino, per un istante appena. Roberta sorrideva, sotto la porta.
“Oh insomma, ragazzi, mi volete lasciare un po’ di tempo per sistemarmi? Sto arrivando dal profondo Nord, io, e ho bisogno di un bagno caldo, e di tutto il tempo necessario per riesumare il mio fascino, visto che ci sarà una grande soirée. Ora mi rinserro su da me e mi concederò solo dopo le nove: ore ventuno, se non fosse chiaro”.
Adesso credeva di capire perché Roberta l’aveva aiutata a portare le valigie fino alla porta della mansarda, ma non aveva voluto entrare: quelle dodici rose. Aveva voluto lasciarla sola davanti alla sorpresa. O forse aveva avuto pudore di un sentimento troppo intenso. Oppure ancora aveva voluto evitare che un ringraziamento, espresso lì per lì, sia pure caloroso, chiudesse con parole di cortesia quello che invece poteva diventare un lungo dialogo. Un dialogo che, sottilmente, era stata proprio lei, Lisa, ad avviare. Ormai non poteva avere più dubbi, quei fiori le stavano dicendo: guarda, questa è l’occasione che non si ripete, hai fatto un capolavoro ma, o stasera, col clima che c’è, o chissà… E il tempo stringe.
Le passò per la testa che quei fiori, anche se comprati da Roberta, anche se recisi chissà dove, li aveva seminati lei stessa. Forse doveva scendere un momento al piano di sotto, ringraziarla di quel pensiero. Certo se lo stava aspettando: e allora, facciamola aspettare ancora un po’.
L’altra, infatti, aspettava, dandosi sostegno con qualche altro calice. E dovette mettere una seconda bottiglia nel secchio col ghiaccio.
Lisa indugiò, costringendosi a una lentezza che non era nelle sue abitudini, fino all’ora che Roberta aveva indicato, le nove e mezza. Ma era già pronta da un’ora, e ingannò l’ozio col ritoccarsi più volte quel velo di fard e di rimmel che si consentiva solo in certe occasioni, e tirando ora di qua ora di là la camicetta d’argento, con l’abbottonatura alla russa, che rivestiva di mistero la sua magrezza. Aggiunse ancora cinque minuti e finalmente si affacciò dal pianerottolo: “Roberta, potresti venire un momento da me?”. E, mentre la sentiva salire: “Ma perché mi confondi così? Sono stupende queste rose, ma… Non so cosa dirti”.
“E allora non dire niente”.
Anche lei si era fatta bella: l’abito nero le toglieva diversi chili e i seni, ormai abbandonati dall’abbronzatura estiva, prorompevano dalla scollatura come due pleniluni. L’ombretto metteva in risalto gli occhi nocciola, attraversati da riflessi dorati.
“Volevo pregarti di aiutarmi con questo orecchino” disse Lisa. “Ma,… sei meravigliosa, lo sai? Sembri un fiore che sboccia. E chi ce le ha avute mai come le tue… Come capisco qualcuno che…”
Le coprì i seni con le mani, senza però sfiorarli neppure, come a volerli accarezzare attraverso un’intercapedine d’aria. Ma l’altra di quelle mani si impossessò e le premette su di sé. E capitò che i loro rossetti si impastassero l’uno con l’altro.
Si staccarono. Si cercarono di nuovo, e questa volta le bocche si conobbero di più, di istante in istante meno timide, assaporando per la prima volta la dolcezza e l’intesa che solo una donna può offrire a un’altra donna. La serata si annunciava bellissima. L’orecchino di Lisa fu sistemato senza difficoltà.
Con i rebbi di una forchetta Roberta lacerò la stagnola che avvolgeva la pezzogna: era passata dal corallo all’ambra, e sulla tavola si sparse una fragranza mista di alghe e di foglie, come quella che d’estate si respira fra le siepi in riva al mare. La avevano preceduta le linguine al pesto, incontro di una struggente nostalgia di Liguria con un arrogante basilico sorrentino. Più tardi, gli struffoli, da dove occhieggiavano le bucce candite delle arance e dei limoni della Penisola, e la frutta secca, dono dei mandorleti e dei noccioleti di famiglia. Il vino, bianco e secco, veniva dal fondo di Priora, dove le viti conoscono tutti i venti che salgono dal Golfo.
Eppure quelle delizie sarebbero restate soltanto un piacere del palato se qualcosa che c’era nell’aria non le avesse trasfigurate, come stava accadendo, in un godimento gioioso. Leggeva nei volti delle commensali, nel loro parlarsi, in quello scherzare insolitamente giovanile, una tensione nuova di calore e di affetto di cui non si sentiva al centro, come in passato, ma che, proprio per questo lo riempiva di serenità e lo faceva comunque coinvolto e partecipe. A un certo punto, dopo una battuta che particolarmente le aveva divertite, si strinsero le mani attraverso la tavola. E lui, che stava in mezzo, prese le altre due mani. Indugiarono così per un po’, in un girotondo fermo e trasognato, con una corrente strana che li attraversava, scambiandosi sguardi con gli occhi lucidi; chi più, chi meno. Ma questo era forse dovuto anche a quei bei bicchieri di cristallo antico, venati d’azzurro, che non restavano mai pieni a lungo.
Li scosse una pioggia di strisce colorate e mutanti che all’improvviso si disegnarono sui vetri del balcone e furono riflesse dalla grande specchiera sulla parete opposta. Seguì, dopo pochi attimi, una serie di scoppi smorzati dal vento che soffiava verso il largo. Dal barcone in rada davanti al porto avevano incominciato a sparare i fuochi d’artificio. Istantaneamente Betty, che fino a quel momento era stata accucciata sul tappeto, scomparve per rintanarsi in qualche suo rifugio nascosto, esperta come era del crescendo di artiglieria che quel primo segnale annunciava. Mancava assai poco alla mezzanotte. Si trasferirono tutti e tre sul divano davanti al balcone, portando con sé i calici e il secchio con la bottiglia da stappare allo scoccare del nuovo anno. Nel buio, sui loro volti era tutto un balenare di lampi dai mille colori. Seduto in mezzo, continuava a tenerle per mano.
Dalla televisione accesa, nella stanza accanto, il conto alla rovescia: meno dieci, meno nove, meno otto… “Stai, pronto… Ci siamo… Stappa!”. Tre calici si toccano, “ Auguri,… Buon anno,… Auguri!…”. E il bacio: sulle labbra, leggero, a Roberta, e poi anche, leggero, sulle labbra, a Lisa. Poi di nuovo a Roberta, più profondo. E più profondo anche a Lisa. E poi una stretta, fortissima, fra tutti e tre. E lui che si sfila, piano, rovesciando la nuca sulla spalliera, mentre le due restano abbracciate, e lui, accarezzando le loro teste, incoraggia l’avvicinarsi di quelle bocche che già si stanno cercando. E il loro bacio, lungo, tenero, davanti al suo sguardo commosso. Ma ecco che si ricordano di lui, e mentre una gli penetra le labbra, la bocca dell’altra gli accarezza le gote, il collo, le orecchie; e lui a sua volta, col cuore che gli balza, insinua le mani fra i loro abiti, percorre quei corpi così diversi, e così cari, che gli appartengono, come lui, perdutamente, appartiene a loro.
Tutt’intorno alla villa i fuochi si erano scatenati: ai ricami di luce che salivano in cielo dal barcone rispondevano scoppi da terra, dai giardini, dai pendii della collina. Può darsi, pensò, che non arriverò a vedere il prossimo capodanno. Ma che importa, dovessi anche morire adesso, in questi pochi minuti ho vissuto cento vite.
Roberta si alzò dal divano per andare a vedere se la madre era stata svegliata da tutto quel frastuono. “Il signore è soddisfatto?” gli chiese Lisa quando furono soli. “Visto? Ogni tuo desiderio è un ordine”.
“Sei meravigliosa, mi sento in paradiso”.
“Non cantare vittoria troppo presto. Se una donna può trasformare un paradiso in un inferno, figurati due. Anzi, d’ora in poi, cerca di rigare diritto, con quegli strani umori che hai, e di comportarti bene, capisci cosa intendo, perché noi due insieme ti potremmo anche distruggere”.
“Non chiedo di meglio che morire per mano vostra. Chi ti dice che il mio, sotto sotto, non sia proprio un desiderio di dissolvermi?”.
“Però devo essere sincera. Non immaginavo che questo gioco potesse piacere tanto anche a me. Quasi quasi ti ringrazio per avermici tirata dentro”.
Rientrò Roberta e si mise a riattizzare il fuoco. “Che ne facciamo, Roberta, di questo bel soggetto? Lo buttiamo via con le cose vecchie dell’anno passato o ce lo teniamo ancora un po’?”.
“Io direi di cucinarcelo a fuoco lento. Anzi, guarda, metto un altro ciocco sul fuoco, così la cottura dura più a lungo”.
“A me lascia il boccone del prete”.
Roberta tornò sul divano e si mise a slacciargli la cravatta. Lisa gli aprì la camicia e si fece più vicina. Lui fece per cingere le spalle di entrambe. “Ti piacerebbe!”, disse Lisa allontanandosi di scatto. E, liberatasi dal suo braccio, attirò a sé Roberta. Tornarono a baciarsi a lungo, formando un arco sopra di lui.
“Verrà anche il tuo turno”, disse Roberta, che delle due era la più misericordiosa. “Vedremo”, aggiunse Lisa.
Era comunque riuscito ad accarezzare un fianco di Roberta sotto la gonna. Si accorse che era tornata senza mutandine.
E il suo turno venne, e anche presto. Il tappeto davanti al caminetto era spesso e soffice, ed era anche coperto da una folta pelle di montone. Vi si ritrovarono tutti e tre a intrecciarsi, a riconoscersi più che dai volti e dalle voci, dalle singolarità delle mani, delle bocche, dei grembi. La felicità liberata aveva restituito a lui un vigore di cui tutti fruirono più volte, ma non a lungo, perché il desiderio, non soddisfatto troppo presto, si tenesse vivo. E mentre l’una si appropriava di lui, l’altra pure, in modo diverso lo consumava e se ne lasciava consumare. Ognuno godette dell’esperienza, dell’immaginazione e dell’entusiasmo degli altri due. Le loro fantasie li portarono a trarre sensazioni da ogni cosa, dalla pelle come dai capelli, dalle unghie, dai denti, da una barba irsuta. Alle compagne seppe dare il piacere completo più volte di quante lui stesso non volle averne, per conservare il più possibile le proprie forze. Di tanto in tanto una pausa, o piuttosto una tregua, per poi riprendere ancora più accanitamente quella lotta di ognuno contro tutti, in una gara di feroce generosità.
Finalmente lui non resistette più, o forse le altre ne ebbero una buona volta pietà, non più fermandosi quando lo videro vicino a cedere. Gli sembrò che gli sfilassero, con studiata lentezza, un filo spinato dalle viscere. Poi sprofondò nel sonno, ignorando le carezze che ancora gli concedevano le compagne; che, dopo aver continuato per un po’ a sfiorarsi con languore, si addormentarono anche loro. Nudi come erano, li protessero dal freddo del mattino una larga trapunta che li copriva tutti e tre e il tepore che veniva dalle braci del caminetto.
La povera Roberta fu svegliata da Betty che, sgusciata fuori dal suo misterioso rifugio, le era venuta a uggiolare sul viso per uscire a soddisfare le proprie necessità mattutine. Guardò l’orologio a pendolo ed ebbe un soprassalto nel vedere che erano passate più di due ore da quando avrebbe dovuto prendersi cura delle analoghe necessità della madre. Che infatti, come avrebbe amaramente constatato subito dopo, vi aveva provveduto autonomamente, riempiendo all’inverosimile il pannolone. Spinta da una stoica solidarietà, anche Lisa si alzò, per darle una mano.
Chi dormì fino a tardi fu lui, svegliato solo dopo mezzogiorno dai walzer del Concerto di capodanno. Se li ascoltò tutti, crogiolandosi sotto la coperta, fino alla conclusiva Marcia di Radetsky. E pensò che le cose nella vita cambiano in continuazione, e che a lui sembrava incredibile di essere lo stesso uomo che, non più di venti anni prima, al ritmo di quella marcia, faceva saltellare e ridere i figli piccoli, tenendone uno a cavalcioni di un ginocchio e uno dell’altro. Già, nella famosa “fortezza”.
Quella notte: un déjà vu, che lo riportava a quando, anni prima, tormentato fra la difesa della “fortezza” e l’agguerrito assedio di Marta, aveva cercato scampo nella psicoterapia. Durante un workshop, due ragazze si erano messe a fargli il filo, e anche lui si sentiva attratto da tutte e due. E il terapeuta, che conosceva la sua storia, aveva fatto in modo che il gioco andasse avanti, fino a concludersi con lui accovacciato per terra assieme a quelle altre, a scambiarsi tenerezze tutti e tre, in un vissuto di serenità e di lealtà reciproca. Insomma: di pace. Ma quella era stata una simulazione, e c’era voluto anche l’aiuto del terapeuta. Mentre adesso, se Dio voleva, era tutto vero; e se un terapeuta c’era stato, o piuttosto un regista, questi non poteva essere stato che lui stesso.
Ai primi di gennaio, anche se si sentiva molto meglio, riprese la terapia in ospedale. Visto il miglioramento, le sedute furono ridotte da tre a una alla settimana. Le cure da fare a casa gli furono alleggerite: una flebo ogni cinque giorni e qualche iniezione. A titolo precauzionale, aveva detto il dottore, perché certo non era assolutamente il caso di smettere. E chi vuole smettere? disse dentro di sé.
Si sentiva un altro: la luna di miele che, da quella notte “pirotecnica”, stava vivendo assieme a Lisa e Roberta, gli mostrava il mondo come da tempo non l’aveva più visto. Ebbe voglia di uscire per qualche passeggiata da solo (come si sta bene un po’ soli, quando si sa di non essere soli!) fra i giardini e lungo la costa, di guidare la macchina in cerca di panorami, di fermarsi a chiacchierare nei negozi; riallacciò, con Internet, i rapporti da tempo interrotti con corrispondenti di lavoro e amici; passava ore a scrivere sul computer, per l’editore e per la propria fantasia, pur tendendo l’orecchio all’avvicinarsi dell’una o dell’altra compagna - o di entrambe - che lo venisse a stuzzicare, costringendolo a interrompersi. In un paio di mattinate piene di sole scese anche a pescare dalla scogliera sotto la villa. Ma in quelle occasioni la sua fortuna non mostrò miglioramenti rispetto a quello che era sempre stata.
Dove non andò mai fu al cinema: in paese c’era soltanto una sala che, specie nella stagione non turistica, dava film che lo facevano inorridire. Così, talvolta, ci andavano insieme Roberta e Lisa, meno esigenti nei gusti. “Siete troppo di bocca buona!”, le accusava. E loro: “Lo sappiamo,… altroché se lo sappiamo!”.
Era invece bello guardare la televisione tutti e tre sul divano, dopo cena. E incominciare a seguire, attenti, la trasmissione, per poi distrarsi a poco a poco, fino a spegnere l’apparecchio per trasferirsi tutti nel lettone di Roberta.
Ma c’erano anche quelli che lui aveva battezzato Après-midi d’un faune. Nelle giornate più fredde, si concedevano un pranzo un po’ meno spartano, che risvegliava nei sensi un particolare desiderio di crogiolarsi nel dopopranzo. E mentre il libeccio scagliava secchiate d’acqua sui vetri, le ore venivano ingannate con qualche gioco che non era quello delle carte. Nacquero così quello del Tao (tanti orgasmi alle concubine, nessuno all’uomo: grande scuola quella di Marta), quello degli schiavi e dei padroni (non originalissimo), quello dei gladiatori (alquanto grossolano), quello dell’Inquisizione (atrocemente psicologico) e quello, che lui si era inventato, e che prediligeva, del centauro: una leonessa e una pantera si contendono la mitologica preda, straziandosi a vicenda e straziandola. Per la verità, quest’ultimo gioco lo aveva pensato come quello di Orfeo e delle baccanti. Ma sicuro come era che le altre ne ignoravano il mito, e trovando noioso raccontarglielo, aveva preferito ripiegare su quella figurazione più accessibile, in un certo senso disneyana.
La fantasia non si fermava più: un ramo spinoso, un giunco sottile, trovati durante una innocente passeggiata in giardino, una penna di gabbiano, la ruvida, minuscola pigna di una magnolia, un fermacapelli, la catenella di una porta potevano offrire nuove ispirazioni all’immaginoso repertorio, e andare ad arricchire quella collezione di oggetti strani che, nel loro complice gergo, era chiamata sex shop. Con dei cordoncini da tenda, le due donne intrecciarono anche dei frustini: leggeri, che non facevano male più di tanto.
L’inverno passò. Dopo le ruggenti giornate e nottate del mese di gennaio, febbraio si avviò verso un clima più calmo. Crebbero gli spettacoli televisivi seguiti con attenzione dall’inizio alla fine e conclusi con la buonanotte. Erano semmai Roberta e Lisa a restare sveglie, per trascorrere, nella camera dell’una o dell’altra, ancora qualche ora. E sebbene il marzo che seguì fu molto piovoso, nessun pomeriggio venne più dedicato a giochi fantasiosi. Al risveglio, non trovava più accanto al letto le compagne, desiderose di appropriarsi del suo vigore mattutino. Sarà stato perché ormai la cura prevedeva soltanto un’iniezione a metà giornata.
Stava comunque molto meglio. Anzi, si sentiva proprio bene, tanto che pensò che era giunto il momento di rendersi utile. Così incominciò a occuparsi della spesa, della posta, della banca. Sistemò anche i vasi del giardino per la primavera che stava iniziando. E fu proprio una mattina, mentre portava un sacco di foglie morte al cassonetto, che si guardò, come se si fosse sdoppiato: sono proprio diventato un vecchio marito pensionato, di due mogli anziché di una, ma non cambia di molto. Forse quella di cui lo era di meno era proprio la moglie legittima, cioè la terza; pardon, la prima.
“Io direi di interrompere tutte le cure: non c’è motivo per continuare”. Il primario, proprio lui, aveva davanti i risultati degli ultimi esami. “Lei adesso sta bene come ognuno di noi, non vedo nessun segno che possa far pensare a qualche nuovo problema. Certo, le consiglio di sottoporsi periodicamente a un controllo, diciamo ogni tre mesi, ma ora come ora lei può riprendere in pieno la sua vita normale”.
A quella visita di fine aprile lo avevano accompagnato sia Roberta che Lisa, e alle parole del medico restarono muti in tre, nemmeno si fosse pronunciato in una prognosi di tutt’altro tenore. Passarono in amministrazione a ritirare la documentazione clinica e si rimisero in macchina, dove continuarono a tacere.
“Questo metastasio qui, questo sì che mi è simpatico”, disse lui, che non ne poteva più di quel silenzio. “Sentite ragazze, bisogna festeggiare: non andiamo a casa, vi offro il pranzo in qualche bel posto”.
“E come faccio con la mamma?” rispose Roberta.
“C’è Concetta, no? Per un paio d’ore in più potrà ancora badarci lei”. L’altra si lasciò convincere e telefonò alla domestica.
Scelse una trattoria che non era lontana dallo spiazzo sui due golfi, con una veranda che guardava lo stesso panorama. Ma sebbene la giornata fosse radiosa, la vista incantevole, e la cucina sublime, la conversazione continuò a languire.
Toccava ancora una volta a lui rompere il ghiaccio: “Amiche mie, è inutile eludere certi argomenti, visto che tutti noi stiamo pensando alla stessa cosa. Voglio dire, forse vogliamo dire, che questa situazione, purtroppo, o forse grazie al cielo, non ha più ragione di continuare. Insomma, io sto bene, che motivo c’è perché io rimanga qui, affidato alle vostre cure? Fosse per me, ci resterei all’infinito. Ma, adesso, come si giustificherebbe?”.
“Cosa c’entra, qui non si deve giustificare niente…”. “Noi dopotutto stiamo bene così, anche se sei guarito. Però, certo, hai ragione anche tu…”.
Risposte smozzicate. Per il momento gli bastava. Chiese il conto e, in un nuovo silenzio, tornarono a casa. Per quel giorno non ne parlarono più, visto che neppure stettero insieme a cena, perché il pranzo li aveva riempiti troppo.
Quella notte, per lui i sonni furono brevi e i pensieri lunghi. E tutti portavano a dire: ma adesso che motivo hai di restare qua? Hai una casa, hai una famiglia che ormai non deve più assisterti perché stai bene, non c’è più lo spettro del ricovero in ospedale. Se resti, diventi solo un approfittatore. A meno che… A meno che loro non ti preghino, ti supplichino di restare.
La mattina dopo riprese l’argomento: “Ditemi voi quale giustificazione abbiamo, adesso, di rimanere qui”. Il plurale l’aveva usato apposta, cercando di incontrare gli occhi di Lisa. “L’ammalato è guarito. Le infermiere, anche se angeli più che infermiere, non sono più necessarie. E allora che ci sto a fare: il villeggiante, il parassita?”.
“Infermiere? E tutto il resto?”. Roberta cercava ancora di lasciare, almeno ai ricordi, un diritto di esistenza.
“Scusa”, intervenne Lisa, “ma dobbiamo capirlo: adesso che sta bene, forse starebbe male di nuovo, in un altro senso, se continuasse a fare la parte dell'ammalato, se non tornasse alla sua vita, alle sue responsabilità. E poi, chi ci impedisce, quando vogliamo, di ritrovarci di nuovo qui, o magari da me, a Cernobbio, se sarà possibile, e stare di nuovo insieme?”
“Come volete”, disse Roberta. E, rivolta a lui: “Spero che questo non voglia dire che farai le valigie domani; puoi anche stare qui qualche giorno ancora. Ti riaccompagno io a casa, con la macchina”. Qualche giorno ancora: eh sì, lo stavano proprio supplicando di restare!
“Ma no, vado in treno. Le cose pesanti me le faccio mandare per corriere. E tu, Lisa, che fai?”.
Si accorse della stupidità di questa domanda mentre ancora la stava formulando. Roberta, fulminea, precedette l’amica: “Lei resta ancora con me, ormai non potrei più fare a meno di lei,… sai, la mamma…”.
Come sempre, a casa non c’era nessuno. Solo il gatto, che reclamava il rispetto dell’orario dei pasti. La storia era finita. Ma quando mai era incominciata?
Quando mai si era sentito male, a parte quel mezzo colpo di calore, subito guarito da una fontanella? Quando mai si era operato, quando mai era stato rapito da due angeli, due maghe che lo avevano tenuto prigioniero, curato e sfinito di piacere in una dimora incantata? Quando mai c’era stata quella notte di capodanno, e quei pomeriggi di perdizione? Quando era successo che aveva danzato con le fate, e che poi queste avessero continuato a danzare soltanto fra loro, abbandonandolo a poco a poco in quella primavera nascente? Capodanno, primavera? Ma se non era ancora finito settembre!
Punto e daccapo. Anzi no: punto e di seguito. Perché tutta quella storia sarebbe stata bella, anche se lui poi restava solo. Ma in pace. E invece no, non era successo niente. La storia se l’era costruita lui, nei dormiveglia lunghi e languidi, turbati dalle erezioni effimere dell’anzianità, metà libido e metà urologia, mentre la moglie gli russava accanto, o si era già alzata per assolvere alle sue missioni. Ché se invece ci fosse stata lì un’altra, e sapeva lui chi, quell’opportunità offerta dalla provvidenza non sarebbe andata sprecata. E stava sempre lì, a trasalire a ogni squillo di telefono, aspettando di sentire quella voce o quell’altra che gli reiteravano i tormenti della tentazione e del rimorso, con chi lo tirava di qua e chi lo tirava di là.
Neppure il coraggio di immaginarsi la morte aveva trovato: “Beato chi si trova nell’impasse, perché conoscerà la sorpresa”, aveva scritto qualcuno. Ci aveva provato ad uscirne, dall’impasse, a modo suo, inventandosi quella specie di romanzo. Fino a farlo finire col cancellarsi. Facendosi abbandonare, comunque, non con la morte, perché la morte fa paura.
E così, finito il romanzo, sigillati nelle pagine i personaggi, le cose restavano proprio quelle di prima, con il tarlo di Lisa, esigente e tentatrice, chiara minaccia di un futuro di pretese, rifiuti, ricatti, e l’ansia di rifugiarsi da Roberta, generosa senza condizioni. Con l’inghiottire gelosia all’idea dell’una che si consolava con qualcuno da qualche parte e con la colpa che gli rigurgitava dall’anima quando pensava all’altra, a cui stava facendo esattamente lo stesso male che temeva per sé. Il tutto da tener chiuso dentro, che non trapelasse nulla, perché lui era un marito esemplare, di una moglie esemplare, con cui aveva cresciuto dei figli esemplari.
Uno che era solo da lasciar perdere, da abbandonare, dovesse mettercela tutta lui per primo per farsi mandare al diavolo. Dopotutto c’era già riuscito, qualche altra volta. E mai che ne avesse poi sofferto tanto. Anzi, a dire la verità, un bel sollievo.
Però restava là, fra quelle due, in mezzo a quelle tre - e diciamo pure quelle quattro, visto che certi ricordi non riusciva a cancellarli - , senza fare né un passo avanti né uno indietro, né uno di fianco, come anche il cavallo degli scacchi può fare, bloccato in quella maledetta impasse. Almeno avesse potuto liberarsi, se non delle altre, di se stesso, spegnersi davvero, soffiandosi sopra come su una candela. Ma ci voleva ben altro che inventarsi una storia di ninfe saffiche e di satiri abbandonati, per trovare un po’ di pace.
Il satiro, niente affatto abbandonato, restava schiavo di una fantasia farneticante che correva da questa a quella, con la piaga sempre aperta della sua libidine inappagata. Quasi la vedeva quella piaga, fra le immagini che comparivano e scomparivano nei dormiveglia: un bubbone mezzo crepato, al centro del suo inguine; e lui che con le dita ne divarica le labbra doloranti senza riuscire a farlo spurgare. Attraverso la crepa balena di tanto in tanto la mucillagine lucida del nucleo dell’ascesso: un parassita maligno, raccolto e pulsante, una specie di murena raggomitolata, che non mette mai fuori né la testa né la coda, e lui non la può afferrare per estirparla e guarire. E quella continua a roderlo, a consumarlo, con la bocca piccola che protrae all’infinito un supplizio che già dura da un’eternità.
Ma allora invecchiare non serve a niente? Anzi, sta a vedere che se esiste un aldilà questo bubbone finisce che me lo porto dietro.
Va bene, ma adesso come adesso, che cosa poteva fare? Che domande: “moltiplicarsi" ovviamente, come e più di prima, barricato dentro l’impasse. Chissà, forse anche l’impasse è una fortezza. E via con altre bugie, altri rimorsi, altre spese…
Ne valeva la pena? Bè, sì.
C’era una volta una bambina che si chiamava Cappuccetto Rosso. Viveva con i genitori in una bella casetta ai margini di un grande bosco dove il papà faceva il taglialegna.
Una sera, a cena, sentì la mamma che diceva al marito: “Si avvicina l’estate e molti nostri vicini guadagneranno tanti bei soldi affittando le case ai villeggianti. La zona è bella e i turisti sono ogni annno di più. Giorni fa anche a me è stato chiesto se avevo nulla da dare in affitto, e io ho dovuto dire di no. Eppure che rabbia! C’è tua madre, tutta sola, in quella sua bella casa al di là del bosco. Immagina un po’, se morisse, quanto potremmo guadagnarci... Senti, ho pensato una cosa. Ormai lei è vecchia, la sua vita l’ha vissuta. Se le preparassi qualcosa che la faccia addormentare per sempre?..”.
“L’idea è buona”, rispose il marito, “ ma come si fa?”. “Se è per questo, lascia fare a me”.
L’indomani mattina la mamma disse a Cappuccetto Rosso: “Prendi questo cestino e portalo alla nonna, al di là del bosco. C’è dentro un tegame con lo spezzatino. Ma mi raccomando, non mangiarne neppure un pochino perché è avvelenato. Lo mando alla nonna perché così ci lascia la sua bella casetta, che piace tanto anche a te”.
Strada facendo Cappuccetto Rosso diceva fra sé: “Eh, sì, quella casetta è proprio carina. E poi, se papà e mamma diventano più ricchi, chissà quanti bei regali. potranno farmi. Però, povera nonna, io che le voglio tanto bene devo lasciarla avvelenare dalla mamma col suo spezzatino? Questo proprio non mi va: voglio essere soltanto io, la sua nipotina che le è tanto cara, a farla addormentare per sempre. E così, lasciata la strada maestra, Cappuccetto Rosso si addentrò nel bosco in cerca di funghi velenosi da portare alla nonna, colti dalle sue manine.
Zitto, zitto, le si avvicinò il lupo: “Cosa fai, Cappuccetto Rosso?”.
“Oh, signor Lupo, è lei, mi aveva quasi spaventata.... colgo funghi velenosi da portare alla nonna”.
“Funghi velenosi?”…
“Sì, certo”; e Cappuccetto Rosso raccontò al lupo della casa, dello spezzatino e del gran bene che lei voleva alla nonna. “La mamma non deve sapere dei funghi”, concluse, “altrimenti mi sgrida perché sono andata in giro per il bosco, dove posso fare brutti incontri”.
“Certo ha ragione”, disse il lupo. “Ma anche tu hai ragione. Sei una brava bambina. Continua a cercare, io devo andare. Ciao”.
Il lupo si mise a correre verso la casa della nonna, per arrivarci prima di Cappuccetto Rosso e mettere in guardia la signora. Era amico da tanti anni di quella vecchietta e gli dispiaceva che morisse. Come sempre, appena entrato in casa, il lupo si mise a letto con la nonna e lì, dopo avere ripreso fiato, le raccontò tutto quello che Cappuccetto Rosso gli aveva detto.
“Bene”, disse la nonna, “allora facciamo così: io ora me ne vado in cucina mentre tu resti a letto con la mia cuffia in testa. Lascerò la porta di casa aperta. Cappuccetto Rosso entrerà, si avvicinerà al letto scambiandoti per me e tu te la mangerai. Fallo per me, visto che dici di amarmi. E poi te lo meriti un buon pranzetto. Intanto io con i funghi di Cappuccetto Rosso preparerò un pasticcio, una mia specialità, che piace tanto a mio figlio e a mia nuora. Tu gliela porterai con un mio biglietto in cui dirò che la bambina rimane qui questa notte a farmi compagnia”.
Il lupo restò a crogiolarsi nel letto mentre la nonna se ne andò in cucina. Dentro di sé pensava: “Finalmente questa è l’occasione buona per liberarmi di tutti - anche di questo stupido lupo, che con l’età si va facendo fiacco e noioso -, se funziona un certo mio piano…”.
Cappuccetto Rosso entrò in casa: “Nonna, dove sei?”.
“Sono a letto, tesoro, perché non mi sento tanto bene”, le rispose il lupo, imitando la voce della vecchietta. La bambina entrò nella camera semibuia, si avvicinò al letto e.... “Oh, che occhi grandi hai, nonna!”.
“Sono per guardarti meglio, bimba mia”, rispose il lupo-nonna.
“E che orecchie grandi!”.
“Per ascoltarti meglio”.
“Che mani grandi!”.
“Per accarezzarti meglio”.
“Che bocca grande!”.
“Per mangiarti meglio!”, urlò il lupo, questa volta con la sua voce terribile e, buttate all’aria le coperte e la cuffia, saltò sulla sfortunata bambina e ne fece un solo boccone. Poi tornò a letto e si addormentò sazio e soddisfatto.
Era quasi il tramonto e la nonna sapeva che di lì a poco, come ogni sera, sarebbe passato suo figlio, di ritorno a casa dal lavoro nel bosco. Si mise ad aspettarlo, seduta davanti all’uscio, e quando lo vide comparire in fondo alla strada gli corse incontro gridando: “Aiuto, aiuto, il lupo si è messo nel mio letto e ha mangiato tua figlia! Se fai presto forse possiamo ancora salvarla. Ha la digestione lenta”.
Il taglialegna si precipitò in casa e con la sua accetta affilata aprì la pancia del lupo, che passò dal sonno alla morte. Ne saltò fuori Cappuccetto Rosso, sporca e impaurita, ma incolume.
“Che gioia, che consolazione!”, esclamò la nonna. “Tutto è bene quello che finisce bene: la nostra bella bambina è salva e il lupo cattivo non c’è più. Tornatevene pure a casa tranquilli, io mi sento molto meglio. Fatemi solo il piacere di portarvi via il corpo di quella bestiaccia e di gettarlo nella prima discarica che troverete... Piuttosto! Prendete questo pasticcio che avevo preparato per me, prima che Cappuccetto Rosso mi portasse quelle cose buone. Non posso mangiare tutto. Accompagnatelo con questo fiasco di vino, così dimenticherete lo spavento di oggi”.
Cappuccetto Rosso tornò a casa dando la mano al suo papà e la nonna li guardò allontanarsi, col cuore pieno di tenerezza, ma anche con uno strano, triste presentimento.
L’indomani ebbe una notizia terribile: quella mattina il lattaio, dopo aver bussato invano alla porta della casa di Cappuccetto Rosso, preoccupato, era entrato dalla finestra e aveva trovato l’intera famigliola ammucchiata nella stanza da bagno, stecchita. Doveva essere stata un’intossicazione.
La casa della nonna si riempì di amici che per ore e ore dovettero profondere tutto il loro affetto e il loro calore per dare un po’ di conforto alla povera vecchietta che indirizzava alle loro orecchie acute grida di disperazione. C’era anche un lupo, poco più che adolescente, molto carino, sul quale ora cadeva la responsabilità di dover ereditare il ruolo che, nella foresta, aveva fino ad allora svolto il suo vecchio zio, perito in questa tragica vicenda. A notte inoltrata, i visitatori andarono via. “Tu resta”, bisbigliò la nonna al giovane lupo che, timido e interdetto, si trattenne nella casa.
“Sono ricca, ormai”, gli disse l’anziana e addolorata signora, richiudendo l’uscio d’ingresso. “Ma sono anche tanto sola. Vuoi farmi un. po’ di compagnia? Aspetta che mi do una rinfrescata, indosso qualcosa di più comodo di questo pesante abito nero, e poi beviamo qualcosa insieme. Vuoi?”. E gli accarezzò morbidamente le orecchie ritte e sensibili.
E sopravvissero, si dice, felici e contenti.