“Percezioni” è un progetto che prende la forma di un’intervista, indaga e si muove tra esperienze personali emerse tra febbraio e maggio 2020, nel lock down dovuto al Covid19. I soggetti intervistati variano tra età, esperienze di vita, situazioni, percorsi formativi e posizioni geografiche. Ero interessata alle prese di coscienza sulle sensazioni, gli stati d’animo e a quanta importanza si dà alle immagini. Desideravo accentuare l’attenzione tra le immagini e la reclusione, ero curiosa di sapere cosa e con quali modalità ragioniamo su questioni apparentemente semplici, ma difficili da descrivere a parole. Sul fattore “immagine” devo aprire una porta nella quale probabilmente ci perderemo. Le domande si dilettano spostando l’attenzione dall’immagine all’immaginazione, due elementi che sotto certi aspetti si collegano mentre sotto altri non comunicano minimamente. A questo punto la decisione sul creare un ponte oppure no tra i due elementi veniva inconsciamente presa dalla persona intervistata, la quale dava inavvertitamente un timbro alla sua prospettiva. Queste sono “soltanto” parole, sono una quantità di caratteri in grado di formare concetti e punti di partenza per discussioni. L’intervista muta e prende la forma di un bagaglio, è un involucro collettivo creato da racconti personali ed individuali. E’ una valigia pronta a farsi prendere che creerà altre immagini nella mente di chi avrà piacere leggere.
Come ti senti? Sei felice che la quarantena sia finita?
Come mi sento? Mi sento diversa. Andare fuori, anzi "tornare fuori" è così diverso da prima, ti senti quasi obbligato a vivere diversamente. Forse sono dispiaciuta che la quarantena sia finita perché si erano create delle situazioni particolari nella famiglia, erano nate delle opportunità, abbiamo vissuto dei momenti che non vivevamo da tanto e ora uscire fuori è così strano.
Che immagine o fotografia ti appare nella mente se pensi alla “chiusura”?
E’ una fotografia di un negozio chiuso, ha le serrande abbassate e il nastro che usano i detective. Adesso che ci penso è l’immagine del primo servizio giornalistico che ho visto riguardante il Coronavirus in Cina.
Stai dando nuovi significati alla parola “chiusura”?
Sì, adesso questa parola la intendo in maniera molto più allargata: si tratta di chiusura sociale, di frontiere chiuse per mantenere una sicurezza, c’è molta meno globalizzazione. Il contrario di questa parola sarà l’apertura che avverrà quando scavalcherai il metro e ottanta di distanza; la parola chiusura oggi si richiude nel parlare di Covid delle distanze da mantenere, diventerà un’abitudine nella vita delle persone. Quando sarà tutto di nuovo “aperto” pensare al serraggio avrà un impatto molto più forte nella mente delle persone, non si dimenticheranno cosa si prova a stare a porta chiusa, il termine “chiusura” ricorderà questo periodo.
Che cosa intendi tu per fotografia?
Penso che sia un qualcosa che aiuta le persone a cogliere i dettagli. Oltre che raccontare storie deve anche trasmettere qualcosa, questa empatia si crea mediante la fotografia grazie ai dettagli che riesce a cogliere. La percepisco come un modo per comunicare, puoi vedere come è cambiato il mondo ma anche come potrà diventare.
Allegra, 19 anni - aspirante studentessa di Psicologia
Come ti senti? Sei felice che la quarantena sia finita?
Durante i mesi del lock-down mi sono sentita impotente e sospesa. Sono felice che la quarantena sia finita. Personalmente ne sono felice, se penso al mio benessere sì, ne sono felice. Adesso mi sento come se le mie scelte e decisioni avessero lievemente più impatto sulle conseguenze, ma rimane il fatto che le nostre vite sono state modificate inaspettatamente da una crisi mondiale che, almeno la mia generazione, almeno io viziata e impaziente dall’alto degli agi che la mia esistenza mi sta riservando, non avevo mai gestito e subito in prima persona. Pochi giorni prima del lock-down, a inizio marzo, nei miei appunti avevo segnato che il diritto che preferisco è la proprietà privata. È tangibile, concreta. La libertà invece è un’illusione. Inutile dire che nell’arco di una settimana ho cambiato idea e mi sono anche fatta pena per le mie parole sciocche.
Che immagine o fotografia ti appare nella mente se pensi alla “chiusura”?
Pensando alla chiusura, vedo la mia stanza. La scrivania gialla, il letto e il muro. È un’immagine ferma e statica, ma nervosa. Forse non è proprio statica, trema un po’. C’è dentro tutta l’agitazione della consapevolezza di non avere controllo, di non avere certezze, dalla sensazione di essere in pericolo. In questi mesi non ho imparato una nuova lingua, non ho fatto esercizio fisico, non ho neanche confezionato un maglione di lana per il prossimo inverno. Sono stata, appunto, ferma in camera.
Stai dando nuovi significati alla parola “chiusura”?
La prima parola che ho pensato quando ho letto questa domanda è stata “NO”, non che sia la risposta a questa domanda, ma il significato che associo alla parola chiusura è “NO”. Chiusura per me vuol dire divieto, segregazione. Se però cambio prospettiva, posso pensare alla chiusura anche come un modo di non dipendere dall’altro, dall’esterno o almeno, imparare a dipendere meno, imparare a calibrare in modo autonomo il proprio benessere. Pensando alla parola chiusura, penso anche all’opportunità che questi mesi mi hanno offerto per accettare quello che provo: sei murata in casa, non puoi farci assolutamente niente. Accettalo e se in un pomeriggio di aprile il tuo obiettivo è seccare i dotti lacrimali, va bene. È normale. Quindi, in ultima analisi, per me la parola chiusura è una parola che chiude e che limita, ma all’interno del perimetro di quello che rimane c’è possibilità di cambiare punto di vista: calibrarsi e accettarsi. Tutto sommato non è andata male.
Che cosa intendi tu per fotografia?
Per me la fotografia è memoria e ricordo, fissare un momento che non tornerà mai più uguale a se stesso. Per me la fotografia è capacità di evocare sensazioni, pensieri ed emozioni che rimangono identici indipendentemente dal tempo. Per questo motivo, ho cancellato quante più fotografie possibili degli ultimi mesi perchè mi auguro ingenuamente che un momento come quello che abbiamo passato non torni più e, per quanto non sia un meccanismo troppo sano, mi auguro di applicare una rimozione coatta di tutti i connotati emotivi che hanno caratterizzato le mie giornate, anche se per far sbocciare il senso di impotenza sul futuro non era di certo necessario il Coronavirus.
Anita, 23 anni - studentessa di Psicologia presso l’Università di Padova
Come ti senti? Sei felice che la quarantena sia finita?
Mi sento bene, a tratti spaesata ma sollevata dal fatto che la quarantena imposta sia (per ora?) terminata. Mi sono sempre considerata una persona introversa; amo avere tempo e spazio da riempire con attività che possono essere svolte individualmente. Non credo infatti di essere tra quelle persone che hanno particolarmente patito la quarantena. Anzi, per quanto mi riguarda è come se la mia intimità avesse preso il sopravvento sull’alterità che abita il mondo fuori la soglia della mia casa.
Che immagine o fotografia ti appare nella mente se pensi alla “chiusura”?
Penso alle nature morte di Giorgio Morandi. Anche lui, come molti oggi, lavorava da casa – nel suo studio d’artista, il quale coincideva con la sua camera. Riducendo al minimo i suoi spostamenti aveva dunque ri-creato il proprio universo in uno spazio piccolo e limitato. Lì componeva e osservava profondamente i protagonisti delle sue tele; lì il tempo veniva sospeso donandosi allo sguardo purissimo dell’artista.
Stai dando nuovi significati alla parola “chiusura”?
Sicuramente si. Credo che, come per ogni cosa esista il suo opposto, anche nel significato di una parola – pregiudicata negativamente, possa emergere la sua controparte positiva. Contrariamente a noi il tempo (ed il mondo) è stato infatti liberato mentre noi, non avendo più avuto la possibilità di uscire dalle nostre case, ci siamo ritrovati a dover guardare non più l’orizzonte lontano ma lo spazio che più ci appartiene, la nostra stessa interiorità. Un luogo che ci ha messo a dura prova ma che probabilmente ha avuto la possibilità di aprirsi a noi dispetto delle restrizioni imposte.
Che cosa intendi tu per fotografia?
Penso che la fotografia per quanto sia devota al tempo e allo spazio, dia la possibilità di evadere dal mondo ordinario che ci attornia. Quando si è alla ricerca di un’immagine o si attende o ci si avvale del tempo come se non ce ne fosse abbastanza, lo spazio subisce – anch’esso, delle alterazioni e lo sguardo si adagia sulla realtà come quando un neonato guarda per la prima volta la sua mano: tra di essi nasce una relazione nuova anche se l’uno è sempre stato al di qua o al di là dell’altro. Dunque, la macchina con cui ci si rapporta diventa protesi, estensione del proprio corpo e così anche la memoria, la quale erra e si protende su di un’immagine che regalandosi ad uno sguardo altro diviene monumento del legame di tempo e spazio.
Angela, 26 anni - studentessa presso Alma Mater Studiorum Università di Bologna
Come ti senti? Sei felice che la quarantena sia finita?
Oggi mi sento un po’ sotto pressione e stanco, si sta avvicinando la sessione estiva e sicuramente questa quarantena mi ha lasciato più stanco di prima. Io non dormo mai, sono già di mio un animale notturno e la quarantena ha acuito la mia insonnia. Soprattutto in questi giorni sono tanto stanco. Direi ecco: stanco e sotto pressione! Però sono felice che la quarantena sia finita, anche se nel mio caso non è cambiato molto: sono abituato a stare tutto il giorno in casa a studiare, però dopo cena potevo distrarmi uscendo e mancandomi questo è stata più dura del solito. Sono stati poco più di 60 giorni, non è una cosa così assurda da affrontare però destabilizza.
Che immagine o fotografia ti appare nella mente se pensi alla “chiusura”?
Sarà banalissimo però penso a porte chiuse ed immaginandole le intuisco come una brutta cosa.
Stai dando nuovi significati alla parola “chiusura”?
Forse sì. In questi mesi, purtroppo o per fortuna, abbiamo avuto modo di pensare tanto e la parola chiusura si associa sempre in maniera materiale: quando esci di casa chiudi la porta, quando finisci il turno a lavoro chiudi la porta. In questo momento la associo di più ad una chiusura mentale delle persone rispetto ad altre più deboli o diverse, e diverso vuol dire tutto e niente: da un punto di vista di “razza”, usanze, cultura, sessualità, religione (come abbiamo visto nelle scorse settimane con Silvia Romano).
Che cosa intendi tu per fotografia?
Questa è una domanda molto difficile! Io non sono una persona artistica, ho più una mente scientifica e anche questa risposta forse sarà banale. Io la fotografia la intendo come una forma artistica mediante la quale è possibile esprimere la propria soggettività. Spesso è difficile esprimersi, soprattutto a parole; o non lo puoi fare o non hai il coraggio di farlo, invece con la fotografia riusci a farlo, ma c'è la difficoltà nel comprenderla, nel senso che ognuno di noi può essere interpretarla in maniera diversa.
Lorenzo, 28 anni - laureato in Scienze Biologiche e studente presso la Magistrale a ciclo unico di Medicina e Chirurgia
Come ti senti? Sei felice che la quarantena sia finita?
Devo dire che in Svizzera non abbiamo mai avuto una quarantena vera e propria, siamo sempre potuti uscire per passeggiare o incontrare altre persone. Ovviamente gli assembramenti di più di cinque persone erano vietati, ma comunque per i due mesi di misure restrittive io sono stata molto attenta, non ho incontrato nessuno, facevo la spesa una volta alla settimana e uscivo solo per correre e quindi adesso che è finita sono molto contenta. All'inizio c'è un po' di paura, sia di incontrare altre persone o semplicemente di scontrarsi, però ovviamente mi sento sollevata e contenta di aver riacquistato un po' di libertà.
Che immagine o fotografia ti appare nella mente se pensi alla “chiusura”?
Non appena ho letto alla domanda mi è venuta in mente un'immagine nera con una fessura al centro, non lo so perché, non so che tipo di dietrologie ci siano, però è qualcosa di scuro, forse una tela nera con una fessura al centro. E' un senso di pesantezza e oscurità, ma con una specie di apertura e speranza rappresentata da quella piccola fessura centrale.
Stai dando nuovi significati alla parola “chiusura”?
Sicuramente se prima mi veniva in mente semplicemente la chiusura di un negozio, adesso questa parola ha acquisito nuove sfumature e nuovi significati più profondi. Penso che per il prossimo periodo richiamerà alla mente quanto siamo stati distanti e limitati dalle nostre libertà quotidiane, richiamerà a questo senso di incertezza su quel che succederà nel futuro, un senso di precarietà. Quindi senz'altro questo periodo ha contribuito a creare nella mia mente e nelle mie percezioni un nuovo significato.
Che cosa intendi tu per fotografia?
La fotografia è una delle arti che più amo e più preferisco, mi dà sempre una sensazione molto stretta con la realtà. Mentre ad esempio con l'arte pittorica c'è questo rischio di astrazione, apprezzo la concretezza e la realtà che la fotografia può esprimere quindi la trovo uno dei mezzi più efficaci per esprimere non solo sensazioni e pensieri ma per mostrare al pubblico aspetti della realtà che senza la fotografia sarebbe ignaro.
Viola, 30 anni - postdoctoral researcher presso l'ETH di Zurigo
Come ti senti? Sei felice che la quarantena sia finita?
Per me la quarantena è finita in maniera un po’ brusca e senza preavviso (doveva finire il 18 ed è finita il 6) e sono passata da stare “chiusa” in casa a stare chiusa a lavoro quindi in realtà non ho realizzato (o comunque non ho avuto modo di riflettere con calma) questo passaggio. Posso dire che da una parte sì sono più che felice sollevata che la quarantena sia finita soprattutto perché questo periodo di chiusura (che in ogni caso ho vissuto benissimo) in alcuni momenti mi evocava ricordi di regimi totalitari e pur essendo una cosa diversa mi faceva paura. Dall’altra tornare alle cose di prima (nello specifico al lavoro) mi fa sentire preoccupata per la mia salute (e dei miei cari) che in questo momento vedo come qualcosa di potenzialmente fragile e a rischio. Quindi in realtà mentre da una parte ho ripreso le attività individuali di sempre (sport, camminate, ecc) dall’altra non ho ancora fatto cose come andare in un bar o vedere gli amici.
Che immagine o fotografia ti appare nella mente se pensi alla “chiusura”?
Immediatamente penso a delle sbarre, tipo una gabbia, la porta di una cella o le inferriate di una finestra. In questo periodo ho associato questa parola anche all’immagine dei balconi che sono sempre fatti da sbarre (spesso), ma per molti hanno rappresentato l’antidoto alla chiusura.
Stai dando nuovi significati alla parola “chiusura”?
Ci ho pensato e ripensato ma la risposta è no. Nessun nuovo significato
Che cosa intendi tu per fotografia?
Per me la fotografia è un modo di raccontare il mondo e la vita per immagini. Fermare un istante per “conservarlo” per il futuro. Oggi ci sentiamo tutti un po’ fotografi (purtroppo). Personalmente se penso alla Fotografia con la F maiuscola intendo l’arte della fotografia, quella capacità peculiare di usare le immagini come narrazione al posto delle parole che non è abilità di tutti.
Agnese, 36 anni - commessa e social media manager
Come ti senti? Sei felice che la quarantena sia finita?
[…] Non so come risponderti, anche perché mi poni una domanda che ha al suo interno due argomenti non proprio semplici: il sentirsi e il senso della felicità. E’ vero anche che tu le riporti ai giorni della così detta “quarantena”, ma rimangono lo stesso due delle sensazioni che si “muovono” nell’ambito della psicologia umana. Ma proviamo a risponderti senza cadere in troppe declinazioni filosofiche e psicologiche. Come mi sento? Mi sento bene se il riferimento è alla salute del corpo, un po’ meno bene alla salute della mente. Non mi riferisco solo alla situazione vissuta e che ancora stiamo vivendo della pandemia, anche perché credo che non sia passata, anzi credo che quello che adesso stiamo vivendo è puramente un processo naturale (mi riferisco all’abbassamento dell’influenza virale). Naturale nel senso che un virus procede con una certa autodifesa, dove cerca e si appropria di un’evoluzione che più gli consente di reagire e di ambientarsi. Posso farti un esempio a cosa può essere paragonato un virus: un virus si comporta come un parassita, prendiamo l’esempio di una pianta, un grande albero, ad un certo momento della sua crescita, anzi nel momento più espansivo, viene aggredito da un’altra pianta così detta parassita, esempio un edera rampicante. Cosa fa la grande pianta? Cerca di salvarsi e di difendersi, creando più clorofilla possibile per aumentare le sue difese e così poter continuare a vivere con un ospite inatteso. La pianta grande cerca di allungarsi e crescere più velocemente, ma il suo parassita, l’edera, più la pianta grande cerca la sua difesa, più si infoltisce e inizia a convivere con la pinta grande, anzi, inizia a coprirla fino a farla soffocare, ma lo fa con lentezza, cambiando sempre modo e direzione, anzi, alcune volte sembra ferma, inesistente, anche piacevole, come se non esistesse. Invece esiste e si trasforma e si rinforza nascondendo la sua forza e le sue capacità e così vive per sempre. Per questo non posso essere né felice e neppure sentirmi bene che la pandemia si sia bloccata, perché non è affatto bloccata, si sta solo godendo la sua evoluzione. Ma non è solo questo che può farmi sentire perplesso. Mi riferisco a cosa sta lasciando tutto questo, a cosa andremo incontro, ma di più credo che non dobbiamo accettare che tutto torni come prima, perché se tutto torna come prima, tutto sarà come prima e prima era l’antefatto di quello che ci sta succedendo e se non comprendiamo questo siamo veramente arrivati alla stoltezza mentale e ad una supponenza tale che in quarantena è andata la nostra mente, ma non per un tempo limitato, ma per l’eternità. Non so se ti ho risposto, ma come ti ho detto, non vale la pena affrontare una discussione su due concetti così importanti, o almeno non in una intervista che vuole avere solo un carattere informativo.
Che immagine o fotografia ti appare nella mente se pensi alla “chiusura”?
Se penso alla chiusura prima di risponderti dovrei spiegarti cosa intendo per chiusura, anche perché non ho mai dato a questa parola solo un senso negativo. Per me scegliere di chiudersi non è negativo, infatti ho messo il verbo "scegliere" davanti alla parola chiusura; se è una scelta è un fatto positivo, un tempo deciso da noi stessi per rientrare in noi attraverso la scelta di un posto. Pensa a tutto l’eremitaggio e a quanto valore mentale è necessario per decidere di allontanarsi da tutto e di chiudere ogni contatto per poi riaprirsi con una visione più profonda. Ma se stare chiusi è determinato non da una scelta ma da una volontà al di fuori della propria esistenza, questo mi rende perplesso, per non dire preoccupato. L’uomo, come essere, sceglie di essere empatico, anzi è nella sua natura, poi nella sua vita può aver bisogno di crearsi un ritiro, un isolamento, entrare in una solitudine dove racchiude ogni pensiero, ma lo fa spinto da un suo volere, da una propria decisione, se invece gli viene imposto rimane assente e perde la sua presenza. L’essenza umana è un continuo dialogo e non può esistere una chiusura imposta perché questa non può mai essere accettata dal sentire naturale. L’uomo deve agire e riflettere su ciò che ha davanti, anche se sceglie di essere isolato, racchiuso in se stesso, per questo non può mai accettare un ‘imposizione, potrà sopportarla, ma poi deve reagire ed è difficile sapere quale sarà la sua reazione, sia psicologica che fisica. Se vuoi un immagine, la trovo nell’arte pittorica del primo Ottocento, nella pittura romantica e mi riferisco all’opera “Monaco in riva al mare” di Caspar David Friedrich. Forse quest’opera non risponde molto al senso di chiusura che, forse, tu intendevi, ma se la vedi sotto un punto di vista diverso è una chiusura, un isolamento che sta tra l’infinito “ostacolo” della Natura e la piccolezza mentale della decisione di porsi di fronte ad essa, e solo se sei davanti e ne diventi parte, puoi essere te stesso. Ma è una chiusura scelta e non imposta. Forse l’immagine che mi porta verso una chiusura “imposta” , obbligata da una certa mancanza, una povertà e dall’obbligo di doverla accettare per sopravvivere, mi viene alla mente i “Mangiatori di patate” di Vincent Van Gogh. Come, anche, un opera di Piero Manzoni, “ Linea di 15m”, dove l’artista chiude in un tubo la sua stessa visione reale per concettualizzare la sua impotenza nel dimostrarne l’efficacia: cioè misurare lo spazio. Mi chiedi, anche, un’immagine fotografica. Posso dirti che secondo me la fotografia, anzi il mezzo fotografico, è già in se una specie di chiusura: la macchina fotografica racchiude dentro di se un’immagine scelta, ma la capovolge, la interpreta secondo il suo meccanismo e la riproduce solo dopo che un altro sistema di chiusura la rende evidente; cioè la stampa , la proietta in uno spazio limitato , circoscritto dalla possibilità tecnica. Per questo, per me , tutte le immagini fotografiche rappresentano una chiusura, anche quelle che rendono visibile il visibile sono immagini chiuse, come sono quelle che riproducono uno spazio già chiuso, non sono altro che chiusure di un’altra avvenuta chiusura. Allora scegli tu la fotografia, per me vanno bene tutte, tutte sono chiuse.
Stai dando nuovi significati alla parola “chiusura”?
No, o almeno per me, non esistono altri significati della parola chiusura se non quelli che già ha. Credo che non sia giusta la definizione di significati, ma quanto di punti di vista. Se partiamo da questi, forse qualcosa ha cambiato il senso di questa parola. Ma anche su questo ci sarebbero troppe cose da dire, anche perché non è una brutta parola e non ha nulla di negativo in se, lo diventa solo se viene accostata ad un concetto e di conseguenza ad un punto di vista. Ti pongo io una domanda: Che differenza c’è tra un campo di concentramento e un ideologia che impone solo il suo punto di vista come assoluto e portatore di verità? Secondo me nessuna, solo che il campo di concentramento è la conseguenza di quella ideologia e quella ideologia è la conseguenza dell’ignoranza e dell’ipocrisia di un perbenismo che vuole essere e stare sempre bene e così, per vivere quel bene, trova un capro espiatorio e lo chiude, lo concentra in uno spazio invalicabile. Ecco, forse, in questo senso sento che questa parola, oggi, sta cambiando il suo significato, ma spero di sbagliarmi, non vorrei vedere nevicare cenere.
Che cosa intendi tu per fotografia?
E’ strana questa domanda dopo le altre che, in un certo senso, rimandano ad uno stato d’animo che stiamo tutti vivendo. In questa domanda esci dal contesto e lo rimandi a una pura concezione estetica e artistica o, se vuoi, mediatica e consumistica. Ti rispondo considerando il termine fotografia come concetto. Fotografare: di-segnare con la luce attraverso la cattura di questa e poi fissarla su una superficie. Una tecnica che ha avuto un enorme sviluppo, che da quando si è affermata, verso la fine del 1800, ma compresi anche i primi tentativi che risalgono molto prima della sua esecuzione meccanica, ha accompagnato una diversa percezione della realtà. In un primo momento voleva rendere più visibile il visibile, a differenza della pittura che , in un certo senso interpretava una visione reale. Ma anche la fotografia, in un certo senso, con il tempo, ha interpretato la visione reale. Di fatti all’inizio si parla di pitto-fotografia, per poi passare a fotografie artistiche, ma mantenendo sempre anche un filone di riproducibilità realistica. Intendo per fotografia un mezzo espressivo, come un colore, un pennello, una scelta di superficie che è a disposizione o che si può elaborare. La fotografia si è aggiunta, si è trasformata proprio aggiungendo e aumentando le sue capacità tecniche, ma rimane pur sempre un mezzo tecnico. Non basta saper far funzionare questo mezzo per creare una visione, questo ti può aiutare, ma serve sempre una mente, un ragionamento, un valore, una ricerca, una sensazione, un errore, una contraddizione, una meraviglia, una passione per creare un opera che diventi unica ,essenziale per essere anima e corpo, per essere pensiero. La fotografia, se no, diventa solo lo specchio dell’anima, appunto, lo specchio che riflette, ma non illumina. Chiudo la risposta con una piccolissima provocazione: ho visto e scritto per molti fotografi e la uso spesso anche per la mia ricerca artistica, ma sempre mi sono posto, anzi ho posto ai fotografi artisti di cercare nella fotografia il senso vero di questa tecnica e spesso non ho avuto delle risposte se non quelle troppo concettuali o troppo pittoriche. Ma se immagino: se tra analogico e digitale potessimo intraprendere un viaggio e fermarsi di fronte al senso magico di questa tecnica e trovare in quello la sua vera espressione, cosa vedremo? Secondo me potremo vedere la luce, ma non come la vediamo, ma quella che non vediamo ma che è l’origine, e sarebbe semplice visto che la fotografia vive di luce e per avere la luce deve stare al buio, allora cosa potremo far fotografare alla macchina che vede coni nostri occhi le cose che affiorano con la luce dal buio? Solo il buio, cioè l’impressione di questo, ciò che accade in quel passaggio tra tenebra e luce, la sua assenza, cioè la carta che ha preso luce, lo schermo che non ha ancora digitalizzato i diversi riflessi di luce, cioè il suo buio, l’oscurità. Ecco se vedessi in una mostra tutte fotografie nere o bianche vedrei la fotografia e la comprenderei.
Massimo, 59 anni - artista e critico d’arte
"Et quid amabo nisi quod aenigma est?" - Giulio Paolini - 1969