Edito da
Edizioni Associate Editrice Internazionale
Roma 2001
[Risguardi o quarta di copertina]
[Il libro]
Le Quattro Giornate del saponaro Sebastiano e del fontaniere Creonte, il fervore anarchico dell’ebanista De Gregorio, il maso-misticismo del seminarista Gaetanino, la grazia felina della signora Vitiello, le fiabe truculente e scatologiche della vecchia Nannina, la guerra, i santi e i peccatori, i cristiani, gli ebrei, i miscredenti, un po' di cronaca nera, gli animali.... E l'occulta entità del Commendatore che incombe su tutti e su tutto. Una passeggiata dell'anima e delle gambe attraverso la Villa Ruotolo, quartiere nel quartiere, con diverse soste per ricordare, fantasticare l'amore, il dolore, la vita che, casa per casa, stavano davanti e dietro la porta.
[L'autore]
Alberto Pascale è nato e cresciuto a Napoli; ha combattuto a Milano; oggi resiste a Roma. Pubblicista, si è guadagnato da vivere negli uffici stampa e editoriali di industrie e banche. Ha collaborato ad alcuni periodici dopo l’esordio giovanile con "Nord e Sud", "Rivista di Studi Crociani", "Il Sole-24 ore". Al momento, cura temerariamente una rivista telematica. Si gode anche la pensione, lasciandosi andare alle follie compatibili con l'età. Come questo piccolo libro.
In copertina:
Rosetta Zingale, La visita,
particolare.
L’unica domanda da porre
è se ciò che racconto è la mia favola,
la mia verità.
C. G. Jung
Questa storia è fatta di cose viste o vissute da bambino, da adolescente, da adulto; di fatti sentiti raccontare, o intuiti, e anche un po' immaginati; di luoghi abitati nel passato e rivisitati oggi.
Non c'è un ordine cronologico. C'è solo l'itinerario di una passeggiata, nel cui corso, tappa per tappa, vengono alla mente personaggi e vicende che non è necessario collocare nel tempo, in un prima o in un dopo. Quello che conta è non dimenticarli, e raccontarli a qualcuno.
Avrei certo potuto farla partire da molto più indietro questa passeggiata che mi è saltato in mente di fare attraverso luoghi che ho lasciato una quarantina di anni fa e ricordi vecchi di quasi sessanta. Ma, tanto per non andare troppo lontano, è bene incominciare da qui, da quest'angolo fra il Vico Pirozzoli e il vicolo Rosamarina, Quartiere Stella. Quella che mi accingo a percorrere è comunque una strada abbastanza lunga, per cui ho provveduto a calzare scarpe comode.
Era nel Vico Pirozzoli che, al ritorno dalla scuola media, i miei passi dovevano farsi cauti. All'improvviso poteva uscire dal suo agguato la banda di scugnizzi che lanciava fango e pietre, nel congenito odio per gli studenti. Rispondere a quelle provocazioni sarebbe stato da suicidi; per cui era veramente un'impresa superare le imboscate salvando a un tempo incolumità e dignità. Una tattica dalla discreta riuscita era quella di affiancarmi, con qualche pretesto di conversazione, a una delle temibili popolane che abitavano in quei vicoli, contro i cui accompagnatori i miei nemici mai avrebbero osato, non dico levare un dito, ma neppure pronunciare il più innocente dei sarcasmi.
Più in là, verso la metà dell'adolescenza, quel tratto di strada non fu più pericoloso. Ma incominciarono i turbamenti. Quando la incrociavo, la signora X mi guardava fisso negli occhi sin da lontano e non staccava lo sguardo fino al momento in cui passavamo l'uno accanto all'altra. Poteva avere intorno ai quarant'anni, aveva un volto brutto, come di cartapecora, truccatissimo. Ma gli occhi, quegli occhi di Medusa, erano belli, di un verde acqua trasparente, e il corpo, molto snello, era sapientemente illeggiadrito da gonne a campana dalla vita strettissima. Me ne sentivo attratto e me lo rimproveravo aspramente. Oggi mi chiedo perché.
Non le rivolsi mai la parola e non ne conobbi mai neppure il nome. Sapevo soltanto, non ricordo come, che era zia di Ernestino, un ragazzino mongoloide, e che abitava con lui. Diversi anni dopo -- ero già in un'altra città -- lessi sui giornali che il padre di Ernestino aveva ucciso la moglie in maniera cruenta e poi si era tolta la vita. La tragedia era trapelata solo dopo molte ore e la polizia aveva trovato il povero giovane a fissare l'atroce scena. I giornali però non dicevano se nella vicenda era coinvolto qualche familiare nel quale io potessi riconoscere la signora X.
Vico Pirozzoli come Tebe, almeno per i miei ricordi. Qui, proprio sull'angolo, in una antica costruzione a due piani, che ora vedo rimpiazzata da uno svettante condominio che ne ha otto, abitava Assuntina. Abitava, si fa per dire: era sempre in strada a chiacchierare con le vicine. Aveva quattordici, quindici anni, era un po' strabica, ma anche fresca, procace, luminosa, come una contadinella di Palizzi. Il mio sguardo di liceale si era spesso posato su di lei, attirato più che dal suo aspetto piacente, dall'ingenua grazia di tutto il suo essere. E, appunto, da buon liceale infettato dall'arcadismo, dentro di me la avevo ribattezzata Lalage. Dulce ridentem Lalagen -- rimuginavo -- dulce loquentem. Da vergognarsi.
Chi poteva mai pensare che la ridente Assuntina racchiudesse nell'anima tanto dolore? Da quello che la gente raccolta davanti alla sua porta diceva concitatamente, quando lei era già stata portata all'ospedale, capii che si trattava di pene d'amore. Amore contrastato o amore tradito. Fatto sta che Assuntina aveva prima ingoiato della soda caustica e poi si era buttata giù dal terrazzino del secondo piano. Pare che la modesta altezza di questo e la blanda tossicità della dose di soda ingerita non avrebbero potuto, da sole, provocare un decesso; e che invece, combinate insieme, avessero cospirato per un epilogo fatale quanto irrisolto, non essendo mai stato chiarito se la mia povera Lalage fosse morta più avvelenata o più schiantata.
Nel vicolo Rosamarina, breve e stretto, c'era un solo "basso", quello di Don Vincenzo e di sua moglie Donna Candida. Era un locale molto piccolo, ma meno buio di tanti altri bassi, perché attraverso la porta della minuscola cucina entrava la luce di una finestra che dava su un giardino.
Don Vincenzo e la moglie erano abbastanza anziani e non avevano figli. Vivevano di piccoli commerci, per lo più stagionali. Nelle albe dell'autunno la cantilena con cui Don Vincenzo annunciava, di vicolo in vicolo, la cottura delle sue allesse (castagne sgusciate e bollite), decantandone la bontà come companatico per la marenna, la colazione di metà giornata, era per me il segnale doloroso che dopo un po' sarebbero venuti a tirarmi fuori dal letto per mandarmi a scuola.
D'estate Donna Candida sistemava, sull'uscio del basso, un tavolino su cui poneva una "bacchetta", di ghiaccio coperta da un sacco, e la scopriva quando doveva ricavarne una "grattata", una grattachecca. Dovevano essere una delizia, quelle grattate, a giudicare dall'afflusso dei consumatori. Io però ero stato diffidato dall'assaggiarle, per i sospetti nutriti dai miei circa gli accorgimenti igienici adottati da Donna Candida nel confezionare il suo prodotto. Era tuttavia ammesso l'acquisto del ghiaccio da portare, e lavare, a casa. Così, nel pomeriggio, mi avviavo con un tovagliolo che Donna Candida avrebbe riempito di grosse schegge di ghiaccio, staccate con martello e scalpello. A casa, dopo essere stato passato sotto il rubinetto, il ghiaccio, chiuso in un altro tovagliolo, veniva pestato sul marmo della cucina con un peso della bilancia e messo in calici di vetro spesso, color ambra, per essere poi irrorato di caffè o di sciroppo di amarena fatto in famiglia.
Un giorno, davanti al basso di Donna Candida, il vicolo era ostruito dal carrettino a mano con il quale le veniva consegnato il ghiaccio. Dietro, approfittando della sosta obbligata, l'asino dell'ortolano ambulante dava linguate voluttuose a una bacchetta. Raccontai la scena a casa solo dopo diversi anni, quando avevamo già il frigorifero.
Fra le attività di Don Vincenzo, che era molto claudicante, rientrava anche vendere il latte a domicilio. Lo portava e versava utilizzando contenitori e imbuti di stagno, di varie misure, che teneva infilati per i manici con una cordicella messa a tracolla. Zoppo e allampanato come era, nell'incedere oscillava come un metronomo e i bidoni, urtandosi, specie quando erano vuoti, producevano uno scampanio che era diventato una caratteristica sonora del personaggio. Il basso dell' industriosa coppia emanava un costante, tenero odore di fattoria. Oggi la sua porta di legno e vetro è sostituita da una serranda di lamiera. Un cartello minaccia: passo carrabile -- rimozione forzata.
Il vicolo Rosamarina sfocia nella via Cagnazzi, più larga e in discesa fino a una barriera di paracarri di lava, da dove incominciano i gradoni che scendono verso la Calata del Crocifisso. All'incrocio, un altro basso: quello di Sebastiano, il robivecchi, o meglio, il saponaro. Oggi è murato, per motivi di sicurezza, a seguito del terremoto.
Per quanta serenità spirava la casa di Don Vincenzo, tanto inquietante era quella di Sebastiano. Non perché fosse stretta e cupa (tanti altri bassi erano e sono ancora più bui), ma per la fama sinistra di chi l'abitava: una genìa di uomini e donne scaltri e pugnaci che affidava la propria sopravvivenza all'inganno e all'aggressione. Ogni invito nel loro covo poteva essere un insidioso adescamento, ogni loro uscita era piuttosto una sortita. Per la verità, non ebbi mai occasione di sperimentare di persona tanta scelleratezza, né potrei dire chi invece ne sia stato vittima. Fatto sta, tale era la fama di Sebastiano e della sua gente.
Quante persone abitassero in quell'antro fu sempre difficile dirlo; certo erano molti, fra anziani, figli, generi, nuore e nipoti. Si sarebbe detta una caverna senza fondo. Tuttavia, l'affollamento veniva provvidenzialmente alleggerito dall'avvicendarsi dei soggiorni in carcere e al riformatorio.
La densità degli abitanti nell'alloggio restava, comunque, eccessiva, per cui non potevano non ricorrere occasioni di conflitto. Queste sconfinavano inevitabilmente all' esterno, con altrettanto inevitabile coinvolgimento del vicinato. La scena, di solito, era: crescendo di urla e tonfi dentro il basso; uno o più familiari di Sebastiano ne escono correndo, inseguiti da altri congiunti armati di corpi contundenti dalla fantasiosa estemporaneità; intervento di vicini riappacificatori; ingiurie e percosse rivolte a costoro da parte degli uni e degli altri contendenti; comprensibile risentimento dei pacieri, che a loro volta reagiscono con invettive e colpi; rissa di tutti contro tutti; apparizione di Sebastiano che annuncia castighi atroci e indiscriminati ai quali si accinge a provvedere subito, di persona, col bastone - e soprattutto con l'autorità - che impugna; graduale affievolimento della contesa e ritorno della via Cagnazzi alla sua routine.
Sebastiano era carismatico. Alto, asciutto, olivastro, baffi neri e incolti, occhi saettanti di sotto il bisunto cappello di feltro. Occhi che aveva trasmesso ai discendenti e che balenavano in coppie molteplici e irrequiete nell'oscurità del basso. Era sporco in maniera sublime: il sudiciume si sedimentava sui tratti del suo volto scolpendovi la maestà di un principe selvaggio. Al termine delle Quattro Giornate, con altri insorti era piombato addosso a uno smarrito coscritto della Wehrmacht in ritirata, lo aveva catturato e se lo era portato a casa, con l'intento di venderselo agli Alleati che avanzavano. Fu una scena memorabile: il povero fantaccino camminava terrorizzato per i vicoli, fra gli insulti e gli sputi di due ali di popolo, sospinto dal suo stesso fucile tenutogli nella schiena da Sebastiano, che si era anche messo sulla testa il suo elmetto.
Lo rinchiusero nel bugigattolo del cesso. Il disagio fu notevole, e non solo per il prigioniero, visto che gli Alleati arrivarono nel quartiere solo dopo alcuni giorni. E poi l'affare andò male: ancora inesperto della composizione dell'armata liberatrice, Sebastiano offrì frettolosamente la sua preda agli inglesi, anziché agli americani. Ne ricavò, pare, niente più che un pacchetto di "Senior Service", già iniziato.
Dai primi di dicembre fino alle Ceneri il basso di Sebastiano era una santabarbara. Scorte inesauribili di articoli pirotecnici di ogni tipo, dal puerile bengala al più distruttivo degli ordigni deflagranti, si ammassavano in ogni angolo dell'abitazione: sopra i letti, sotto i letti, attaccati alle pareti, appesi al soffitto. La qualità era ottima e i prezzi popolari. I figli del farmacista, cinque maschi, ne compravano in quantità tale che, a San Silvestro, sparavano ininterrottamente dalle otto di sera alle sei della mattina. La loro terrazza, altissima, sembrava una nuvola di fuoco.
Non pochi dei suoi prodotti Sebastiano li fabbricava in casa; specialmente quelli "per intenditori", per i quali era consigliabile un passaggio diretto da produttore a consumatore, evitando fasi intermedie nelle quali potesse intromettersi l'indiscrezione dei tutori dell'incolumità pubblica. L'intera famiglia era mobilitata: chi dosava, chi mescolava, chi avvolgeva, chi tagliava la miccia, chi decorava. Lo stesso Sebastiano, oltre a dirigere l'équipe, si dava da fare, pestando in un mortaio, con la sigaretta accesa all'angolo della bocca, le polveri diverse per gli altrettanto diversi prodotti.
Gli articoli per intenditori potevano essere acquistati solo all'interno del basso e dopo un iniziatico scambio di parole e sguardi. La presentazione da parte di persona fidata (ad esempio, un figlio del farmacista) funzionava anch'essa bene. I fuochi dallo smercio meno problematico erano invece venduti davanti alla porta del basso, di solito da una delle giovani di casa, su un tavolino di legno e cartone. La ragazza aveva freddo, lì all'aperto; per cui, sotto il tavolino, teneva un catino di ferro, pieno di brace che di tanto in tanto ravvivava con un ventaglio, suscitando sciami di faville che volteggiavano intorno ai razzi e ai tric-trac.
Per un anno o due su quel tavolino furono esposti anche degli strani, lunghi maccheroni; infatti li chiamavano "maccheroni americani". Erano le cariche dei proiettili traccianti. Sebastiano se ne approvvigionava presso i depositi delle truppe d'occupazione, con le quali, dopo la disavventura iniziale col prigioniero tedesco, aveva allacciato rapporti commerciali di reciproca soddisfazione. Uno solo di quei maccheroni faceva l'effetto di dieci bengala.
Il fuoco di Sebastiano mi era proibito come il ghiaccio di Donna Candida. Se si escludono le trasgressive soddisfazioni procuratemi dall'acquisto clandestino di qualche "botta a muro", l'unico gioco pirotecnico da me gradito, fra i pochi che mi erano consentiti, erano i "fitti-fitti", schegge di fosforo dalla forma di grossi denti, disposte su strisce di carta. Stropicciati su una superficie ruvida, si mettevano a scoppiettare. Era bello buttarli, accesi, dentro un barattolo di latta: l'effetto era quello di una sonora seduta al gabinetto.
Una fascia di fitti-fitti, lunga una decina di centimetri, esposta per un po' a una luce forte (la lampada ad acetilene del banchetto di Sebastiano era l'ideale) e poi tenuta sulle labbra, balenava, trasferita nell'oscurità, come uno spettrale ghigno cavallino. Alla sera i ragazzini amavano materializzarsi, all'improvviso, con tali sinistri sorrisi, davanti ad assorti passanti. Gli effetti più soddisfacenti, naturalmente, si ottenevano con Ernestino, coi bambini più piccoli e con le persone psichicamente deboli in genere.
Una volta fui sul punto di andare all'ospedale per essermi messa, intorno alla vita, una fascia di fulminanti (o piuttosto ferdinandi: fogli di cartone leggero costellati di "lenticchie" di polvere pirica) a mo' di bandoliera. Non erano di Sebastiano, e presero fuoco per l'attrito, quando provai a strapparne il primo.
L'ultimo ricordo che ho di Sebastiano risale al trasloco della mia famiglia. Lo avevamo incaricato di liberarci delle cianfrusaglie accumulatesi attraverso più di vent'anni. Il suo aplomb professionale cedette davanti al cappello a cilindro del mio prozio sindaco. Lo calzò e si precipitò per i vicoli in una scherzosa (ma fino a che punto?) rivendicazione di ossequio. Affidò a uno dei figli-discepoli il lavoro. Dopo quel giorno, oltre a diverse altre cose che avevamo in casa, certe edizioni rare, le prime, degli spartiti del "Trovatore" e della "Forza del destino" non si sono più trovate.
Una famigliola di filippini, padre, madre, figlio, passeggino ripiegato, scende i tre scalini della casa di Lucia. Anche se stretta e soffocata come gli altri bassi, il sole riesce a penetrarvi, perché la porta è rivolta alla collina e non ci sono costruzioni in mezzo. Siamo alla fine della strada, nella Piazzetta Cagnazzi, davanti ai paracarri. Di fronte, le pendici del colle di Capodimonte, lungo le quali si snodano le costruzioni, diverse per architettura ed epoca, della Villa Ruotolo. Al centro di esse, la facciata assolata di quella che fu casa mia, con la lunghissima balconata che si affaccia sui tetti poveri e sulle cupole con una sobrietà regale.
Lucia era meglio conosciuta come la Giamella, per aver dato alla luce due gemelli: Benito e Vittorio. Come se consapevoli di un destino di nuovi Dioscuri, i due fanciulli svilupparono, crescendo, personalità che sembravano ispirate a quelle degli illustri di cui portavano rispettivamente il nome. Così, mentre l'uno era turbolento e rumoroso, l'altro era taciturno e scaltro. Benito carpiva apertamente, con fulminee incursioni, la merce degli ambulanti di passaggio; Vittorio ricavava metodicamente una cresta sulla spesa che, servizievole, si offriva di fare per le signore anziane e sole.
La Giamella era in buoni rapporti con la vicina di basso Maria Patana, donna dalla bruttezza e dal laidume indimenticabili e perennemente incinta. A giudicare dalla sua pancia, sempre protundente, si sarebbe detto che partoriva un figlio mentre già ne aveva un altro a metà gestazione. La prole generata, nonostante i non pochi decessi, era nell'ordine delle decine di individui, e si andava a sua volta riproducendo.
Più che amica, di Maria Patana la Giamella era un'alleata. Contro lo strapotere delle donne di Sebastiano, in primo luogo; ma anche nei confronti di Sofia la Salumiera, con la bottega lì vicino, che lesinava sul credito. Per cui si indebitavano una volta l'una e una volta l'altra, dividendosi poi quel poco che riuscivano a strappare. Quell'alleanza aveva radici solide. Si era imposta al tempo della fame, quando le due vicine avevano preso atto che nessuna di loro, da sola, avrebbe potuto tenere in vita il proprio modesto contrabbando contro la minacciosa concorrenza del clan del saponaro e contro quella, strutturalmente agguerritissima, della Salumiera, che nella propria bottega aveva praticamente creato due mercati paralleli: uno miserrimo, regolato dalle tessere annonarie; e un altro nero, coperto dal primo, che si distingueva per l'offerta opulenta ed esosa.
Fra la Giamella e Maria Patana, dunque, i rapporti erano distesi, se si eccettua qualche screzio provocato dall'infierire dei gemelli -- ognuno secondo le proprie inclinazioni -- sulla frangia più indifesa dei figli e dei nipoti della vicina, nel cui alto novero altrettanto alta era la percentuale di handicap; in specie, mentale. Esisteva anche, fra le due donne, un'amichevole ma tenace competizione: possedevano entrambe un radiogrammofono in mobile-bar, che regolavano su volume sempre più alto per far sì che, attraverso gli usci mai chiusi, il suono dell'uno soverchiasse quello dell'altro. La gara non presentava problemi tecnici quando ciascuna delle contendenti suonava un proprio disco: vinceva il più potente. La confusione nasceva invece quando entrambi gli apparecchi erano sintonizzati sulla stessa trasmissione radio: chi prevaleva su chi? L' interrogativo si presentava con particolare gravità il giorno sette di ottobre, quando in ogni casa, davanti a ogni radio, ogni famiglia ascoltava, genuflessa, la supplica alla Madonna del Rosario: da quale apparecchio la Vergine parlava più forte?
Si può auspicare, comunque, che in quell'ora scarsa di trasmissione la pietà dilagante prevalesse sulle rivalità. Di fatto, tutte le strade echeggiavano di un'unica, toccante litania. Solo mio padre, anima persa, riusciva a mormorare a mezze labbra: "...supplicarono, empi, d'essere abietti".
Diverse o uguali che fossero le emissioni, la competizione dei radiogrammofoni interessava la città intera; per cui, chi se ne fosse lamentato sarebbe stato visto come un molesto immigrato da un altro pianeta. Eppure le vittime non mancavano. Confesso che l'egocentrismo giovanile mi faceva compenetrare poco, o per niente, del disagio dei malati, dei nevrotici, o semplicemente di chi, lavorando di notte, avrebbe desiderato riposare di giorno. Per me contavano le sofferenze che quell'incalzare di melodie imponeva ai miei sforzi di concentrazione, nell'imminenza degli esami. D'altra parte, chiudere le finestre sarebbe servito a poco: a parte la debolissima difesa che i vetri potevano offrire contro quell'uragano di suoni, il caldo dell'estate non consentiva blindature. Ricordo la preparazione affannosa di ardue discipline al suono di Scapricciatiello e di Malinconico autunno, freschi del Festival della canzone napoletana. Per la sessione invernale andava un po' meglio; ma il clima meridionale, per la sua mitezza, non poté mai offrirmi una protezione veramente completa contro le irruzioni del Festival di San Remo.
Sebbene il fragore degli altoparlanti fosse, come si è visto, universalmente accettato come cosa normale, ciò non esclude che taluni si trovassero in una condizione particolarmente sacrificata. Come i lavoranti dell'ebanista De Gregorio, che aveva la bottega a pochi metri dai bassi della Giamella e di Maria Patana; per di più, in posizione d'angolo, in modo da raccogliere le onde sonore che provenivano dall'uno e dall'altro.
De Gregorio in persona, invece, non pativa alcun disagio, essendo sordo, anzi sordissimo: perdutamente sordo. Fra i suoi aiutanti ce n'era uno, di una decina d'anni, il cui compito era quello di stargli costantemente accanto e di urlargli in un orecchio, con voce acutissima, quello che gli interlocutori desideravano comunicare. Nell'illustrare le caratteristiche degli ordinativi, il ragazzino aveva acquisito un apprezzabile linguaggio tecnico e capacità di sintesi.
Per quanto era sordo, De Gregorio era loquace e vociante. Di dichiarata fede anarchica -- aveva a suo vanto l'aver fornito, in giovinezza, un'intera camera da letto (e non uno o due mobili) alla famiglia Bakunin -- attaccava enfatici bottoni a vittime di passaggio, sopportate ad annuire, essendo ovviamente da escludere un dialogo (il ragazzino era tenuto fuori dalle questioni ideologiche). Si trattava, quasi sempre, di appassionati, e linguisticamente eleganti, j'accuse contro le "nullità umane" che governano il mondo.
La solare stravaganza di De Gregorio fu la sua salvezza durante il fascismo. L' Opera di Vigilanza e Repressione dell'Antifascismo, considerandolo un esempio lampante di quanto fossero pazzi gli antifascisti, lo lasciò sempre in pace. Forse addirittura lo protesse, quale machiavellico strumento di propaganda per il Regime.
Sofferente di artrosi, o discopatia, De Gregorio dichiarava, a un certo punto delle sue requisitorie: "Ho regalato la mia colonna vertebrale alla società". E la mia verde fantasia immaginava De Gregorio, curvato in un inchino cortese, che offriva il suo dono, chissà perché, dentro una custodia di violino. A casa mia, se c'era qualche mobile da riparare, si diceva: "Bisogna chiamare Nullità Umana".
Oggi la bottega di De Gregorio ospita un carrozziere con autolavaggio. Ma, lì accanto, il cancello monumentale della Villa Ruotolo è sempre lo stesso, col colore grigio azzurro della sua vernice perennemente scrostata. E' aperto, nessuno mi ferma quando entro.
Non è neppure cambiato il viale, stretto, tortuoso, ombreggiato nel suo primo tratto da alte querce, che dall'ingresso sale ai diversi edifici che compongono la Villa. E anche la casa del portiere, attaccata a uno degli stipiti del cancello, si presenta, almeno all'esterno, sempre uguale.
Rispetto a tanti altri bassi, questa casa appare privilegiata, perché ha più di una stanza e prende aria e luce da una finestra che si affaccia sulla discesa del Crocifisso. Ma i privilegi finiscono qua. Gli altri bassi hanno, al di sopra, un edificio, cioè case, cioè l'asciutto. La casa del portiere ha invece la terra del giardino dei proprietari: il Giardino del Commendatore, coltivato, almeno in origine, a piante esotiche, dopo un viaggio giovanile del proprietario in India. Vi abbondavano vasi di terracotta di varie dimensioni, raffiguranti tutti il pingue faccione del Commendatore sormontato da un turbante.
Probabilmente i moderni materiali impermeabilizzanti e isolanti, e anche l'estesa colata di cemento che ha trasformato il giardino in parcheggio condominiale, avranno posto rimedio ai problemi di una volta; lo spero per gli attuali abitanti di quella casa, che io ricordo come una serie di grotte trasudanti acqua e muschio.
Nel giro di una ventina d'anni di portinai se ne avvicendarono, che io ricordi, tre. Ma assolutamente indimenticabile resta il primo, Nazzareno, fido ed energico servitore della proprietà e della nazione. Questa era rappresentata dal Signor Sepe, insignito della carica di Capopalazzo dall'UNPA, Unione Nazionale Protezione Antiaerea (ma c'era anche chi quell'acronimo lo traduceva: Unico Nostro Pericolo Aereo). Nelle serate di oscuramento i due marciavano di ronda all'interno della Villa, gridando "Luce, luce!" ogni volta che qualche bagliore trapelava da una finestra. Taluni però fraintendevano e, credendo che quel grido fosse un'espressione di entusiasmo per il Duce, non provvedevano come necessario. A volte, anzi, qualche finestra si spalancava per dare sfogo a un fervido a noi!
Nazzareno era alto, robusto e soprattutto temibile. Quando una vedetta, giungendo trafelata dal viale, annunciava ai ragazzi schiamazzanti nei cortili interni della Villa che lui era in arrivo, avveniva un istantaneo spopolamento. Talvolta si faceva seguire dalla moglie, Nunziata, precisissima nel colpire le retroguardie dei fuggiaschi con la scopa, che lanciava come un giavellotto.
Nella tutela dell'ordine e del decoro della Villa Nazzareno raggiungeva la ferocia: una volta mi trovai mentre fustigava, con un ramoscello, le gambe nude del garzone di Sofia la Salumiera, che aveva sorpreso mentre soddisfaceva, nel viale, un'impellente, quanto consistente, necessità corporale. Nazzareno esigeva che il ragazzo raccogliesse con le mani nude le proprie deiezioni e se le portasse via, nelle tasche dei pantaloni. Riuscii a intercedere (l'amicizia dei miei con i proprietari, forse, lo fece sentire autorizzato alla clemenza), ottenendo che il colpevole potesse almeno aiutarsi con delle foglie e gettare il tutto nel Canalone, lì vicino, escludendo dal trasporto gli abiti. Dovetti poi anche cercare di dissuadere l'umiliato garzone dai propositi, che volle manifestarmi, di crudele vendetta, che intendeva consumare sui figli del portiere efferato. I quali, al momento di quest'episodio, erano due: Enricuccio e Carmine.
Anni prima c'era stata anche Lina, la più grande. Mi aspettava con le braccia aperte alla fine del viale, davanti alla sua casa, mentre io arrivavo in una corsa ormai incontrollabile, che contava unicamente sul salvataggio del suo dolce abbraccio. Dolce e soprattutto soffice, perché Lina era una ragazza florida e colorita. Lo era in particolare quando tornava da quelle sue assenze di alcuni mesi, che trascorreva al "Ventitré Marzo". Ma l'ultima volta non ne ritornò. Seppi poi che il Ventitré Marzo era un tubercolosario.
Quella casa, certo, era proprio umida. Anche Erricuccio, non so che cosa avesse, ma era più il tempo che doveva stare a letto, con le gambe coperte di piaghe. Lo medicavano ogni sera, e al momento della disinfezione lui gridava: "No! Lo spirito no!". Per questa sua infermità perse diversi anni delle elementari, tanto che io, parecchio più piccolo, me lo trovai a un certo punto come compagno di classe.
Pure nel letto, Erricuccio era un mago dei ferdinandi. Il suo braccio operativo era il fratello, grazie al cielo in buona salute, che procurava i materiali e collaudava i prodotti. Con una chiave femmina, nella cui cavità inseriva un fulminante e un chiodo, Erricuccio confezionava un' ingegnosa spoletta che, dotata di una coda di carta, veniva lanciata fra le gambe dei passanti, preferibilmente donne. La chiave era anche assicurata con un lungo filo di cotone che ne consentiva il recupero. Altro artificio pirotenico erano delle lunghe e strette strisce di giornale su cui erano incollate decine delle detonanti lenticchie: applicate con un po' di sputo sui binari del tram, producevano, al passaggio del mezzo, il crepitìo di una mitragliatrice. Invenzione non deflagrante, ma di effetto suggestivo, erano poi dei razzetti fatti con ferdinandi avvolti in sottili tubi di stagnola. Accesi con un fiammifero, potevano essere lanciati sia in aria che raso terra, fra i piedi del prossimo, in alternativa alla chiave. Talvolta venivano anche piazzati sul davanzale di una finestra aperta, puntati verso l'interno della casa. Questi piccoli razzi di stagnola erano però confezionati solo raramente, essendo assai difficile la comparsa di cioccolatini nella casa di Nazzareno.
Pochi metri dopo l'abitazione del portiere incominciano le querce che costeggiano, tuttora, il viale. Fra un albero e l'altro, sulla destra, si mostra la palazzina a un piano dove visse, nei primi decenni del secolo, il poeta vernacolo Ferdinando Russo. Per essere solo un inquilino, ebbe un trattamento di particolare favore, sia pure postumo. Sul muro esterno della casa, infatti, il Commendatore fece apporre una lapide nella quale alcuni versi del vate scomparso cantavano il desiderio, di fatto abbastanza esaudito, di abitare in una "villa dove ci fosse una bell'aria", sperduta in "una terra solitaria". Una terra della quale Nazzareno, i suoi predecessori e almeno alcuni dei suoi successori hanno anche talvolta visto pendere, dai soffitti domestici, le penetranti radici. Non so chi abiti, adesso, in quella palazzina; un tempo c'erano Maria Cuomo al piano terra e la Signora Gianna al primo piano. Donne sole, mature e rispettate, ciascuna per le sue qualità.
Maria era nana e molto apprezzata per la sua esperienza nell'assistere gli ammalati. Dalla pompetta ai bambini, alle iniezioni, all'applicazione di cataplasmi, era competenza sua. Conduceva magistralmente alla maturazione e all'eruzione ascessi e foruncoli. Si aggirava soccorrevole, con i suoi emetici irresistibili, nei pomeriggi natalizi e pasquali. Era lei che aspergeva di alcol le gambe piagate del gemente Erricuccio. Nelle agonie lunghe e dolorose, come quella del Commendatore, era insostituibile. Non faceva la levatrice; forse gli epiloghi sereni non la ispiravano. La sua figura minuscola rappresentava per me un'universalità compressa di sofferenze e quando compariva in casa temevo sempre che mi fosse stata prescritta una cura di intramuscolari. In realtà le sue visite erano il più delle volte dovute al ritiro e alla consegna di completi maschili e tailleurs, il cui lavaggio e smacchiatura costituivano un altro ramo delle sue attività.
Le virtù della Signora Gianna, che io ricordi, erano due. La prima: era settentrionale. La seconda (non altrettanto certa, considerate le sue insistenti smentite): veniva ritenuta, almeno in origine, la padrona del cane Luck, un gioviale bastardo dal lanoso pelo bianco e marrone, la testa di un volpino e il corpo da spaniel. Pare che la Signora Gianna, probabilmente per coerenza con le proprie smentite, non si preoccupasse tanto dell'alimentazione dell'animale, costringendolo a ricorrere al furto e alla questua. Un giorno, messosi a seguire qualcuno dei miei, che incautamente gli aveva dato confidenza, Luck approdò a casa mia e, pur mantenendo altrove la residenza ufficiale, ne divenne ospite assiduo. Al punto che gli fu assegnato, per il cibo, un vecchio tegamino, che poi fu legato a un piede della cucina a gas, per evitare che lo portasse in giro per tutte le stanze quando ne leccava freneticamente il fondo.
Si faceva vivo un paio di volte al giorno, e non era possibile ignorarlo per le spallate e le raspate che dava alla porta, uggiolando in maniera teatrale. Appena gli veniva aperto, si precipitava come un fulmine per il lungo corridoio e le diverse stanze che dividevano l'ingresso dalla cucina, slittando rumorosamente sulle mattonelle, fino a raggiungere l'agognato tegamino. A volte, dalla balconata, lo scorgevo nella lontana Piazzetta Cagnazzi. Gli facevo un fischio (col tempo, ci accordammo sul segnale della "carica") e lui, dopo un istante di riflessione, imboccava di corsa il viale. Mentre arrivava gli andavo ad aprire la porta ed era tale l'energia della rincorsa che, prima di girare l'angolo per entrare nel corridoio, scivolava verso il fondo dell'ingresso e si doveva raddrizzare con una capriola. Evitava così lo specchio che copriva l'intera parete opposta alla porta, contro il quale, le prime volte, ingannato dalla finta profondità della stanza, aveva dato sonore musate; motivo per me, e per gli amici convocati per assistere alla scena, di crudele divertimento.
Il rapporto preferenziale con la mia famiglia non impediva a Luck di coltivare altre relazioni. Per cui si rese anche veicolo di contagio quando, come fu appurato, se ne andò in giro per le case dopo aver dormito una notte nel letto dell'influenzata, oltre che cinofila, Signora Celentano. Per mio padre nutriva una particolare simpatia, testimoniata dalle festose, e fangose, impronte che gli lasciava sugli abiti quando lo sorprendeva per strada. Anglofilo ostinato, mio padre non riuscì tuttavia a convincerlo che la pronuncia corretta del suo nome fosse lak; per cui, quando lo chiamava così, il cane non faceva una piega.
Da un momento all'altro Luck scomparve. Il suo cibo nel tegamino si riempì di formiche e fu necessario buttarlo via. Poi anche il tegamino. La Signora Gianna, che comunque andava sempre interpellata, disse che, secondo lei, se lo erano preso "quei del carrettone", gli accalappiacani. Non so ancora se ne fosse rattristata o sollevata.
Un robusto filo di ferro, lungo il quale scorrevano degli anelli, era teso fra la finestra della Signora Gianna e la terrazza di fronte, sull'altro lato del viale, che faceva e fa parte della proprietà confinante con Villa Ruotolo. Funzionava come una rudimentale teleferica tramite cui la Signora Gianna scambiava panieri e fagotti con la madre di Ernestino che su quella terrazza, nei mesi estivi, teneva una "scuola dell'intrattieni". Qui le famiglie del vicinato, con una retta giornaliera modestissima, purché pagata in anticipo, potevano internare i bambini dalla mattina alla sera. Svago principale della tumultuante terrazza era Ernestino in sé e per sé, in difesa del quale, quando gli scherzi degli altri bambini raggiungevano il sadismo, interveniva dalla propria postazione la Signora Gianna medesima, con rimproveri e minacce di particolare autorevolezza in quanto gridati in dialetto napoletano con pronuncia padana. In seguito, quel tratto del viale conobbe combinazioni linguistiche ancora più suggestive grazie alla moglie tirolese di un successore di Nazzareno.
L' "intrattieni", riconducibile pur sempre alla pedagogia, era uno dei pochissimi espedienti con cui, senza compromettere la propria dignità di gente non del popolo, abitante al primo piano, la famiglia di Ernestino tentava di lottare contro le crescenti spire della miseria. Una miseria disperata, senza vie d'uscita, perché era inconcepibile cercare di arginarla con i rimedi che i ranghi più bassi potevano permettersi: andare a servizio, fare il bucato nelle case delle famiglie abbienti, riammagliare calze. Ultima risorsa: gli usurai. E pare che la disgraziata famiglia vi avesse fatto ricorso, se è vero che incominciò a ricevere visite sempre più frequenti della Signora Sepe, ormai vedova del Capopalazzo, la quale si sforzava di far fruttare al meglio i risparmi lasciatile dal marito. A un certo punto, come si è visto, i genitori di Ernestino non gliela fecero più.
Dove il viale fa una curva di quasi novanta gradi, sempre sotto le querce, c'è una costruzione bassa, diroccata da sempre. A che cosa potesse essere stata destinata non fu mai chiaro. Forse era uno dei diversi piccoli padiglioni e ninfei caserecci che il Commendatore, architetto, imprenditore edile e vivace scapolo, aveva disseminato nella Villa. Sul muro, oggi, è attaccato un foglio dattiloscritto, protetto da plasica trasparente, che diffida condomini e inquilini dal depositare lì la spazzatura. In passato, si sospettava che vi si rintanassero gli ardori di adolescenti e di adulteri.
Là dentro ebbe la sua disavventura Teresina la Scema. Questo appellativo, in origine, era soltanto un patronimico, per essere lei figlia di Pepposcemo; ma, dopo la violenza di cui la ragazza, dodicenne, fu vittima, e dalla quale uscì con una lesione cerebrale, fu crudamente calzante alla sua condizione reale. La trovò gemente, sanguinante e inebetita, accucciata lì per terra, il Maestro Capece, mentre rincasava a notte inoltrata, col suo violino, dal San Carlo. Le avevano lacerato i vestiti e, oltre ad abusare del suo tenero corpo, l'avevano anche picchiata selvaggiamente. Circa i colpevoli sorsero subito alcuni fondati sospetti (la Signora Gianna quella notte aveva anche sentito delle voci maschili non proprio sconosciute). Ma poi non accadde nulla: questa brutta storia furono in diversi a volerla dimenticare al più presto, primi fra tutti i familiari di Teresina. Sullo spigolo dell'inquietante costruzione, troneggia ancora una delle raffigurazioni in terracotta del Commendatore.
Finite le querce, incomincia la parte soleggiata e il viale passa sopra il Canalone, abisso cupo e pieno di immondizie tuttora, a dispetto della rete che è stata innalzata sul parapetto. Nella sua stretta gola, nei giorni di pioggia intensa, scorre torrenziale l'acqua che scende, di balza in balza, fin dal limite del Bosco di Capodimonte, attraverso la Masseria di Noviello, per poi imbucarsi sotto la discesa del Crocifisso e ribollire, a valle, fuori dai tombini della Piazzetta San Severo. La Masseria, pur accogliendo qualche nuova, e miracolosamente discreta, costruzione, c'è ancora, con quella caotica promiscuità di vegetazione -- orti, alberi da frutta, piante selvatiche -- che conferisce un originale aspetto di giungla addomesticata ai pendii collinari che rimangono ancora verdi dentro Napoli. Ma gli oleandri che, lungo il viale, erano addossati al muro di confine, non ci sono più.
Con i loro rami dalle foglie lunghe e taglienti veniva flagellato Gaetanino il Prete al quale, in quanto seminarista, nel gioco della Passione spettava di diritto impersonare Gesù. Altri ruoli fissi erano quelli dei ladroni, che competevano a Salvatore e Vincenzino gli Scemi (fratelli di Teresina), essendo per loro stessa ammissione mariuoli nella vita reale. Tutti gli altri, ci adattavamo ora a un personaggio, ora a un altro, pur contendendoci le parti dei centurioni e degli aguzzini, più divertenti di quelle degli apostoli. Le bambine facevano le Marie ed erano tenute a piangere incessantemente. Per fare l'infame parte di Giuda, sgradita a tutti, si tirava a sorte, quando mancava Ernestino, che non diceva nè sì, nè no. Quando c'era, non era facile indurlo a impiccarsi, e poi evitare che lo facesse davvero.
Sebbene fisicamente non conforme, per la sua obesità, all'iconografia tradizionale, Gaetanino il Prete si calava con molto sentimento nel personaggio del Cristo e gioiva nel tasportare la croce, fatta con due assi di cantiere, dall'inizio del viale fino al Poggio, ampia nicchia con sedile di pietra, dove si compiva la crocifissione. A volte però il sacrificio veniva interrotto, contro la volontà dello stesso martire, dalla madre di questi, la vedova Marianna, che, infilatagli una mano sotto la camicia, quando lo trovava sudato se lo trascinava a casa.
Gli oleandri furono anche strumento di un altro gioco, di ispirazione meno spirituale. Nella mattinata, il viale era percorso dal carretto dell'ortolano, trainato da Palomma, solida e mansueta asina di Pantelleria che abbiamo già incontrata mentre si procurava refrigerio leccando le bacchette di ghiaccio di Donna Candida. Nel pomeriggio le succedeva Schiavone, asino anche lui, gagliardo trasportatore di una soma su cui torreggiavano articoli casaslinghi di vario genere: scope, padelle, pentole, setacci, fornelli e ferri da stiro a carbone, vasi per il giorno e per la notte. Prima che il padrone di Palomma potesse intervenire con la frusta, un ciuffo di oleandro veniva stropicciato con insistenza sul sesso del paziente animale. Poi, avvolto nella carta affinché non ne svaporasse la fragranza, era conservato in un buco del muro. Lo si tirava fuori al passaggio di Schiavone, per agitarglielo davanti alle narici. E' possibile che il somaro, per motivi stagionali o per altro, fosse già eccitato di suo; sta di fatto che di tale condizione dava, anche se non sempre, manifestazioni anatomiche evidenti e, scosso dal desiderio, si produceva in impennate rovinose per la merce affastellata precariamente sulla sua schiena.
Davanti al posto dove crescevano gli oleandri il viale si allarga in una piazzola da cui una tortuosa serie di scalini scende alle case dove abitavano la Signora Mancuso con le procaci figlie Nunzia e Imma, la coppia Vitiello e, in fondo, Marianna, Gaetanino e il loro piccolo e ringhioso Alì, nero come un carboncino. All'inizio dell'estate la casa delle Mancuso era invasa, per alcuni giorni, dal lezzo di un preparato chimico con il quale le due ragazze si procuravano un'abbronzatura artificiale per non mostrarsi, dicevano, come la Fiera del Bianco della Rinascente alle loro prime apparizioni domenicali sulle spiagge di Coroglio o di Lucrino.
Ero molto amico di un loro nipotino, Mimmo, che amavano e viziavano al punto da perdonare, non solo a lui ma anche ai suoi compagni, le disdicevoli gare di pipì sul marciapiede, in discesa e con mattonelle quadrettate, che correva sotto le loro finestre. Contrariamente a quello che si può pensare, nella competizione i maschi non erano poi tanto avvantaggiati dal privilegio dello zampillo, la cui gittata, spesso infiacchita dagli accaniti allenamenti, poteva ben essere superata in lunghezza dalla copiosità della sorniona emissione femminile che, scorrendo nelle scanalature delle mattonelle, giungeva a percorrere senza difficoltà il marciapiede dall'inizio alla fine.
Con Mimmo andavo spesso a visitare le sue giovani zie. Entrambe impiegate, tornavano a casa nell'intervallo e, dopo pranzo, si stendevano in sottoveste su un letto matrimoniale. Trovavo particolarmente piacevole infilarmi, con il mio amico, fra di loro per guardare le illustrazioni delle riviste che l'una e l'altra sfogliavano. Per un certo periodo seguimmo con attenzione le sanguinose cronache su Rina Fort; questa, raccontavano le zie a Mimmo, si aggirava lì intorno, pronta a mangiarsi i bambini che si allontanavano soli da casa.
Quando la vocazione sacerdotale dell'adolescente Gaetanino ebbe una crisi, e il ragazzo volle tornare alla scuola pubblica, e incominciò anche a bestemmiare, Marianna ne diede la colpa alle sataniche tentazioni di Imma. Fu però una tempesta passeggera; l'assidua e paziente opera redentrice del parroco ruscì a ricondurre lo sbandato Gaetanino in seminario, dove restò fino a quando, su un altare allestito nel Cortile Grande della Villa, in una radiosa domenica di luglio, celebrò la prima messa.
Per il ricevimento che seguì la funzione Marianna si indebitò all'inverosimile e per vari mesi dopo si udirono concitate conversazioni fra lei e la Signora Sepe. Il fasto comunque fu grande: nell'angusto giardino della casa non si sapeva se fossero di più le torte (fra cui un gateau- mariage a più cieli e un pretino di zucchero in cima), le bottiglie o i preti. Questi ultimi si accusavano e si assolvevano a vicenda dal peccato di gola con arguzia curiale e cavillosi paradossi teologici, mentre fra le loro sottane, perfettamente mimetizzato, scodinzolava il corvino Alì, una volta tanto di buon umore.
Alla sera, sempre nel Cortile Grande, sull'altare riadattato a palcoscenico fu rappresentata una commedia comica ma religiosamente edificante. Arrivammo, al secondo atto, il primogenito del Maestro Capece, studente di lettere, e io, fresco di maturità, entrambi di ritorno dal Teatro Grande di Pompei, dove ci eravamo incontrati alla rappresentazione dell' Alcesti. Ci eravamo parlati a lungo sulla Vesuviana e sull'autobus che ci avevano riportati a casa. Adesso ridacchiavamo, complici, le spalle appoggiate al muro del cortile e una Nazionale fra le dita, dell'ingenua recita parrocchiale. Perché, da ragazzini, ci eravamo tanto combattuti?
Il Signor Vitiello abitava con la moglie fra la casa delle Mancuso e quella di Marianna. Possedeva un motofurgone che la sera sistemava, privo di carico, nella piazzola del viale davanti agli oleandri, e con il quale la mattina presto, dopo interminabili tentativi di avviamento, ripartiva per i suoi affari. Se effettuava, come è presumibile, dei trasporti, dovevano certo riguardare oggetti puliti, perché il fondo del cassone era sempre lucido e il mezzo emanava un normale odore di benzina e non certo un tanfo greve e composito come il camion del vicino Don Giovanni.
Vitiello aveva un'apprezzabile cura del proprio aspetto professionale che il casco di cuoio, gli occhialoni protettivi, la sciarpa svolazzante e la giubba di pelle rendevano simile a quello di un aviatore della Grande Guerra. Era tornato fortunosamente a casa dopo l'otto settembre, quando il reggimento di artiglieria, presso il quale, in Piemonte, era sottufficiale, si era dissolto nel giro di poche ore. Era stato e rimaneva dichiaratamente fascista, pur non manifestando eccessivo rammarico per trovarsi ormai lontano dalla Repubblica di Salò. Della disfatta dava la colpa ai traditori, cui perfida ispiratrice sarebbe stata "la marmaglia di Croce".
La Signora Vitiello era alta, con grandi occhi bruni e morbide onde di capelli neri, le labbra indelebilmente vermiglie. Un difetto di pronuncia le impediva di formulare la c palatale e la z seguita da dittongo, che le venivano tutte fuori pressappoco come delle t. Trascorreva ore seduta davanti alla porta di casa a curarsi le unghie, che aveva lunghe e aguzze e che ricopriva con uno smalto rosso scuro. Era gelosissima del marito che, anche in presenza di estranei, accusava -- disgrattiato! -- di infedeltà consumate qua e là nel suo andare in giro, magari anche all'interno del motofurgone. Il Signor Vitiello replicava con pari dosi di gelosia, esprimendo con parole poco eleganti il sospetto che l'avvenenza di lei, evidente a tutti, nonché l'ardore, ben noto a lui, non fossero rimasti ingoduti durante il suo richiamo alle armi. Dalla casa dei Vitiello giungevano non di rado urla e gli inconfondibili rumori della colluttazione. Da questa, comunque, pare che a uscire più malconcio fosse il marito, a giudicare dai profondi graffi che talvolta gli segnavano le guance e che egli cercava invano di nascondere sotto la sciarpa e le alette laterali del casco.
Un giorno, guarito da poco dal tifo, in compagnia di mia madre incontrai la Signora Vitiello che, informata della mia recente infermità, annunciò che mi sarebbero venuti i capelli ritti, cioè ricci. Nel dirlo, mi accarezzava la testa e la nuca. La sua profezia non si è avverata, ma non dimenticherò mai il brivido di seduzione che mi procurò quella bella mano terribile, come se fossi alla mercè della vellutata e micidiale zampa di una pantera.
Di don Giovanni ho tre ricordi: il camion, il ritorno da Terracina e l'incidente. Il camion, antidiluviano, aveva l'avviamento a manovella. Resta miracoloso come riuscisse a passare per l'angolo fra i vicoli Pirozzoli e Rosamarina, ora allargato, ma un tempo tanto stretto che, in seguito, perfino le Seicento, se non lo infilavano alla perfezione, ne uscivano con sfregi e ammaccature. Il mezzo era evidentemente adibito a ogni tipo di trasporto, senza esclusioni, come provava il suo odore, al quale si è accennato. D'altronde fu lo stesso figlio di Don Giovanni, Gabriele, a rivelarmi che il padre non voleva che salisse sul camion perché dentro c'era l'immondizia. È certo che il vano di trasporto non poté mai essere sospettato, come il furgone di Vitiello, di trasformarsi in un'alcova, pur essendo il proprietario veramente un bell'uomo. Quando il camion era in sosta davanti al Poggio, sull' immaginario Golgota di Gaetanino il Prete scendeva un alone di concreta, attuale sofferenza.
Erano ormai un paio di mesi che Roma era stata liberata, ma della sorella Carmen, che vi risiedeva, il Commendatore non aveva ancora avuto notizia. L'uso della posta, per come poteva funzionare, non aveva dato risultati. Unico modo per sapere qualcosa era andarci. Partì, con altri avventurosi chiamati ognuno dalle proprie angosce o speranze, il Cavaliere Ruotolo, fratello minore del Commendatore, su una Lancia Ardea riesumata dall'anteguerra. Per giorni e settimane non se ne seppe più nulla. Poi, chissà come, arrivò da Roma una richiesta di notizie da parte di Carmen. C'erano buoni motivi per allarmarsi. Si mosse allora Alfredo, figlio del Cavaliere e reduce dall'Albania, col camion guidato da Don Giovanni, per perlustrare in cerca del padre la strada che questi avrebbe dovuto percorrere nel suo viaggio. Domandarono di paese in paese, di contrada in contrada. A Terracina, finalmente, seppero di un gravissimo incidente occorso, tempo prima, a un' Ardea che viaggiava verso Roma. La Military Police del posto aveva avvertito, come possibile, i familiari delle vittime, che poi aveva fatto seppellire. Ma di qualcuna non si erano trovati i documenti. Da effetti personali che gli furono mostrati, Alfredo apprese che fra quei morti c'era suo padre.
Il camion effettuò la solita manovra per accostarsi, di coda, al Poggio, ma Don Giovanni non ne discese con il consueto salto, nonostante i suoi bambini gli facessero festa come ogni volta che ritornava. Uscì per primo Alfredo e si appoggiò, gli occhi sui pugni chiusi, alla fiancata del mezzo. Poi venne fuori Don Giovanni, gli cinse le spalle con un braccio e, fra i vicini ammutoliti, lo portò verso casa, dalle cui finestre i familiari affacciati avevano già capito; fatta eccezione per Gustavino, altro figlio del Cavaliere, tenente dei Granatieri rimpatriato da tempo dall'Africa per motivi di salute, che esultava: "Papà, Papà, è tornato Papà!".
Nel suo lavoro, un giorno, Don Giovanni compì un salto di qualità: vendette il camion e, in società con altri, ne acquistò uno più presentabile, già adibito al trasporto di truppe, che fu riadattato per passeggeri civili. Era più grande di quello che lo aveva preceduto e quindi non lo vidi mai, perchè neppure la bravura di Don Giovanni avrebbe potuto fargli superare i Dardanelli del vicolo Rosamarina. Faceva servizio in appoggio alle quasi inesistenti autolinee urbane, rispetto alle quali presentava la particolarità di variare spesso, durante la corsa, l'itinerario annunciato, a seconda delle richieste e della disponibilità a spendere dei viaggiatori. Questi assai di rado erano d'accordo all'unanimità, per cui aveva luogo una sorta di asta che si concludeva con la decisione insindacabile del conducente, ispirata a una rigorosa logica di profitto.
Nei giorni di festa, mi raccontava Gabriele, il camion veniva ornato con fiori e nastri per condurre le confraternite di fedeli in pellegrinaggio al santuario di Montevergine. L'addobbo doveva essere dello stesso colore che distingueva la confraternita trasportata, e che predominava negli sfarzosi abiti dei pellegrini.
In una tarda serata domenicale tutta la casa di Don Giovanni si illuminò all' improvviso e incominciarono a uscirne grida di disperazione, singhiozzi e lamenti femminili, maschili e infantili (la famiglia raccoglieva più generazioni); e fu subito un accorrere di gente. Nel giro di pochi minuti l'efficiente Nazzareno ragguagliò il Commendatore, e noi suoi vicini, su quanto era accaduto: di ritorno da un pellegrinaggio, Don Giovanni, seduto accanto al guidatore, era preoccupato che il camion fosse seguito dai Carabinieri, i quali avrebbero potuto porre imbarazzanti domande in materia di licenze di trasporto. Senza riflettere, si era sporto dal finestrino per guardare indietro, proprio mentre il camion passava rasente a un palo.
Per diversi giorni dopo la disgrazia tutta la famiglia restò chiusa in casa; era sopravvenuto un silenzio greve, che ogni tanto continuava a essere rotto da un urlo, da un'invocazione, immediatamente seguiti da altri, come per uno sfogo collettivo. Fuori, fra i ciuffi di ortensie davanti all'uscio, stava accovacciato solitario il figlio più piccolo di Don Giovanni, col suo tesoro di cavallini di cartapesta e di automobiline a corda. Era ancora incapace di dolore, ma non ignaro del fatto; a chi si avvicinava, diceva orgoglioso, quasi che cogliesse la solennità delle tragedie: "E' morto papà mio".
Rispetto alle case, ai giardini, ai cortili vicini e prospicienti, l'abitazione del Commendatore era come l'ampia parentesi graffa di un'espressione algebrica complessa che raccoglie più formule, ciascuna delle quali enuncia un proprio sviluppo. Era nel cuore di Villa Ruotolo e le sue finestre, le sue terrazze assolate dalle balaustre di gesso, i suoi balconcini sopraelevati vigilavano su ogni lato, dalla casa lontana, ma visibile, del portiere (col binocolo, poi, il proprietario ci stava praticamente dentro) a quelle dei sottostanti inquilini Mancuso, Vitiello, Marianna e di altri ancora, fino al Poggio, fino a tutte le palazzine che, al di là dell'ampio androne sotto la residenza padronale, affacciate sul Cortile Grande e sulla piazzetta della cappella, facevano corona alla Villetta, impenetrabilmente recintata e ridente di aiuole, palme e fontane. Da qui il Commendatore poteva compiacersi, guardando in alto, dei molti piani della sua proprietà edilizia; guardando in basso, della prosperità del vasto orto coltivato dal fittavolo Vincenzo Diodato.
Non era, quella, la sola terra sulla quale Diodato, conosciuto anche come Don Vincenzo il Colono, spendeva la propria fatica: coltivava anche una masseria ben più vasta, al di là della via Vecchia Capodimonte; strada ripidissima e stretta che, dal largo di Porta Grande, profumato per le adiacenti distese dei prati della Reggia, precipita fino alle prime latebre del Rione Sanità, verso la strada dei Vergini. Lungo il suo percorso i carruoccioli degli invidiati scugnizzi, che montavano come ruote i cuscinetti a sfere, raggiungevano velocità vertiginose; in caso di nubifragio, vi si incanalava e ingrossava la calamitosa Lava dei Vergini: un impeto di acqua, fango e zoccole morte che, giunto ai Gradoni dei Cristallini, formava rapde vorticose e irrompeva nei bassi, risucchiandone non di rado cose e persone di corporatura minuta.
Nella masseria si entrava attraverso una grotta, dove Diodato custodiva il riroto, il calesse, inoperoso per mesi, a volte per anni, sebbene lo tenesse sempre pulito e oliato. Era infatti pressoché inconcepibile per Don Vincenzo staccarsi dalla terra per concedere a sé e al suo vigoroso baio lo svago di una trottante passeggiata, che ripagasse lui dell' ininterrotto lavoro sui solchi e l'animale delle stremanti ascese di via Capodimonte sotto il carretto stracarico di fascine o di verdure.
Quando però la prima delle figlie di Diodato si sposò, il riroto conobbe il suo momento di grandezza. Il pelo del cavallo, strigliato con accuratezza maniacale, saettava sotto il sole riflessi d'ambra; ogni metallo dei finimenti e della carrozza luccicava come un monile. Il Commendatore aveva concesso, per la funzione, la cappella della Villa e il calesse, per raggiungerla, compì un trionfale giro attraverso il quartiere. Con le redini e la frusta infiocchettata nelle mani, vestito di nero, piccolo, bruno e brizzolato, Don Vincenzo appariva e scompariva come un topo fra il candore vaporoso della sposa e l'addobbata monumentalità della moglie.
L'alacrità senza soste di tutta la vita di Diodato e della consorte, infaticabile ancor più del marito e del cavallo, fu dedicata a far crescere bene le loro due figlie e a farle studiare. Quando dalla balconata di casa vedevamo i due coniugi sgobbare nell'orto del Commendatore, li immaginavamo con maligna fantasia come nuovi protagonisti dell'amara vicenda dello zappatore afflitto da prole edonista e ingrata, di cui singhiozza l'omonima, celebre canzone. Immaginazione, la nostra, sbugiardata da quelle brave ragazze che, invece, si laurearono in tempi brevi, una in matematica e l'altra in legge, mettendosi poi a lavorare. La più grande, quando la casa del Commendatore fu divisa in due appartamenti, andò ad abitare nella parte che usciva nella Villetta, sotto le cui palme, d'estate, dava ripetizioni di algebra e geometria. Diodato vi veniva ora in veste di nonno, ma nessuno poteva trattenerlo dal mettersi ancora a seminare e a potare. Lo lasciavano sordo le implorazioni della figlia, la quale osava chiedergli di tradire i princìpi del coltivatore diretto in nome della fatua estetica di un giardino. Ma che terra era, per Don Vincenzo il Colono, quella da cui non si ricavava niente da mangiare?
L'appartamento dove vivevano i miei zii materni stava sopra quello del Commendatore e aveva pressappoco la sua stessa ampiezza. Nei primi tempi gli abitanti, numerosi fra anziani, giovani e persone di servizio, ne utilizzavano tutte e undici le stanze: per dormire, per ritrovarsi, per studiare, per ricevere. I miei genitori, con me e una bambinaia, occupavano un appartamento più piccolo, allo stesso piano, che affacciava su via Capodimonte Vecchia. Ne ricordo solo poche immmagini e suoni: la veduta, dal balcone, della lontana vetta del Vesuvio, avvolta di notte da un bagliore corrusco, riferimento prezioso per le sgradite visite della RAF, prima, poi della USAF, infine della Luftwaffe; la figura urlante di Maria Tessitore che invocava soccorso dalla finestra, sotto quel nostro balcone, mentre soldati marocchini dai caffettani diversi e dagli elmetti francesi tentavano di sfondarle la porta di casa; la grande terrazza sulla quale pedalavo su una piccola bicicletta senza gomme (introvabili, di quella misura); le strida della bambinaia Filomena attraverso la finestrella del gabinetto nel quale, trovatomi solo con lei, l'avevo rinchiusa prima di andarmene nell'attigua casa degli zii; il picchiettare della pioggia sulla tettoia della veranda; il frastuono dei topi che si accalcavano e si rotolavano al di sopra della tela dei soffitti dove, sfollati dalle case bombardate, avevano nidificato a legioni. E ancora: le orde di “lazzari sanfedisti”, come li chiamava mio padre, che percorrevano in su e in giù Via Capodimonte nell'imminenza del referendum, picchiando l'una con l'altra gialle buatte americane e scandendo: Um-ber-to, Um-ber-to!... E poi la notte rabbiosa della loro sconfitta, senza più buatte ma con torce e bastoni, in caccia soprattutto dei preti fetienti che, sapevano per certo, avevano istigato il popolo a colpire a tradimento, dal vile nascondiglio dell'urna, l'amato sovrano.
L'affitto di quella casa durò solo pochi anni: un pò la morte, un pò i matrimoni, un pò i tagli radicali che si resero irrinunciabili in materia di personale domestico spopolarono la casa degli zii, dove restò soltanto la sorella nubile di mia madre. Ci riunimmo allora tutti in quell'appartamento, che era comunque molto ampio per noi. Di esso conservo ricordi precisissimi di cose e di vicende, ambientate stanza per stanza, angolo per angolo, e a volte collegate alle parti più impensate del mondo. Al riguardo è prudente dire, come Michael Ende: "Questa è un'altra storia e sarà raccontata un'altra volta". Fu assunta una domestica a ore.
Per conoscere la condizione anagrafica, e quella umana, di Nannina bastarono pochi istanti. Appena le fu aperta la porta, si presentò come "Salvi Anna, vedova Esposito". Era tutta vestita a lutto e dal collo le pendeva un grappolo di dolore sotto forma di fotografie ovali: il baffuto marito, una figlia morta bambina, un bel marinaio, in bianca uniforme estiva. Quel figlio, a voler sperare, avrebbe anche potuto ricomparire. Certo, della nave su cui era imbarcato, silurata nel Golfo della Sirte, non si era trovato più nessuno nè nulla: ma un disperso, comunque, non sarà mai un morto accertato. Per cui, Nannina continuava ad apettare, pur essendosi piegata a unire il ritratto del figlio a quelli di chi certamente non sarebbe ritornato. Anzi, proprio al padre e alla sorella scomparsi aveva affidato quel ragazzo: perchè lo protegessero da lontano, in qualunque plaga si trovasse. O perchè, qualora si fosse presentato dalle loro parti, lo tenessero con sé e non lo lasciassero allontanare, in attesa dell'arrivo di lei.
Sebbene crudelmente falcidiato dalle malattie e dalla guerra (e forse anche dal delitto, visto che della morte di quella bambina Nannina accusava la suocera che, irritata per la nascita di una femmina avrebbe spremuto il velliculo l’ombelico, della creatura), il contesto familiare di Nannina restava nutrito: due figlie sposate, oltre a numerosi nipoti. Il marito di una delle due era prigioniero in Australia; non si era mai fatto vivo ma su di lui la Croce Rossa aveva fornito notizie rassicuranti. La sua lontananza, del resto, non doveva essere vissuta con particolare sofferenza, a giudicare dalle imprecazioni che udimmo da Nannina, e anche dalla figlia, quella volta che fecero loro lo scherzo di venirle a chiamare, mentre si trovavano tutte e due a casa nostra, perché il rispettivo genero e marito era improvvisamente tornato. Nell' Almanacco Navale di mio padre erano riportate a colori tutte le bandiere del mondo; accanto ad alcune avevo annotato quello che, dei rispettivi paesi, mi sembrava il personaggio più importante, come: "Hitler" per la Germania, "Zeus" per la Grecia, "Disney" per gli Stati Uniti. Accanto alla bandiera australiana avevo scritto: "G. d. N.", cioè "Genero di Nannina".
L'altra figlia, Rafelina, Nannina la ospitava in casa propria, con i bambini (in costante aumento) e il marito Peppino: il più comunista, a detta della suocera, dell' Associazione Cattolica San Vincenzo. Sul suo comò, fra le effigie dei lari e dei penati, compariva anche una fotografia di Palmiro Togliatti, tutta contorta. Era stato il parroco che, in occasione di una benedizione pasquale, aveva cercato di esorcizzarne il demone con insistenti spruzzate dell'aspersorio, mai tanto prodigalmente imbevuto di acqua santa. Chissà se Peppino era anche il più pio della cellula del PCI; lo si sarebbe potuto chiedere al capocellula, ma era un uomo dal carattere pessimo. Era conosciuto col nome di Alfonso il Fascista, ma quando i ragazzini, in coro, lo chiamavano così, li inseguiva rabbiosamente.
Come quella della cugina Maria Tessitore, la casa di Nannina era sotto il livello del Cortile Grande, con le finestre a filo del marciapiede, mentre dal lato opposto si affacciava, alta, sulla via Capodimonte Vecchia. Da quelle basse aperture provenivano spesso le urla della nervosa e aggressiva Rafelina, il cui ricchissimo turpiloquio raggiungeva la torrenzialità quando sorprendeva la Signora Sepe a compiere, lì davanti, inquietanti gesticolazioni.
All'atto dell'assunzione, posi anch'io a Nannina le mie domande: le chiesi se conosceva racconti, e lei mi rassicurò, enunciandomi quelli del "Re e regina", del "Prete" e di "Cumpa' Pascale". Avvezzo alla castigatezza con cui i miei familari mi raccontavano miti greci e fiabe, fui conquistato dalla disinibita truculenza e scurrilità delle storie di Nannina. Di quella di "Re e regina" non ricordo altro se non che trattava di torbidi intrighi di corte, orditi da un'anziana regina contro l'ingenua e pura sposa del figlio sovrano, costellati di calunnie e infanticidi; e che, una volta smascherate le trame, il re non aveva esitato a punire i reprobi, madre compresa, facendoli bollire in una "botte di pece".
Delle altre due storie ho un ricordo più completo. C'era un giovane molto povero, innamorato di una fanciulla il cui padre, ricco, non voleva saperne di accoglierlo come genero. C'era poi un prete, ricco anche lui e sordidamente avaro, al quale il povero giovane si rivolse per un prestito. Considerate le inesistenti garanzie, il sacerdote mandò via il richiedente con tanto malgarbo che quello, irritato, seduta stante lo uccise, ne sotterrò il cadavere e si appropriò del pingue tesoro che la vittima custodiva in casa. Divenuto abbiente, potè sposare l'amata.
Il rimorso, però, non gli dava pace; durante una notte insonne salì su un'erma terrazza e gridò disperato: "Giustizia, giustizia!". Da tenebrose lontananze una voce gli rispose: "Appresso, appresso !". "Fra quanti anni?", chiese allora l'atterrito assassino. "Da qui a vent'anni!", disse la voce. Sconvolto non più soltanto dal rimorso, ma anche dalla promessa di castigo, anno dopo anno l'infelice tornò a interrogare lo spettrale interlocutore, "Giustizia, giustizia!", e ogni volta quel termine si accorciava: "Da qui a quindici anni!... Da qui a dieci anni!,...a sette,... a tre,... a uno!".
Era il giorno del ventesimo anniversario del delitto. Si può immaginare lo stato d'animo dello sventurato colpevole il quale, proprio per distrarsi un poco, accettò l'invito del Compare ad accompagnarlo al mercato, dove erano in vendita le testine di agnello. Ne comprarono una ciascuno. Ma sulla via del ritorno, il fagotto del protagonista incominciò a grondare sangue a fiotti. Seguendone la traccia, i gendarmi raggiunsero e fermarono i due: "Fateci vedere che cosa portate!". Dal fagotto del Compare uscì la testa di un agnello; da quello dell'altro, la testa del prete.
Di soldi, di povertà e di castighi parla anche la storia di Cumpa' Pascale, un frate; ma il suo tono è tutt'altro che sinistro, quasi che la pace del chiostro possa volgere al sorriso le cose che, per il secolo, sono pena e tragedia.
Un vecchietto, poverissimo, non sapeva proprio come fare a tirare avanti per quei pochi anni che ancora gli restavano. Chiese aiuto ai due figli; ma questi, pur mostrandosi straziati, gli fecero presente, sia l'uno che l'altro, la non florida condizione della propria famiglia. Andò allora da Cumpa' Pascale, quasi parente, che come tutti sapevano aveva accumulato nella cella un discreto gruzzolo, frutto di accorte trattenute sulle questue di anni. E il frate lo aveva messo davanti al proprio voto di povertà.
Il misero vecchio si ridusse a chiedere la carità. Un giorno avvicinò un bel signore che, dopo averlo scrutato un pò, lo riconobbe come il caro e fedele servitore che, molti anni prima, nella sua ricca casa, lo aveva accudito con la premura di un padre. Appresa la triste storia, il signore confortò il poveretto, assicurandogli che, fino alla fine dei suoi giorni, si sarebbe preso cura del suo sostentamento. Gli diede poi una borsa di monete d'oro, con l'incarico di non spenderle subito, ma di contarle ogni notte, sonoramente, per qualche tempo. Gli suggerì anche qualcos'altro.
Notte dopo notte dalla casa del non più povero vecchietto arrivò agli incuriositi vicini un lungo tintinnare di monete. Giorno dopo giorno egli si servì, per i propri bisogni corporali, di un grosso vaso di coccio; quando fu colmo, lo chiuse ermeticamente e lo assicurò con una catena e un lucchetto alle travi del soffitto. Ai figli e al frate, le cui visite si erano fatte molto frequenti e premurose, indicò quel vaso come il contenitore della ricchezza elargitagli dal benefattore: era roba loro, dopo la sua morte, compresa "una porzioncella per Cumpa' Pascale".
Il vecchietto morì e, affidatone il corpo alla terra e l'anima a Dio, gli eredi si precipitarono a recuperare la promessa fortuna; ma le catene che legavano il tesoro al soffitto erano robuste, e la chiave del lucchetto introvabile. Che altro fare, se non prendere un bastone, rompere il vaso e lasciar piovere giù la ricchezza? Mentre i figli del defunto si accingevano all'opera, Cumpa' Pascale si sistemò con studiata precisione sotto il vaso, avendo cura di tenere ben aperto il cappuccio del saio. Poi il vaso fu colpito.
Le storie di Nannina, più di tante altre, mi hanno fatto compagnia fin da quando le ho ascoltate. Ancora oggi, l'indignazione a volte mi fa invocare, per qualcuno, una "botte di pece"; o mormorare: "Appresso, appresso!", confidando in un'ineludibile giustizia. Con i miei intimi, poi, "una porzioncella per Cumpa' Pascale" è un modo per dire, senza solennità, unicuique suum.
Ogni mattina, dopo aver fatto le prime pulizie, Nannina andava a fare la spesa, tenendo fra pollice e indice un foglietto su cui mia zia aveva elencato le cose da comprare e che lei si faceva leggere nei diversi negozi, il che a volte dava luogo ad animati consulti. Comunque, Nannina preferiva ghermire il foglietto e fuggire piuttosto che farselo illustrare prima di uscire, e questo per il timore che, nel parlare, a mia zia potessero venire in mente inopportune pretese, come quella di spedirla fino alla lontana salumeria Non plus ultra, che lei chiamava Don Presutto. Il dover raggiungere destinazioni così remote comportava, talvolta, anche un impegno pomeridiano.
Di solito, tornava dalle sue spedizioni protestando vibratamente contro qualcuno o qualcosa. Il corridoio verso la cucina, che Luck quasi sorvolava per raggiungere il tegamino, era percorso da lei con passi ostentatamente affaticati, mentre lanciava prolisse invettive contro i negozianti, contro gli sfaccendati attaccabottoni, contro il caldo, contro la pioggia. Ma un pomeriggio d'estate tornò insolitamente taciturna, e sinceramente stravolta. Entrando in casa disse solo, con un tono insolitamente basso: "Madonna mia, Madonna mia!". Poi si accasciò su una sedia e annunciò: "Hanno acciso a De Gasperi". C'era stato l'attentato a Togliatti.
Prevedendo momenti difficili, o addirittura turbolenti, mio padre ritenne saggio fare subito qualche scorta alimentare e mi condusse con sè ad acquistare, presso il raffinato salumiere Dagnino, un piccolo provolone Auricchio. Questo risultò così buono, così esiguo e così inconsueto, da venire consumato nel giro di quella stessa sera, o al massimo di quella succesiva, ancor prima che potesse essere indetto un coprifuoco o proclamato uno stato d'assedio. La mia grande eccitazione di quelle ore foriere di catastrofi si ripetè qualche anno dopo, quando, avendo la radio comunicato l'inizio delle ostilità in Corea, mi fu imposto di riparare subito a casa, dal cortile dove stavo giocando.
Il ventitre giugno, vigilia di San Giovanni, Nannina mi indovinava il futuro. Metteva sul fuoco, in un pentolino di ferro, diversi pezzetti di piombo: tubetti di dentifricio, spezzoni di condutture residuati dalle non infrequenti riparazioni. Quando il metallo si era liquefatto, lo versava in un catino d'acqua e lo copriva col grembiule. Dalle forme in cui il piombo si consolidava Nannina traeva auspici sulla mia sorte. Una volta apparve qualcosa che ricordava un uccello: ne fu dedotto che il mio avvenire sarebbe stato quello di un aviatore. Quando si delineò una croce, avrei dovuto diventare un prete, anche con discrete prospettive di carriera, considerati gli ornamenti di cui la fusione aveva arricchito quel simbolo.
Per quella stessa sera, Nannina mi raccomandava di non guardare il cielo: avrei potuto scorgervi Erodiade e Salomé, condannate per l'eternità a volare su una trave infuocata e ad incolparsi a vicenda della decapitazione del Battista: "Madre, madre, perché l'hai detto?", "Figlia, figlia, perché l'hai fatto?". Proprio una tentazione, quella notte, sbirciare il cielo.
Dopo diversi anni di servizio Nannina si licenziò. Così lo stagnaio Due Adeline, vedovo di due spose con lo stesso nome, non ebbe più l'opportunità, nelle sue frequenti visite alle nostre cagionevoli tubature, di ricordarle che la solitudine dell'uno e dell'altra non sarebbe esistita se Nannina, da giovane, non avesse respinto la sua corte appassionata; che egli, per altro, si dichiarava pronto a riprendere, a un solo cenno di incoraggiamento da parte di lei. Andata via Nannina, Due Adeline non accorse più, con la sollecitudine di prima, alle nostre chiamate; quando poi finalmente veniva, si assentava spesso a metà lavoro per andare un momento a prendere un attrezzo a bottega e si rifaceva vivo dopo diversi giorni.
Fra la porta di Nannina e quella di Maria Tessitore, sullo stretto pianerottolo sotto il livello del Cortile, si insinuava l'uscio di Nunziatina la Scema, moglie di Pepposcemo e madre dei già incontrati Salvatore, Vincenzino e Teresina. A tenere i figli almeno sopra la soglia della fame provvedeva solo lei, sobbarcandosi a ogni tipo di fatica: bucati nelle case, pulizie nelle botteghe, assistenza notturna ad ammalati, vestizione e veglia di morti, sorveglianza di dementi, pulitura di verdure e lavaggio dei piatti nelle osterie. Disfatta, scarmigliata, con una faccia da teschio, rincorreva senza sosta qualsiasi possibilità di guadagno, fosse stato il più misero. Eppure, il marito non se la passava affatto male. In giubba e berretto militare, munito di distintivi di reduce, invalido, mutilato, si era ottimamente introdotto presso tutte le opere caritative e gli enti assistenziali, nelle cui mense riusciva a consumare numerosi pasti nell'arco della giornata. Raccoglieva poi gli avanzi, suoi e degli altri, in una gavetta, che era diventata una sua appendice, e se li portava a casa. Lì si affrettava a condirli con massicce dosi di peperoncino piccante, in modo da renderli incommestibili per tutti, tranne che per lui, che si era mitridatizzato con tenacia e applicazione. L'unica sua effettiva attività, che io ricordi, era di andare cantilenando per i vicoli le novene ai santi nell'avvicinarsi delle loro ricorrenze. A partire dalle albe di fine novembre la voce di Pepposcemo si alternava, con apprezzabile fairplay, a quella del venditore di allesse Don Vincenzo: prima per la novena dell'Immacolata, poi per quella di Natale. Seguivano, pochi minuti dopo, le zampogne e le ciaramelle, chiamate a suonare di casa in casa, di presepe in presepe.
Oggi all'ingresso di quella caverna che, adiacente alla casa di Nannina, si addentra dal Cortile Grande nel tufo in cui sono radicate le fondamenta del palazzocentrale di Villa Ruotolo, c'é un lucente cancello in alluminio anodizzato e vetro antiscasso, costellato di vetrofanie di prodotti dell'elettronica, a protezione dei computer, televisori, videoregistratori e stereo tenuti lì in deposito da uno dei maggiori distributori della città. Un tempo fu un cancello di legno che introduceva al ricovero antiaereo. Lo conobbi solo a guerra inoltrata, avendo la mia famiglia avuto il privilegio di poter riparare, in occasione delle prime incursioni, fra le spesse mura e sotto le robuste volte della casa del Commendatore. Ai primi squilli dell'allarme venivo carpito al mio lettino con tutte le coperte e, stretto dalle braccia di mio padre, portato di corsa, giù per le scale, in quel signorile rifugio. L'androne già echeggiava dei colpi della contraerea che a me davano l'impressione di mille elmetti e spade che si cozzassero. Per cui ero convinto che da quelle parti, non più lontano dell'orto di Diodato o della Masseria di Noviello, si stesse svolgendo una battaglia campale.
In quelle non liete (per gli adulti) occasioni si raccoglieva presso il Commendatore l'élite della Villa. Oltre che al fratello Cavaliere, alle sorelle e a diversi altri familiari; oltre che a me, con genitori, zia (altri due zii e il prozio se ne restavano sprezzantemente a letto) e bambinaia, l'autorevole ospite offriva riparo anche a diverse pie amiche della religiosissima sorella nubile Concetta e alla famiglia dell'Ingegner Weiss, in barba alle leggi razziali.
Le bombe cadevano lontano, sulla zona del porto, per cui quegli incontri riuscivano a concedersi momenti di isolata serenità, e finanche di evasione, come quando il Cavaliere intonava Di Provenza il mare e il suol. Tutto questo, fino a quando a bombardare furono gli inglesi, che miravano a bersagli strategici. Con le Fortezze Volanti americane che, tanto per non sbagliare, sganciavano entro un raggio di decine di chilometri, le cose cambiarono molto in peggio. E la casa del Commendatore non fu più sicura.
In quanto ultraottuagenario il Signor Peluso camminava assai lentamente e al ricovero giungeva per ultimo, sorretto dalla figlia Elvira, morta di paura per aver dovuto procedere a passettini sotto un bombardamento già iniziato. Fermandosi all'ingresso, in cima agli scalini, Peluso gridava, insensibile alle necessità di oscuramento: "Fate un poco di luce!". Immediatamente dopo, un rantolo gorgogliante gli saliva attraverso il petto, acquistando progressivamente sonorità e forza, fino a maturarsi in un espettorato che veniva scagliato nel buio. Seguivano le invettive dei colpiti e le voci di diffida di tutti gli altri che paventavano uguale sorte.
Comportamento non gradito dai rifugiati era anche quello di un certo De Felice, pensionato. Avendo riflettuto che il gabinetto, dotato di una propria copertura, costituiva un ricovero nel ricovero, De Felice, una volta riuscito a occuparlo, vi si barricava fino al cessato allarme.
Il rifugio antiaereo era incomparabilmente più triste della casa del Commendatore, il quale non vi comparve mai, data la promiscuità dell'ambiente. Vi veniva però la sua serva, Vincenza, donna dalla religiosità proverbiale, insostituibile custode della cappella nonchè stiratrice e rammendatrice dei sacri paramenti. Camminava tenendo le dita intrecciate e la testa reclinata da un lato, in costante atteggiamento di preghiera. Quando mi incontrava diceva: "Ti vuoi fare un bel sacerdote?". Nel ricovero Vincenza conduceva la recita del Rosario; io ascoltavo pazientemente le sfilze di Ave e di Pater, in attesa dell'enunciazione dei Misteri, con la loro aura di fiaba. Di Vincenza era proverbiale anche la stitichezza, per cui, prima, durante e dopo la guerra, recitò solitaria altri lunghi Rosari ogni quindici, venti giorni, chiusa per ore nel bagno di servizio del Commendatore.
Concluso l'armistizio e alleatosi il Regno d'Italia con gli ex nemici, i bombardamenti continuarono da parte degli ex alleati. La picchiata dello Stukas si distingueva per il suo lungo sibilo, molto diverso dal rombo della Fortezza Volante. Come dapprima gli inglesi, anche i tedeschi, per un'evidente vocazione europea al risparmio, concentravano il tiro su bersagli strategici -- il porto, la zona industriale, l'aeroporto -- per cui ne restavano abbastanza escluse le parti interne della città, e ancor più quelle collinari, come la nostra. Avremmo potuto tornare a rifugiarci dal Commendatore, ma non era più il caso: non solo il padrone di casa aveva incominciato a stare veramente male, ma anche l'infermità del nipote Gustavino aveva preso a manifestarsi in forme tali che chiunque non fosse della famiglia preferì l'affollamento del ricovero all'imbarazzo di trovarsi presente a certe scene.
Del male di Gustavino i congiunti davano la colpa alla moglie, donna intraprendente e dalle molte amicizie, fuggita ormai da qualche tempo da quella rispettabile famiglia che la accusava di essere stata veicolo di un turpe contagio. Sarà anche stato vero, certo è che in virtù di quelle sue amicizie, nei momenti della peggiore carestia, la chiacchierata signora riuscì a portare a casa farina e lardo che consentirono ai familiari e ad alcuni vicini di sopravvivere. Per altro il Commendatore, sul quale la nipote acquisita aveva sempre esercitato un palese ascendente, dissentiva da quella eziologia, lasciando discretamente intendere che il malanno con molta probabilità era stato contratto dal milite in Etiopia o in Spagna e che quindi la signora veniva accusata ingiustamente oltre ad avere, lei piuttosto, rischiato di brutto.
L'indebolimento della mente (se vogliamo, nient'altro che una specie di ritorno alla fanciullezza) non impedì all'abbandonato Gustavino di dedicarsi con successo all'enigmistica e di diventare un assiduo vincitore di concorsi nazionali di rebus e sciarade. Inorgoglito, diceva: "Ormai non sono più un bambino".
Da quella delle nostre terrazze che si affacciava sul Cortile Grande si vedeva di scorcio una parte del soggiorno dei Weiss: "un brillante", secondo la definizione di mia zia, che mi raccomandava più volte di non toccare nulla quando mi conduceva con sé a fare visita alle sue giovani amiche Ada e Diana, e alla loro madre, la Signora Masha, che si affrettava ad allestirmi un piattino di biscotti spalmati con la marmellata. A volte Ada mi prendeva sulle ginocchia e mi faceva saltellare al ritmo di una canzoncina incomprensibile, ma non certo oscura per me, consapevole che non poteva essere altro che una versione esotica di Arri, arri, cavalluccio. Ada aveva una voce calda e bassa e i colori e la floridezza, direi oggi, di una matrioska. Di quegli incontri, ai quali a volte partecipavano anche mio padre e i miei zii, ricordo il clima di intimo affetto, ma anche il tono grave e preoccupato che i discorsi assumevano, e i nomi di amici comuni, pronunciati a voce bassa e con un'espressione triste. Di tanto in tanto si affacciava in salotto l'anziano Ingegner Weiss, in un'elegante giacca da casa bordeaux. Più che triste, il suo volto appariva stanco. Qualche volta si prendeva la soddisfazione di poter salutare quegli amici fidati con uno Shalòm!
Leone Weiss era emigrato poco più che adolescente, agli inizi del secolo, dalla Bielorussia, per sfuggire ai pogrom zaristi. Invece di raggiungere l'Uruguay, come i suoi congiunti, si era fermato a Torino, dove aveva studiato al Politecnico ed era poi diventato dirigente di un'importante industria elettromeccanica. Era tornato in patria solo una volta, per sposarsi. Conclusa la carriera a Napoli come direttore del locale ufficio della società, aveva voluto restarci anche da pensionato. Fu la fortuna sua e della famiglia. Se fossero tornati al Nord, molto probabilmente sarebbero finiti in un lager del Terzo Reich.
Non che a Napoli i Weiss avessero avuto vita facile, specie dopo le leggi razziali del 1938. Diana, da poco laureata, perse il posto di assistente alla facoltà di lettere, dove era una promettente studiosa di filologia classica. Ada se la passò un pò meglio, avendo un impiego in una tollerante azienda privata. Erano tenuti a presentarsi periodicamente al commissariato; talvolta, raccontarono poi, al loro dichiararsi israeliti, la guardia addetta al controllo diceva, con sollievo: "Meno male, non siete ebrei". Riuscirono a tirare avanti così per qualche anno; ma, inaspritasi ulteriormente la persecuzione antisemita, una brutta mattina arrivò, "Alle ebree Ada e Diana Weiss", una cartolina che ingiungeva loro di presentarsi l'indomani in Questura, "onde essere assegnate a luogo di internamento". Sebbene i Weiss non fossero neppure osservanti, il Dio d'Israele concesse loro che quell'indomani avesse la data del 26 luglio 1943.
Bisogna dire che, in fatto di luoghi e di date, la famiglia Weiss fu più volte protetta da una mano celeste. L'otto settembre di quello stesso anno, quando alla notizia dell'armistizio i tedeschi si trasformarono da diffidenti alleati in rabbiosi occupanti, i Weiss si trovavano in un paese a qualche chilometro da Salerno dove, il giorno dopo, sbarcarono gli Alleati. Conoscitrici della lingua inglese (oltre che di diverse altre), Ada e Diana corsero incontro ai primi reparti e tornarono a casa cariche di cioccolata e caramelle life savers.
Con la loro padronanza dell'inglese le due sorelle, tornate a Napoli, furono delle preziose interpreti quando, nella Villa Ruotolo, compariva qualche pattuglia alleata per motivi amministrativi o sanitari. Fu Ada ad accompagnare in giro per le case gli spargitori di DDT e a tradurre ai sospettosi abitanti che quella polvere che veniva loro pompata nei colletti, nelle maniche e nei pantaloni era una preziosa protezione contro il dilagante tifo petecchiale.
La disponibilità poliglotta di Ada, più matura e più spigliata dell'introversa, e graziosissima, sorella, giunse fino all'ecumenismo. Il parroco, grazie all'interessamento di un nipote del Commendatore, affermato commerciante e distributore di pellicole e apparecchiature cinematografiche, si era procurato il film "Bernadette", recitato ahimé in lingua inglese. Nessun problema: teso un lenzuolo davanti alla casa di Peluso, la proiezione ebbe luogo, una sera ndi primavera, nel Cortile Grande. Al sonoro originale si sovrappose, con studiato sincronismo, la voce amplificata di Ada che sintetizzava con fedeltà scrupolosa tutto quello che la santa pellicola raccontava. Ci fu poi detto che, per quell'incombenza, qualcuno aveva proposto anche mio padre, noto pure lui come buon conoscitore dell' inglese. Ma la candidatura era stata scartata dal parroco, essendo l'individuo conosciuto anche come miscredente: un adepto di altra religione, come Ada, ispirava al parroco maggior fiducia che un apostata della propria.
Allo stesso piano dei Weiss, col pianerottolo in comune, abitava la Signora Graziella, vedova senza figli, che però amava presentarsi come "la sorella maritata del Commendatore". Ma non bisogna pensare che con questo volesse insinuare che le altre sorelle madri di famiglia, fossero delle concubine. Viveva molto ritirata ed era aspramente ostile ai ragazzi che giocavano nel Cortile, sotto le sue finestre. Era di solito lei che spediva la fedele e corpulenta Carmelina a sollecitare i brutali raid di Nazzareno. Oltre a questo, mi viene in mente solo il suo funerale. Il corteo di vicini seguiva il feretro in un pomeriggio canicolare; dalle porte spalancate della Birreria Peroni, sul Ponte della Sanità, la radio diffondeva a tutto volume: Il re del Portogallo volea ballar la samba, ma non essendo in gamba cadendo si ferì... Mio padre mi bisbigliò in un orecchio: "Ti immagini se adesso tutto il corteo si facesse prendere da un irresistibile ritmo sudamericano?". Fu il mio primo attacco di ilarità a un funerale.
La casa della Signora Graziella fu affittata alla famiglia Spinelli, proveniente da Montesarchio, in provincia di Benevento. Commerciante di tessuti con negozio in zona Porto, il Signor Spinelli aveva voluto stabilirsi in città con tutta la famiglia, perché i figli, due maschi e due femmine fra gli otto e i diciassette anni, potessero meglio condurre i loro studi. Era particolarmente sensibile al problema dell'istruzione, avendo fatto il liceo classico dai salesiani, e amava definirsi, per la saggezza delle proprie decisioni, bonus paterfamilias. Verso quello stesso problema minore sensibilità mostravano i figli.
Diventai amico del maggiore dei maschi, Renato, più grande di me di qualche anno, e ancor più per scaltrezza ed esperienza. Fu lui a rivelarmi le prime, sorprendenti verità del sesso. Lo faceva con metodo e chiarezza; si produsse anche in una dimostrazione pratica di autocompiacimento nel remoto bagno di servizio di casa mia, sotto il mio sguardo ammirato, dal quale, all’istante, ebbe origine e dilagò per tutto il mio essere un impulso all’emulazione destinato a durare diverso tempo. Pur se ignara di questo ruolo didattico di Renato, mia madre dava segni di sconforto quando lo vedeva arrivare, per l'abitudine che aveva di toccare ogni cosa, producendo discreti danni. Lo chiamava Touche à tout. Le sue mani distruttrici afflissero probabilmente anche quel "brillante" della casa dei Weiss, dove le sorelle e la madre avevano preso a irrompere più volte al giorno, con disinvolta invadenza.
Salire per quella palazzina era veramente agevole: larghi, bassi, gli scalini di piperno richiedevano poco più sforzo che una passeggiata. Eppure, Padre Modestino doveva farsi sospingere dal converso Fra' Vittorino quando andava a trovare la sorella, Signorina Pignataro, al secondo piano, sopra i Weiss. L'imponente obesità di Padre Modestino, francescano del vicino convento di via Capodimonte Vecchia, ispirò a mia madre numerose storie comiche che lei mi improvvisava accanto al letto, in occasione delle mie frequenti bronchiti. Le peripezie dell'apoplettico protagonista alle prese con un asino indisciplinato chiamato Musullino, con il feroce toro Itlèr e con il megalomane, e rovinato, Duca Emanuele mi provocavano, attraverso il riso, tali accessi di tosse, che la fantasiosa narratrice doveva cambiare registro e impormi, sussidiario alla mano, una raggelante sostituzione domestica delle lezioni che stavo perdendo a scuola.
Fra' Vittorino continuò per diversi anni, dopo la scomparsa di Padre Modestino e della sorella, a fare il questuante per il convento. Suo cruccio era la bassa statura; ma c'era chi, autorevolmente, lo confortava. Quando -- raccontava -- al termine di una giornata faticosa, nella sua cella si metteva in libertà e, spogliatosi del pesante saio di panno, restava in mutande e canottiera, riceveva le apparizioni della Madonna, che lo invitava a confrontare la propria statura con quella che, l'ultima volta, egli aveva segnato sullo stipite della porta: c'era sempre qualche frazione di centimetro in più. A giudicare dalla frequenza con cui la Consolatrice gli annunciava questi progressi, Fra' Vittorino avrebbe dovuto diventare un fenomeno di gigantismo.
Il Signor Caputo, un piccolo e taciturno vecchietto che per tutta la vita aveva fabbricato paralumi, da un momento all'altro impazzì e, dalle sue finestre sopra la Signorina Pignataro, incominciò a bersagliare i passanti del Cortile con ogni genere di oggetti. Bontà sua, risparmiava da questi bombardamenti me e mia zia, che pur eravamo fra i più esposti, trovandosi un nostro terrazzino proprio sotto una di quelle finestre. Anzi, mostrava per noi addirittura simpatia: con me parlava a lungo del viaggio che avrebbe intrapreso l'indomani per l'America, dove viveva una sua figlia; a mia zia, che verso l'imbrunire annaffiava le piante del terrazzino, diceva con galanteria: "Ecco la bella e gentile signora che sparge un zurzo benefico". Da allora in poi, il caffè che a casa prendevamo a metà pomeriggio fu chiamato il zurzo. Il Signor Caputo fu poi internato e non ne sapemmo più niente.
Nelle giornate piovose i ragazzi si raccoglievano sotto l'ampia arcata che copre lo scalone, oggi spianato per far passare le auto, che dal Cortile Grande porta a quello, più piccolo, della cappella. Si verificavano punte di vero affollamento quando, quasi al completo, vi confluivano i sette figli di Don Gennaro, conducente di filobus, i dieci di Muollo il ferroviere (gli ultimi nati erano frutto di un saggio impegno dei genitori per raggiungere la fascia più privilegiata dell'assistenza del Regime alle coppie prolifiche), i sei del celerino Cossu, più diverse, nutrite delegazioni di altre famiglie ugualmente o poco meno numerose. Fino al momento dell'ineluttabile incursione di Nazzareno, l'arcata echeggiava di un vociare assordante, gareggiando ognuno contro tutti per imporre le proprie parole. Particolarmente ricorrente era la sfida a chi avesse il padre più severo. "A noi ce le dà con la cinta dei pantaloni tenuta a doppio, e dalla parte della fibbia", diceva un figlio di Don Gennaro. "E a noi pure ce le dà così", replicava un Muollo, "ma prima ci lega a torso nudo ai ferri del letto". Presso i Cossu, le punizioni venivano inflitte con lo sfollagente.
Il rumoroso assembramento era vituperato più o meno da tutti, ma specialmente dalla Signora Sepe che sulla piazzetta aveva la porta di casa e che doveva avventurarsi per lo scalone, pulsante di corpi irrequieti, con le sue gambe scheletriche, divenute ancora più malferme dopo l'infortunio al femore: un giorno era stata travolta dalla bicicletta su cui pedalava, come sempre a velocità sostenuta, Gigino, il terzultimo dei Muollo, cieco dalla nascita.
La Signora Sepe si aggirava sempre con due grosse borse di stoffa, una per mano, gonfie di un misterioso contenuto sia nell'uscire di casa che al ritorno. Di tanto in tanto ne appoggiava una a terra, per farsi il segno della croce davanti a un'immagine sacra (era molto devota, il suo lacerante falsetto si imponeva su tutte le altre della schola cantorum della parrocchia, quando intonava Tantummerdo Sacramentu...). Davanti a certe porte, invece, e a certe finestre, compiva strani gesti, come se raccogliesse dall'etere sinistre energie, solo da lei conosciute, per convogliarle in quelle dimore. Dalle quali, il più delle volte, come si è visto con Rafelina, non mancavano di farsi udire grida di protesta e scongiuro. Il fatto è che la Signora Sepe era anche conosciuta come abile fattucchiera e che, coniugando con questa sua capacità l'esigenza di recuperare i numerosi crediti, trovava talvolta opportuno ricorrere ai propri poteri per richiamare al dovere i debitori pervicacemente inadempienti. Ma quelle virtù magiche potevano anche essere volte al bene: quando Vittorio, uno dei figli del Maestro Capece, fu lì lì per morire di polmonite, la Signora Sepe, incaricata di intercedere presso gli spiriti, dietro un adeguato compenso in zucchero e caffè, organizzò un “tavolino” e ne ottenne la guarigione.
Non è una novità che il diavolo e l'acqua santa si attirino. Nella piazzetta, a pochissima distanza dalla porta della cappella -- ma proprio due o tre metri -- c'era la casa dell'ateo, comunista Ciro Creonte, operaio fontaniere, e sobillatore, dell'Acquedotto. Si era fatto un bel po' di confino perché un giorno, convocato (e presumibilmente inquisito) presso l'ufficio del personale, invitato a togliersi la coppola, aveva ubbidito scagliandola contro il ritratto del Duce. Pare che lo avessero provvidamente fermato mentre cercava di sfilarsi una scarpa per trattare allo stesso modo quello del Re Imperatore.
Tornato a casa dopo la caduta del fascismo, durante le Quattro Giornate, grazie alla rete delle sue cospirazioni si procurò moschetti e munizioni che distribuì fra gli uomini del quartiere. Un fucile lo ebbe anche Nazzareno, che restò al suo posto di sempre, ma trasfigurato da portiere in scolta. Con un pugno di seguaci Creonte assalì ed espugnò, nella Masseria di Noviello, una postazione tedesca che mitragliava i tetti della Sanità, sui quali gli insorti si raccoglievano saltando di palazzo in palazzo. Sorpresero i militari alle spalle, dopo aver strisciato lungo il Canalone, di cui quelli ignoravano l'esistenza. "Sembravamo tante zoccole", raccontava Creonte.
Creonte preoccupava parecchio i suoi vicini. Troppo tranquillo, troppo tollerante. Possibile che uno scomunicato come lui non avesse mai protestato contro la campana della cappella, montata proprio sul muro di casa sua, quando la domenica incominciava a squillare fin dalle sei di mattina? Possibile che lui, che aveva chiamato sua figlia Dolores, in omaggio non alla Madre di Dio, bensì a una bolscevica spagnola, non avesse fatto o detto nulla contro quel manifesto, che gli avevano attaccato quasi sulla porta, in cui si vedeva una mano orribile, tatuata di falce e martello, con gli artigli grondanti sangue, che cercava di ghermire lo Stivale, con la cupola di San Pietro in bell'evidenza? Possibile che avesse accompagnato quella figlia a vedere, sulla Via Nuova Capodimonte, il passaggio della Madonna di Pompei, scomodata dal suo santuario e portata in giro su un camion per scongiurare il pericolo rosso? C'ero anch'io, con mio padre (com'é che quei due si scambiavano sorrisi e si davano del tu?), e guardammo tutti insieme il transitare della sacra effigie accanto alla quale il nostro esuberante parroco, competente per zona, sollevava e abbassava con foga i gomiti, come ali, mostrando sulla tonaca un dilagante sudore ascellare e urlando nel microfono: "Viva la Madonna, viva la Madonna!".
Che cosa meditava, che cosa covava Creonte? Qualcuno lo capì: mirava a corrompere la gioventù. Perseguendo un sottile disegno sacrilego, chiudeva un occhio quando i ragazzi passavano per il suo giardinetto per accedere a quell'altro, attiguo e appartato, della sagrestia. Là, pare, si raccontavano barzellette sporche, si pronunciavano parolacce e bestemmie e si fumavano sigarette americane. E avveniva anche di peggio: fu sempre là, si seppe, che il mio amico Renato insidiò, con successo, la virtù di Silviuccia, emblematico giglio della sezione femminile "Maria Goretti" dell'Azione Cattolica. Renato si confidò con me, dicendosi preoccupato fin quando non fosse arrivato il marchese. Non feci domande, per non mostrarmi sprovveduto; ma ero pungentemente incuriosito da quel misterioso patrizio che aveva il potere di risolvere i problemi intimi degli altri, per giunta in una repubblica.
Appena iscritta alle medie, Dolores, grassoccia e timida, era stata sospinta dai genitori a venire da me, un po' più avanti negli studi, per qualche aiuto nel latino. Arrivammo a finire le declinazioni; poi andò avanti da sola e ci perdemmo di vista. Passato qualche anno, un giorno di luglio ricevetti una visita: "Ho preso la licenza media, stasera facciamo le pizze in giardino, ci vieni?". Aprendo la porta mi ero chiesto chi fosse quella ragazza che mi parlava sorridente, con lunghi capelli castani, la vita sottile, la blusetta scura attillata sulla grazia fiorente del seno. La mia esitazione dovette essere evidente, tanto che lei, stupita a sua volta, credette opportuno aggiungere: "Sono Dolores Creonte".
Alla cena c'erano diversi adulti e molti ragazzi, ma quasi nessuno dei vicini. Non mancava, però, il genero di Nannina, compagno Peppino. Mi incantai a guardare le mani di Dolores: adorata, viziata come era dai genitori, e quindi esonerata da ogni incombenza domestica, col gusto che spesso le adolescenti hanno per gli eccessi nella cura della persona, si era lasciata crescere unghie lunghissime, e le mani piccole e brune sembravano quelle di un idolo orientale. Mi ricordai della Signora Vitiello, del suo fascino felino, e sentii giunto anche per me il momento di poter sperare in certe struggenti carezze.
Tentai in tutti i modi, durante la serata, di starle vicino. Ma era come innamorata del padre: si cercavano, si stringevano l'uno all'altra, si bisbigliavano frasi all'orecchio per poi ridere, complici, come coetanei. Dopo le pizze, venne la parmigiana, e poi l'anguria, cosparsa di ghiaccio frantumato, indubbiamente di Donna Candida. E dopo l'anguria, "Un momento di silenzio!", disse Creonte: "Vediamolo un po' questo diploma". Dolores sfilò di sotto la tovaglia di tela cerata una pagella che porse al padre, e lui lesse: "Italiano, sette; latino, sei; matematica, otto... Eh sì, è proprio meglio di quest'altra". E tirata fuori a sua volta una pagella, cominciò: "Italiano, sei; latino, sei; matematica, sei.... Ma di chi è quest'altro diploma? Di Creonte Ciro, classe millenovecentoundici, compagno e scolaro della sua bravissima figlia e maestra Dolores!".
Ci furono un applauso e un'altra passata di anguria. Dolores ne liberò una fetta dai semi con l'unghia di un indice e me la porse. Tornato a casa, faticai a prendere sonno. Colpa della parmigiana? Col titolo di studio, all'Acquedotto Creonte passò, di diritto, impiegato. Per ridurre il rischio che si mettesse a fare proselitismo sindacale anche fra i colletti bianchi, l’azienda lo trasferì presso certi impianti in provincia. Si spostò con tutta la famiglia.
Tutti i momenti, più o meno solenni, della vita degli abitanti di Villa Ruotolo avevano la loro consacrazione nella cappella. Al tempo in cui non era ancora stata elevata a parrocchia, vi veniva a celebrare Padre Modestino; quando saliva sul pulpito, la pancia gli tracimava dalla balaustra. Poi vi fu assegnato, come parroco, Padre Muscariello, giovane, ascetico e pieno di fervore. Le sue prediche urlate erano un ribollire di anatemi il cui bersaglio preferito erano i ceti colti e agnostici: i massoni, "vermi camuffati da uomini"; gli intellettuali, "che leggono il D'Annunzio"; Giosuè Carducci in persona, "uomo fetido che ha scritto un inno a Satanasso".
Era anche un inesauribile ideatore e organizzatore di iniziative: pellegrinaggi ai santuari locali e a Lourdes, gemellaggi fra parrocchie, proiezioni di film e, con la “lanterna magica”, di figure in cui si vedevano il martirio dei santi, le pene inflitte ai dannati, gli odiati massoni che, paludati di simboli del male, pugnalavano le ostie consacrate.
Si parlò a lungo del successo che aveva avuto, in particolare, un pellegrinaggio della parrocchia Mater Domini (con questo nome era stata consacrata la cappella) al santuario di Pompei, con successiva escursione sul Vesuvio. Resosi conto del terrore che, sulla seggiovia, paralizzava i suoi parrocchiani, Padre Muscariello intonò Mira il tuo popolo, bella Signora..., seguito subito dal coro dei rincuorati fedeli. Ne parlò anche il giornale, di quella pia catenaria inneggiante alla Vergine, sospesa fra terra e cielo lungo la pendice del vulcano, e dell'ammirazione dei turisti, anche di altre religioni, che la incrociavano, viaggiando sulla seggiovia in senso inverso.
Padre Muscariello aprì in parrocchia anche una febbrile sezione, maschile e femminile, dell'Azione Cattolica e una scuola di catechismo per bambini che affidò a Gaetanino il Prete, dopo averlo recuperato al seminario dalle sospette tentazioni della Signorina Mancuso. Gaetanino non lesinava nè punizioni nè premi: agli scapaccioni della lezione seguiva un confetto, che il catechista frantumava in bocca e distribuiva equamente ai catecumeni, sputandone i pezzetti nel palmo delle loro mani.
Nella palazzina della cappella, al primo piano, abitava il Cavaliere Augusto Catalano con la moglie Amelia, sorella del Commendatore. Primi possessori, in tutta la Villa Ruotolo, di un televisore, tutti i giovedì ospitavano mia madre, mia zia e me per condividere le emozioni di Lascia o raddoppia?. Alcune puntate della trasmissione furono seguite anche da Gaetanino il Prete, perché uno dei concorrenti si presentava sulla storia dei papi.
La coppia Catalano, molto anziana, era teneramente affiatata. Ma si sapeva che in passato non era stata immune da burrasche. Bell'uomo e accanito giocatore di corse ippiche, il Cavaliere si era trovato spesso ad aver bisogno di finanziatori. Gli capitò un giorno la fortuna di entrare in rapporti con un ricco commerciante posseduto dalla sua stessa passione; e il Cavaliere, già sposato con figli, pensò bene di consolidare l'intesa fidanzandosi con la figlia di lui. Fidanzamento ufficiale, s'intende, con tanto di cerimonia e di regali. Alla festa, introdotto com'era negli ambienti danarosi della città, fu invitato anche il Commendatore, che si trovò così a fare gli auguri di felice, prossimo matrimonio a un signore che fino a quel momento aveva conosciuto come il marito della propria sorella.
Una volta mio padre ci raccontò di aver sognato, tempo prima, che il Cavaliere Catalano era morto; e che poi, non frequentando il personaggio, era entrato nella convinzione che lo fosse davvero. Per cui, essendoselo visto venire incontro una sera nel viale buio e solitario di Villa Ruotolo, aveva vissuto qualche momento di inquietudine.
Dei sei figli del Maestro Capece, cinque erano maschi e almeno quattro studiavano al conservatorio. Dalle loro finestre aperte si diffondevano per intere giornate accordi e passaggi, languidi e ripetuti, di violino, di violoncello, di pianoforte. Un esercizio di violoncello, andato avanti per mesi, lo ricordo ancora: sol la si -- do si la sol la -- si la sol fa sol -- la sol fa mi si. Quando ricevevano amici, si udivano anche flauti, clarinetti e ottoni.
Di tanto in tanto, una improvvisa, liberatoria esplosione di batteria. Le energie compresse di quei ragazzi, tutti alti e robusti, trovavano anche sfogo con zuffe furiose nelle quali si scatenavano tutti insieme, compresa l'unica sorella, Lisa, le cui delicate mani di pianista, raccontavano i compiaciuti fratelli, dispensavano pugni e schiaffi perfettamente all'altezza di quelli dei maschi. Nei conflitti con gli estranei, i giovani Capece formavano una coorte compatta e temibile.
Nell'appartamento a fianco vivevano i Cossu, e in quello sopra la famiglia De Sipio, i cui figli, Francesco e Sandro, erano educati e cerimoniosi, incredibili eccezioni nella ragazzaglia selvaggia che popolava Villa Ruotolo. Mia madre, quando incontrava la Signora De Sipio (che Nannina chiamava la Signora Non-sia-pe'ngiuria-col-gozzo), la pregava di mandarli a casa nostra per tenermi compagnia. Tentavano di iniziarmi al Monopoli, provavano schifo per le lucertole e per gli insetti, da grandi non volevano diventare né corsari né cavalieri erranti.
Di quei due, attirandoli nella sua orbita, mi liberò Luciano, pieno di giocattoli e figlio di un più che agiato rappresentante di commercio, Rossetti, che era venuto ad abitare nell'altro dei due appartamenti in cui era stata divisa la dimora del defunto Commendatore. Da quella casa io ero bandito da quando, mentre Luciano era sull'automobilina a pedali, l'avevo trainato per tutta la vasta terrazza tenendolo per le orecchie. Sulla stessa terrazza, che stava sotto un nostro balcone, vedevamo svolgersi le opulente cene estive che Rossetti, "cavaliere di maggio" in quanto insignito del titolo durante l’effimero regno primaverile di Umberto II, offriva a De Sipio, al Maestro Capece (inseparabile dal violino, con il quale, tovagliolo al collo, allietava il convito), a Spinelli e a diversi altri abitanti, per lui accettabili, di Villa Ruotolo. Le signore erano rigorosamente escluse; la padrona di casa compariva solo per servire a tavola. Uno scherzo che procurava grande spasso ai commensali era lasciare De Sipio, remissivo quanto famelico, senza mangiare e senza bere.
I due buoni ragazzi De Sipio si erano offerti di fare da accompagnatori, a turno e dietro un irrisorio compenso, alla quasi centenaria vicina, Signora Ascione, nel suo incessante errare fra le chiese del quartiere. Ma la proposta fu declinata, ritenendo la Signora sufficiente seguire la figura di Gesù, che vedeva, davanti a lei, precederla di qualche passo.
Dopo un ultimo androne, dove si apriva la porta dei Muollo e che per qualche tempo fu bivacco di soldati americani ai quali l'ospitale signora e le sue figlie cucinavano spaghetti che arrivavano dalla California o dal New Jersey, una rampa stretta e lunga conduce all'ingresso secondario di Villa Ruotolo, su Via Capodimonte Vecchia. Custode ne era Donna Carmela, sorella dell'altra portiera Nunziata. Rimasta vedova, con una bambina, si era risposata con l'anziano Don Peppe, che amava quella creatura con la tenerezza di un nonno. Donna Carmela aveva un porro lungo e violaceo sulla gola, che si contorceva come un verme quando lei parlava. Don Peppe, muratore, traeva un guadagno modesto, ma costante e sicuro, dalla continua, e inesorabilmente precaria, risistemazione delle mattonelle sconnesse nelle vecchie case della Villa. Per di più, ogni estate, fra fumate sulfuree sotto un sole dardeggiante, riasfaltava con la tenacia di Sisifo le terrazze e i solai attraverso cui le piogge dell'autunno e dell'inverno sarebbero fatalmente tornate a filtrare. Lo accompagnava sempre l'adorata figliastra alla quale, quasi meccanicamente, ripeteva: "Accorta, vita mia!", anche se la bambina aveva ben imparato a tenersi lontana dai parapetti bassi e dal calderone del bitume. Don Peppe era alto e magro, e aveva una perenne espressione di bontà malinconica. Estate e inverno, mattina e sera, indossava un decrepito doppiopetto grigio scuro e un cappello di feltro, tutti schizzati di calcina.
La morte del commendatore costituì, per Villa Ruotolo, un evento spettacolare. La cappella, dove era stato portato il feretro, non bastò a contenere neppure tutti i parenti. La crème del mondo industriale, commerciale e fondiario della città e della provincia riempì la piazzetta e dilagò per altri luoghi, costretta a compenetrarsi, elegante e guardinga, con la folla degli inquilini, dei popolani dei vicoli vicini, degli scugnizzi innaturalmente silenziosi, confluita per assistere al dissolversi di un'entità riverita, temuta, a volte detestata, per i più soltanto avvertita come un'invisibile, ma dominante presenza. Fra quei signori distinti si aggirava Gustavano ripetendo che la cattiveria dei tempi avrebbe ucciso di crepacuore tutti i proprietari immobiliari. Gli altri, riconoscendosi nell'allarme, annuivano con espressione grave e convinta, prima di accorgersi, contrariati, di una certa debolezza mentale di quell’interprete delle loro ansie. E si richiudevano a chiacchierare tra loro.
Il Commendatore, comunque, non era morto di crepacuore, ma di una malattia che lo aveva disfatto a poco a poco, attraverso anni. Vincenza si premurò di diffondere fra il vicinato frequenti bollettini sul decorso della degenza, non risparmiando dettagli raccapriccianti. Negli ultimi mesi, raccontava, ogni mattina, nel rifare il letto all'infermo, ne trovava qualche pezzetto fra le lenzuola, staccatosi dal corpo.
Le corone e i cuscini di fiori mandati al funerale riempivano la chiesa, la piazzetta, gli androni. La Signora Sepe, esperta com’era in materia di malaugurio, ingiunse di spostare una monumentale ghirlanda che era stata appoggiata accanto alla sua porta. Per giorni rimasero sul selciato petali e foglie, anche perché Nunziata e Carmela si astennero prudentemente dallo spazzare, non sapendo ora chi comandava e se facevano bene o male a prendere un'iniziativa.
Il Commendatore fu portato a spalla dai nipoti e da Nazzareno che, in una gallonata, e insospettata, divisa da portiere, dovette procedere con le ginocchia flesse per adeguarsi alla statura degli altri improvvisati necrofori. La bara uscì dalla cappella, passò per l'androne dei Muollo, discese la rampa fino a Via Capodimonte Vecchia dove la aspettava il carro, che non era potuto arrivare all'ingresso principale per la strettezza del vicolo Rosamarina. Il feltro che Don Peppe si portò sul petto fu l'ultimo omaggio di Villa Ruotolo al suo Signore.
Quella portineria non c'è più ed è stata sostituita da un cancello con comando elettrico. Quando, con uno scatto, si è chiuso dietro di me, mi sono venuti in mente tanti altri luoghi, angoli, scorci che avrei voluto rivedere. Tornare sui miei passi, impossibile, a meno di non disturbare qualcuno col citofono, per farmi aprire. Sulla bottoniera c'é un Cossu. Quante spiegazioni... Non é proprio il caso. Potrei, scendendo lungo Capodimonte Vecchia, tagliare per la Salita dei Cinesi, andare al Crocifisso e da lì tornare su, per trovarmi di nuovo nella piazzetta Cagnazzi, all'ingresso principale della Villa. Ma ho già ricordato abbastanza. Mi avvio verso i Cristallini e me ne vado.