da wolf
Cian Bolpìn, cacciato dal castello, era andato errando di qua e di là, finché era giunto a Canazéi, dove una vecchia contadina l'aveva raccolto e tenuto con sé Prima che un anno fosse passato, la vecchia poté servirsi di lui come pastore, e il ragazzo se ne stava da mane a sera, con le capre a lui affidate, nel bosco di Pecedàz. Il suo vigore, la sua agilità crescevano di giorno in giorno; per riprendere le capre smarrite si arrampicava sulle rocce più erte meglio d'uno scoiattolo.
Accadde che il Comune di Canazéi ebbe bisogno d 'un pastore per le sue pecore; e quest'incarico venne affidato a Cian Bolpìn, come un tempo a suo padre. Il Regolàn ( capo del comune) , gli disse:
- Quest'anno le nostre pecore andranno a pascolare sotto il Sass de Saléi e nella VaI Lastìes. Ora le nevi son già sciolte; va lassù per farti un'idea esatta dei luoghi, poi ritorna da me e comincerai il tuo servizio.
La mattina seguente Cian Bolpìn s'incamminò, risalendo il corso del torrente Antermònt. Si trattenne un poco a Mortìz, per vedere alcuni amici; poi proseguì fino all'estremità del bosco, dove cominciano le rocce del Sass de Salèi, e si fermò a guardare la parete che sale a picco sul bosco. In mezzo alle rocce, a grandissima altezza, si apriva un piccolo spazio erboso che sembrava assolutamente inaccessibile. Su questo praticello comparve a un tratto una ragazza vestita d'azzurro, con un fagotto di biancheria fra le braccia. Stese la sua biancheria sull'erba, un pezzo dopo l'altro, e poi scomparve, come se fosse entrata nella montagna attraverso un invisibile passaggio.
Cian Bolpìn fu molto sorpreso di quella inattesa apparizione. Sparita la ragazza, lo prese una curiosità irresistibile di andar a vedere se lassù ci fosse una casa e chi ci abitasse. Si mise in cammino e per sette ore si arrampicò fra le rocce, prima di arrivare alla méta.
Ma ci arrivò alla fine; e allora si accorse con meraviglia che il prato era più grande assai e più bello di quel che non sembrasse visto dal basso. Alcune porte, tagliate con arte nella roccia, erano aperte su corridoi che conducevano nell'interno della montagna.
Mentre Cian Bolpìn si guardava attorno, senza saper che pensare di quelle belle cose, inattese a tale altezza vertiginosa, riapparve la ragazza vestita d'azzurro, che fu più meravigliata di lui nel vederlo lassù.
- Come avete fatto per arrivare fin qui ? gli domandò.
- Sono venuto su per le rocce, rispose Cian Bolpìn, e sono molto contento di vedere il luogo dove abitate, perché mi pare bellissimo.
- Chi siete ? chiese ancora la fanciulla .
- Sono un pastore.
- Fatemi vedere la mano.
Cian Bolpìn tese la mano; la ragazza cominciò a guardare tutti i segni attentamente, e mostrava molto stupore.
- Non mi e mai capitato i vedere una mano come la vostra. È piena di contraddizioni. C'è una linea di volpe e una di cane; ma questa è una linea di principe, ed ecco qui, - esitò un momento perché non poteva credere ai suoi occhi, - ecco una linea di Sole! Non potete capire quanto sia grande la vostra fortuna. Vado subito a chiamare donna Chenina.
- Chi è donna Chenina ? chiese il pastore .
- È la padrona di questo palazzo e di tutta la montagna. Non vuol vedere mai nessuno: ma mi ha detto di chiamarla, se viene un uomo che abbia la linea del Sole, perché quello è predestinato per essere suo sposo.
E vedendo la faccia stupita del giovinetto, la ragazza soggiunse:
- Sarete anche più sorpreso quando vi troverete davanti a donna Chenina, perché è la donna più bella che si possa vedere.
E la ragazza scappò via.
Quando Cian Bolpìn si trovò al cospetto di donna Chenina restò senza parola: tanto grande e meravigliosa era la bellezza di lei. La splendida donna sorrise, vedendo la confusione di Cian Bolpìn; gli diede la mano e lo condusse nel palazzo, invitandolo a rimanere.
C'erano molte cose strane nel palazzo di donna Chenina. Più di tutto piacquero a Cian Bolpìn alcuni grandi - vasi d'argento, riempiti di terra, nei quali crescevano fiori così grandi e di colori così belli, come mai prima d'allora ne aveva veduti. Cosa più strana ancora, si vedevano dappertutto nelle sale buchi larghi e rotondi Cian Bolpìn si domandava a che cosa potessero servire
In un giorno di vento doveva esserci un bel soffiare dentro il palazzo. Ma, curioso a dirsi, non tirava mai vento lassù.
Donna Chenina e Cian Bolpìn si sposarono. « Come m'invidierebbero i miei amici se lo sapessero! » pensava Cian Bolpìn. Quando stava a godersi il sole nel bel praticello verde, e guardava giù nella valle boscosa di Mortìz e nelle verdi campagne di Canazéi, gli tornavano alla mente i tristi tempi della sua prigionia e della sua miseria, e benediceva il caso che l'aveva condotto fino a donna Chenina. Così visse molto tempo felice e tranquillo.
Una notte Cian Bolpìn ebbe un sogno molto strano.
Gli parve di venir investito e travolto da una valanga;
ma ecco, all'improvviso, la valanga si spaccava, donna Chenina appariva e gli dava la mano per trarlo fuori dalla neve. E la neve tutt'intorno si copriva di bellissimi fiori, proprio gli stessi dei vasi d'argento. La mattina, appena svegliato, Cian Bolpìn raccontò il sogno alla moglie, che sapeva molto savia, sperando averne da lei una spiegazione. Ma donna Chenina gli disse soltanto, un po' di cattivo umore:
- Non eri abbastanza ben coperto e hai preso freddo. Farò attenzione che questo non avvenga più, altrimenti ti potresti ammalare.
Poco tempo dopo Cian Bolpìn ebbe un altro sogno simile; e questa volta sentì tanto freddo che si svegliò.
Alla luce della luna che penetrava nella stanza, Cian Bolpìn vide che il letto ov'egli dormiva era un letto di neve.
Non credendo ai suoi occhi, lo toccò con le mani; era proprio neve e pareva caduta di fresco. Ebbe un brivido e fece l'atto di balzarne fuori. Ma in quel momento donna Chenina si svegliò e gli mise una mano sugli occhi , dicendogli :
- Dormi, maritino mio, dormi.
E subito egli cadde in un sonno di piombo.
Quando si destò era giorno chiaro. Raccontò alla moglie la sua strana impressione di quella notte; ma donna Chenina si burlò di lui e volle fargli credere che aveva sognato. Allora Cian Bolpìn capì che in quel palazzo c'erano dei misteri che sua moglie voleva nascondergli; e si promise di non dir più nulla, ma di osservare in silenzio e cercar di capire da sé. Così passò ancora un po' di tempo.
In una notte di luna piena Cian Bolpìn si svegliò con la solita sensazione di freddo, e di nuovo si trovò a giacere sopra un mucchio di neve. Questa volta riuscì ad alzarsi senza far rumore, e a gettare uno sguardo intorno a sé. Dei bei fiori variopinti non c'era più traccia: i vasi d'argento erano pieni di neve e di ghiaccio. A un tratto si sollevò un gran rumore come di vento furioso, che andò sempre crescendo e fece tremare tutto il palazzo.
Ma a questo punto si svegliò anche donna Chenina, disse subito le stesse parole dell'altra notte e anche questa volta Cian Bolpìn si sentì vincere da un sonno irresistibile.
La mattina seguente la stanza degli sposi era calda e tranquilla come sempre, e nei vasi d'argento i fiori d'ogni colore fiorivano più belli che mai. Cian Bolpìn non disse nulla, ma da quel giorno cominciò a provare, nel suo magnifico palazzo, un senso di disagio. Così accadde che rinacquero in lui ricordi da lungo tempo sopiti. E, in una bella sera, nell'ora in cui le ultime luci del tramonto facevano avvampare le pareti del Pordòi, Cian Bolpin sentì una nostalgia così forte, che si decise a dire alla moglie il suo desiderio di scendere a Mortìz e a Canazèi, per rivedere i suoi conoscenti. Donna Chenina ne fu assai sorpresa e rattristata, e tentò di distoglierlo da questo pensiero. Cian Bolpìn non volle insistere per il momento, ma ormai aveva la sua idea fissa, e donna Chenina non tardò ad accorgersene. Intelligente com'era capì che la resistenza era inutile, e che doveva lasciarlo andare.
- lo so perché sei di cattivo umore, gli disse, prendendogli affettuosamente la mano: ti dispiace che io non ti dia nessuna spiegazione sulle cose misteriose che hai osservato qui. Ma credimi, l'ho fatto solo per amor tuo. I segreti della mia casa sono molto semplici; tu ne sei curioso, ma quando saprai di che si tratta sarai deluso.
Ed è questa delusione che volevo risparmiarti. Quanto alla tua discesa nella valle, va pure, se ci tieni tanto. Ti avverto però che non ne avrai un piacere grande, perché le persone che conoscevi sono tutte morte da un pezzo.
Cian Bolpìn fece un viso spaventato e domandò:
- Che cosa è mai accaduto ?
- Nulla è accaduto: ma tu sei stato con me più tempo assai di quel che credi.
Cian Bolpìn disse:
- Son venuto al principio dell'estate; l'estate non è ancora finita, dunque non possono esser passati più di due mesi .
Donna Chenina sorrise :
- Ti sbagli, amico mio. Ogni notte quassù dura nove mesi. Noi dormiamo sempre per tre stagioni e siamo desti solamente d'estate. Ecco perché tu credi che sia sempre la stessa estate.
Cian Bolpìn fu sorpreso altre ogni dire, e cominciò
a comprendere il mistero delle nevi notturne. Ma non per questo abbandonò la sua idea di scendere nella valle.
- Va dunque, gli disse donna Chenina, poiché assolutamente lo vuoi. E prendi questo anello: se non riuscirai a trovar la strada per tornare da me, gettalo in aria, e io ti sarò subito vicina.
Con queste parole lo lasciò andare.
Quando Cian Bolpìn arrivò nella valle, dovette riconoscere che donna Chenina gli aveva detto la verità. Molte cose erano cambiate laggiù: nuove case erano state costruite, gli amici suoi erano scomparsi, i nuovi viventi non lo conoscevano. Solo una vecchietta gli disse che, quando era giovane, aveva sentito raccontare dai vecchi d'allora la storia d'un pastore chiamato Cian Bolpìn, che s'era perduto nella montagna e non era stato più ritrovato malgrado molte ricerche. Questo era il solo ricordo che fosse rimasto di lui. Cian Bolpìn capì che egli era ormai uno straniero fra quella gente e che il meglio che gli restasse da fare era di tornare al più presto da donna Chenina. E riprese la via verso Mortìz.
Per l'appunto era un giorno di festa e a Mortìz s'era radunato un buon numero di giovani; i più erano falciatori e falciatrici che lavoravano al fieno nei prati delle montagne vicine. Quando videro passare Cian Bolpìn lo chiamarono, perché si unisse a loro e restasse quel pomeriggio in loro compagnia. Cian Bolpìn accettò volentieri e, per alcune ore, prese parte ai loro giuochi. In un crocchio di giovanotti si cominciò a parlare di donne. Quelli che avevano una fidanzata, o erano sposati da poco, sostenevano che la loro eletta era la più bella di tutta la valle. La discussione diventò vivace, e qualcuno propose di riunire tutte le loro donne, per decidere insieme quale fosse la più bella. Cominciarono a chiamare le ragazze e a fare delle scommesse. Cian Bolpìn aveva ascoltato in silenzio, e a questo punto si mosse per andarsene. Ma un giovane lo fermò e lo invitò a scommettere anche lui Cian Bolpìn non voleva. L 'altro insistette e gli domandò se non avesse una fidanzata. Cian Bolpìn rispose che era ammogliato da un pezzo. Tutti furono meravigliati.
- Così giovane è già ammogliato! si disse intorno a lui. E gli chiesero dove fosse sua moglie.
- È su quella montagna, rispose Cian Bolpìn, indicando il Sass de Saléi.
- Va a prenderla, proposero parecchi giovani.
- No, no davvero, rispose Cian Bolpìn.
Qualcuno allora disse in tono canzonatorio :
- Si capisce il perché. E tutti risero. Ma Cian Bolpìn li guardò con compassione.
- Povera gente! Ringraziate il cielo se mia moglie non viene, ché tutti perdereste le vostre scommesse.
Non l'avesse mai detto. Tutti, specialmente le fanciulle, cominciarono a dargli sulla voce. Gli davano del vanesio, dello sciocco millantatore, dell'impertinente, del bugiardo. E tanto lo vilipesero e tanto lo stuzzicarono, che alla fine egli perdette la testa e, levatosi l'anello dal dito, lo gettò in aria.
L 'effetto fu immediato: donna Chenina comparve subito accanto a lui, splendente di più che umana bellezza.
Ci fu un momento di stupore. Tutti dimenticarono le scommesse e restarono estatici a guardare la bellissima apparizione .
Ma donna Chenina era molto in collera, e disse severamente a Cian Bolpìn.
- Poiché fai di queste sciocchezze e mi chiami per mettermi in mostra, io mi riprendo l'anello.
E senza dir altro, glielo tolse dal dito e si allontanò.
Cian Bolpìn le corse dietro, ma non riuscì a raggiungerla e in pochi momenti la perse di vista. Allora prese la via del Sass de Salèi, pensando di salire al palazzo per la stessa strada che aveva seguìto la prima volta, molti anni prima. Ma per quanto si provasse non gli riuscì ad arrampicarsi per la difficilissima parete; e dopo molti faticosi e inutili tentativi, si decise a tornar giù e a passare la notte in un tabià {fienile). La mattina dopo ritentò l'ascensione: ma ogni prova fu inutile. Da qualunque parte volesse salire, si trovava sempre davanti a qualche ostacolo insormontabile.
Quando si accorse che la salita era impossibile, decise di abbandonarne l'idea; e cominciò ad andare attorno per boschi e per prati, nella speranza di trovare qualcuno che gli indicasse una via per arrivare al palazzo di donna Chenina. Così fece per parecchi giorni.
Una sera, colto dal temporale sul Costòn de Santaria, si rifugiò in un boschetto di barànce (piccoli pini di alta montagna). Dal suo riparo gli parve di udire alcune voci a poca distanza, e guardandosi attorno finì col vedere, sedute sopra una roccia, tre strane e selvagge figure, circondate di fiammelle verd'azzurrognole che saltellavano loro intorno. Cian Bolpìn pensò che fossero Numes {stregoni) e si affrettò ad allontanarsi per non essere veduto, scendendo per la montagna. Intanto la pioggia veniva giù a torrenti, così che Cian Bolpìn fu costretto a ripararsi sotto la sporgenza di una roccia. Anche questa volta udì parlare vicino a sé. In una spaccatura della roccia, sotto di lui, s'era rifugiato un cacciatore con due cani. I cani mugolavano e ringhiavano e Cian Bolpìn, che da bambino aveva vissuto qualche tempo coi cani e aveva imparato la loro lingua, capiva tutto quel che dicevano. La loro conversazione gli parve interessante, perché comprese subito che parlavano delle tre figure che aveva veduto poco prima: tese l'orecchio per non lasciarsi sfuggire nulla.
- Che tempo da lupi! diceva il cane più vecchio.
Certo i Tarluières sono in giro a quest'ora. Sta attento, vedrai che fra poco brucia qualche cosa.
- Sì, il mio fiuto li sente, rispose il cane giovane;
devono essere proprio vicini.
- Quelli sono fortunati, disse il primo cane; non hanno bisogno di andare come noi zampettando fra i sassi: prendono lo snigolà e volano per l'aria.
- Che cosa è lo snigolà ?
- Non lo sai ? È un mantello grigio che serve a volare. I Tarluières se lo mettono quando vogliono appiccare il fuoco in qualche parte. Se il nostro padrone l'avesse, in un momento potrebbe volare fino a casa e portarci con se.
- E non si potrebbe riuscire a prendere uno di questi preziosi mantelli?
- Gli uomini potrebbero, ma non sanno come si deve fare. Questo sarebbe un momento buono, per esempio. Quando un Tarluièr torna da una delle sue gite per l'aria, si toglie lo snigolà e comincia a raccontare ai compagni che cosa ha incendiato. Allora è facile avvicinarsi pian piano, prendere il mantello e volar via.
« Ho veduto molte cose strane nella mia vita, ma una strana come questa non mi era ancora capitata», pensava Cian Bolpìn.
E decise d'impadronirsi del mantello magico, che gli pareva il solo mezzo per arrivare al palazzo di donna Chenina.
Eccolo di nuovo in cammino verso il luogo dove aveva veduto i tre Tarluières. Era molto buio, il tuono brontolava in lontananza, grossi nuvoloni neri si addensavano sul Larsèc: una vera tempesta era scatenata sul Costòn.
Ma anche al buio Cian Bolpìn riuscì a ritrovare il luogo che cercava. Dei tre compagni ne mancava uno. Arrivò pochi minuti dopo, gettò in un cespuglio il suo mantello, si sedette sulla roccia e raccontò che aveva scagliato un fulmine sul Pian de Ciampedèl e che una casa si era incendiata. Gli altri non furono soddisfatti e sostennero che si doveva cominciare da Penìa. Nacque una discussione vivace e Cian Bolpìn pensò che fosse venuto il momento buono; si avvicinò con precauzione, prese il mantello, se l'avvolse intorno e pensò: « Vorrei essere a Canazèi ». Si sentì portato attraverso l'aria più ratto del fulmine, e in meno che non si dica si trovò a Canazèi.
Cian Bolpìn era felice: appena si fosse fatto giorno sarebbe volato da donna Chenina. Passò la notte in un fienile e al mattino si avvolse nel suo mantello ed espresse il desiderio di essere nel palazzo di donna Chenina: ma questa volta non si mosse neppure di un passo. Ed ebbe un bel ripetere il suo desiderio, era come se i piedi gli si fossero incollati al suolo.
« Il mantello ha perduto il suo potere, o non mi ubbidisce più », pensò Cian Bolpìn.
Per farne la prova, desiderò di essere sulla vetta del Vernèl; immediatamente fu trasportato a volo nel luogo indicato e tornò indietro con la stessa facilità. Fece ancora qualche altro esperimento e presto dové constatare cOn gran disappunto che il mantello fatato poteva portarlo in qualunque luogo, fuor che al palazzo di donna Chenina
Passarono nove mesi In un giorno caldo d'estate, Cian Bolpìn andava camminando per la Ciapiaia, una contrada ombrosa e fresca. Così andando, arrampicandosi di qua e di là, capitò davanti alla tana di una volpe. Tre volpacchiotti gli corsero incontro senza alcun timore. Cian Bolpin scherzò con loro e, pensando che volpi e cani sono stretti parenti, provò a parlar loro nella lingua dei cani.
Infatti lo capirono benissimo e cominciarono subito un animato chiaccherìo. Cian Bolpìn tirò fuori dal sacco a spalla un pezzo di lardo, ne tagliò la cotenna e la gettò ai volpacchiotti, che cominciarono a disputarsela rumorosamente Arrivò la mamma volpe, la quale fu felice di trovar qualcuno con cui poter parlare e che trattasse con tanta gentilezza i suoi piccoli ciocciolòns, com'essa li chiamava. Cian Bolpìn e la volpe cominciarono a chiacchierare amichevolmente. Il sacco era rimasto a terra, aperto: Cian Bolpìn ne tirò fuori lo snigolà e lo mostrò alla volpe, che ne conosceva benissimo il potere.
- Quello che non posso capire, disse Cian Bolpìn, è perché il mantello mi porti in qualunque luogo ad eccezione di quell'unico che mi sta a cuore.
- Come si chiama il luogo dove vuoi andare? chiese la volpe.
- È il palazzo di donna Chenina; il nome del luogo non lo conosco.
- Ecco la ragione, disse la volpe. Lo snigolà porta solamente nei posti dei quali si dice chiaramente il nome.
Di questo son sicura, me l'ha detto un Tarluièr .
- Non avrò pace finché non abbia scoperto questo nome. Tu non lo sai per caso?
La volpe ci pensò un poco e il nome le tornò alla mente. Ma si disse: « Che ragione ho io di aiutare costui? ». E rispose che non lo sapeva.
Ecco dunque il povero Cian Bolpìn mettersi alla ricerca di quel nome, domandandolo a tutte le persone che incontrava sul suo cammino. Ma nessuno glielo sapeva dire.
Un giorno, andando da Mortìz a Pecòl, si trovò a dover traversare il Ru de Jetries, un torrente che scorre profondamente incassato fra le rocce. Giù nel fondo vide muoversi un omettino, che cercava di nascondersi dietro una cascatella. Lo raggiunse e lo riconobbe per un Morchie, cioè un Nano. Ce n'erano molti di questi Nani nei boschi e fra le rocce di qua e di là dal Ru d' Antermònt Cian Bolpìn, che aveva udito parlare della saggezza dei Morchies, pensò di trar partito da quell'incontro fortuito;
gli raccontò la storia dello snigolà e gli chiese se non sapesse il nome del luogo abitato da donna Chenina.
- È strano, rispose il Morchie. Conosco benissimo tutti i luoghi intorno al Ru d' Antermònt e i loro nomi, conosco il Sass de Salèi e il Sass de Pordòi, il Sass Beccè, il Sass de Moles e la Pela de Micèl; so altri ventun nomi della VaI de Lastìes, ma come si chiama il palazzo di pietra di donna Chenina non saprei dirtelo
Cian Bolpìn perdette la sua ultima speranza:
- Se non lo sai tu, non lo saprà nessuno.
- Fa ancora una prova, gli consigliò il Nano dopo aver riflettuto un poco. Aspetta che venga un grosso temporale, e allora di sera, sali sulla Risola; molto probabilmente vedrai salire il Mòrtoj: appena lo vedi, corrigli dietro senza fermarti, e se esso sale per le rocce sali dietro di lui, finché tu non lo veda sparire. Chi sa che in questo modo non arrivi a sapere quel che desideri.
Cian Bolpìn ringraziò il Nano e, animato da nuOva speranza, si mise ad aspettare una notte di temporale.
Finalmente ecco, la sera di una delle più lunghe giornate estive, scatenarsi una tremenda tempesta. I tuoni erano così forti, che pareva che il Sass de Saléi dovesse tutto crollare. Cian Bolpìn, felice, si affrettò verso la Risola, che è il punto di biforcazione della via che conduce a destra al passo di Pordòi e a sinistra al giogo di Sella. Arrivato alla Risola, Cian Bolpìn si fermò, e aspettò sotto la pioggia, nell'oscurità più profonda, l'apparizione del Mòrtoj. Ecco dopo un po' di tempo una forma confusa e rossastra sollevarsi pian piano verso le cime degli alberi. Quando il fantasma fu al disopra del bosco, Cian Bolpìn vide che somigliava a una bena, cioè ad una carrozza a cesta, nella quale si aprivano molti occhi di fuoco.
L 'apparizione cominciò a salire lentamente verso il monte, sempre librandosi al di sopra del bosco, e spalancando verso Cian Bolpìn i suoi occhi fiammeggianti. Ma Cian Bolpìn non si lasciò spaventare e le tenne dietro coraggiosamente. Il peggio fu quando arrivarono alla roccia: la pioggia cadeva a scroscio, l'oscurità era più fitta che mai e solo la debole luce diffusa dal Mòrtoj lasciava intravedere il profilo delle rocce. Era impossibile andare avanti: il fantasma continuò a salire e in breve sparì, e Cian Bolpìn si fermò per aspettare che sorgesse la luna. Al lume della luna poté arrampicarsi ancora fino a una parete di roccia, ripidissima, ma qui si dovette fermare. La tempesta imperversava più violenta che mai; la luna era nascosta fra le nuvole, le rocce battute dalla grandine. Verso l'alba il temporale cominciò a calmarsi, e la prima luce rivelò a Cian Bolpìn che si trovava sulla Costa dal Vent, un luogo molto elevato sulla fronte del Sass del Pordòi.
Arrampicandosi ancora un poco, capitò in una gheba, un ammasso densissimo di nubi, che era rimasto sulla parte della parete rocciosa riparata dal vento. A un tratto scoperse, nelle rocce, una rozza porta di legno, fatta con tronchi d'albero tagliati. Provò ad aprirla; e ci riuscì, ma con grandissimo sforzo, perché era molto pesante. Si trovò in una vasta caverna. Vicino a un focolare era seduta una donna di statura gigantesca, intenta a soffiare nel fuoco, dal quale faceva sollevare un nugolo di scintille. Vedendo entrare Cian Bolpìn si volse e spalancò gli occhi per la meraviglia .
- Che vuoi tu qui, piccolo uomo? Sai che se ti trova mio marito di fa a pezzi?
- Chi è tuo marito? chiese Cian Bolpìn.
- Mio marito è il Gigante delle tempeste. Ha lavorato fuori tutta la notte e ora sta per tornare.
Aveva appena finito di parlare che si udì un fragore d'uragano, come se un ciclone stesse per abbattersi sulla caverna.
- Presto, presto, nasconditi! esclamò la donna.
Cian Bolpìn con un salto fu dietro una catasta di legna; e la donna vi gettò sopra dei panni, per nasconderlo meglio.
Subito dopo il Gigante arrivò. Appena entrato si guardò intorno e disse sospettosamente:
- Sento odore di carne umana. Un uomo è stato qui, e forse c'è ancora.
E poiché la donna, impacciata, non sapeva rispondere, cominciò a rovistare ogni angolo della caverna. Ma, prima d'essere scoperto, Cian Bolpìn saltò fuori e disse:
-- So che sei il Gigante delle tempeste; e siccome anch'io mi trovo molto volentieri in mezzo ai temporali, fra la grandine e la neve, vorrei entrare al tuo servizio.
Il Gigante si mise a ridere rumorosamente, e disse con disprezzo:
- Tu vuoi entrare al mio servizio, povero omiciattolo. Non sai che per lavorare con me bisogna saper volare ?
- lo volo meglio d'un uccello, rispose Cian Bolpìn.
- Quand'è così, disse il Gigante, ti metterò alla prova per vedere di che sei capace.
Cian Bolpìn disse che n'era contento. Si riposarono un poco e poi il Gigante disse :
- Ora scenderemo nel bosco di Mortìz. Gli uomini laggiù sono in lite per una piccola striscia di bosco:
noi l'abbatteremo. Va avanti tu e comincia a lavorare.
Cian Bolpìn tirò fuori dal sacco lo snigolà, se lo mise sulle spalle e volò a Mortìz. Riconosciuta la striscia di bosco che si doveva abbattere, volò d'albero in albero e, afferrandoli per le cime, li strappò tutti uno dopo l'altro. Quel luogo si chiama ancor oggi Pian de Fratàces, cioè Campo degli alberi spezzati.
Quando arrivò il Gigante, trovò fatto anche più di quanto aveva ordinato. Ne fu sorpreso, e non poté nascondere la sua soddisfazione. Tornarono insieme alla caverna, dove la Gigantessa aveva già preparata la cena.
Tutti e tre si sedettero a tavola; il Gigante raccontò alla moglie come si fosse portato bene il suo nuovo aiuto, e poi disse :
- La prossima gita sarà al palazzo di donna Chenina.
lmmaginate il sussulto di gioia di Cian Bolpìn. E immaginate la sua delusione quando il Gigante aggiunse:
- Questa volta non potrò condurre con me il ragazzo.
- Perché domandò la moglie.
- Perché donna Chenina mi ha detto chiaro che ha bisogno di star tranquilla e non vuol vedere gente nuova in casa sua.
La donna allora chiese quale fosse il suo lavoro nel palazzo di donna Chenina.
- C'è molto da fare, rispose il Gigante. Quando arrivo io, il palazzo è pieno di neve e di ghiaccio. A me tocca di far sgelare tutto e badare che le acque scorrano via regolarmente e che la casa intera ritorni asciutta e pulita.
Cian Bolpìn avrebbe voluto far anche lui qualche domanda, ma pensò che fosse più prudente aspettare e tacere. E se ne trovò bene.
Il Gigante disse che era ora di dormire, e indicò a Cian Bolpìn un angolo nel fondo della caverna dove poteva stendersi. Cian Bolpìn si addormentò subito.
Si svegliò ch'era ancora notte. La moglie del Gigante era in piedi accanto a lui, con una fiaccola in mano, e gli diceva :
- Alzati subito e preparati a volar via. Mio marito parte adesso per il palazzo di donna Chenina. Tu attaccati al suo calcagno; egli non si accorgerà di niente e ti porterà con sé. Fa bene attenzione a quel che vedi in questo viaggio e al ritorno mi racconterai tutto.
Cian Bolpìn non se lo fece ripetere due volte. Si alzò, prese lo snigolà e sgattaiolò fuori della porta senza che il Gigante lo vedesse. Quando quegli uscì e prese il volo, Cian Bolpìn si appese al suo tallone e volò via con lui. Poco tempo dopo atterrarono nel prato davanti al palazzo di donna Chenina. Il Gigante entrò per una delle porte, e Cian Bolpìn dietro, in punta di piedi. Il palazzo era pieno di neve, dappertutto c'era un freddo glaciale.
Cian Bolpìn si aprì faticosamente la via attraverso la neve e andò di sala in sala, finché arrivò in quella dove dormiva donna Chenina. Lì si nascose e, tremando di freddo, aspettò il mattino.
Passato un po' di tempo, il freddo cominciò a diminuire, si levò un vento caldo, che andò crescendo fino a diventare fortissimo; soffiando a turbine per tutto il palazzo faceva sollevare un polverìo di neve. La neve cominciò a sciogliersi; le acque raccogliendosi scorrevan via e precipitavano nei fori dei pavimenti; un gran fragore d'acqua scrosciante risonava per tutte le sale e le stanze. Il vento caldo continuava a soffiare, finché tutte le nevi furono sciolte, tutte le acque scolate e l'intero palazzo fu asciutto e pulito. .
Ed ecco, nei bei vasi d'argento i fiori cominciarono a spuntare e ad aprirsi, freschi e variopinti.
Sorgeva il mattino, il vento era cessato e la stanza da letto era diventata tepida e tranquilla; come Cian Bolpìn l'aveva sempre trovata al suo risveglio, in quel tempo felice, nel quale non gli era ancora venuto il pensiero, che ora gli pareva assurdo, di andarsene via e lasciare la sua bellissima sposa.
Mentre andava così ricordando il passato, Cian Bolpìn pensò che fra poco donna Chenina si sarebbe destata.
Allora prese uno dei vasi d'argento, lo pose vicino al letto e tornò a nascondersi Donna Chenina si svegliò, e, vedendo il vaso fiorito, cominciò a parlare fra sé a mezza voce:
- Chi può aver messo questi fiori vicino a me? Son proprio i fiori che più degli altri piacevano a Cian Bolpìn; è strano, mi pare d'avere l'impressione che egli non sia lontano. Povero Cian Bolpìn, che sarà di lui? L 'ho trattato troppo duramente; in verità mi ha fatto andare in collera una volta sola e la sua colpa non era poi molto grave. Gli uomini non possono essere perfetti.. Bisogna che io mandi a cercarlo: certamente da solo non può ritrovare la strada.
A questo punto Cian Bolpin saltò fuori dal suo nascondiglio, esclamando:
- Eccomi, son qui. E ho trovato da solo la strada per tornare da te.
Donna Chenina lo accolse con grande gioia, e, da allora in poi, vissero insieme felici .
spunti di lavoro — 29-mar-2011 7.17.46