PROGETTO
Creazione di un video con i disegni seguenti e con due alunni/e che dialogano secondo i testi della sceneggiatura.
Effetti sonori e musiche in sottofondo.
Anticamente si pensava che il cuore fosse la sede della memoria.
Il verbo ricordare, (re cor dare) esemplifica ed amplia il significato di quell’antica convinzione perché il ricordo non è più, soltanto, il riportare a mente qualcosa ma anche l’arricchire quella memoria di emozioni.
E infatti, quando ricordiamo qualcosa anche se è accaduta tanto tempo fa riusciamo anche a sentire tutte le vibrazioni che abbiamo associato al quel ricordo
bello o brutto che fosse
infatti. Si può dire che ne manteniamo la memoria
c'è una sottile differenza però: la memoria è capacità di conservare, organizzare e mantenere in vita informazioni, esperienze ed eventi del passato, anche con una dimensione etica di “custodia” del passato
anche con una possibile valenza pubblica, storica
certo, è proprio così per questo sono entrambe importanti. Non abbiamo soltanto il dovere di custodire un ricordo, dobbiamo tornare a riviverne l'emozione
Oggi è il giorno della memoria! Oggi dobbiamo re-cor-dare
non basta, dobbiamo fare di pù, dobbiamo trasformare quelle emozioni in azione, in impegno!
Giusto! Troppo facile esaurire tutto in una semplice giornata in cui si ricorda un numero incredibile di ebrei uccisi
tra il 1941 e il 1945 più di sei milioni! I restanti circa 3,3 milioni di vittime ebraiche perirono in eccidi di massa, nei ghetti, nei campi di lavoro e di concentramento, e nelle marce della morte. Queste stime derivano da analisi rigorose e sono considerate ufficiali dalla comunità storiografica.
E pensare che ci sono ancora quelli che negano che tutto questo sia avvenuto
e quante altre stragi, quanti altri stermini di popolazioni: in armenia, in ruanda, in iraq
a gaza!
Sembra quasi che la storia si ripeta ancora!
Per questo abbiamo il dovere della memoria! Dobbiamo ricordare!
Sapete che anche a Palermo ci sono le pietre di inciampo?
Cosa sono le pietre di inciampo?
Le pietre d’inciampo sono piccoli blocchi di pietra con una piastra di ottone che ricordano, davanti alle case o nei luoghi di lavoro, le vittime delle persecuzioni nazifasciste
Le Pietre d'inciampo sono un invito a inciampare, a fermarsi, a riflettere e a fare memoria
e a Palermo dove si trovano?
Il 22 gennaio 2020 sono state poste le prime due: una in via dei Cantieri (ingresso Fincantieri) in ricordo dell’operaio Liborio Baldanza e la seconda in via Giuseppina Turrisi Colonna, 7 in ricordo della partigiana e insegnante Maria Di Gesù.
In questi giorni, poi, ne sono state poste altre quattro sempre dal Comune di Palermo. In Vicolo Sant’Uffizio in memoria del medico Josef Lewsztein, in via Terrasanta 6 dedicata al carabiniere Calcedonio Giordano poi in via Trapani in memoria del medico ebreo Menase Lucacer e ancora in piazza della Vittoria in ricordo dell’agente di Polizia Annibale Tonelli e infine in via Beati Paoli per ricordare l’antiquario Otto Rosenberg.
Sarebbe bello conoscere la storia di queste persone magari partendo proprio dai luoghi in cui si trovano le pietre d'inciampo
si, perchè è proprio lì che abitavano e che sono cresciute
nella loro città che ha il dovere di custodirne la memoria
ed ecco che il cerchio si chiude!
Eravamo partiti dalla memoria e alla memoria siamo tornati!
Abbiamo ri-cor-dato e... ci siamo emozionati!
Re-cor-dare! Ricorda! Re-cor-dare!
Per non dimenticare mai più!
Pensateci un attimo, avvolte i monumenti più significativi, quelli che ci colpiscono di più, non sono stati enormi o grandi piazze, no, sono piccole tracce, lasciate lì proprio sotto i nostri piedi, raccontano storie che rischiamo di dimenticare ogni giorno, semplicemente camminandoci sopra. E allora, che storia può mai raccontare una singola pietra come questa? Sembra quasi niente, vero? È piccola, quasi nascosta nel celciato di una strada, eppure, credetemi, in questi pochi centimetri quadrati c'è una vita intera, c'è una memoria che aspetta solo di essere ascoltato. Allora, queste sono le pietre di Inciampo, in tedesco la lingua originale del progetto si chiamano Stolperstein, sono esattamente quello che vedete, piccole targhe dottone messe lì nel pavimento proprio davanti all'ultima casa dove ha vissuto una vittima del nazifascismo. L'idea, geniale, è di un artista tedesco, Gunther Demning, lo scopo è semplice ma potentissimo, restituire un nome, un luogo, a chi fu strappato via da casa propria per non tornare mai più. Ok, per capire davvero la forza di questo progetto non c'è modo migliore che partire da una singola pietra, da una singola storia. Ecco, il punto cruciale è proprio questo, il nome, non un numero, non una fredda statistica, un nome. E allora fermiamoci un istante su uno di questi nomi, Liborio Baldanza. La sua è una vita che, in un certo senso, è emblematica, nasce in Sicilia e poi come tanti si trasferisce Wonderful in cerca di lavoro, ma Liborio non era solo un operario, era un comunista, un oppositore del regime, ed è per questo, per le sue azioni e le sue idee che viene arrestato. Guardate la data, 14 marzo 1944. Il motivo? Avere organizzato uno sciopero, da quel momento per lui inizia un vero e proprio calvario, prima la deportazione, e poi, alla fine, l'assassinio, muore durante una di quelle terribili marce della morte, nell'aprile del 1945, a un passo, pensate, dalla liberazione. Ok, adesso proviamo ad allargare lo sguardo, passiamo dal singolo al collettivo, perché la pietra di Liborio Baldanza, ovviamente, non è un caso isolato, anzi, fa parte di qualcosa di molto, molto più grande. E qui, beh, qui abbiamo un'idea dell'estensione del progetto, solo in Sicilia, guardate, le pietre sono sparse ovunque, da Caltanissetta a Marsala, e questo è incredibile, perché non è un monumento unico chiuso in un posto solo, è un archivio diffuso, un memoriale che collega a città grandi e piccoli paesini, creando una vera mappa della memoria. Ma, attenzione, un punto importante. Queste pietre non sono solo oggetti da guardare passivamente, no? Sono molto di più, sono un invito all'azione. E qui, secondo me, sta il cuore di tutto. La memoria non è una cosa vecchia, polverosa, da guardare in un museo dietro un vetro, non è solo una commemorazione una volta l'anno. È, o almeno dovrebbe essere, un impegno civile, attivo, qualcosa che si vive nel presente, però ogni giorno, per le strade, è un esempio perfetto di questo impegno, è il progetto restaurare la memoria, portato avanti dall'Unione Giovanì e Bre d'Italia. L'idea è tanto semplice quanto potente, dei giovani volontari si prendono cura fisicamente di queste pietre, le lucidano, le fanno tornare a brillare, ma non si fermano, li fanno molto di più, fanno ricerche, raccontano le storie che si nascondono dietro ogni nome, e così trasformano un pezzetto di metallo in un presidio vivo di memoria. C'è una frase del rabbino capo di Milano alfonso Arbib che, secondo me, cattura l'essenza di tutto questo in modo perfetto, dice, conoscere la memoria significa questo, conoscere se stessi. In pratica, ricordare le storie degli altri diventa un modo fondamentale per capire chi siamo noi, qual è la nostra identità, la nostra storia collettiva. C'è però una distinzione importante da fare, una sfumatura, direi, che è cruciale per capire fino in fondo la storia che queste pietre ci raccontano. La domanda che dobbiamo porci è questa. Tutte le vittime della deportazione sono state perseguitate per gli stessi motivi? Beh, la risposta, da un punto di vista storico, è no, e ignorare questa differenza significa a piattire tutto, semplificare troppo una realtà che invece era molto complessa. Ed ecco qui la distinzione chiave. Da una parte c'erano i perseguitati per l'essere. Cioè le vittime bree, colpite solo per la loro identità, per qualcosa in cui erano nate che non avevano scelto. Dall'altra parte c'erano i perseguitati per il fare, gli oppositori politici come Liborio Baldanza di cui abbiamo parlato o come l'insegnante partigiana Maria di Gesù. Loro sono stati deportati per le loro scelte, per le loro azioni consapeboli di lotta contro adittatura. Come sottolinea benissimo Giuseppe Vettri che ha studiato a fondo queste storie, il punto non è assolutamente creare una specie di classifica della sofferenza, deportati di serie A e di serie B, per carità. La sua citazione è chiarissima, si tratta di essere accurati storicamente, di rispettare le storie di vita specifiche e le scelte, spesso eroiche, di chi ha deciso di resistere. Ecco, fare queste distinzioni e raccontare queste storie ci porta a una riflessione un po' più ampia. Perché è così importante fare memoria oggi, e perché ricorda una cosa così fragile? Per provare a rispondere ci può aiutare il pensiero di un grande filosofo francese, Paul Riccord. Lui ci dà degli strumenti davvero preziosi per capire il peso, anche etico, della memoria. Allora, secondo Riccord, la memoria è una cosa fragile, può essere manipolata, usata male o peggio ancora può essere dimenticata, ed è per questo che noi abbiamo quello che lui definisce tape un dovere di memoria. In pratica è un debito che abbiamo verso chi è venuto prima di noi, ma è qui c'è il passaggio fondamentale? Questo debito verso il passato non è una cosa che finisce lì, anzi, si trasforma in una responsabilità, una responsabilità attiva per il futuro, perché, che ci piacciono, le nostre storie personali sono sempre intrecciate a quelle degli alti. E così vedete il cerchio si chiude. Torniamo a quel gesto così semplice dei ragazzi del progetto restaurare la memoria. L'atto concreto di pulire una pietra di inciampo diventa la metafora perfetta di questa filosofia. È un modo per onorare quel debito con il passato e nello stesso identico momento per prendersi una responsabilità per il futuro che vogliamo costruire. È tutto questo, alla fine. Ci lascia con una domanda, una riflessione finale per tutti noi. Ogni singolo giorno nelle nostre città noi camminiamo letteralmente sulla storia, e la vera domanda che queste pietre ci fanno è su quali memorie scegliamo di passare oltre, quasi senza vederle, e per quali invece decidiamo di fermarci? Sì.