E i belli e le belle, dove sono, Ermete?
Fammi tu da guida, ch’io son nuovo venuto.
Luciano
I dormiveglia per me sono stati, specie negli ultimi tempi, croce e delizia. Quelli del mattino, intendo, che l’età e la pensione concedono tardivi e prolungati. Incominciamo con la delizia. E’ confortante aver impostato la sveglia su un’ora comoda, diciamo le nove e mezza-dieci, spegnerla appena suona e poi restare supino, sapendo che non c’è nessuna incombenza pressante. E continuare a dormicchiare stiracchiandomi, lasciando che piano piano il pensare subentri al sonno. E qui finisce la delizia e incomincia la croce. Già, pensare. Quali pensieri? Di solito il primo che si affaccia è che inizia un altro giorno di un numero che ormai non può più essere cospicuo: un conto alla rovescia verso un quando che sarà pur sempre incertus ma si fa sempre meno lontano. E’ già tanto essere arrivato all’età avanzata, tutto sommato in condizioni discrete. Ma quanto può durare ancora? E non è tanto da chiedersi dei giorni ancora da vivere, quanto di quelli da vivere in maniera accettabile: per quanto tempo ancora continuerò a svegliarmi in questo letto mio, così comodo, in questa stanza accogliente e tutta per me, anziché in un ospedale? Meglio cambiare pensiero.
Eccone un altro, pronto a rallegrare: il ménage, o meglio, i soldi. Possibile che non ci sia un momento di completa tranquillità, che non si possa dire: ecco, ho un po’ di margine per uno sfizio, chiudo il mese con un briciolo di attivo. A volte sembra di prendere un po’ di respiro ed ecco arrivare l’imprevisto; mentre le spese fisse, le scadenze sono sempre lì, che si profilano lungo un orizzonte plumbeo e costante. E’ proprio vero: il tempo scorre troppo veloce verso la morte e troppo lento verso la fine del mese.
Cambiamo ancora pensiero: i figli. Dei tesori, certo, ecco un padre davvero fortunato; eppure anche con loro, come sempre con i figli, sono più i motivi di ansia che quelli per stare sereni.
Allora il mondo esterno? Per carità, ci pensa già lui da solo a saltarci addosso col suo scoppiettante repertorio di fatuità, strepiti e sventure, non appena messi i piedi fuori dal letto.
Scarta un pensiero, scartane un altro, si va sempre a finire lì, alle solite fantasie; e, per la precisione, a quelle di un certo tipo. Che se vogliamo, non sono poi così campate in aria. Nel mio caso almeno, se penso a stare a letto con una donna, i ricordi possono ricondurmi a un numero tutt’altro che esiguo di emozioni vissute, e godute. Non posso lamentarmi, dopotutto. E nonostante l’età, (ben settantasette) devo dire che certi stimoli - e anche certe reazioni - stentano a scomparire; magari con l’aiuto di qualcuno dei recenti ritrovati della farmacologia, qualche piacevole frequentazione potrebbe essere ancora possibile. E fino all’ultimo le tentazioni non mancano, per giunta a portata di mano. Ma solo l’idea di mettere in piedi ancora una nuova storia mi smonta da subito. Mi dico: magari in una prossima vita; magari con la Resurrezione della carne… E così la mente torna al punto di partenza, a tutti quei pensieri dai quali ho cercato di fuggire. Meglio allora le fantasie… Affiorano le rose che non colsi. Tante.
Una prossima vita. O piuttosto l’aldilà. A parte, forse, gli anni dell’infanzia, penso di non averci mai creduto. La mente si rifiuta, non posso farci nulla. Eppure, recentemente ho fatto una riflessione: c’è una differenza fra l’ateo giovane e l’ateo vecchio: il primo è convinto che Dio non esista; il secondo la pensa allo stesso modo, ma spera di sbagliarsi. Può darsi che questa sia una promozione da ateo ad agnostico, e quindi un piccolo, e del tutto involontario, avvicinamento a… “Qualcuno”. Va a saperlo. Comunque, diciamo come divertimento, provo a fare qualche supposizione.
Pur non essendo credente, sono cresciuto e ho vissuto in un ambiente dove il cattolicesimo è sempre stato incombente, e tutto quello che ho sentito dire o immaginato circa la trascendenza ha avuto inevitabilmente, per me e credo per la quasi totalità dei miei concittadini, quell’impronta. Fatalmente, mi viene molto più naturale fantasticare di angeli, santi, anime del purgatorio (con i dannati a valle e i beati a monte), piuttosto che di nirvana, janna, pascoli del cielo, Walhalla e via dicendo. Spesso faccio anche qualche puntatina nell’Ade, dove pure la mia fantasia è abbastanza di casa, dopo i miti che mi sono stati raccontati da quando ero bambino fino a tutto il liceo. In altre parole, se mi va di ragionare, sia pure per assurdo, di un aldilà, tant’è che lo faccia immaginandolo nel modo che mi riesce più familiare. Mi è stato riferito che un ragionamento del genere veniva proposto anche da Don Giussani (che però non si riferiva all’Ade): pur lusingato da una vicinanza così autorevole, l’idea di condividere un pensiero col fondatore di Comunione e Liberazione, paladino dell’Opus Dei, non mi entusiasma. Ma tant’è, quei ragionamenti finiscono sempre con un’alzata di spalle.
Chissà com’è che di punto in bianco mi trovo a Costantinopoli. A via Costantinopoli intendo, non a Istanbul. E davanti al negozio paterno di apparecchiature ortopediche c’è Sandro, con le sue guance paffute, gli occhi chiari e la giacchetta color carta da zucchero: “E così, sei arrivato anche tu”.
“Arrivato dove?”
“Qui da noi, non l’hai capito?”
“Voi chi?”
“Noialtri, da quest’altra parte”
“ Ma tu non eri…. Vuoi dire che anche io?…”
“Eh, sì”.
“E quando, come mi è successo?”
“Un istante fa. E come a tutti noi: di morte, come disse Eduardo. Il modo preciso, una volta che il fatto è accaduto, non conta più”.
“E com’è che per primo incontro proprio te? Sia chiaro, mi fa un sacco di piacere. Ma, ecco, non me lo sarei aspettato”.
“La domanda che fanno tutti. Anche io l’ho fatta, appena arrivato, quando mi trovai davanti un vecchio giornalaio, morto quando ero bambino, anziché mia madre, che se n’era andata solo due anni prima. Il fatto è che il momento del passaggio è un momento come tutti gli altri della vita. Ora capita spesso che, da un momento all’altro, all’improvviso ti passi per la mente qualcuno: può essere una persona che hai incontrato cinque minuti prima o una che non vedi da decine di anni, a cui magari non avevi più pensato e che improvvisamente, per qualche associazione di idee, ti compare nel pensiero. A certi è anche capitato di trovarsi davanti un cane, un gatto… Di essere in una casa, anche di tolleranza! Perché funziona con le persone, con gli animali, con le cose. Uno arriva qui con in testa l’ultimo pensiero che ha avuto. Se per primo hai incontrato me è perché quando sei passato da questa parte ti ero venuto in mente io. E so anche perché”.
“Perché?”
“Se ci pensi bene, parecchie volte durante la tua vita hai pensato a me. L’ultima volta che ci siamo visti è stato davanti ai quadri della maturità. Dopo poco tempo sei venuto a sapere che non c’ero più. Leucemia fulminante, se proprio vogliamo dire come. Da allora, di tanto in tanto il tuo pensiero mi ha cercato, soprattutto quelle volte in cui la morte prematura di qualcuno ti faceva pensare muor giovane colui ch’al cielo è caro. Ora tu sei morto vecchio, ma sotto sotto, anche i centenari sentono, magari senza confessarlo, che la loro morte sta arrivando troppo presto. E allora la cosa si spiega: quando, negli ultimi tempi, hai pensato sempre più assiduamente al momento del tuo, diciamo così, commiato, quasi per consolarti hai pensato a chi si era congedato in età molto più verde. E ti compariva la mia immagine dell’ultima volta, con questa faccia e questa giacchetta. E così mi ritrovi”.
“E’ vero, ti vedo come quando avevamo diciott’anni. Ma, l’hai detto, io sono morto vecchio, tu come mi vedi?”.
“Non preoccuparti, ti vedo anch’io come quell’ultima volta; ed eravamo ragazzi. Da queste parti, almeno in un primo momento, ci si ritrova con l’aspetto che si aveva nell’ultimo incontro. Infatti, un caso molto frequente è quello del ritrovarsi fra genitori anziani assistiti fino all’ultimo dai figli e i figli stessi, giunti a loro volta alla… conclusione. Questi rivedono dei vecchi e quelli rivedono dei giovani, anche se, di fatto, i figli a volte sono morti più vecchi di loro. Vuoi provare?”
“E come si fa?”
“E’ semplice, basta che tu pensi a qualcuno: che so, tua madre, tuo padre, un amico…”
“No, no… Aspetta… Mi sembra così strano… “
“Lo so, quando è il momento si ha quasi paura. Un buon sistema è di partire con qualcuno che non ci coinvolga più di tanto. Magari un semplice conoscente”.
“Ma sì, giusto. Perché non lo facciamo insieme, con qualcuno che tutti e due conosciamo? Per esempio, il professor Vergara, quello di latino e greco. Era già vecchio al nostro tempo”.
“Ok, pensiamolo insieme, e poi vediamo”.
Tutti e tre, intorno a quel monumentale tavolo di noce, nel buio appartamento della città vecchia, come quel giorno di Santo Stefano di infiniti anni fa. Il professore con gli occhiali a mezzaluna, affacciato fra due pile di libri, Sandro con la sua giacchetta e io. “Professore - dico - allora ci ritroviamo nell’Ade”. Con uno come lui, è il termine più appropriato per indicare la comune condizione, e sicuramente gli piace.
“Hai visto, è la cosa più normale… Certo: ma se fai un po’ mente locale, non tutto è proprio come prima….”
“In che senso?”
“Tanto per cominciare, in quel mondo là non sarebbe stato così facile, soltanto con un pensiero, trovarci subito insieme come ci siamo trovati ora. E poi c’è quella storia della conoscenza…”
“E’ ancora nei primi momenti dell’arrivo - interviene Sandro - , deve ancora rendersi conto, ambientarsi”.
“La cosa migliore è cominciare”, dice il professore rivolto a me. “Sai cosa accadrà il ventitre giugno del 2310, a Toronto?”
“Lo sciopero degli astronauti!”, rispondo sorpreso dalla mia certezza.
“E che ne è stato di… prendiamo un nome a caso, che ne è stato di Lapo Guaraldini?”
“Chi, quel tessitore di Verona? E’ morto di polmonite a quarantaquattro anni, nel 1608”. Ma che mi succede?”
“Hai capito cosa intendevo per conoscenza? Noi qua sappiamo tutto”.
“E non è proprio una bella cosa come potrebbe sembrare”, aggiunge Sandro. “Anzi - mi si rivolge - se vuoi un consiglio, approfitta dei primi momenti del tuo arrivo, quando ancora porti con te qualche sensazione, qualche emozione che avevi fino a poco fa, compresa la curiosità, per provare ancora un po’ di gusto in questa sterminata conoscenza che ti trovi ad avere all’improvviso. Perché l’Amore divino ti invaderà prima di quanto tu creda”.
“Amore divino?...” Ma sì, mi sembra di capire…”
“Vedi che ti stai già ambientando? Non sei andato avanti nel chiedere perché ti sei accorto che la risposta la conosci già”.
“Sì, ma la cosa ancora non mi è chiara”.
“Ma è anche giusto - riprende il professore - sei pur sempre appena arrivato, e un po’ di pratica ci vuole. Comunque, per agevolarti posso dirti questo: nei primi tempi, ma proprio nei primi, ti sembrerà di avere gli stessi pensieri, gli stessi desideri, anche le stesse ansie che hai provato nel corso della vita. Ma poi ti accorgi che quel sentimento che ti era sembrato tanto intenso si va spegnendo, quella curiosità di conoscere sbiadisce, che di speranza non ne hai più bisogno e così, presto, ti troverai in una condizione di assoluta indifferenza, che poi è la beatitudine, quella che questo universo ci dona, per sempre. Il tuo sapere sarà infinito, ma non ti importerà più di niente. Non vorrei che ci restassi male ma, ad esempio, a me che tu sia qui non fa, come dicevo un tempo, né caldo, né freddo”.
Chi l’avrebbe mai detto che, anche da queste parti, ci si può sentire spiazzati. Avrò tempo comunque per capire cosa volesse dire Sandro, con questo Amore divino. Se devo provare, vediamo cosa vorrei, subito. Sapere cosa sarà dei miei figli? Sinceramente, mi fa paura. Ritrovare i miei? Non so, aspetterei ancora un po’. Ma sì, cominciamo dalle “rose che non colsi”. Quante volte ci ho pensato!
E’ proprio bella Lele, con gli occhi sapientemente truccati per sedurre anche attraverso gli occhialini di Dior. I capelli biondissimi raccolti nel fiocco di velluto nero. La Circe dell’Ufficio selezione che, le rimproveravo, era lì per reclutare gli uomini da trasformare in maiali. Ho saputo troppo tardi che aveva un certo interesse per me. Me lo disse proprio lei quando, dopo anni, mi diede un appuntamento per sfogare con me tutta l’amarezza di una relazione finita male (più volte sono stato vittima di situazioni del genere, essendomi fatto la fama di “uno che sa ascoltare”). Ma ormai le cose erano cambiate, non ero più libero, ed ero, guarda un po’, pure fedele. E così restai solo con il rimpianto, o piuttosto il rammarico. E io che avevo sempre scacciato il pensiero di lei: troppo fine, troppo sofisticata, troppo importante per un impiegatuccio appena assunto come ero io.
E fosse questo il solo rammarico! A voler ricordare tutte le “rose non colte”, tutte le rinunce - o fughe - c’è da perdersi, fino a risalire all’infanzia, quando Elisa, in piedi nel banco dietro al mio, rispondeva alla maestra; sputando un po’ di saliva sul quaderno, dove io passavo furtivamente un dito che poi mi succhiavo. Era carina, con le sue trecce nere e l’accento toscano. Mi aveva invitato ad accompagnarla a vedere l’aeroporto, col suo papà che era ufficiale dell’aeronautica. Perché non volli andarci? E, alcuni anni dopo, al ginnasio, Giulia. Faceva parte dei ragazzi che si univano alla mia classe per le ore di francese. Anche con lei il banco faceva da proscenio. Le guardavo le mani sottili, affinate dalle unghie lunghe e lucenti di un timido smalto rosa-chiaro, adolescenziale. Aveva gli occhi che spandevano una naturale ombra turchese e si era accorta dei miei sguardi incantati. A volte mi guardava anche lei, e quando la incontravo sulla via della scuola mi regalava dei sorrisi che forse racchiudevano un messaggio. Perché non ebbi il coraggio di capirlo?
E poi la giovinezza, l’età adulta e anche quella dopo: per tre o quattro “rose colte” quante altre lasciate appassire sulla pianta. Ma ora che sono qui chissà se davvero ci sarà Resurrezione della carne; se fosse così, me li andrei a cercare uno ad uno, questi conti lasciati in sospeso.
Sono sempre con Sandro. “Lo so a cosa stai pensando - dice -, se hai altri pensieri del genere, sbrigati a farli perché presto li lascerai perdere: all’Amore divino non si sfugge”.
“Ma mi sai dire cosa è questo Amore divino? Chi è che mi ama, che ci ama? E in un modo così strano”.
“Nessuno, non c’è proprio nessuno. Amore divino me lo sono inventato io, ancora mi resta qualcosa del carattere ironico che avevo. In effetti si dovrebbe parlare semmai di Disamore divino, o piuttosto di infinita Indifferenza”.
“Come, nessuno! E allora? Chi è che regola, che tiene in piedi tutto questo?”
“E chi dovrebbe esserci, uno che presiede un universo di indifferenti? Che detta regole a una moltitudine sconfinata di strafottenti? Sai che soddisfazione sarebbe per un ‘Onnipotente’! Il fatto è che tu sei ancora incrostato della mentalità che hai avuto finora, e che non potevi non avere”.
“Se per mentalità intendi una qualche religione, sai bene che non ho mai creduto in nessuna forma di trascendenza. Per cui non ho mai pensato che potesse esserci qualcosa oltre l’epilogo della vita, diciamo pure dopo la morte, anche se negli ultimi tempi avevo una nascosta speranza di sbagliarmi. E in effetti mi sbagliavo, perché ora mi trovo qui. Ma francamente non mi sarei mai aspettato di finire in questa specie di… Nulla vivente”.
“Posso capirti, ci devi arrivare per gradi, come tutti. Ma pensa un po’: qual è, secondo te, il pensiero dominante di ogni essere umano?”
“E che vuoi che ne sappia, dipende da persona a persona: l’amore, il potere, il denaro, l’odio, la paura, il sesso. Credo che per tutti siano, di volta in volta, l’una o l’altra di queste cose, o anche gli assortimenti di alcune messe insieme; come l’amore e l’odio nella gelosia, il denaro e il potere nel possesso, il sesso con l’una o l’altra di queste cose. Non parliamo poi della paura, che si accompagna con tutte. Ora che ci penso, per me è stato particolarmente importante il sesso, anche se più a livello di desiderio che di appagamento”.
“Lascia perdere, l’unica cosa che dovevi dire non l’hai detta.”
“E quale? Dimmi tu”.
“Proprio non ci arrivi, da solo? Ma la morte, no? E pensare che ognuno se la porta dentro per una vita intera. Ed è la cosa che più di ogni altra va a braccetto con la paura. Il pensiero della morte si cerca sempre di accantonarlo, di rimuoverlo, e sempre di più a mano a mano che si passa dalla giovinezza alla maturità e poi alla vecchiaia. Insomma, a mano a mano che la paura, appunto, aumenta. Ma se rifletti, è da quando si incomincia ad avere uso di ragione che si pensa alla morte. La paura che i bambini hanno di perdersi, di essere abbandonati, dell’uomo nero, è in fondo, sia pure inconsapevolmente, paura di perdere le proprie sicurezze, di essere annientati da qualcosa di ostile. E essere annientati è come dire morire. Perfino gli animali: quando fuggono, o si rintanano, o diventano aggressivi se sono braccati o feriti, è perché istintivamente sentono che se non si proteggono in qualche modo gli accadrà qualcosa di terribile. E quelli che invece aggrediscono per natura, i predatori, lo fanno perché avvertono che se non aggrediscono non mangiano, e la fame che li spinge è sensazione di morte”.
“A sentirti, bisogna dire che sembri convincente. Eppure come mi spiegheresti quello che chiamiamo progresso se su tutto incombe il pensiero della morte, cioè della fine, del nulla. Come si spiegano le vite dedicate allo studio, alla cura degli altri, alla liberazione, alla pace… O anche quelle che direi ‘negative’, i violenti, i tiranni, i traditori…”
“Siamo sempre lì, la minaccia, sia pure non avvertita consapevolmente, della morte, e il passare del tempo”.
“Il tempo?”
“Certo, se non ci fosse il tempo che passa, chi penserebbe alla morte? Ma invece passa, eccome, e a quella scadenza prima o poi bisogna arrivare. E allora bisogna darsi da fare”.
“Per che cosa?”
“Ma per vivere, no?, semplicemente per questo”.
“Adesso faccio un po’ fatica a seguirti: vuoi dire per vivere fino alla morte?”
“Lo vedi che ci stai arrivando? Rifletti un po’: la morte è compagna inseparabile della vita, e non perché non la si può evitare. Il vero perché è che se non ci fosse la morte che si avvicina inesorabilmente col passare del tempo nessuno si darebbe da fare per vivere. Quanto a come farlo, i modi sono infiniti. Si va da chi tira a campare mettendo il minor impegno possibile in ogni cosa a chi si ammazza di fatica per sopravvivere, lui stesso e anche altri che dipendono da lui: figli, pazienti, passeggeri, soldati… Ci sono poi quelli che chiamano ‘spiriti eletti’, che si affannano a dare il più possibile di se stessi - studi, scoperte, sinfonie, opere umanitarie - ma sempre in gara col tempo, sempre per far prima della morte”.
“E gli assassini, gli sterminatori, quelli che la morte la danno agli altri?”
“Ma qui la cosa è addirittura plateale, vecchia come il mondo: mors tua vita mea. Chi uccide lo fa perché vede nella sua vittima una minaccia per la sua vita. Una minaccia che può essere sia individuale che collettiva. Una singola persona ne ammazza un’altra perché pensa che la vita di questa possa far finire la sua, oppure guastarla, renderla insopportabile. E siccome su questa sua vita incombe comunque la morte, è bene viverla il meglio che si può e togliere di mezzo chi te la minaccia o te la guasta. Si dà la morte agli altri per allontanare la propria. E questo vale per tutti: sia per una nazione - o una fazione - verso un’altra, sia per due sole persone. In fondo a tutto c’è sempre la paura della morte, o di vivere male fino al momento di morire”.
“E il delitto passionale, quando si uccide una persona perché la si ama troppo?”
“Siamo sempre lì, se pensi che la persona amata risponde male al tuo amore, se ti dà tormento - pensa alla gelosia - arrivi al punto di voler mettere fine, uccidendola, alla sofferenza di una vita - che è la tua, non la sua - per percorrere con minore strazio (almeno così credi) il cammino verso la tua morte. Ma è sempre questa la causa di tutto”.
“E il suicidio? E l’eutanasia?”
“Il suicidio non è altro che eliminare il tempo che sta fra un certo momento e la propria morte. E’ decidere che se vivere non ti piace più, tant’è togliersi il pensiero. E con l’eutanasia succede qualcosa del genere”.
Siamo di nuovo in via Costantinopoli, seduti sugli scalini dell’istituto di Belle Arti, di fronte al negozio di Sandro. E’ la strada che Giulia percorre per andare a scuola. Mi guardo intorno sperando di vederla. Macché. “Ma allora - dico - se ora la morte è alle nostre spalle, qui che cosa succede?”
“Che cosa vuoi che succeda… Niente. Se non c’è più quel termine, diciamo pure quello stimolo, perché si dovrebbe fare qualcosa? Quello che si suole dire, che siamo tutti uguali davanti alla morte, qui viene rovesciato: siamo tutti uguali dietro la morte. Quello che prima poteva animarci, il bene o il male, il bello o il brutto, il vero o il falso, qui non interessa più. Non dobbiamo più fare, o vedere, o sentire qualcosa prima che non ce ne sia più il tempo. Ormai il tempo che abbiamo davanti non ha fine. Se pensi al carpe diem, beh qui vale esattamente l’opposto: qui vige il take it easy”.
“Sì, ma… quello che si è fatto o detto, o saputo - appunto - prima? Soprattutto quello che si è fatto”.
“Non conta niente. Ma so bene perché me lo chiedi: non sei ancora entrato nell’ordine di idee che qui non si apprezza, non si condanna, non si giudica; altrimenti che infinita indifferenza sarebbe? Qui non c’è più quella misura che ti fa dire che uno è un santo e un altro è un malvagio, perché nessuno può più influire sulla vita degli altri, nel bene o nel male. E quindi il bene e il male non hanno più ragione di essere; e infatti non ci sono più: nessuno è santo o malvagio, e se lo è stato prima ormai che importa se qui nulla importa più? Lo vedi allora quanto è assurda l’idea di un Giudizio universale con tutte le dannazioni e resurrezioni che si porta dietro? Se ci pensi, la dannazione è il desiderio che una pena cessi, la resurrezione è tornare a vivere e cioè a desiderare. Desiderare… E qui da noi è proprio il desiderio che non esiste più.
Qualcosa incomincia a muoversi nel mio stomaco, qualcosa come se ci fosse un vuoto con dei fumi di ammoniaca. “Sarà pure vero - dico -, ma non riuscirò mai a credere che Hitler e Gandhi stiano sullo stesso piano… E i martiri?... e Cristo, perdio!...”
“Fattene una ragione, è proprio così: Hitler, Gandhi, Cristo, ognuno di loro, e di migliaia, milioni di altri come loro, è solo un’ombra fra le tante finite qui”.
“ E allora, se tutto deve affondare in questa palude infinita - non mi viene un altro termine -, a che cosa serve il prima? Cos’è, solo una colossale presa in giro?”
“Ma che dici! Se non ci fosse quel prima, con la sua intensità, come potrebbe avere sussistenza questa realtà in cui ci troviamo adesso? Se qui l’insensibilità è un valore, anzi è il valore, come potrebbe configurarsi se, nella sua sconfinatezza, non includesse una fase di sensibilità, cioè un disvalore da aver incontrato e sconfitto? A modo nostro, potremmo dire che il prima ci serve come termine fisso d’ etterno consiglio, ma alla rovescia. E così tutto si tiene”.
Eppure qualcosa non mi torna… Ma certo, ecco, questa è la domanda chiave che devo fare: “Scusami, non mi hai detto che una volta messo piede qui ognuno sa tutto? E allora perché invece devi spiegarmi tutto tu, con questo scimmiottamento dei Dialoghi dei morti? Sì, quelli di Luciano; o piuttosto una maieutica della mutua. Il liceo lo abbiamo finito da un pezzo, Sandro, davanti a quei quadri della maturità. E l’indifferenza? Com’è allora che io provo ancora sgomento, indignazione, dei sentimenti, insomma? Mi sa tanto di bufala questa tua Indifferenza infinita, questa tua sfolgorante lux perpetua!”
“Ce ne hai messo, ti dovevi incazzare per arrivarci! La risposta è semplice: è perché tu non sei per niente morto. Il dialogo, le domande e le risposte:… Hai fatto tutto tu, da solo. E che fantasia! In quattro e quattr’otto ti vai a inventare il professore, gli astronauti, il tessitore di Verona... Me stesso: chi mi ha ripescato, se non tu? Anzi, è proprio il caso di dire: riesumato. Hai presente la ‘sedia calda’ della psicoterapia? Ti sposti in continuazione da una sedia a quella di fronte, imbastendo un botta e risposta fra due, ma a parlare sei sempre solo tu con te stesso. Ecco, è questo che hai fatto ”.
Già, il dormiveglia. Che scherzi che fa… Ma se poi le cose stessero proprio così? Addio Resurrezione della carne; addio “rose” lasciate in sospeso.
Eppure, a pensarci: una Strafottenza assoluta, infinita… Potrebbe anche non essere tanto male: davvero un eterno riposo.
a.p. 28/03/14