La prima volta che ho visto un lavoro dei Guerrilla Spam è stato a cavallo tra l'inverno e la primavera del 2013, qualche mese dopo il mio arrivo a Torino. Con il passare dei mesi, camminando per le strade con il naso all’ insù ho subito notato che i muri, soprattutto quelli del centro, stavano collezionando particolari poster provocanti; piccoli o grandi che fossero, tutti erano accomunati da uno stile simile e una firma univoca: SPAM. Non passò molto tempo, prima che sentissi parlare di loro in modo più chiaro, infatti il novembre dello stesso anno ci fu la prima edizione di Shit Art Fair e nel 2014 Fake Sold Out, il blitz ad Artissima. Da quel momento non ho mai smesso di interessarmi a loro.
Guerrillia Spam è un collettivo artistico fondato a Firenze nel 2010 da un numero indefinito di persone incontratesi all’Accademia di Belle Arti. Il gruppo nasce come azione spontanea non autorizzata di attacchinaggio negli spazi urbani; inizialmente con un intento non molto ben definito, dal 2011 in poi hanno invaso le strade in tutta Italia, e all’estero, con obiettivi sempre più precisi. Oltre ai poster sui muri, si sono dedicati anche ad altri progetti pubblici socio-culturali.
Perché avete deciso di formare un collettivo invece che scegliere una carriera individuale?
In sincerità non abbiamo mai “deciso” formalmente la struttura di Guerrilla Spam. È nato tutto spontaneamente attaccando dei poster nel 2010 a Firenze; eravamo due-tre persone e poi il gruppo si è allargato, dilatandosi o restringendosi nel tempo. Consideriamo Guerrilla Spam una “strana famiglia” che raccoglie tanti amici che nel tempo hanno dato una mano a pensare o realizzare degli interventi. Lo zoccolo duro fiorentino, diciamo così, di quelle due-tre persone originarie, resiste a distanza di dieci anni e non esiste azione che sia frutto del pensiero di un singolo. Anche se spesso i disegni sono realizzati da una sola mano la loro ideazione o anche il loro sviluppo arriva sempre dopo un confronto. Questo è forse l'aspetto più interessante di Guerrilla Spam: non abbiamo mai scelto una carriera da singolo o da collettivo ma abbiamo assecondato una visione collaborativa fatta di amicizia e stima reciproca, un raro connubio.
Quali sono le tematiche che vi interessano e a chi vi rivolgete?
Ci rivolgiamo a tutti, senza preferenze o esclusioni di pubblico. Detto questo va ribadito che un'esclusione naturale accade già di per sé nella strada: non tutte le persone sono abituate ad osservare i muri e a captare eventuali messaggi, quindi non tutti vedono i tuoi disegni.
Per quanto riguarda le tematiche non abbiamo un filone fisso, ci occupiamo di tutto, cerchiamo di trattare situazioni sociali che riteniamo “urgenti” (non esistono temi più importanti di altri, ma, in un certo momento storico, alcuni temi possono essere più urgenti di altri). Parliamo spesso di disuguaglianze sociali, soprattutto legate alla figura del “diverso” che può essere un migrante ma anche un altro tipo di escluso. E poi cerchiamo di sottolineare quando la cultura possa aiutare a vivere meglio insieme, a comprendere gli altri ma anche se stessi.
In dieci anni non siete mai rimasti ancorati ad un solo tipo di intervento; i vostri lavori sono mutati, cambiati, maturati, sviluppati e si sono ampliati. Invasioni urbane, mostre non autorizzate, murales, blitz, laboratori didattici e non solo. Potreste parlarci un po' di cosa avete fatto fino ad ora e quali sono le opere che vi contraddistinguono?
Il nostro modo di lavorare è orizzontale. Non ci fissiamo, verticalmente, su uno stile, un filone o un tema, da sviluppare e approfondire, migliorare nel tempo affinando tecnica e stile. All'opposto portiamo avanti parallelamente più ricerche con più stili, temi e materiali, in maniera orizzontale, come un giardiniere che ogni giorno annaffia tante piante diverse; alcune si seccano mentre altre fioriscono, si tentano innesti nuovi con frutti inaspettati e ci si ritrova di colpo di fronte ad un giardino vario e complesso. In questo modo, nell'arco di dieci anni ormai, senza saperlo abbiamo attaccato poster in modo non autorizzato ma anche dipinto su commissione, esposto in musei archeologici o d'arte contemporanea ma anche in occupazioni e centri sociali, abbiamo fatto sculture, installazioni, bandiere cucite, libri, fanzine, dipinti su vetro o su muro, laboratori nelle scuole, nelle carceri, nei centri di accoglienza con rifugiati e richiedenti asilo; siamo stati pagati e altre volte siamo andati gratuitamente, abbiamo dormito in grandi hotel ma anche sul pavimento di qualche squat o sulle panchine di un parchetto. Il saper stare a proprio agio in tutti questi contesti, senza contraddizioni, è la chiave per creare cose diverse e adatte ad ogni circostanza, senza l'ansia da prestazione dovuta al fatto di dover essere riconoscibili, di dover creare un “prodotto” che funzioni e sia vendibile.
Se ci chiedi un'opera che ci contraddistingue è difficile rispondere; ogni lavoro è un tassello parziale che testimonia qualcosa. Guerrilla Spam si comprende solo osservandolo nella sua interezza.
Come definireste la vostra corrente? Potremmo specificarla come arte partecipativa, pubblica, relazionale, sociale e di protesta?
È sicuramente tutto questo. C'è l'arte partecipativa nel cucire bandiere di stoffa insieme a Masré e alle famiglie di un'occupazione torinese (Spazio Popolare Neruda); c'è l'arte pubblica nel dipingere grandi murales nelle città con il fine di realizzare opere durature simili a quelle del muralismo messicano; c'è l'arte relazionale nel fare un blitz non autorizzato a Venezia sul tema dei flussi migratori ricordando i veneziani che aiutarono i profughi albanesi nel '400; c'è l'arte sociale e di protesta nei manifesti che recitano “Istruisciti per non diventare come me” sopra alla caricatura di un razzista. Tutte queste pratiche sono insiste nel nostro modus operandi e ogni volta, in base al contesto e al tipo di intervento, ne utilizziamo una al posto di un'altra. È come modulare la voce per parlare sottovoce, usare un tono normale per chiaccherare, oppure urlare se si vuole litigare con qualcuno.
Perchè avete deciso di esporre in luoghi pubblici, per le strade, dedicandovi al lato più "sociologo" dell' arte invece che rivolgervi alle gallerie, alle fiere e al solito pubblico d' elitè già interessato all'arte?
In realtà non abbiamo mai escluso uno dei due ambiti (non siamo dei puristi), ma ovviamente prediligiamo gli spazi in cui la fruizione è libera e il fine non è economico, che significa escludere il 90% delle gallerie d'arte, per non parlare delle fiere. Le fiere le detestiamo particolarmente, ma ci sarebbe bisogno di molte righe per spiegarlo bene. Basta solo accennare che tali mercati nascono per mettere in contatto chi vende con chi compra, e si capisce bene, quindi, come il pubblico medio, quello che va alla fiera per “vedere” e non per acquistare, sia escluso a priori dagli obbiettivi della fiera d'arte. Chiedere un biglietto (per giunta alto!) a questo pubblico di visitatori “non attivi” è quindi la beffa delle beffe per lucrare sugli inconsapevoli. Esistono poi le eccezioni, e non bisogna mai generalizzare; ci sono gallerie che oltre a vendere opere sono anche luoghi d'incontro, spazi in cui giovani artisti si possono formare, ma nel panorama nazionale non sono ovviamente la maggioranza.
Qual è il vostro rapporto con la città di Torino?
Siamo particolarmente legati a questa città. La consideriamo estremamente vitale, ricettiva, un luogo d'incontro dinamico. Siamo stati cambiati da Torino, siamo evoluti e abbiamo sperimentato moltissimo. A differenza di Firenze, dove nel 2010-12 ci sentivamo molto più soli in una città-bomboniera dove non si doveva toccare niente, a Torino abbiamo trovato un sottosuolo prolifico fatto di artisti, writer, mostre, concerti e spazi inusuali in cui si potevano fare tante cose. Inizialmente un artista noto in città ci disse che qui “tutto era morto, non esisteva più la scena di una volta” tutto era cambiato in peggio. Poi, attaccando i primi poster, invece, notammo un grande riscontro di pubblico e conoscemmo vari artisti che già stimavamo come Ufo5, Galo, poi Werther, Br1, e nel tempo molti altri, tra cui alcuni giovanissimi, nostri coetanei o ancora più piccoli. Capimmo subito che “la scena non era morta” era solo cambiata e, probabilmente, era quell'artista demoralizzato ad essere “morto” artisticamente. Questo ci ha insegnato a capire che spesso se te non sei in grado di vedere una cosa non è detto che quella cosa non esista.
Oggi consideriamo Torino ancora notevolmente ricca di spunti, opportunità e di nuovi artisti di talento che cerchiamo di frequentare per imparare da loro. Per creare e alimentare questi legami tra gente che gravita nello stesso ambito è necessario coinvolgersi a vicenda, entusiasmarsi, scambiarsi opportunità, ed in questo, va detto, i torinesi non sono proprio predisposti. Per quello che ci riguarda abbiamo spesso organizzato momenti collettivi per fare arte e stare insieme come le tre edizioni di “Shit Art Fair” o “Assedio”, coinvolgendo, ospitando e facendo amicizia con più di cento artisti. Da queste occasioni sono nate connessioni, legami, rapporti artistici duraturi.
Per i torinesi, prendere nota: essere meno paurosi, che tanto l'orticello non lo rubiamo a nessuno e a stare insieme ci si guadagna soltanto.
In generale cos'è l'arte per voi e quale funzione ha nella nostra società?
Per noi è il modo di vivere e di “essere” più libero e sincero che esista. Questo si intende per ogni tipo o approccio creativo: disegnare, suonare, cantare, scrivere, danzare, parlare, esprimersi insomma, in ogni modalità possibile. Tutto ciò fa bene al singolo, all'individuo, e di riflesso fa bene alla collettività. Una società in cui l'arte e le pratiche culturali, generalizzando, sono diffuse è una società in cui si vive meglio per il semplice fatto che c'è comprensione e accettazione delle diversità, considerazione di logiche non produttive, visioni più aperte al dialogo e alla condivisione. In sintesi, l'arte è una “cosa” che aiuta ad esprimersi e a vivere nel mondo. Il paradosso è che una pratica tanto individuale come l'arte faccia così bene alla collettività.
Se poi si usano i linguaggi artistici per veicolare messaggi sociali, allora si crea il superamento del manifesto politico (che è solo slogan) fondendo la critica sociale con la poesia, che è una cosa tanto rara quanto eccezionale. Per tutti questi motivi, se gli artisti, i filosofi e gli intellettuali sinceri, amministrassero questo pazzo mondo, vivremmo forse meglio (ma questa utopia è vecchia quanto Platone, e quindi chissà se mai si realizzerà).
Cosa pensate dell'arte contemporanea oggi?
È un argomento articolato; come in tutte le cose ci sono perle e mele marce.
Noi andiamo abitualmente a mostre, eventi, anche fiere (!) e frequentiamo gallerie, musei, fondazioni e anche gli artisti che gravitano in questi circuiti più inseriti. Crediamo che sia giusto osservare e conoscere tutto, poi fare le proprie scelte. E infatti le abbiamo fatte, decidendo ogni volta quando stare “in” e quando “out”. Di sicuro il fattore che grava più di tutti sull'arte contemporanea, e che l'ha ridotta così com'è, è quello economico, quello del mercato. Quando il mercato condiziona la creazione di un'opera, la scelta di un'artista (che può essere l'abbinamento di un colore come il cambio di galleria) o addirittura la sua ricerca, allora tutto crolla. La tua visione cambia e viene a cessare la caratteristica più splendida e rara dell'arte cioè il suo essere una pratica “disinteressata”.
ASSEDIO, Torino (2016)
Pics by Livio Ninni and Stefano GuastellaLINK UTILI
SHIT ART FAIR 1 - 2 - 3, Torino (2013, 2014, 2015)
ALTRI LAVORI (2010 - 2020)