Intorno alle 12,30 di Domenica 14 gennaio 1968 una lieve scossa tellurica, non presa in considerazione e forse neppure avvertita dalla maggior parte della popolazione, dà un primo inascoltato avvertimento della tragedia che sta per consumarsi. Una seconda scossa verificatasi verso le 14,30 sorprende la gente ancora a tavola per il pranzo domenicale e comincia a creare moderati motivi di apprensione. I più accorti cominciano a prendere in considerazione l’opportunità di trasferirsi nelle case di campagna per trascorrervi la notte. Alle 17,25 la terra trema ancora. A questo punto la paura ha il sopravvento e, messi in sicurezza gli oggetti di maggior valore, si preparano alcuni beni di prima necessità e comincia l’esodo. Alle 0,35 del 15 successivo una scossa fortissima, interminabile e devastatrice accompagnata da sinistri boati blocca l’ago dei sismografi sul decimo grado della scala Mercalli. Quel cupo rimbombo, quel maligno baluginìo causato dalle alterazioni del campo magnetico terrestre e dai cavi dell’alta tensione che venendo a contatto tra loro o spezzandosi riempivano la notte di misteriose scintille, quel crepitare delle strutture in cemento armato delle abitazioni di più recente costruzione, quel sordo tonfo di calcinacci, soffitti e cornicioni che si staccavano dalle pareti non è stato più dimenticato da chi ha vissuto quei momenti: sembrava veramente l’apocalittico annuncio della fine del mondo. All’alba si comincia ad avere un primo quadro, per quanto necessariamente incompleto, degli effetti materiali della catastrofe. Le abitazioni più vetuste del centro storico, quasi tutte le chiese e gli antichi quartieri del Rabato, della Misericordia e del Carmine, in titolari di strutture architettoniche e di metodologie costruttive più vulnerabili a movimenti ondulatori e sussultori di quella intensità, mostrano laceranti ferite. In realtà, tranne sporadiche eccezioni, non si registrano crolli veri e propri ma in pratica ogni costruzione è stata segnata da crepe più o meno profonde. Qualche coraggioso tenta un sopralluogo nella propria abitazione ma è quasi sempre scoraggiato da un cornicione in equilibrio precario, da una porta che non si apre perché schiacciata dall’architrave, da una scala le cui precarie condizioni di staticità non consentono l’accesso ai piani superiori. Dopo lo sbigottimento iniziale il sindaco Antonino Grillo ed il suo vice Vito Verde dichiarano lo stato di emergenza; ma è obiettivamente quasi impossibile mantenere la necessaria lucidità operativa mentre la terra, ad intervalli frequenti e quasi regolari, continua a tremare. Qualche irriducibile viene fatto sgomberare con la forza dai Vigili Urbani mentre i Vigili del Fuoco e reparti dell’Esercito, intervenuti con buona tempestività, liberano le strade principali bloccate dalle macerie ed abbattono qualche muro particolarmente minaccioso. Intanto si apprende che il cataclisma aveva coinvolto quasi tutti i paesini della Valle del Belice. In alcune città, quali Ghibellina, Salaparuta, Montevago, Santa Margherita Belice, Partanna e Santa Ninfa le conseguenze erano state addirittura tragiche con interi contesti urbani completamente rasi al suolo, con diecine di morti e centinaia di feriti. Col passare dei giorni, pur permanendo una situazione fortemente interlocutoria e di generale, grave disagio, la natura sembra volersi placare. O forse siamo noi che ci andiamo abituando al lieve ma continuo dondolio che culla la terra. Riapre qualche negozio di generi alimentari, i forni che dispongono di gruppi elettrogeni tornano a panificare. Almeno per far fronte agli adempimenti più urgenti anche gli uffici comunali riaprono. Ma alle 11,25 del 25 gennaio un’ennesima, interminabile e veramente apocalittica scossa tellurica toglie ogni residua speranza di potere almeno circoscrivere i danni. Le case di più antica costruzione, già duramente segnate dalle scosse dei giorni precedenti, si afflosciano su se stesse; anche quelle più recenti, non ostante il cemento armato, a questo punto mostrano vistose crepe. Dalla Piazza Libertà un gruppo di frettolosi passanti grida al miracolo quando, dopo avere visto dondolare e sobbalzare le strutture del Castello, sebbene, come in un incubo, avvolto in nuvola di polvere lo rivedono al suo posto di sempre. Macerie, paura, sconforto, inconfessati sentimenti di rabbia, rassegnazione quasi religiosa per un avvenimento così sconcertante e inatteso, per una natura che non sapevamo così ostile, nemica. Solo la neve, da tempo immemore mai così abbondante, nel silenzio ovattato di quelle notti cercava pietosamente di coprire le ferite della nostra terra, delle nostre case, della nostra vita. La popolazione a questo punto ha bisogno di tutto. Come in una gara di solidarietà vengono istituiti centri di distribuzione di generi di prima necessità inviati da ogni dove: generi alimentari, coperte, tende. L’Ospedale Civico, in parte danneggiato e comunque di difficile accesso data la sua ubicazione nel cuore del centro storico, viene trasferito in un prefabbricato in legno e cemento che ospitava il plesso “Cappuccini” della scuola elementare. Gli uffici comunali vengono ospitati in grandi tende allestite in Via Dante Alighieri, nonostante il fango; vengono approntate le prime tendopoli e poi le prime baraccopoli: effimeri ricoveri di pochi metri quadrati in ogni caso assai agognati perché avevano almeno il pregio di coprirci con un tetto per ripararci dalla pioggia senza il terrore che tutto da un momento all’altro potesse crollare sulle persone a noi care. E, del resto, alternativa a simili rifugi erano alcuni vagoni ferroviari approntati dal Ministero dei Trasporti nella stazione ferroviaria oppure dormire seduti o al massimo sdraiati dentro la propria automobile. In quei momenti in cui ogni sentimento, nel bene e nel male, veniva sollecitato ai massimi livelli non sarebbe stato possibile cercare di risolvere solo i problemi esistenziali del singolo; bisognava pensare anche alle radici comuni alla nostra cultura, alle nostre tradizioni religiose. Così un gruppo di benemeriti composto da gente comune, da operai, contadini e studenti, consapevoli di mettere in pericolo la personale incolumità, a più riprese penetrava all’interno delle instabili strutture della Chiesa Madre riuscendo a portare in salvo l’archivio della Parrocchia, le edizioni a stampa del ‘500 e del ‘600 ma, soprattutto, la statua lignea del Bagnasco raffigurante la nostra Immacolata, il simulacro del nostro Santo Patrono, San Nicola, la grande tela dello Smeriglio raffigurante la Madonna degli Angeli, la Madonna della Candelora, il Fonte Battesimale ed il San Giuliano dei Gagini, la Croce processinale d’argento cesellata nel 1386 da Giovanni De Cionis e molte altre opere di pregio che furono momentaneamente depositate presso la Casa di Riposo “S. Gaetano” ubicata in Contrada Gorgazzo. Purtroppo perduti, invece, il settecentesco coro ligneo ed il pulpito intagliati da Bernardo Restelli nonché il monumentale organo seicentesco. La mano improvvida dell’uomo, completando l’opera di distruzione che nemmeno il terremoto aveva osato, faceva abbattere il frontespizio ed altre strutture della chiesa prima che si potesse provvedere a mettere al sicuro almeno questi veri capolavori. I simulacri dell’Immacolata e di San Nicola, portati con la massima devozione in processione non solo in tutti i quartieri della città ma persino nelle campagne, assieme ai primi tepori primaverili, chiudevano uno dei più dolorosi capitoli della nostra storia e tornavano ad infondere qualche timida speranza per il futuro. Ma ormai in pochi attimi il sisma aveva vanificato tutto ciò che a partire dal primo dopo guerra era stato costruito ed i fondi a più riprese stanziati dallo Stato sono valsi a rimarginare solo una parte delle ferite in quanto una vera e propria ricostruzione non è mai stata compiuta ed oramai forse non lo sarà più.