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Equilibrio psicofisico
(l'unica destinazione è il viaggio)
Alcuni ricercatori sostengono che la capacità di convivere con la sofferenza sia una difesa funzionale alla sopravvivenza. Una possibilità per cui, ad esempio, la depressione non sia stata eliminata dall’evoluzione è che le persone depresse siano più obiettive di quelle non depresse.
È stato anche osservato come le persone non depresse tendano a distorcere la realtà, a proprio favore ovviamente, in maniera significativamente superiore rispetto alle persone depresse. Ognuno ha un equilibrio proporzionale alle proprie possibilità e la maggior parte di noi non può rinunciare a quote variabili di autoinganni e illusioni per poter sopportare la quotidianità e progettare il futuro.
Un modo per lenire la sofferenza può derivare dal miglioramento dei propri vissuti, ad esempio quando giustifichiamo a noi stessi perché agiamo in un dato modo o abbiamo un determinato stato d’animo. Le interpretazioni che diamo dipendono anche dal nostro passato psicologico. Inoltre, tali idee, teorie e credenze concepite nella nostra mente finiscono, in proporzione variabile, per diventare parte integrante della nostra memoria.
Un equilibrio ottimale tra esperienza e struttura genetica è importante per una buona qualità di vita, nei limiti di ognuno.
L’essere umano di oggi si trova a dover risolvere problemi in numero sempre maggiore (con un cervello sostanzialmente identico a quello dei propri antenati paleolitici). Siamo incapsulati dentro sfere sociali tendenzialmente concentriche. Ora la società è più differenziata e, per essere se stessi, occorre inglobare un maggior numero di tratti d’universalità (condivisi da altri) in un maggior numero di combinazioni, perdendo spesso la sensazione di “controllo” di tutto ciò.
La parola “controllo” esprime un concetto chiave per la psicologia cognitiva. Secondo il cognitivismo, non controllare il proprio ambiente immediato, o pensare di non riuscire a farlo, è deleterio per la salute psichica di esseri umani ed animali. la sensazione di non avere il controllo degli eventi ha un’influenza depressiva sul comportamento e sul vissuto soggettivo.
Altro fattore importante è che ogni società, in virtù della propria esperienza, sviluppa categorie fondamentali per le forme della consapevolezza. Si crea così un filtro socialmente condizionato e nessuna esperienza può giungere alla consapevolezza senza passare da questo filtro, ad esempio: esistono “vissuti” per cui determinate lingue non hanno le parole corrispondenti mentre altre lingue ne hanno diverse a disposizione.
C’è chi parla, inoltre, di “conoscenza inespressa”, intendendo la cognizione o l’esperienza che l’essere umano possiede ma non è in grado di rappresentare esplicitamente. Tale esperienza rimane, spesso, inespressa linguisticamente (oppure lo è in minima parte) ed è irriducibile ad altri tipi di conoscenza.
Va da sé che se non c’è la parola per esprimere una data sensazione, difficilmente questa arriverà alla coscienza. Questo non è che un aspetto del filtraggio svolto da una lingua. Un linguaggio, con le proprie regole, stabilisce sia le modalità del nostro avere esperienze sia quali di queste possano accedere alla coscienza.
E l’equilibrio?
L’organismo biologico tende all’omeòstasi, tende alla (propria) salute. La fiducia in tale tendenza è uno dei presupposti fondamentali per trasformare anche la “sofferenza dell’anima” in risorsa, imparando ad utilizzare al meglio il proprio “equipaggiamento interiore”.
Per quanto riguarda la psicologia, c'è buon accordo nell'intendere il benessere come uno stato di equilibrio tra la persona e le richieste dell'ambiente in cui vive. Per equilibrio si intende una condizione dinamica in continuo riadattamento rispetto al proprio contesto socio culturale; "riadattamento", in questo caso, può essere considerato sinonimo di "riabilitazione"...con l'obiettivo di raggiungere nuovamente e mantenere il miglior livello di vita possibile sul piano psichico.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2017 definisce la riabilitazione come funzionale ad ogni condizione che comprometta la salute della persona, limitandola anche temporaneamente.
La riabilitazione psicologica può comprendere tutte le attività finalizzate alla reintegrazione e al recupero di abilità e competenze che hanno subìto variazioni nel tempo; quando ciò non sia possibile, la riabilitazione psicologica può favorire la costruzione di strategie compensative che valorizzino le risorse dalla persona e ne compensino le fragilità. In psicologia, la salute può essere considerata non come l'assenza totale di malattie ma come uno stato di benessere psicofisico e sociale... nei limiti delle possibilità di ognuno e del contesto di riferimento.
Secondo le neuroscienze il cervello è plastico a qualsiasi età e tale plasticità sì elicita a patto che gli stimoli arrivino in maniera continuativa per almeno un paio di settimane.
Con questi parametri, il concetto di patologia cronica può lasciare spazio al concerto di patologia prolungata; in tal modo, il tempo diventa una variabile fondamentale in psicologia: l'unica costante è il cambiamento e il percorso non è mai lineare. L'dea di patologia prolungata e non più cronica porta ad evitare diagnosi in stile cappello sindromico apparentemente in grado di spiegare qualsiasi manifestazione comportamentale non funzionale o inadeguata rispetto al contesto sociale di riferimento. Implicito è anche il passaggio da "patologia" a "condizione esistenziale"... in possibile costante mutamento.
Un punto di vista interessante è considerare la convergenza di sintomi subsindromici che si riconfigurano nel tempo... e che a volte possono superare la soglia di tolleranza esprimendosi in un disagio che ne raccolga alcuni... Ergo bilanciare l'impatto di tali sintomi subsindromici è funzionale al buon equilibrio della persona.
La riabilitazione, così come la vita stessa, intesa come un processo con l'obiettivo di ottimizzare il proprio equilibrio.