Il secondo grande gruppo di figure retoriche, oltre quindi a quelle di suono, sono le figure retoriche di significato o sintattiche. Sono quelle figure retoriche che si costruiscono, che il poeta costruisce, attraverso l'ordine delle parole. Spostando le parole all'interno del verso e quindi della frase, secondo un ordine differente da quello che normalmente, quando si scrive, si segue, si determina un effetto di curiosità in chi legge la poesia, che costringe il fruitore della poesia a soffermare la propria attenzione sulle parole. L'obiettivo quindi del poeta rimane quello di utilizzare, in questo caso, le figure retoriche per catturare l'attenzione di chi legge attraverso anche uno strumento che evidenzia il valore di alcune parole. Se il suo obiettivo è, all'interno di un verso di una poesia, soffermare l'attenzione di chi legge la poesia su una determinata parola, deve utilizzare uno stratagemma. Deve utilizzare qualcosa. Le figure retoriche di suono o di significato hanno proprio questo obiettivo: dare al poeta uno strumento per poter catturare l'attenzione su quelle specifiche parole che possiamo definire parole chiave o evocative. Sono parole che hanno questa particolare funzione perché sono capaci di esprimere, per esempio, uno stato d'animo del poeta, oppure sono il cuore di quel verso. A volte può utilizzare l'enjambement, ossia il trasferire o completare il significato di un verso con parole trasferite nel verso successivo. Altre volte può utilizzare figure retoriche di suono che, per potere significare qualcosa, esprimono quel qualcosa attraverso un suono; vedi le onomatopee, per esempio. Altre volte può semplicemente modificare l'ordine delle parole per creare delle connessioni esplosive, possiamo definirle, di significato pieno. Le chiamano figure sintattiche perché cambiano la sintassi, cioè l'ordine della frase o, nel caso della poesia, del verso. Guardiamone alcune.
Per esempio, l'anafora, il cui significato è inversione, invertire la disposizione abituale delle parole. L'esempio: "Gridano i giocatori di tarocchi". In questo caso, il poeta, siccome vuole che la nostra attenzione non sia su queste persone che stanno giocando ai tarocchi, ma sul fatto che stanno gridando, antepone il verbo all'inizio della frase. Anziché dire, come logicamente nella costruzione noi giustamente facciamo, "i giocatori di tarocchi gridano", antepone il verbo e dice "gridano i giocatori di tarocchi". È anomala come costruzione di frase, ma quest'anomalia consente al poeta di dare alla parola, al verbo "gridano", quell'enfasi che lui vuol dare all'interno di quel verso.
Vediamo altre figure retoriche di significato che vengono utilizzate, ce ne sono tante. Il chiasmo, per esempio, non le possiamo vedere tutte adesso, ma dobbiamo vederle man mano che le troviamo nelle frasi. Una figura che viene utilizzata molto spesso è l'antitesi. Cosa è l'antitesi? È quella figura retorica, antitesi vuol dire contrapposizione, è una contrapposizione. Cioè quando vengono messe accanto delle parole che hanno un significato contrapposto. Nell'esempio riportato dal libro, è un verso dell'autore Cesare Pavese. Lui scrive: "Quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla". "Sei la vita" e "sei il nulla" sono due frasi con significato opposto. Quando io dico a qualcuno "sei la vita" vuol dire che sei il tutto per me, c'è una congiunzione e lo scrittore dice "e sei il nulla". "Sei la vita" e "sei il nulla" sono due frasi separate da una "e" che le congiunge, una congiunzione, che messe così vicino danno un senso contrapposto. Sei la vita o sei il nulla. E invece nella poesia questo si può fare. Un'altra poesia che esprime ancora di più questo senso, questa figura retorica, è una poesia di Catullo che si intitola "Odi et Amo". "Ti odio, ti amo. Forse ti chiedi come questo sia possibile? Non lo so, eppure succede." Il poeta inizia la poesia dicendo proprio "Odi et Amo". È un'antitesi, una figura retorica di significato, perché sta affermando due emozioni, due sentimenti che sono contrapposti, che hanno un significato l'uno contrario all'altro. È più facile dire "o mi ami o mi odi", non mi puoi amare e odiare contemporaneamente. Eppure è una sensazione che lui prova e che noi possiamo anche comprendere, perché sarà successo a tutti di provare amore e odio verso qualcuno contemporaneamente. Sembrano due sentimenti che non possano convivere nello stesso identico momento all'interno di una stessa persona, oppure può succedere. Allora il poeta deve avere la possibilità di poterlo esprimere. A lui non interessa comunicarci che odia e ama, ma ci interessa comunicare l'assurdità di un sentimento unico che è l'amore-odio, che è composto da quasi due sentimenti contrapposti. E lui lo fa utilizzando quella figura retorica, in questo caso l'antitesi, che gli dà questa opportunità, quella cioè di esprimere questa sensazione assurda che poi nei versi successivi, lui stesso evidenzia quando dice "forse ti domandi come questo sia possibile? Non lo so, eppure succede". Era una poesia che Catullo rivolgeva ad una donna amata che però non corrispondeva. Un'altra figura retorica di significato molto utilizzata è la numerazione. Cos'è la numerazione? L'enumerazione è un'elencazione. La lista della spesa è un'enumerazione. O mettere in sequenza alcune azioni, alcuni prodotti che dobbiamo comprare. Nel caso della poesia, ogni volta che un poeta mette accanto, enumerando, i sostantivi, crea nel lettore una sensazione di ripetizione, di enumerazione. Ed è per questo che il poeta dà a noi l'effetto di sentire questa ripetizione. Guardiamo l'esempio: "Ho dissipato arte, talento, fantasia, indifferente all'azione, all'opera, al governo. Ho preferito la quiete orizzontale, l'attesa". Vedete, questo poeta dice "ho dissipato", cioè ho perso tempo, ho lasciato andare. Dissipare significa sperperare. "Ho sperperato arte, talento, fantasia". Fa una numerazione delle cose che ha sperperato. L'attenzione, attraverso la enumerazione, paradossalmente la riporta sul verbo "dissipare", perché nel momento in cui si sta autoaccusando di avere sperperato queste che sono delle bellezze, arte, talento, fantasia, quasi si autoaccusa di questa cosa. Il verbo "dissipare" aumenta il suo significato grazie alla figura retorica dell'enumerazione, perché fa l'elenco di tutto ciò che ha dissipato. "Sono stato indifferente all'azione, all'opera, al governo", cioè non ho fatto nulla. L'essere stati indifferenti, che è una condizione grave, viene ancora di più resa grave dalla enumerazione successiva di tutto ciò a cui è stato indifferente. Quindi, l'enumerazione ha questo effetto particolare.
C'è un'altra figura retorica di significato che viene pure molto utilizzata: il climax. Climax che può essere di due tipi: ascendente o discendente. Climax significa scala, è una parola greca, quindi la scala io la posso salire verso l'alto o posso scendere verso il basso. Allora, la climax è molto bella come effetto per l'effetto che rende, perché sarà un particolare tipo di enumerazione, però ha un effetto legato al significato. Guardate la climax, ascendente o discendente. Cioè crea una tensione verso l'alto, oppure da una tensione in atto crea uno sgonfiamento dell'attenzione verso il basso. "Io non ho bisogno che dite solitudine, alta, solenne, immortale, dove più nulla è sogno". Allora questo "alta, solenne, immortale", come vedete, crea una climax ascendente. Lui dice "io non ho bisogno che dite solitudine, alta, solenne e immortale". La climax viene generata da questo mettere una dietro l'altra delle aggettivazioni, degli aggettivi riferiti alla solitudine, di cui paradossalmente io ho bisogno. E per poterla ancora di più enfatizzare, il bisogno della solitudine, il poeta utilizza degli aggettivi belli, imponenti: "solitudine, alta, solenne, immortale". La climax quindi deve essere letta anche bene all'interno di una poesia. Questa era la climax ascendente. Guardiamo, al contrario ora, la climax discendente, quando già io parto da una situazione enfatizzata e devo farla sgonfiare. "Don-don, mi dicono dormi, mi cantano dormi, "Sussurrano 'dormi', bisbigliano 'dormi'. Vedete come uno parte con un respiro pieno e poi, poco a poco, questo 'dormi', questo 'dormi' quasi mi porta veramente ad addormentarmi. Anche questa è una figura retorica molto bella e molto utilizzata all'interno della poesia, perché riesce a dare esattamente quelle caratteristiche che la poesia stessa possiede: quella cioè di sottolineare, di comunicare quello stato d'animo, quella tensione, quella malinconia, quell'emozione che sono la poesia.
Allora, per concludere, le figure retoriche, sia quelle di suono che quelle di significato, sono tantissime. Le studieremo man mano che le incontriamo. L'importante è capire il valore aggiunto che danno alla poesia e proprio per questo vanno studiate, perché anche nel parlare normale le utilizziamo per poter comunicare in maniera più efficace i contenuti che vogliamo esprimere, soprattutto quando si tratta di sentimenti oppure di emozioni."
Le figure retoriche sono un ulteriore strumento a disposizione del poeta per rendere le sue bugie ancora più funzionali allo scopo per cui un poeta scrive una poesia: quello di dare forma alle proprie emozioni. Le figure retoriche non sono uno strumento ad uso esclusivo del poeta, ne facciamo uso quotidianamente, ognuno di noi, nel nostro vivere quotidiano. Ne facciamo uso quando scriviamo, ne fanno uso gli scrittori sia di poesia sia di prosa, ma sicuramente ne facciamo uso normalmente nel nostro modo di parlare. Sono strumenti che però il poeta utilizza in maniera precisa quando ha la necessità di rendere, dal punto di vista stilistico, quindi dello stile, rendere in maniera ancora più pregnante, i termini che, all'interno della poesia, sta utilizzando.
Perché si chiamano figure retoriche? Intanto, retoriche è un aggettivo che ci rimanda immediatamente al sostantivo "retorica". I retori erano delle figure importantissime nell'antichità classica, greca soprattutto, ma anche latina, ed erano gli oratori, cioè coloro che parlavano in pubblico. Avevano anche delle scuole nelle quali insegnavano a chi doveva utilizzare la parola per mestiere, per esempio gli avvocati, per esempio gli uomini politici. Insegnavano loro a parlare, cioè a convincere il proprio pubblico della bontà delle proprie idee, e per poterlo fare, l'oratore doveva imparare a utilizzare termini, esempi, metafore che erano talmente forti da colpire chi li stava ad ascoltare e da convincerli. La retorica era proprio questo. Una delle scuole di retorica più importanti nacque però in Sicilia e fu quella dei sofisti. Uno di questi era Gorgia da Lentini. Lentini è il paese che si trova vicino a Siracusa, e Gorgia era appunto uno di quei filosofi che fondò la scuola dei sofisti, i quali utilizzavano il linguaggio e le tecniche del linguaggio per poter convincere gli altri delle loro idee.
Allora, cosa sono a questo punto, applicate alla poesia, le figure retoriche? Dicevamo, sono degli strumenti che il poeta ha a disposizione. Agiscono su due fronti: il primo fronte è quello del significante, il secondo fronte quello del significato.
Cosa vuol dire il significante? L'elemento musicale e sonoro delle parole, ma anche l'ordine in cui le parole in una poesia vengono disposte. Il significato invece è il senso che quelle stesse parole, all'interno della frase, restituiscono a noi che leggiamo. Quindi, i fronti su cui agiscono le figure retoriche sono il significante, cioè l'uso delle parole e l'ordine in cui queste parole vengono usate, e il significato, ossia il senso che queste stesse parole messe in un determinato ordine danno. Si dividono in due grandi categorie: le figure retoriche del suono, dette anche foniche, cioè del suono, e le figure retoriche del significato, o meglio ancora le figure sintattiche.
Le figure retoriche si dividono in due grandi categorie: foniche e sintattiche. Partiamo dalle foniche, dette anche figure retoriche del suono. Riguardano cioè il suono delle parole. Noi sappiamo che già il poeta agisce sul fronte del suono attraverso, per esempio, le rime, attraverso cioè una scelta di parole che garantisce una unità alla poesia stessa attraverso la sua musicalità. Le figure retoriche di suono sono quelle che, attraverso i suoni, permettono al poeta di aggiungere un significato ulteriore a quella stessa parola.
Facciamo l'esempio di una delle figure retoriche che utilizziamo anche nel vivere quotidiano molto spesso: l'onomatopea. In greco "onoma" o "nomatos" significa nome. Il nostro onomastico lo festeggiamo quando è il santo di cui portiamo il nome. Il nostro onomastico. Onomatopea: nome, "onoma". Poi l'abbiamo già studiato, significa costruire, e allora "onomatopea" è quella parola che, attraverso la riproduzione di un suono, produce un significato. Per esempio, in una bellissima poesia di Pascoli, il poeta, che si intitola "Il tuono", il poeta in 45 versi, più o meno, sono tanti, descrive esclusivamente il tuono riproducendone i rumori con le parole. Rotolò, risonò, rimbombò. Ecco, "rimbombò", parola che lui utilizza nella sua poesia. Il tuono già di per sé contiene al suo interno il "boom" che produce il suono che produce il tuono quando esplode nel cielo. La "r" continuamente ripetuta nella poesia "Il tuono" ci dà quel ruggito del tuono stesso, che è certamente il suono del tuono quando da lontano sentiamo questo rumore che da lontano diventa sempre più forte fino ad esplodere con il "boom" del tuono. E poi c'è l'eco del tuono stesso. Allora, per poter descrivere il tuono, il poeta Pascoli utilizza volutamente questa figura retorica che si chiama allitterazione, cioè la ripetizione della stessa consonante che produce lo stesso suono all'interno di una parola. E poi utilizza il verbo "rotolò", "rimbombò", "rimbombare", come se noi, col dire "bombare", stessimo riproducendo il boom del tuono. Queste parole che producono questi suoni, messe una dietro l'altra in una poesia che si intitola "Il tuono", sono delle figure retoriche attraverso le quali il poeta, con l'onomatopea, non solo ci sta dicendo che cosa è il suono, ma ce lo sta facendo sentire.
Un'altra onomatopea molto utilizzata, per esempio, nel linguaggio fumettistico, è la riproduzione del suono attraverso l'invenzione di una parola. "Bang" riproduce il suono della pistola che spara. All'interno dei fumetti, quando c'è un pistolero, la pistola sparando, l'artista non può fare il suono perché il fumetto è un disegno, però scrive "bang" colpendomi, rimandandomi al suono della pistola. "Bang" è una figura retorica che si chiama onomatopea, riproduce il suono della pistola, per cui io, che leggo "bang", so che quello sta sparando. Molti poeti che si sono occupati di hanno utilizzato queste tipologie di figure retoriche. Sempre Pascoli è uno di questi. Utilizza il suono del verso degli animali per dire gli animali stessi. Nel "Ruscello", dice Pascoli, "c'è un breve gre gre del ranelli", il gracidio delle rane. Nel scrivere la poesia, il gracidio delle rane dice "gre gre". È come quando noi diciamo "pio pio", e tu immagini immediatamente il pulcino. Oppure "bau bau", i bambini iniziano a parlare con le onomatopee. Il gatto "miao" lo chiamano spesso, cioè utilizza nel verso il suono del gatto stesso, il verso del gatto per indicare esattamente quello. Ecco, questo stratagemma, che chiaramente è molto educativo, è una delle figure retoriche più utilizzate nella poesia, figura retorica fonica del suono, proprio perché è chiaro che riproduce un suono.
Quindi abbiamo parlato, per esempio, dell'onomatopea, ma anche dell'allitterazione, cioè la ripetizione di una stessa consonante o vocale all'interno di una poesia, parole che si devono trovare a una distanza breve fra di loro in modo tale che il suono ripetuto si riesca a cogliere. Il "tuono" nella poesia di Pascoli è una poesia fatta prevalentemente con la parola "r", perché "rombare", il modo di dire, è che mi porta, chiaramente esagerando nel dirlo, mi porta a ripetere un suono che sembra un rullare di tamburi. Ed è esattamente quello che è il suono del tuono quando sta per arrivare.
Figure retoriche del suono, abbiamo detto che ce ne sono tante. Stiamo vedendo velocemente queste. Ci sono poi le figure retoriche del significato. Vi leggo velocemente la poesia di Pascoli "Il tuono":
"Nella notte nera come il nulla Un tratto col fragor d'arco di rupe che frana, Il tuono rimbombò, di schianto rimbombò, rimbalzò, arrotolò cupo e tacque. E poi rimane, in Francia e in prova, di soave Allora un canto di madre e il moto di una culla."
Vedete quante r quante ripetizioni chi sta descrivendo l'esatto momento in cui da lontano sentiamo questo rumoreggiare di un suono è la parte iniziale della poesia la gran parte della poesia è tutta sulla descrizione di questo suono di questo sono anche arrivato lontano poco a poco diventa sempre più fragoroso poi come se andassi a sbattere rotolasse indietro è finisse per poi collego che si sente ritornasse e quindi questo suono che fa paura perché il tono fa paura e la parte finale gli ultimi due versi alla poesia soave a (12:52) loro un canto su di di madre e il moto di una culla ci fa comprendere che questo sono con la sua forza è entrato a disturbare la fragile serenità di una casa in cui un bimbo piccolo si è appena tormentato ma si è svegliato per la paura di questo fragore di questo rumore la madre che si alza e delicatamente soavemente inizia a cantare per tranquillizzare il suo bambino che si è svegliata impaurito è il moto di una culla e inizia anche a a muoverlo è una poesia meravigliosa questa perché riesce ad esprimere un evento naturale come il (13:33) suono non soltanto attraverso la descrizione del tuono stesso con il suono che produce ma anche l'effetto che produce di paura in ognuno di noi soprattutto chiaramente in un bambino che si sveglia improvvisamente per per questa paura