Alberto: la mia Sorrento 1943*
Questi ricordi partono da Napoli, il 4 dicembre 1942. Ho quattro anni e mezzo, sono sul terrazzino di casa, sulla pendice della collina di Capodimonte, fra la Reggia, in alto, e il rione Sanità, in basso. E’ con me il prozio Alberto, che io chiamo Zio Vecchio. Primo pomeriggio; all’improvviso, un grande fragore e un aereo passa bassissimo sulle nostre teste. E’ quello che poi fu chiamato il bombardamento della Posta, il primo a tappeto, su tutta la città, fatto dagli americani; fino ad allora, c’erano stati gli inglesi, che si limitavano al porto e alla zona industriale. La mattina dopo vengo tirato fuori dal mio lettino che è ancora buio e portato via, con addosso il cappottino bianco. Si parte per Sorrento.
Siamo ospitati dalla zia, sorella di mio padre e moglie di un professionista sorrentino, ora richiamato come ufficiale di artiglieria, al quale ha dato una bambina, di un anno esatto più grande di me. E’ una casa grande, dove hanno trovato rifugio anche le tre sorelle nubili. Mio padre va e viene da Napoli.
La zia ha una lunga balconata che si affaccia sulla strada principale, il Corso Littorio, dove fin dal primo giorno ho visto sfilare i soldati tedeschi, acquartierati nel paese. Sono marinai, con l’uniforme blu e due lunghi nastri neri che pendono dal berretto; marciano col fucile in spalla, cantando Hei-li,hei-lo, hei-la.
Mi iscrivono all’asilo delle Suore di Ivrea, assieme alla mia cuginetta. La maestra, suor Teresa, è dolcissima, ma la direttrice, suor Domenica, è severissima, specie il lunedì, quando controlla che nessuno lasci nel piatto l’incommestibile minestra di fagioli e scarola. Ci fanno cantare Vincere, vincere, vincere / e vinceremo in ciel, in terra e in mar… (quasi tutti i bambini dicono bìncere). Durante la ricreazione si gioca alla guerra; i più piccoli fanno i cavalli, che devono galoppare tenuti dai cavalieri, i ragazzini più grandi, per il lembo del grembiulino. Cavaliere feroce è Saverio I. - divenuto poi un affermato, e discusso, chirurgo - che tormenta le mani dei prigionieri con una spilla da balia. Se scoperto, viene a sua volta bacchettato sulle nocche dall’aspra sorvegliante Suor Giovina. La strada per la scuola passa davanti alla villa del Tritone, dove alloggia Benedetto Croce. Un mio zio materno, suo discepolo, lo va a trovare recandomi con sé; sulla via del ritorno mi dice: ricordati che hai avuto una carezza da Benedetto Croce.
Natale. Lo zio richiamato non ha avuto la licenza. Mio padre, pur essendo “mobilitato”, con l’obbligo di tener pronta l’uniforme di ufficiale di marina, per fortuna è esonerato dal partire in quanto insegnante di macchine all’istituto nautico e ingegnere del Registro Navale, incarichi entrambi di importanza strategica stanziale. A parte lui in casa solo donne. Gesù Bambino (allora non si conosceva ancora Babbo Natale) mi porta un trenino a corda al quale avevo lanciato sguardi desiderosi nel negozio Economia, sul Corso. Economia resta comunque un luogo di tentazione di solito inavvicinabile, mentre più a portata di tasche è Pertusillo, un piccolo emporio in Largo Sedil Dominova: un paradiso di pastelli, carte veline colorate, biglie, fischietti…
In primavera, durante una passeggiata a Montechiaro, vediamo un aereo sul golfo. E’ un apparecchio nemico perché viene raggiunto da altri aerei che lo mitragliano: “I nostri caccia!”, dice la gente, L’aereo è avvolto all’improvviso da una nuvola nera e precipita a vite nel mare con una scia di fumo. Mi metto a piangere nascondendo il volto sulla pancia di mio padre.
Estate. Sulla spiaggia dello stabilimento Leonelli scendono i soldati tedeschi feriti, in convalescenza nell’Hotel Tramontano, requisito. I più gravi vengono trasportati su delle barelle con grosse ruote di gomma e poi adagiati su lettini. Le barelle diventano per un po’un giocattolo per i ragazzini della spiaggia. Diverso tempo dopo i miei trasalivano al pensiero di avermi a volte lasciato circolare nudo in mezzo a quei giovani ariani, con in mostra il mio pesciolino circonciso fin dalla nascita.
Settembre. Un pomeriggio gioco con la cuginetta nella Villa comunale: uno dice “Bum-bum-bum-bum”, l’altro risponde “Parla Londra”. Mia madre, che ci accompagna, si precipita per farci tacere ma, all’improvviso, entra nella Villa una ragazza che manda grida acutissime: “Armistizio, armistizio!”. Torniamo subito a casa e sulla porta mamma e la zia, che aveva saputo anche lei, si abbracciano strettissime. Si accende la radio dove viene ripetutamente trasmessa la voce di Badoglio cha parla di “impari lotta” e annuncia la resa al generale Eisenover, come pronuncia lui. Mamma si getta in terra e bacia il pavimento. L’ufficiale tedesco che veniva a prendere lezioni di italiano dalla mia zia più anziana, in cambio di lezioni di tedesco, da quel giorno non si vede più. Mi diceva: Du bist sehr gesund.
Nel tinello, il cognato della zia sta spiegando che gli alleati, ormai quasi a Castellammare, sono praticamente già a Sorrento. Rumore di motori, tanti. Ci affacciamo. Sul Corso avanza una lunga colonna di camioncini mai visti prima. Eccoli! Ma c’è qualcosa di strano: da ogni macchina sporge solo la testa di un soldato con l’elmetto, che controlla una sorta di clarinetti puntati a croce e rivolti verso le finestre. E la strada intorno è deserta, solo una giovane che scappa così velocemente che le vedo le suole delle scarpe. Il cognato esclama “Madonna, questi sono tornati!” e si precipita verso casa sua, passando per i vicoli.
Non c’è quasi niente da mangiare, ma, come per un miracolo di Sant’Antonino, in mare c’è un passaggio copiosissimo di piccole canesche. Alla Marina Grande ne vendono tante per diversi giorni. La loro pelle, essiccata, torna poi utile agli artigiani dell’intarsio come carta vetrata.
Arriva la notizia che, davanti Castellammare, la motobarca Giovannina è stata cannoneggiata dai tedeschi e si è andata ad arenare a Pozzano. Morti e feriti, fra cui uno degli Aponte, padroni della barca. Una lancia degli Americani viene a prendere Benedetto Croce e lo porta al sicuro a Capri, già occupata.
Le mie zie decidono che il paese non è più sicuro e pensano di rifugiarsi nel fondo di famiglia a Sant’Agnello. Mio padre si rifiuta di seguirle e restiamo a casa solo i miei genitori e io, che dal balcone le guardiamo allontanarsi con valigie e fagotti. La mia cuginetta porta una lanterna per la notte. Dopo nemmeno un’ora le vediamo ritornare, allarmate dalle occhiate e dagli ammiccamenti che, appena uscite dal paese, hanno visto scambiarsi alcuni individui dalle facce poco rassicuranti.
Qualche giorno dopo, da un belvedere sopra Massa mio padre mi mostra il braccio di mare fra Punta Campanella e Capri disseminato di navi che a me sembrano tutte bianche.
Gli alleati arrivano a Sorrento. Alcuni ufficiali inglesi siedono ai tavolini del Caffè Ercolano. Ci siamo anche io e mio padre, che mi ha comprato un cartoccetto di mandorle atterrate con lo zucchero. Anglofilo da sempre e lungamente represso negli anni recenti, mi dice: va ad offrirle a quei signori, e di’ please. Vado: il signore mi sorride e tira fuori dal taschino di quell’insolita uniforme caki una barretta mai vista. Mio padre: è cioccolata! A casa la zia non vuole che la divida con sua figlia perché teme sia avvelenata.
Lungo il Corso sfilano molti ragazzi vestiti nelle maniere più strane - camicie colorate, scialli, pantaloni dai mille rattoppi o da cavallerizzo, chiaramente roba rimediata qua e là - ma quasi tutti con inequivocabili scarpe chiodate d’ordinanza. Sono militari italiani che dopo l’8 settembre hanno lasciato i reggimenti in disfacimento e si sono rifugiati nelle masserie per sfuggire ai rastrellamenti dei tedeschi; ora, con l’avanzare degli Alleati pensano di potersi avviare in qualche modo verso casa, ma col timore di essere comunque presi prigionieri dai vincitori. Scendono dai Colli di Fontanelle, da Termini, da Priora e vanno in direzione di Castellammare. Molti hanno aspetto diverso da quello della gente del posto: biondi, alti, volti di montanari, e si scambiano parole incomprensibili. “Poveri figli, dove pensano di andare, con quelle facce e quelle scarpe?”, sento dire. La sera, dalla Villa Comunale si vede, al di là del Golfo, la costa napoletana: una fila ininterrotta di incendi, da Posillipo a Torre del Greco; i tedeschi in ritirata stanno facendo terra bruciata. Brucia la Napoli delle Quattro Giornate. Al centro, una vampa particolarmente alta e luminosa. “E’ il San Carlo”, dicono. Il volto di mia madre è impietrito per il rogo di una parte della sua giovinezza: quando, nel palco riservato allo Zio Vecchio sindaco, era assidua frequentatrice del teatro.
Ricomincia la scuola; ora sono in prima elementare, sempre con Suor Teresa come maestra. L’abbecedario è ancora quello del Regime, con frasi del Duce e illustrazioni con Balilla e paesaggi delle colonie. Per andare a scuola si passa per Piazza del Monumento. Dalla balaustra, lungo il costone che precipita verso la spiaggia, i Rangers americani si esercitano con le corde in discese e scalate. Adesso l’Hotel Tramontano è requisito da loro.
Fine novembre. Napoli è saldamente nelle mani degli Alleati; mio padre ha trovato un job nella britannica War Shipping, per le sue virtù di essere ingegnere navale, fluente nell’inglese e conoscitore dei napoletani. Si può tornare a casa. Suor Teresa, nel salutarmi, mi regala un’immaginetta della Madonna del Buon Consiglio, che ho conservato con amore: una fra le tante contraddizioni fra mente e sentimenti che sono andate cementandosi in me.
Tram fino a Seiano; traversata del Ponte, semidistrutto, a piedi; di nuovo tram fino a Castellammare; Vesuviana per Napoli. Dalla stazione a casa, di nuovo a piedi, mamma, papà e io, con tutti i bagagli. Io porto la scatola col mio trenino. Macerie, tante macerie. E tanti soldati strani: bianchi, neri, con larghi cappelli di feltro con una falda arrotolata o con baschi calcati su un orecchio, con pantaloni a sbuffo o corti al ginocchio, giubbe di diverse fogge e colori. Mio padre dice: “quello è americano, quello è australiano, quello è polacco”.
La porta di casa. Apre la zia, sorella di mia madre. I folti capelli, neri un anno fa, ora sono tutti grigi. Zio Vecchio non c’è più.
Alberto, agosto 2017