Artista canadese con una grande passione per le mappe e i viaggi virtuali, Jon Rafman esprime la sua arte facendo uso, nelle sue opere, di videogiochi, immagini dal web, animazioni digitali in 3D, fotografie e installation art.
Nel 2007, Jon Rafman, comincia ad intuire il potenziale artistico che si cela in un servizio come Street View di Google che permette agli utenti di visualizzare ed esplorare le strade quasi ovunque. I nove occhi del titolo del progetto si riferiscono alle nove fotocamere, dotate di GPS e laser scanner, installate sulle automobili che Google utilizza per immagazzinare le immagini che poi vengono unite da software di elaborazione grafica.
La visione del mondo da una prospettiva a livello stradale e il metodo automatizzato e impersonale di raccolta delle immagini, senza preoccupazioni etiche od estetiche, hanno suscitato la curiosità e l’interesse dell’artista che ha cominciato a condurre una lettura approfondita di esse ed ha iniziato ad isolare, da questo enorme data base, una notevole quantità di foto, foto che ha pubblicato su blog, ha inserito in volumi o ha utilizzato come stampe di grandi dimensioni in mostre ed esposizioni.
Gli scatti diffusi da Rafman sono veramente notevoli e lasciano quasi senza parole e, benché realizzati in modo automatico, sembrano costruiti da fotografi professionisti e con l’uso di tecniche sofisticate. Esaminando virtualmente le vie del mondo ha selezionato tutta una serie di soggetti che a volte sembrano consapevoli di essere ripresi ed a volte del tutto indifferenti e totalmente assorbiti nelle loro attività o nella loro vita; ha dato spazio ai panorami e alla natura, al deserto, ai pascoli, ai ghiacciai; altre immagini mostrano tigri in spazi artificiali, gabbiani che si appropriano di luoghi umani, alci che corrono sull’asfalto.
Ma 9 Eyes è un’opera densa di significati e tra questi spicca la scelta di soggetti che richiamano i temi della fotografia sociale: disagio e miseria, violenza, prostituzione, degrado urbano, incuria e desolazione e tutte le tematiche che si situano sulla linea di margine tra città e periferia. Nel dare spazio e descrivere queste situazioni egli si sente un flaneur digitale, termine che riprende da Baudelaire, poeta da lui molto apprezzato, che lo adottò per descrivere le sue pratiche di esploratore delle zone e dei luoghi parigini.
L’enormità dell’archivio di immagini che senza sosta Google Street View produce, traendole dallo spazio fisico senza alcuna mediazione, crea di per sé un senso di disorientamento e spaesamento che viene ancor più accresciuto, e trasformato quasi in incubo, dalla consapevolezza della sorveglianza e della tracciatura di tutte le nostre azioni e dei nostri spazi. Rafman addirittura ne indica una chiave di lettura semi-divina, paragonando la Google camera ad un moderno Dio che conosce tutto ma non interviene nelle vicende umane, sta a guardare ma non prende posizione. 9 Eyes è l’esempio più noto ed esemplare del modus operandi di Rafman: immagini prelevate dal sistema georeferenziale di Google Street View, separate dal contesto attraverso screenshots e poi dimensionate, adattate e rese disponibili alla pubblicazione e all’esposizione. L’artista attraverso tale selezione creativa, e il conseguente innesto in ambienti e contesti specifici, genera quel sentimento autoriflessivo che si chiama arte, e pone i riflettori sul suo ruolo in relazione all’ascesa di forme automatizzate di produzione culturale.