Eugenia Vanni, artista visiva, insegnante nonché cofondatrice del Museo d'Inverno. Ti chiederei innanzitutto della tua professione d'artista: osservando la tua ricerca, si può notare quanto la facciano da padrona le tecniche dell'arte, con un occhio particolare a quelle più antiche, che nelle tue opere diventano esse stesse i soggetti; mi chiedevo dove nasce questo approccio?
E’ sempre difficile parlare delle origini del proprio lavoro, è un po’ come mettersi a nudo cercando di razionalizzare e storicizzare ciò che di solito avviene con assoluta spontaneità. Tuttavia ci provo spesso, a volte serve per capire dove ci troviamo nella nostra storia. Credo infatti che nell’approccio all’arte, la nostra sensibilità si sia formata, grazie anche alle esperienze che facciamo nel nostro vissuto, compreso l'ambiente in cui siamo nati. Credo che il genere di conoscenza di un artista non sia di natura unilaterale ma è qualcosa di stratificato e talvolta randomizzato, egli si ritrova a volte a dare peso o ad imparare cose che molto differenti fra di loro, spaziando da un campo all’altro del sapere, tra passato e presente. Nel mio lavoro faccio riferimento a quella che è la storia dell'arte della città in cui sono nata e in cui vivo attualmente che è Siena, perché chiaramente ha una grande storia , in particolar modo del '300 e '400 . Le tecniche delle belle arti molto in uso nel passato più che adesso (tempera all’uovo su tavola, affresco, incisione etc) fanno parte di me perché sono ciò che ho visto fin da bambina, inoltre molte di queste tecniche necessitano di lavorazioni lunghe ed impegnative e non c'è niente che mi affascini di più quanto la lavorazione che c’è dietro agli oggetti del mondo, cioè la cura con cui vengono realizzate, il tempo che ci si impiega, la gestualità nascosta dietro ogni passaggio di lavorazione. Non considero dunque queste tecniche qualcosa di obsoleto, esse rappresentano per me il soggetto delle opere, l'elemento poetico, non solo il mezzo per realizzarle.
Trovo molto interessante che tu abbia parlato di poesia e non di concetto, che magari nell'immaginario si associa a qualcosa di più freddo e razionale. Tu invece parli di poesia e si sentono dalle tue parole il trasporto emotivo e la passione che dedichi al tuo lavoro. Quale ruolo ha avuto tuo padre in tutto questo? So che anche lui è un artista.
Mio padre ovviamente ha avuto un ruolo fondamentale. Da poco gli ho dedicato una mostra a cui ho collaborato con i miei lavori, instaurando un dialogo visivo fra i vari pezzi scelti. Il titolo era: “La firma sul fronte”, realizzata nella nostra città in uno spazio che si chiama Spaziosiena. Nella mostra, oltre che parlare di pittura e quadro, superficie e supporto, c’è molto del rapporto che ho avuto con mio padre, artista non molto conosciuto (per sua scelta) ma che stimo tantissimo. Soprattutto da piccola sono stata molte ore in studio con lui e la cosa incredibile è che non mi sono mai interessata troppo ai soggetti dei suoi lavori ma alla cura e al modo in cui realizzava le opere, lo osservavo con la stessa attenzione con cui guardiamo qualcuno che cucina, mi entusiasmavo di fronte ad ogni nuovo passaggio tecnico, come qualcosa di magico. Quest’attenzione al processo di lavorazione mi è rimasta, tanto che la mia attenzione si focalizza sempre sul “come si fa” e meno al “che cosa”. E questo “come” è diventato il mio lavoro. Il rapporto con mio padre in questo senso nasce proprio nell'aver osservato i vari passaggi che mi hanno aperta ad un mio mondo: la mia ricerca è ciò che per altri è solo un momento di passaggio.
Nel tempo come sono cambiati la tua ricerca, il tuo approccio al lavoro e il tuo metodo, rapportati alle opere che hai realizzato nel corso degli anni?
Sono cambiati parecchio. Quando penso al mio percorso e al susseguirsi delle opere, mi capita ad esempio di sentire molto vicini lavori molto vecchi mentre c'è una fase intermedia in cui mi sento più distante da me stessa. Come se tra il “vecchio vecchio” e il “nuovo nuovo” ci fosse sempre un collegamento, e ciò che sta nel mezzo lo perdiamo sempre un po'. Nella vita di ogni artista ci sono evoluzioni e cambiamenti prima di arrivare a capire quale sia la propria strada. Tuttavia mi rendo conto che la sensibilità invece è la stessa. Opere dello stesso artista che non sembrano somigliarsi troppo hanno invece un un sapore comune, che non si può facilmente spiegare. Anche quelle più distanti, apparentemente meno coerenti fra di loro, mantengono questo sapore. Questo Avviene anche per artisti che non sono affezionati ad una sola tecnica, come me ad esempio addirittura lo avvertiamo oltre alle opere, in tante cose che fanno parte della vita dell’artista, a partire dal suo studio.
Mi descriveresti il tuo studio? Se entrassi oggi cosa troverei?
Il mio studio è cambiato sempre un po' negli anni. Attualmente ha l'aspetto di un salotto e mi piace quest'idea. È confinante con la casa in cui vivo con il mio compagno e con mia figlia Norma. Ci sono i suoi giochi, c’è lei. Così come ci si può trovare un computer, un mobile di una farmacia anni ‘20 riempito di bicchieri da collezione, tanti tanti libri e riviste, così come un divano, una tv, il pianoforte. Ci sono due ingressi che si guardano e rendono la luce intensa da irradiare lo spazio da entrambi i lati. Un tavolo dove si può mangiare, una poltroncina vintage di velluto color carta da zucchero. Un telefono fisso, un mobile basso con dentro le fotografie dei ricordi, una collezione di liquori mignon e una di statue africane. I miei quadri attaccati che cambiano sempre, i quadri di mio padre e che invece rimangono sempre gli stessi, opere di altri artisti che ho in collezione e piante, tante piante. Non è solo un luogo di lavoro, non è soltanto il luogo del pensiero, ma è anche il luogo della vita per me. E’ un luogo dove passa il mio compagno, la mia famiglia, dove vengono a trovarmi gli amici, i colleghi, gli studenti. Ma è chiaramente anche il luogo dove posso stare da sola perché ha una porta che si isola rispetto al resto della casa. Mi piace perché dentro non c'è soltanto l'arte, ma c’è quel sapore di cui parlavo prima, ci sono io con le mie passioni, i miei errori nascosti, il mio passato ed i mutamenti di ogni giorno.
Quando hai descritto lo studio hai parlato di opere di altri artisti. Con questo mi viene spontaneo chiederti del Museo d'Inverno; come nasce quest'idea e perché è così diverso dagli altri musei?
Il Museo d'Inverno intanto nasce dalla collaborazione con un altro artista, Francesco Carone, uno scultore italiano. L'idea era creare uno spazio a Siena che all'epoca, nel 2016, era già orfana di un museo di arte contemporanea chiuso nel 2008, il Palazzo delle Papesse. Sentivamo la necessità di cerare un progetto nuovo che contribuisse ad arricchire culturalmente la nostra città. Così siamo immaginati uno spazio libero, senza scopo di lucro e fini commerciali ma con un'identità di base molto forte che lo contraddistinguesse rispetto ai tanti artists run space nati negli anni e più che altro che potesse esistere a prescindere da Siena, quindi con un valore e un peso nel mondo della cultura e dell'arte. Mancava un museo dedicato alle collezioni d'artista e lo abbiamo aperto noi. Da sempre, per stima, per amicizia o per mille altri motivi, può succedere che gli artisti si scambino delle opere; queste hanno un valore non solo commerciale ma anche uno affettivo e racchiudono quasi sempre dei racconti, delle storie, delle narrazioni, che a tutti gli effetti fanno parte della storia dell'arte ma che sono sommerse, nascoste. L'idea del museo è quindi quella di invitare degli artisti a presentare e curare parte della loro collezione, opere che prima del nostro invito avevano appese in casa o in studio e che magari fino a quel momento nessuno aveva visto. Peraltro, tante di queste opere sono inedite perché magari sono schizzi d'artista, opere fatte in particolari occasioni e di getto, per cui diamo la possibilità di mostrarle per la prima volta. Inoltre chiediamo all'artista invitato di progettare un dettaglio che completi l'aspetto funzionale del museo, come la maniglia della porta o la targa. Così facendo alimentiamo il concetto di “collezione”: da artisti che collezionano e che portano le loro opere, al museo che crea una propria collezione permanente. Perché “d'inverno”? Perché la programmazione è prettamente invernale in quanto Siena ha una vita estiva di un certo tipo legata al Palio. Una particolarità importante del Museo è che si trova all'interno e in collaborazione con una delle Contrade di Siena, la Contrada della Lupa, in uno spazio molto bello collocato sopra delle fonti medievali (Fonte Nuova) tutt'ora attive e che si affaccia su Siena. Ci piace inoltre che le mostre ogni anno siano poche perché vogliamo che siano particolarmente curate, preferiamo la qualità alla quantità. In questo momento storico riappropriarsi della lentezza e della cura è molto importante.
Domanda ostica ma necessaria: cos'è il sistema dell'arte oggi? Come lo descriveresti?
Mutevole. Quello che ti posso dire adesso è molto probabile che non esista già più tra un anno. È come una specie di fiume in cui immergersi, che ti trasporta, di cui puoi prendere le redini a seconda di dove ti vuoi posizionare, però non è mai sempre se stesso. Le dinamiche cambiano continuamente. Per cui la prima caratteristica del sistema dell'arte è non avere caratteristiche sempre uguali. Anche il sistema dell’arte cambia insieme al mondo. Adesso non si sa cosa succederà dopo il Covid, stanno già cambiando alcune dinamiche. In Meglio o in peggio? Anche qui il sistema segue l’andamento del mondo: meglio per qualcuno, peggio per altri.
Abbiamo parlato di diversi aspetti della tua vita che riguardano la tua ricerca e la tua partecipazione attiva nel mondo dell'arte. Però c'è anche un altro importante aspetto della tua vita lavorativa, la ragione per cui ti ho conosciuta, ovvero la tua professione di insegnante di pittura. Cosa significa per te?
Insegnare in un'Accademia d'arte è molto difficile. Cito quello che mi disse il mio professore quando ero studente ovvero “L'arte non si insegna, si trasmette”. Come docente non ho mai avuto la pretesa di insegnare l'arte a qualcuno perché se c'è qualcosa, l’ abbiamo dentro di noi. Il mio ruolo è forse più quello di far scoprire ai miei studenti che certe cose sono possibili, aprire un ventaglio di possibilità e insegno loro il metodo tecnico per realizzarle. Tramite il dialogo e tramite l'esperienza di artista, posso tirar fuori alcuni aspetti della loro sensibilità. Essere insegnante ed essere artista non sono due aspetti particolarmente lontani. Un buon insegnante deve essere necessariamente anche un buon artista, perché in quel caso avrà qualcosa da dire e avrà un'esperienza reale nella propria vita; non trasmetterà ai ragazzi delle fantasie inesistenti o delle frustrazioni personali. Allo stesso tempo non è scontato che un buon artista sia un buon insegnante, perché non è detto che un buon artista sia anche un grande comunicatore con gli allievi; però credo sia sicuramente meglio avere davanti un buon artista che non riesce a parlare piuttosto di un insegnante che non è un artista. Essere sul campo è comunque un esempio, anche se l'artista non è un buon oratore, anche se non è la persona più sensibile della terra a livello umano, però già la sua esistenza, il suo essere presente e vigile nell'arte, porta ad instaurare dei rapporti di stima con gli allievi più illuminati. E gli studenti hanno bisogno di verità. Credo che tutt'ora le Accademie siano luoghi di cultura e siano una delle università più belle che ci sono in circolazione perché danno la possibilità di far riflettere su se stessi, cosa che pochissime università concedono. Nel mio caso, essere insegnante mi spinge anche a voler essere un'artista migliore. La responsabilità che ho nei confronti dei miei allievi è molto alta, ho bisogno di essere presente nel mio lavoro e di non vivere l'insegnamento come qualcosa di estraneo o come un ripiego. È qualcosa di parallelo che si alimenta anche grazie al mio lavoro di artista.
Se Eugenia oggi avesse vent'anni che cosa le diresti? C'è qualcosa con la maturità di oggi che ti sentiresti di dire alla te stessa ventenne?
Quello che tento di trasmettere anche ai ragazzi è di non avere paura, di non vergognarsi, di essere ancora più intraprendenti. A vent'anni si è spavaldi ma alla fine si è anche pieni di fantasmi e insicurezze, perciò ci vuole ancora più coraggio. Bisognerebbe essere più consapevoli delle potenzialità che si hanno in quel momento. A vent'anni bisogna seguire i propri desideri osservandoli e capendo davvero quali siano, a costo di sbagliare.
Eugenia Vanni (Siena, 1980) si diploma in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze per poi proseguire alla NABA di Milano con il biennio specialistico in Visual Arts and Curatorial Studies.
Tra i musei e gallerie che hanno accolto le sue mostre personali si ricorda: Museo MAN Nuoro, Museo Marino Marini Firenze, Museo Internazionale e Biblioteca della musica Bologna, Centro Espositivo Villa Pacchiani, Santa Croce sull’Arno Pisa, Galleria Fuoricampo Siena, Galleria Riccardo Crespi Milano.
Oltre ai vari premi e residenze, numerose le collettive presso musei, spazi espositivi e gallerie private in Italia e all’estero tra cui: l’Istituto Italiano di Cultura di New York, il Santa Maria della Scala di Siena, la Galleria FuoriCampo Temporary Space, Brussels, Belgio; il Museo di Villa Croce a Genova. Da febbraio 2016 organizza, con l’artista Francesco Carone, il Museo d’Inverno (seasonal contemporary art events) a Siena
Per conoscere meglio il lavoro di Eugenia Vanni visita il suo sito ufficiale