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The gods that we’ve made are exactly the gods you’d expect to be made by a species that’s about half a chromosome away from being chimpanzee. La frase, attribuita a Christopher Hitchens rielabora un motivo che ritorna nei suoi dibattiti nella forma half a chromosome away from chimpanzees, and it shows. Funziona come un piccolo congegno retorico: un’affermazione teologica si rovescia in dato zoologico, e la divinità passa dal ruolo di chi crea a quello di cosa creata. Il tono appartiene al palcoscenico, la struttura al sillogismo: se la specie umana discende dai primati, i suoi dèi recano l’impronta di quella provenienza.
Il dato evocato dalla battuta merita una verifica. La specie umana conta 46 cromosomi, lo scimpanzé 48; la differenza deriva dalla fusione di due cromosomi ancestrali lungo la linea umana, evento all’origine del nostro cromosoma 2, con tracce molecolari ancora leggibili nel punto di saldatura. Il confronto tra le sequenze, pubblicato nel 2005 dal consorzio internazionale sul genoma dello scimpanzé, indica una somiglianza attorno al 98-99% per le sostituzioni di singole basi (circa 96% includendo inserzioni e delezioni). Mezzo cromosoma resta dunque un’iperbole elegante, con funzione retorica: collocare la fantasia religiosa dentro il perimetro dell’evoluzione biologica.
Questa tesi vanta una genealogia illustre. Senofane di Colofone, nel VI secolo a.C., osserva che le popolazioni etiopi raffigurano divinità camuse e scure, quelle tracie divinità dagli occhi chiari e dai capelli rossi, e aggiunge che buoi e cavalli, se disponessero di mani, disegnerebbero dèi a propria immagine. Ludwig Feuerbach, nell’Essenza del cristianesimo (1841), le conferisce forma sistematica: la teologia rivela come proprio segreto un’antropologia e il cielo accoglie qualità umane proiettate verso l’alto. Le scienze cognitive della religione (Pascal Boyer, Justin Barrett, Scott Atran) descrivono la credenza come sottoprodotto di meccanismi mentali selezionati per altri compiti, quali il riconoscimento di agenti, la lettura delle intenzioni altrui, la ricerca di cause; Daniel Dennett, in Rompere l’incantesimo (2006), propone di studiare la religione alla stregua di un fenomeno naturale. Hitchens condensa questa tradizione in una riga.
Presa sul serio, la battuta apre una domanda ulteriore: che cosa rivela di noi una specie capace di inventare dèi così e che cos’altro produce con il medesimo corredo mentale? Una risposta giunge da un’altra direzione, quella di Amin Maalouf.
Hitchens nasce a Portsmouth il 13 aprile 1949, in una famiglia legata alla marina britannica, e si forma a Oxford. La giovinezza trascorre nella sinistra radicale, con vicinanza al trotskismo e collaborazioni a testate come New Statesman; il trasferimento negli Stati Uniti porta la sua firma su The Nation e Vanity Fair, e nel 2007 arriva la cittadinanza statunitense. Il catalogo dei suoi bersagli include figure circondate da un’aura di venerazione: Madre Teresa (The Missionary Position, 1995), Bill Clinton (No One Left to Lie To, 1999), Henry Kissinger (The Trial of Henry Kissinger, 2001). Sul versante dell’ammirazione brillano George Orwell (Why Orwell Matters, 2002), Thomas Paine e Thomas Jefferson.
Due eventi spostano il baricentro. La fatwa che nel febbraio 1989 condanna a morte Salman Rushdie, legato a Hitchens da amicizia, mostra con chiarezza brutale il prezzo che può raggiungere la libertà di scrittura, e l’aggressione subita da Rushdie nel 2022 conferma quanto sia lunga l’ombra di quella condanna. Gli attentati dell’11 settembre 2001 conducono Hitchens a sostenere l’intervento occidentale in Afghanistan e in Iraq e a lasciare, nel 2002, The Nation. Alcune voci lo collocano accanto al neoconservatorismo; Hitchens motiva la propria posizione con l’opposizione ai regimi totalitari e con la difesa di popolazioni come quella curda, e riconosce a Marx un’influenza che persiste oltre la militanza.
L’ultimo capitolo si apre nel 2010 con una diagnosi di tumore all’esofago, ricevuta mentre esce Hitch-22, la sua memoria. La scrittura prosegue fino alla fine, e i testi raccolti in Mortality (2012) documentano la malattia e l’assottigliarsi della voce, strumento supremo di una vita trascorsa in conversazione. Hitchens muore a Houston il 15 dicembre 2011.
Un dettaglio biografico prepara il ponte verso Maalouf. Nel 1987 Hitchens apprende di discendere per via materna da una famiglia ebraica, scoperta che racconta in Hitch-22; il fratello Peter, firma conservatrice del giornalismo britannico e voce del cristianesimo praticato, diventa nel tempo un interlocutore di lunga data nei dibattiti pubblici. Ne risulta una vita di appartenenze sovrapposte: britannica e statunitense, nata a sinistra e approdata all’interventismo, atea con radici ebraiche, intrecciata al percorso di un fratello credente.
La prima colonna è epistemica. God Is Not Great, uscito nel 2007 e finalista al National Book Award, formula il principio che porta il suo nome, il rasoio di Hitchens: ogni asserzione reca con sé l’onere della prova, e l’affermazione che si presenta a mani vuote può essere congedata a mani altrettanto vuote. Lo stesso nucleo vive nell’antico adagio quod gratis asseritur, gratis negatur, che Hitchens richiama.
La seconda colonna è morale. Hitchens pone nei dibattiti un doppio quesito: ogni gesto etico compiuto da una persona credente rientra nelle capacità di una persona atea? E quale atto malvagio trova la propria ragione specifica nella fede? A suo avviso la prima domanda riceve un sì pieno e la seconda un elenco lungo. Preferisce definirsi antiteista: giudica la sorveglianza divina permanente un incubo, da lui battezzato celestial North Korea.
La terza colonna è politica. Hitchens estende l’analisi ai regimi che sostituiscono il tempio con il culto della personalità: la Corea del Nord appare, nei suoi scritti e nelle sue conferenze, come teocrazia dinastica. Questa mossa gli consente di rispondere all’obiezione più frequente, quella dei crimini laici del Novecento: a suo avviso la matrice resta la medesima, cioè la richiesta di adorazione e di obbedienza.
La quarta colonna è letteraria. Il suo ateismo coltiva la tradizione scritta dei testi sacri: dedica alla King James Bible un saggio ammirato per Vanity Fair e raccoglie in The Portable Atheist (2007) pagine di Lucrezio, Spinoza, Darwin, Russell, Orwell e molte altre voci. In Hitchens la polemica nasce, in ultima analisi, da un amore: quello per la letteratura e per l’intelligenza che interroga.
La formula Four Horsemen proviene da una conversazione filmata nel 2007 tra Hitchens, Richard Dawkins, Sam Harris e Daniel Dennett, divenuta il manifesto informale del Nuovo Ateismo. Il fenomeno risponde a un clima preciso: dopo l’11 settembre, la domanda su quanto la fede religiosa alimenti la violenza entra nel dibattito pubblico occidentale con forza straordinaria. In pochi anni escono The End of Faith di Harris (2004), The God Delusion di Dawkins (2006), Breaking the Spell di Dennett (2006) e il libro di Hitchens (2007).
Le quattro voci si distribuiscono i compiti con eleganza. Dawkins, con formazione di biologia evoluzionista e Il gene egoista (1976) all’attivo, porta l’autorità della scienza e l’idea di meme come unità di trasmissione culturale; Harris, con studi di filosofia e neuroscienze, indaga il legame tra credenza, morale e coscienza; Dennett, esponente della filosofia della mente, guarda alla religione con gli strumenti della biologia evolutiva; Hitchens mette a disposizione la prosa, l’aneddoto e l’esperienza di una vita di reportage.
Il quartetto ha perso due voci: Hitchens muore nel 2011 e Dennett nel 2024.
Maalouf nasce a Beirut nel 1949, lo stesso anno di Hitchens, in una famiglia levantina di tradizione cristiana; l’arabo è la lingua dell’infanzia, il francese quella della scrittura. Nel 1976, mentre la guerra civile lacera il Libano, approda in Francia, e nel 1985, dopo il successo de Le crociate viste dagli Arabi, lascia il giornalismo per dedicarsi per intero alla scrittura. Il Goncourt 1993 corona Le Rocher de Tanios; nel 2011 l’Académie française gli apre il seggio che fu di Claude Lévi-Strauss, e dal 2023 ricopre il segretariato perpetuo.
Il suo percorso narrativo mette in dialogo le due sponde. Le crociate viste dagli Arabi (1983) racconta lo scontro medievale attraverso le fonti della parte opposta a quella consueta; Leone l’Africano (1986) segue Hasan al-Wazzan, nato a Granada, cresciuto a Fez e battezzato a Roma con il nome di Giovanni Leone, figura emblematica di una vita che attraversa civiltà e lingue. Il passo successivo è Les Identités meurtrières (1998), in italiano L’identità: il titolo originale, traducibile come le identità assassine, anticipa la tesi.
Il libro si apre con una domanda che Maalouf si sente rivolgere spesso: si sente più francese o più libanese? La risposta, l’uno e l’altro, riassume il progetto. Ogni persona, argomenta, possiede un’unica identità, plasmata da tutti gli elementi che l’hanno formata (lingua, religione, nazione, professione, famiglia, genere, classe, passioni) secondo un dosaggio particolare che varia da vita a vita. Una configurazione indivisibile, dunque, simile a un’impronta digitale, che si costruisce e si trasforma lungo l’intera esistenza, mentre ogni fotografia ne coglie un istante.
Il secondo movimento della tesi riguarda lo sguardo altrui. Maalouf osserva che l’abitudine di rinchiudere una persona nella sua appartenenza più visibile dipende molto dall’occhio che la guarda: chi si sente minacciato o umiliato in un’appartenenza (la fede, la lingua, la nazione) tende a fare di quella l’intero proprio volto, e a leggere ogni altra presenza attraverso la medesima griglia. Si afferma allora una concezione che Maalouf giudica angusta, esclusiva, bigotta e semplificatrice, la quale riduce l’identità intera a una sola appartenenza proclamata con rabbia. L’appartenenza si fa tribù, e la tribù, convinta di vivere sotto assedio, genera le identità assassine del titolo. Lo sfondo storico è preciso: gli anni novanta delle guerre jugoslave e, prima ancora, il Libano della guerra civile. Un capitolo del libro esamina inoltre l’esperienza delle società arabo-musulmane davanti a una modernità che giunge dall’Occidente.
Il terzo movimento è politico, e prende la forma di una reciprocità. Alle persone che arrivano da altrove Maalouf propone un’adesione piena al paese di approdo; a quel paese chiede, in cambio, parità di trattamento e rispetto per la cultura di origine. In tale scambio la fedeltà alle proprie radici e l’apertura alle radici altrui convivono.
Le opere successive allargano l’orizzonte. Il dissesto del mondo (2009) diagnostica un esaurimento intellettuale e morale delle nostre società; Il naufragio delle civiltà (2019) ripercorre, con affetto per il Levante cosmopolita delle origini, le occasioni di convivenza che il Novecento ha lasciato scivolare.
A favore di Hitchens parlano tre qualità. La prima è la chiarezza: il rasoio offre uno strumento di igiene mentale applicabile a ogni campo, politica inclusa, e ogni persona è in grado di maneggiarlo. La seconda è il coraggio: la difesa di Rushdie, il processo a Kissinger e il ritratto di Madre Teresa mostrano un’indipendenza rara rispetto agli schieramenti. La terza è la coerenza vissuta: la scrittura sulla propria malattia illustra un ateismo praticato nella condizione più esigente.
Le riserve si raccolgono su quattro versanti. Primo, l’estensione: la formula avvelena ogni cosa, sottotitolo dell’edizione statunitense (quella britannica adotta The Case Against Religion), afferma una tesi universale e invita a un’istruttoria rigorosa; applicato a quel sottotitolo, il rasoio chiede riscontri che il libro offre sotto forma di esempi scelti più che di dati sistematici. Secondo, la categoria: la parola religione raccoglie fenomeni di scala e natura molto diverse, dai riti domestici ai papati, dai movimenti di liberazione ai regimi teocratici, e il giudizio sull’insieme rischia di appiattire tale varietà; l’abolizionismo e il movimento americano per i diritti civili, con la loro forte matrice religiosa, richiedono una risposta articolata, che Hitchens fornisce sostenendo la forza autonoma di quegli argomenti morali e ricordando come la Scrittura sia stata citata anche a difesa della schiavitù. Terzo, la psicologia: la lettura virus della credenza ha ricevuto dalla ricerca successiva (Haidt, Wilson, Norenzayan) un contrappeso funzionalista. Quarto, la politica: l’appoggio alla guerra in Iraq ha incrinato, agli occhi di molte persone, la credibilità di un pensiero che si proclamava empirico.
A favore di Maalouf parla anzitutto il linguaggio: offre parole per descrivere la convivenza (appartenenze, reciprocità, sguardo altrui) e smonta con tatto la richiesta di un’appartenenza vera, nascosta sotto tutte le altre. Parla poi la capacità di spiegare il fanatismo come esito di un’umiliazione più che di una dottrina, indicando così leve di intervento che spaziano dalla politica estera alla scuola. Parla infine lo stile: un saggio breve, limpido, scritto da una persona che vive la tesi.
Si possono formulare tre obiezioni plausibili. La prima: il pluralismo descrive con finezza e prescrive con delicatezza, e offre poche leve davanti a chi sceglie l’appartenenza unica con convinzione e potere. La seconda: la teoria dell’identità lascia in ombra la questione della verità, perché due persone possono convivere in pace e restare in disaccordo sull’esistenza di un dio, e su questo punto la lezione di Hitchens conserva valore, dato che una proposizione ammette di essere vera o falsa a prescindere dalle appartenenze di chi la formula. La terza: la reciprocità presuppone una simmetria di potere che la storia offre raramente.
Le due prospettive si lasciano comporre con naturalezza. Hitchens fornisce il metodo: ogni pretesa di verità sottostà all’esame, ogni autorità risponde a domande, ogni dottrina, compresa quella atea, rientra nel perimetro del controllo. Maalouf fornisce la grammatica: ogni persona abita più appartenenze, e il rispetto consiste nel lasciare a ciascuna la sua trama.
La sintesi può chiamarsi secolarismo di persone plurali. Nello spazio pubblico la ragione funge da bene comune: le leggi si discutono con argomenti accessibili a ogni cittadinanza, e le credenze, comprese quelle religiose, vivono in piena libertà nella sfera privata e associativa. Nello spazio personale la pluralità dispiega la propria ricchezza: una persona credente può praticare la scienza, criticare la propria istituzione, coltivare amicizie con persone atee; una persona atea può amare Bach, la King James Bible, una liturgia ortodossa per ragioni estetiche e storiche. Il rasoio di Hitchens trova così un compagno, il rasoio delle appartenenze: il primo vaglia le asserzioni, il secondo vaglia le riduzioni.