Il Sessantotto ha rappresentato per me un’ansia fin dal ’56. Forse anche da un po’ prima: 68 era il numero che contraddistingueva il casino dove avrei dovuto avere, ed ebbi, la mia iniziazione. Era mia, al liceo, la sventura di essere il primo della classe (maschile) ed ero quindi atteso al varco dai compagni, ripetenti o semplicemente un po’ meno bravi di me, che non vedevano l’ora di sottoporre alla prova del fuoco quello che per loro era uno sgobbone. Solo Sergio Z., pluriripetente e disastrato nella famiglia, aveva capito e cercato di spiegare agli altri che qualcuno poteva studiare anche perché gli piaceva. Ma Sergio morì prima di arrivare all’esame di maturità.
Dunque, il ’56. Il mio diciottesimo compleanno, dies a quo che la legge fissava per poter accedere a certi ambienti, era stato atteso in classe con maliziosa febbrilità. Sarebbe capitato di Giovedì santo, per cui fui diffidato qualche giorno prima: “non fare che, perché è festa, tu ti squagli”. Accettai la sfida (come eluderla?) e mi presentai all’appuntamento pomeridiano con il mio Principe di Galles, Confezioni Marzotto, in virtù del quale, se vogliamo, avevo già raccolto casti successo in qualche “balletto” di amici. Saremmo andati per Sepolcri.
Varcare quella soglia fu duro, ma poi, devo dire, la cosa mi piacque. Chi se lo sarebbe mai immaginato che le donne potevano presentarsi così, con vestaglie trasparenti di velo nero, con le mani che ne tiravano fuori le tette, con la lingua che entrava e usciva dalla bocca… Gli amici più grandi, poi, mi avevano a lungo parlato di incontri fiabeschi: una cavallerizza magiara, una principessa indiana, una danzatrice gitana.
Aveva i capelli lunghi e in disordine, era grassoccia ed era spogliata, sì, ma meno delle altre. Tremando come una foglia le feci un cenno, come avevo visto fare gli altri. In ascensore le confessai che per me era la prima volta. Fu un colpo fortunato perché si intenerì e mi fece una carezza. E io presi coraggio. “Di dove sei?”, le chiesi. “Di Pozzuoli”. Addio esoticità. Ma forse proprio per questo la sua dolcezza mi riuscì familiare.
Quando lasciammo la stanza mi sentivo un uomo fatto e navigato. E anche galante: “Mi piacciono molto le tue mani”. “Grazie, ma sarebbero più belle se non dovessi lavare tanti cazzi”.
A scuola le mie azioni ebbero un’impennata. E le versioni da copiare mi furono da allora in poi chieste non più con arroganza, ma con quasi ossequiosa cortesia.