4. Giacobbe e Isaia


I campi della coscienza in Giacobbe e Isaia


Giacobbe e Isaia rappresentano gli spazi organizzativi della mente umana, intesi come i luoghi della consapevolezza/inconsapevolezza del sé, del mondo, di Dio che danno lo spazio-tempo alla struttura complessa del pensiero. Vista, questa, come un frattale, a spugna, fatto di creste, gli accaduti o gli attuati e di nicchie, gli attesi. La struttura assume, così, una forma di pieno/vuoto. In tali spazi di chiaro-scuro si attivano/disattivano i lampi-quanti informativi che creano le consapevolezze intorno alla vita.

La struttura del pensiero è anch’essa un’organizzazione spazio-temporale, così come lo è quella di una stella o di un fiore. Nel gioco di attivazione delle idee-informazioni entrano sia i piani dei costruiti, come l’insieme delle realizzazioni storico-vitali passate; sia i piani degli immaginati e non ancora attuati, i futuri possibili. Per cui la conoscenza va vista come una fitta rete di legami tra i fatti e le immaginazioni. In tale dialogica immagine-azione-emozione costante l’uomo si pone come il secondo giocatore della dinamica storica, esercitando appieno la sua capacità decisionale.

Le decisioni non sempre risultano chiare e facili da prendere, per cui l’andamento dei flussi di azione si pone con un’alternanza di accelerazioni, stalli, decelerazioni. Le tre fasi creano le sincronie/disincronie storiche tra gli individui e per riflesso tra le società. Dalle differenti andature nascono i dualismi di crescite umane e sociali, per cui le diversità sono il risultato di organizzazioni differenti di pensieri, poiché è bene ricordare che noi siamo il nostro cervello-mente.

L’organizzazione del pensiero è differente da quella del cervello, che si presenta come il contenitore del pensiero [Colamonico, A. 2002]. Visualizzare la struttura della realtà in un sistema di contenuto/contenitore, permette di definire le relazioni di dipendenza e nel contempo di indipendenza:
  •  il cervello è il contenitore del pensiero, questo è contenitore, a sua volta, della memoria che produce i quanti-luce informativi della coscienza, la quale si pone come un sotto insieme.

Lo studio sull’organizzazione del cervello, può dire poco sull’organizzazione del pensiero, essendo due ordini spazio-temporali differenti, come lo possono essere l’acquedotto e l’acqua. Il cervello, oggi, è campo d’indagine delle neuroscienze, che stanno portando alla studio meccanicistico del suo funzionamento [De Bono, E. 2002]:

  • Ma il sapere come il cervello trasmetta le informazioni, nel fitto gioco di neuroni e sinapsi, non fa comprendere l’acquisto/perdita di forma di un’idea o un’emozione, le quali si organizzano in un concetto o in un sentimento e da questi, in una teoria o in una passione.

Si può ben comprendere che si è su due differenti livelli d’insieme:

  • il cervello è il fuori, il pensiero è il dentro della spugna storica che chiamiamo mente.

Il cervello è la parte visibile e pertanto facile, con buoni strumenti, da isolare e analizzare. Il pensiero quella invisibile, ma ciò non significa che non si possano disegnare le strutture e le dinamiche che danno la forma al pensiero.

Biostoria non indaga la cellula neurale in sé con i luoghi attivati alla visione o all’ascolto; non s’interessa della macchina biofisica, anche se riconosce lo stretto legame che intercorre tra il cervello e il pensiero per una buona o cattiva produzione di idee-emozioni.

Aree dell’indagine biostorica sono i modi con cui prendono corpoi i sentimenti e le ragioni che fanno da input all’azione, al fine di sviluppare una pedagogia della mente [Colamonico, A. 2006 (b)] che aiuti il soggetto, a sapersi auto-organizzare per salvaguardare e affermare la personale libertà di pensiero e di azione. Imparare, dunque, ad entrare nella logica di produzione delle proprie idee ed emozioni, per saper comprendere e visualizzare quei sentimenti o quelle ragioni che fanno da sfondo alla costruzione della sua rete storica; rete da cui prendono lo spazio gli eventi, in tempo presente.

L’obiettivo è quello di portare ad una geografia del processo di conoscenza, quale mappatura complessa degli stati della coscienza, che si struttura intorno all’io, al mondo, a Dio, per imparare ad implementare gli spazi vitali o sintropici e inibire quelli mortali o entropici.

Entropia/sintropiaii sono i due poli a cui tende la vita. L’uomo con un gioco neghentropicoiii che si chiama conoscenza, può amplificare gli stati di malessere o viceversa quelli di benessere. In tale gioco egli apprende a vivere e comprende il significato del suo essere nel mondo, dando senso-direzione alla sua vita.

Mi piace ricordare la definizione che mi fu data, nel gennaio 2003, dal mio professore di storia e italiano, Antonio Lozito, che si dichiarava un contadino poeta, meridionalista, aspirante dottore, infatti alla soglia della pensione si era iscritto a medicina, per soddisfare un suo sogno nel cassetto. Egli scrivendo un commento, intorno a biostoria, sottolineò come avessi dato corpo con le mie carte-mappe ad un mondo prima invisibile:

“Si direbbe quasi che una mano invisibile ti indichi la via d’uscita dal labirinto, reggendo tra le mani della mente il filo di Arianna, il bandolo della matassa dell’Essere”.

Credo che egli abbia colto pienamente l’emozione da me provata, quando nel 1987 iniziai a visualizzare e a disegnare le carte di biostoria. Fu come se, di colpo, si fosse squarciato un velo, i miei occhi erano in grado di vedere i quanti informativi che si intessevano nei tessuti di significati-azioni-intenzioni-aspettative, su più livelli.

Da tale consapevolezza è nato il mio impegno pedagogico di trasferire nei ragazzi simile abilità di lettura, come garanzia a difesa della personale libertà di coscienza, in un’epoca di grande seduzione e manipolazione delle menti. Mi piace ricordare, a tale proposito, quel passo del Siracide che parla di un giardiniere che costruisce un canale per portare l’acqua alla sua aiuola, per ristorarla.

Di colpo il canale diventò un fiume e poi il fiume, un mare. Così come quel giardiniere, ho iniziato questo gioco di riflessioni sul significato storico, come un modo per coltivare le menti degli allievi della mia classe e oggi mi ritrovo a scrivere, immaginando le generazione future.

Proprio in tale dimensione o meglio dilatazione della coscienza, direbbe Sant’Agostino [1984], dal presente al passato-futuro, l’azione a tempo 0, assume significato storico e si pone come ponte di umanità.

Un’azione senza storia è semplicemente follia [Baudrillard, J. 1993]. Follia, ben inteso, per l’occhio lettore-osservatore che non sa leggere, ma non della vita.  Ogni evento, anche il più irrazionale, contiene in sé un filo nascosto che lo lega al suo piano di passato e lo proietta in quello di futuro. Isolare quel filo è compito dello storico che è in ogni uomo, perciò rintracciando quel filo di significato, si possono disegnare, azione per azione, le dinamiche evolutive a breve, medio e lungo termine.

In tali giochi di lettura si possono visualizzare i ribaltamenti di significati che vanno ad inficiare le portate storiche. Quello che con una lettura miope potrebbe risultare utile, con una lungimirante, inutile e quindi una perdita di tempo:


  • Imparare a gestire il tempo equivale ad imparare a vivere.

L’obiettivo dell’indagine biostorica è portare ad un’economia di tempo, partendo dal presupposto che l’uomo è uno spazio che consuma il tempo; tempo che è limitato, finito: Imparare a gestire il tempo è la Conoscenza.

Superare, quindi, le strettoie di una Economia di Mercato, che fa essere semplici consumatori del tempo, si pensi alle mode che nascono e impongono modelli di vita lontani dai reali bisogni, con una Economia della Conoscenza che porterà ad essere ideatori di strategie per implementare il tempo.


La chiarezza intorno alla costruzione dell’azione implica il velocizzare le dinamiche decisionali e di riflesso economiche, politiche, etiche, private e sociali. Lo studio della geografia della mente ha come obiettivo l’accelerazione del processo di acquisizione delle informazioni per una gestione più consapevole e funzionale alla vita.

Biostoria si pone come la scienza & metodo della dinamica della vita, intesa a livello cosmico.

Per questo è scienza delle scienze, cioè meta-conoscenza che dà significato storico ad ogni singolo indirizzo scientifico, quale produzione di significati disciplinari e ad ogni singola vita; appaia, questa, come il semplice fiore o la laboriosa formica o la trasparente conchiglia o il sorriso di un bambino che contempla un arcobaleno che si affaccia tra due nuvole.



" ... La felicità è come un chicco di melograno,
Spesso così piccola da essere invisibile
all'occhio che non riesce a guardare lontano
al di là del canto, delle stelle e del proprio cortile ..."

Hamid Misk














Perché Giacobbe?


Giacobbe, gemello di Esaù, rappresenta quella capacità topica/atopica della mente che fa ruotare l’occhio dall’io al tu e dal tu all’io. La sua condizione di gemello lo porta sin da subito a vedere con questa dualità che gli permette di costruire le differenze di valore tra il e il fuori di sé. Sviluppa così un’arguzia che gli permetterà di visualizzare le dinamiche storiche, tanto da giocare d’anticipo, usurpando la primogenitura al fratello per un piatto di lenticchie. Ma la sua arguzia diventerà astuzia con la complicità della madre che lo spingerà a vestire gli abiti e la pelle di Esaù, per strappare la benedizione.Egli rappresenta quel lato oscuro della mente che di fronte al corso naturale degli eventi, decide di dare una dritta di direzione, per un preciso tornaconto. Sono quegli interventi attuati, per amplificare le possibilità di ricaduta degli eventi, partendo da un’attribuzione di un valore meno al tu che è di fronte. Azioni devianti che una volta attuatesi e poi scoperte come inghippi, allontanano, piuttosto che avvicinare, la realtà attesa. Possiamo definirle come una strada asfaltata che si perde in un viottolo tortuoso di montagna. Egli, infatti è costretto a migrare e quella benedizione diviene la sua maledizione. Subisce a sua volta l’inganno da parte del suocero che gli farà trovare nel talamo nuziale la sorella della donna amata.


In Giacobbe si ritrovano i comportamenti tipici delle grettezze relazionali. Egli non uccide Esaù, ma è come se lo annullasse, scolorasse, proiettandolo lontano da sé. Avendo forzato la mano agli eventi, egli diviene a sua volta l’escluso. Esaù l’incluso, non per le qualità di merito, ma solo perché vittima del suo raggiro. Il suo esilio si completerà, solo, dopo aver ottenuto il perdono. Molti rapporti familiari sono organizzati su tale dualità che porta ad assumere, tra i fratelli, i due ruoli di vittima/carnefice:

  • di chi si colora/scolorando e chi si scolora/colorando.

In ogni relazione comunicativa si può cogliere un filo duale di quasi follia che fa svolgere i due ruoli con un muto accordo. Ma non solo, anche nei rapporti di lavoro, quando ci si vede scavalcare da un collega che vestitosi delle nostre idee, si pavoneggia, eclissandoci agli occhi del dirigente.

L’organizzazione di simili dinamiche ambigue è fortemente deleteria, per entrambi i soggetti emittente/destinatario della comunicazione che vedranno ampliarsi l’area dell’incomprensione e, nella loro mente, allargarsi gli spazi di vuoto di spugna, come zona latente, di ciò che avrebbe potuto essere e non si è compiuto, ciò che si sarebbe auspicato e non è stato: http://www.yogajournal.it/joomla/images/stories/BENESSERE/Elisir_di_giovinezza_2.jpg

  • I vuoti di spugna segnano le nostre vite come bisturi, dando corpo alle nostre ansie, delusioni, dolori, scoramenti del cuore.

La costruzione del pensiero è una elaborazione di spazi pieni/vuoti
che parte da un quasi nulla, il quanto informativo primo, quale anelito, nodo 0 d'informazione, che dà il all’organizzazione dell’eco storico. La struttura prende la forma complessa di un uno-tutto, quale frattale a spugna, che si auto-organizza su tre campi-rami distinti, a differenti crescite, che danno una forma a creste-chioma di differente apertura dell’insieme:

  • L’io come luogo topico del sé.

  • Il non io, come luogo atopico del fuori di sé.

  • Dio come il luogo utopico dell’oltre la linea di finito che si definisce infinito.

I tre spazi, come tre rami di un albero, danno luogo alle chiome di idee-emozioni che portano a creare il campo di coltura delle motivazioni di azioni. La chioma, anch’essa una struttura a spugna, può esaltare/inibire o l’una o l’altra o tutte e tre, insieme, le linee evolutive.

Le differenti costruzioni danno luogo alle diverse personalità, ai ineguali modi di tendere alla vita. Il tendere è funzionale alla direzione della freccia del tempo che procede verso il futuro [Prigogine, I. 1989]. Giacobbe ha sviluppato in sé, una dialogica topica-atopica che lo porta a rovesciare l’occhio di lettura tra l’io/tu e a visualizzare gli effetti differenti di ricaduta di evento tra lui ed Esaù. Nasce da tale gioco io/tu la costruzione della sua azione.

Ma cercando di chiarire meglio si provi a riflettere sulle due dimensioni topica-atopica di elaborazione della coscienza.



Lo spazio topico: il campo dell’io


Dal greco topos (= in luogo), lo spazio topico rappresenta l’elaborazione della coscienza intorno all’io, che permette la consapevolezza della permanenza nello spazio-tempo dell’individuo, nonostante il variare del tempo-spazio.

I due nodi-chiave intorno a cui si va ad elaborare la coscienza sono la permanenza e il mutamento:

  • sono un essere che permane pur nel mutare del tempo!

L’elaborazione del sé, con l’affermazione, io-sono, occupo un luogo, consumo un tempo, è basilare nella costruzione della coscienza che fa da sfondo alla dinamica dialogica della vita. Se non si elaborasse la visione del sé, non si potrebbe attuare il processo di appropriazione del campo-habitat.

Appropriare equivale a fare proprio, come capacità a traslare il fuori nel dentro e viceversa il dentro nel fuori. In tale linea-confine del ribaltamento passa l’informazione tra l’io e il tu; per cui l’io si costruisce come identità-soggettiva, il campo tu come realtà-oggettiva.

La linea del confine, quale scarto spazio-temporale che fa dell’io un diverso dal tu, è il luogo dell’incognita che permette, nonostante il vuoto d’informazione, di transitare oltre l’io nel campo:
  • Camminare, ridere, sognare, mangiare, parlare, lavorare, odorare sono possibili solo perché l’io, con un processo auto-referenziale d’esplorazione, si è isolato dal campo, elaborando la visione di sé, come un diverso dal fuori di sé.
Cercando di rendere meno oscuro il giro di parole, il soggetto osservatore-attore-abitante nel momento in cui prende consapevolezza di essere una realtà a sé stante dalla madre, padre, fratelli, sedia, culla, braccia, biberon… inizia a tessere la consapevolezza del suo essere nel mondo [Piaget, J. 1968].

Il processo permette la costruzione di una fitta rete di informazioni intorno al sé che costituisce l’eco storico o campo della memoria [Colamonico, A. 1993] in cui si andrà nel tempo ad attingere informazioni per la formulazione delle risposte alla vita.

Lo spazio-idea di sé fa identificare con il proprio nome. Nell’identificarsi il bambino si pone come esploratore del mondo ed inizia a misurare la realtà.
Dall’osservazione del mondo, subito si passa alla nomenclatura del mondo, non è un caso che i bambini, imparando il proprio nome, finiscano col dare il nome alle cose. Tale processo di storicizzazione si inizia a manifestare intorno ai cinque mesi. La nomenclatura si annoda con l’ideazione, che fa di quel nome un’immagine:

Studio sul Toro

A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino. P. Picasso

  • bellissimo lo studio di Pablo Picasso che partendo dal disegno di un toro, cercò di ripercorrerne l’iter di acquisizione dell’idea e lo riprodusse tante volte, spogliandolo, ogni volta, di porzioni d’immagine, fino ad arrivare all’essenza dell’idea, fatta da uno schizzo, simile a quello di un bambino.

Ogni individuo deposita nella mente l’informazione di una forma-idea che equivale ad un oggetto di realtà. L’idea come visualizzazione interna del mondo [Maturana, H. 1993], si accompagna ad una sensazione di valore che fa dare i più e i meno ( + o -) alla vita.

Importante è sottolineare che la realtà percepita dall’uomo, è filtrata dalla stessa capacità mentale del suo cervello che, proiettando giochi di spazi, dà forma alla stessa realtà:
  • un occhio di gatto vede un mondo bianco e nero; uno di rana a due dimensioni, per cui non coglie la profondità; un occhio di uomo vede una realtà tridimensionale a scala cromatica meno ampia, di quella di un una rondine; una mosca una realtà divisa e destrutturata in tante porzioni.

Gli studi sull’occhio [Hubel, D. H. 1989] stanno evidenziando come ogni tipologia di occhio-mente, permetta la visione di una forma differente del medesimo spazio [Banchoff, T. F. 1993], la differenza conferma il come la realtà sia un quid che è oltre il soggetto osservatore.


Il processo di appropriazione della realtà, come elaborazione di una fitta rete informativa, si può sintetizzare in quattro azioni basilari, interconnesse e intercomunicanti:

  • L’osservazione (azione dell’osservare), per isolare delle parti di realtà che si presentano, inizialmente, all’occhio lettore come un tutto, senza forma-identità. Da ciò nascono i dentro/fuori dell’uno-tutto. Isolando, si scinde e si distingue ciò che è isolato, da ciò che è scartato. Lo scartato, come quello che è posto a margine, diviene la zona d’ombra; mentre il selezionato, la zona luce. Si pensi ad un osservatore che entrando in una stanza piena di cose, volga lo sguardo su alcuni oggetti che subito cattureranno la sua attenzione, assumendo uno posizione di primo piano; mentre altri resteranno fuori dal campo di attenzione, come se non esistessero. Ombra/luce sono i due vincoli da cui prende forma la realtà, nell’occhio-mente osservatore.

  • La nomenclazione (azione del nominare), è l’attribuzione di un nome all’isolato che permette d’identificarlo, di catalogarlo, di attribuirgli delle proprietà e di memorizzarlo, come un uno che si distingue da un tutto. Si pensi ad un alunno di una classe, ad una stella del firmamento, alla marca di un’auto, al giocatore di una squadra di calcio, ad un gusto di gelato. Nell’istante in cui si attribuisce il nome, Giulio, Polare, Focus, Del Piero, nocciola, questi assumono una identità che li rende noti. Il notare nasce da un nominare, ad esempio in un’equazione la lettera x indica usualmente una quantità sconosciutaiv che prende nome-valore solo alla fine dell’esercizio.

  • L’ideazione (azione dell’ideare), è la costruzione, intorno al nome, di un’immagine-forma di realtà che una volta depositata nella memoria, permette con un lampo di luce, di ripensare all’isolato anche in assenza. Se dico nuvola, immediatamente si apre un’immagine che dà la visione della nuvola, anche se è notte e non si vedono le nuvole. L’immagine-idea permette di riconoscere le proprietà degli oggetti similari, nei nuovi campi d’osservazione, producendo un’economia di tempo. Non si può ricominciare sempre da capo nel processo di appropriazione della realtà. Una volta dato il nome e presa la forma, l’informazione smette di essere un quid sconosciuto e diviene un’acquisizione che è memorizzata. Nella Società della Conoscenza, le nuove scale di misura della povertà/ricchezza tra gli uomini non saranno fatte più di quantità/qualità di terre che ponevano il dualismo latifondisti/contadini del Sistema Agricolo; neppure di materie prime e fabbriche con il bipolarismo capitalisti/proletari del Sistema Industriale; bensì di stati e di stadi di apprendimenti. La ricchezza/povertà cognitiva, in un futuro prossimo, sarà alla base delle differenze socio-economiche tra gli individui e tra gli Stati. La Conoscenza come gestione del tempo è la risorsa più preziosa della nuova Era della Globalità, in cui le dinamiche si evolvono in nanosecondi e si assiste al crollo del tempo di trasmissione nella comunicazione, si pensi al clic che fa partire una e-mail che segna un contatto, a tempo reale, con l’altro capo del mondo.

  • La sensazione (azione del sentire) è l’emozione che permette di sviluppare intorno all’immagine elaborata un giudizio di valore, che ad ogni nuova insorgenza dell’idea fa scattare il lampo emotivo, da cui nasceranno i si e i no alla vita. Ogni idea si veste di un guizzo emozionale, che è depositato, insieme alla visione, nella memoria, come un sentimento (+ o -) che permetterà, per un’economia di spesa, di facilitare l’indirizzo-direzione che dovranno prendere le linee di futuro, in funzione di una sensazione piacevole o sgradevole registrata al momento dell’acquisizione. Si pensi alle sensazioni di amaro, dolce, acre, liscio, lucido, ruvido, caldo, freddo che si accompagnano agli osservati, ad esempio limone/acre, zucchero/dolce, ferro da stiro/caldo. Nascono così le associazioni di nome-visione-emozione, che facilitano le prese di posizione nei confronti degli eventi. Lavorare sulla memoria nei bambini, ad esempio, significa fare cambiare l’emozione che fa dire no alla verdura e si alla cioccolata. Il si e il no si pongono in relazione ai paradigmi elaborati [Colamonico, A. 2006 (a)]. Il cambio del paradigma, presuppone il crollo dell’emozione che fa da ostacolo alla scelta di un’azione.






Il discorso sui paradigmi è della massima importanza in un’epoca di seduzione, in quanto sono essi che determinano le durate o le permanenze e i salti o i cambiamenti storici; si pensi agli studi sulle mode nel marketing per far nascere i bisogni nuovi, nella Società del Consumismo.

Imparare a ragionare sui paradigmi, diviene un metodo per rafforzare l’esercizio della libertà nell’individuo, attrezzandolo di capacità dialogica, come logica a due fasi di emozioni-ideazioni. Le due fasi aprono a due modi differenti di attribuzione di significato, che allargano e dilatano la capacità del pensiero, come il fiocco di neve. Un pensiero dilatato a più significati, sarà in grado di cogliere le variazioni d’indirizzo nelle comunicazioni. L’indirizzo è dato dalla scala di valore su cui si sta operando, una volta compresa la scala di attribuzione del significato, diviene più facile dare una risposta storica che è del destinatario e non il risultato di una macchinazione dell’emittente.

Le quattro azioni di apprendimento elencate, interessano le due aree del cervello, essendo le prime tre l’area del pensiero critico; l’ultima quella del pensiero emotivo. Si può notare come la produzione di immagini sia fondamentale nella conoscenza. Se non si producono le forme mentali di realtà non può avvenire l’appropriazione del mondo [Putnam, H. 1993], così se non si acquisiscono i nomi e le sensazioni. Lo studio dei glossari è fondamentale in tale processo, come pure il coltivare l’interesse, quale spazio emotivo intorno alle cose, è un rafforzare l’apprendimento.


Se la costruzione del pensiero è l’organizzazione dei campi di realtà, l’idea e il sentimento intorno all’idea, sono l’una il rovescio dell’altro. Per cui non esiste il dualismo mente-cuore, ma la dialogica mente/cuore che perturbandosi si implementano e si annodano l’uno nell’altra, vincolandosi fino a quasi coincidere [Colamonico, A. 1992].

Questo spiega le smorfie con cui si accompagna il dire, smorfie che svelano, a chi è di fronte, il sentire intorno al dire. Di qui l’importanza di una coerenza nel comunicare. Le comunicazioni verbali dovranno essere chiare e in linea con quelle non verbali, ma per esserlo, i detti dovranno essere in linea con i pensati e le relative intenzioni. Le ambiguità nascono quando ciò che si vuole, non corrisponde a ciò che si dice. Di qui prendono spazio le diffidenze e le distanze tra l’emittente e il destinatario della comunicazione storica.

Chi è di fronte, destinatario del messaggio, recepisce sia i detti e sia i pensati che, se sono coerenti, creano un’informazione chiara; se incoerenti, perché non corrispondenti, un’informazione oscura. Proprio tramite la mimica facciale, nel rispondere, il destinatario si adegua, non alle parole, bensì agli stati emotivi. Le incongruenze tra i detti e i pensati rendono l’emittente antipatico (come Caino) al mondo, poiché questo non ama gli inganni e le manipolazioni di realtà.

L’incongruenza parte da una incapacità decisionale, fatta non da un si o un no alla vita, ma da un ni, in cui due opposte visioni o intenzioni o scopi restano su un medesimo livello di valore (A = 1 / B = 1) che crea l’indecisione e di qui il disordine comunicativo. Come quando si vuole andare a cinema e nel frattempo si vuole studiare, il non saper prendere una decisione fa perdere tempo.

I non so, rendono ambigua la nostra collocazione nella storia. Sono questi i sepolcri imbiancati che danno spazio ai perbenismi di facciata dei né buoni, né cattivi; né di destra, né di sinistra; né cattolici, né atei; né amici, né nemici di cui la storia è piena e che, se entrano in rapporto con le nostre ragioni-emozioni, ci feriscono più di un rifiuto.

Un grosso contributo alla presa di consapevolezza storica, nel bambino, è dato dalla famiglia, in primis dalla madre, che può implementare le connessioni con i suoi sorrisi che rafforzano l’anima da esploratore. La madre come sottolinea G. Bateson [1977], svolge un ruolo basilare nella costruzione di benessere/malessere del figlio. Per questo diviene importante gestire le comunicazioni ambigue, che creano nella coscienza l’incapacità decisionale, che porta all’inibizione dell’azione con relativo stato d’inadeguatezza alla vita e successivo irrigidirsi in una forma statica di realtà.

Nel testo Verso una ecologia della mente, G. Bateson indica la schizofrenia come il risultato di un’errata interazione, nell’infanzia, madre-figlio, basata su una comunicazione a due vincoli di significato (gli occhi e le labbra negano, quello che la bocca dice) e su rapporti di potere che innescano gli stati di dipendenza, basati sul ricatto psicologico:

  • se mi vuoi bene, devi comportarti da bravo bambino ed essere il primo della classe.

Il doppio vincolo, non trovando nel bambino una possibilità di risposta, lo blocca alla vita, infatti il volere bene è un livello di realtà che non coincide con l’essere bravo. Si può voler bene e non essere bravi a scuola. Il non porre le due visioni su due differenti livelli o scale di scelta e di significato crea l’ansia in chi ha problemi d'apprendimento e nel contempo ama i genitori.

Inibendo il bambino si genera in lui un accumulo di tensione, derivante dall’incapacità decisionale e l’apprensione, non sciolta, può portare ad elaborare una personalità scissa, quale degenerazione delle coscienza che perde la dimensione di univocità. Tanti io che coabitano insieme, non sapendo di essere un’unica realtà.

A tale proposito ricordo, quando mio figlio si caricò di forte ansia emotiva, per un quattro ad un tema d’italiano. Era molto teso perché, secondo lui, mi aveva delusa, essendo io docente di italiano. Ho dovuto lavorare molto, per fargli comprendere che il voler bene non equivale all’essere bravo a scuola. L’esempio che utilizzai fu quello di un bambino con handicap e gli chiesi se come madre, nel caso lui fosse stato un diversamente abile lo avrei amato o no. È alla fine concludemmo che amare è un significato di livello superiore, rispetto all’essere bravo.

Riassumendo, nel processo di costruzione del pensiero, una volta posto lo spazio-idea intorno all’io, cioè acquisito il significato storico legato intorno al nome che identifica il soggetto, comincia ad evolversi l’eco intorno al sé, come memoria storica che dà il là alle costruzioni degli stati della dinamica dell’io. L’eco, nel tempo, per effetto erosivo dei quanti storici assume una forma a nicchie fatta di pieni, i realizzati, i compresi, e di vuoti, i non attuati, i non compresi.

Questa forma di pieno/vuoto è la spugna del pensiero.

Ogni stato vitale, a tempo 0, cioè il singolo fatto oppure accadimento, nel momento del passaggio o meglio del transitare dallo stato di presente (il tempo 0), a quello di passato (tempo – 1, 2, 3, … → ∞) si evolve da quanto storico, in quanto informativo che come segno-eco va a perturbare lo spazio della memoria.

È importante immaginare la memoria come una spazio, poiché solo in tale visualizzazione si può parlare di ampliamento e di riordino della coscienza, nonché di apprendimento. Così come si può riordinare una stanza o un armadio; così si può riordinare la memoria, evolvendo i gradi di chiarezza che rendono equilibrati gli stati delle consapevolezze.

È il segno-eco che dà la forma frattale alle nicchie della coscienza, imprimendo di volta, in volta le deformazioni storiche. Se le nicchie restano salde in una coscienza di uno-tutto, fortemente consapevole di sé, si parla di io-multiplo che si presenta con una struttura a diamante. Se invece le nicchie si sbriciolano in tante sacche slegate di indecisioni, di insicurezze e di incomprensioni, che fanno perdere il filo d’intesa dell’uno-tutto del significato storico, si parla di io-frantumato. La dinamica della coscienza è in bilico tra la frantumazione del sé e la moltiplicazione del sé:

  • La prima dà il senso della perdita, la seconda dell’acquisto del significato storico.

Perdita/acquisto sono gli stati di malessere/benessere che si alternano come ombra e luce intorno all’idea-emozione del sé. L’occhio di lettura dell’io, osservatore di sé, focalizza o il vuoto di spugna, leggendo l’ombra dei non attuati, non riconosciuti o il pieno di spugna, visualizzando la luce delle realizzazioni, dei successi.

In tale gioco di ombra/luce, egli elabora la visione negativa/positiva di sé. Il negativo si pone come la chiave di accesso alla depressione; il positivo come l’input allo slancio dell’azione. Avere chiaro il meccanismo del modo del guardare, implica, per l’io, avere la possibilità a saper ribaltare il senso-indirizzo di lettura.


Per visualizzarne concretamente la forma complessiva dell’io multiplo a campo uno-tutto, si dovrà pensare alla struttura di una pietra di quarzo o di un’ametista o di una rosa del deserto o di un sale minerale, in cui le organizzazioni, costruendosi, secondo uno schema costante, le une nelle altre, si vincolano a vicenda, dando una sagoma a spugna con pieni e vuoti.

Ogni forma mentis si pone in modo differente, rispetto ad un’altra e non potrà mai esserci alcun caso di omologazione, standardizzazione, anche ammesso che si possa costruire il clone. Questo, infatti, una volta realizzato, inizierà ad evolversi in relazione al fuori-habitat che, essendo una nicchia spazio-temporale determinata da quel dato tempo-spazio, sarà inevitabilmente nuova e, se è nuovo il fuori, come campo habitat, automaticamente prenderà nuova forma il dentro, come individuo di quel particolare habitat.

Importante è notare come in una visione di Umanità così complessa, diventi un non senso, ridurre gli uomini a delle tipologie di carattere, come si amò fare in alcuni ambienti ideologici di fine Ottocento, quando si isolarono una ventina di casi, intorno all’uomo, in cui si cercava a tutti i costi, di collocare la ricchezza della vita: queste sono le gabbie mentali che tendono a schiavizzare gli uomini in un’idea. È importante ricordare che le idee sono relative ai campi di lettura della realtà, gli uomini al campo di realtà: è la differenza osservatore-osservato-osservazione precedentemente posta.

Ogni individuo è un pezzo unico di costruzione storica. L’univocità dell’io, costituisce la preziosità esclusiva del suo esserci nel mondo. Io sono, dunque vivo, occupo uno spazio-tempo che è mio e di nessun altro. Tale verità è valida per un bambino, un sorriso, una stella, la nuvola del cielo, il fiore di lilla che si intravede dietro il muro di cinta, il gatto che passeggia, la mosca che ronza su una ciocca di capelli.

Ogni soggetto bambino, sorriso, stella, nuvola, mosca è un pezzo del puzzle della Storia. E ogni pezzo è funzionale alla presa di direzione della forma nel divenire della Vita. In ciò si concretizza il contributo di ciascuno alla realizzazione del Tutto cosmico che assume di volta in volta, presente per presente, un aspetto nuovo.

Un soggetto ben organizzato, consapevole di sé e dei limiti di sé, avrà più possibilità di saper rispondere al campo e quindi, saprà meglio gestire gli stati di coscienza, migliorando gli stadi della sua forma di realtà. Giustamente E. Morin, parla di Una testa ben fatta [2000]. Come ogni quercia sviluppa una chioma più o meno ampia, più o meno folta, allo stesso modo ogni uomo potrà organizzarsi in un pensiero più o meno complesso, più o meno positivo, più o meno organizzato:

  • di qui nascono le differenze tra un Cavalcanti e un Dante, Wagner e un Verdi, un Marx e un Gandhi, un Guicciardini e un Macchiavelli.



Lo spazio atopico: il campo del tu


Lo spazio atopico dal greco a topos (= fuori luogo), rappresenta nel pensiero lo sviluppo di una capacità ad immedesimarsi nella logica della dinamica vitale dell’altro. È lo sviluppo della facoltà, nel ragionare e nel sentire, di spogliarsi del proprio punto di vista, per elaborare quello dell’altro. Tale secondo livello di lettura permette di comprendere i significati e i sensi di lettura che creano, nella comunicazione, il chiaro/scuro delle aspettative del destinatario.

Nel caso di Giacobbe sia quando attua la fuga, a differenza di Abele, per sfuggire all’ira di Esaù che lo vuole uccidere e sia, quando, chiede a lui perdono, perché ha compreso la gravità dell’offesa. È bello leggere l’incontro tra i due fratelli che, dopo tanti anni di separazione, hanno finito col perdere il significato del perché della lite e si riconoscono nella fratellanza. Essi si sono dati il tempo e, nel tempo, l’ira è sfumata in nostalgia che ha evoluto l’esclusione in inclusione: l’abbraccio.

Lo spazio atopico è quello non degli appresi che sviluppa la logica dell’io, ma dei compresi che aprono alla sintassi del tu. In analisi logica la preposizione con introduce il complemento di compagnia:

  • Giovanni con Luigi va allo stadio per il derby. Giovanni e Luigi hanno un ruolo di pari dignità, infatti la stessa frase può essere costruita, senza cambiare significato, in: Giovanni e Luigi vanno allo stadio per il derby.

Si passa in tale spazio d’organizzazione da un camminare, chiacchierare, agire, osservare, ridere, piangere, mangiare, viaggiare da soli ad uno d’insieme: camminiamo, mangiamo, agiamo… La posizione atopica è quella che fa sentire l’io meno solo nel mondo, perché riesce a comprendere ed essere compreso dall’altro.

http://1.bp.blogspot.com/_jxOQ1B1J7Aw/SZ_iUzgogNI/AAAAAAAAABM/GqHm5v5rIps/s320/uomo+donna.jpgÈ il luogo in cui si organizza la visione della fratellanza. È l’area che fa innamorare non di sé, il narcisismo, ma del partner, l’altruismo. Infatti Giacobbe amò teneramente la moglie Rachele che poi morirà di parto e chiamerà il figlio Beniamino (figlio della felicità), visto come il dono dell’ultimo respiro della moglie

L’amore è la grandezza che amplia la coscienza e trasforma la piccolezza dell’io, nella misura del noi.

Mentre nello spazio topico si elabora l’egocità che fa dire: Io. In quello atopico, l’alterità, che fa dire, tu:

  • tu che dici? tu che vuoi? tu cosa pensi? Cosa vuoi pranzare? Vuoi fare una passeggiata? Ti va di chiacchierare? Hai voglia di ballare?
È la posizione atopica che, stemprando la dimensione dell’io, permette di non trasformare l’egocità in egoismo.

Si può quindi comprendere come in funzione dell’espansione della spugne mentale, scaturiscano i modi più o meno coerenti/incoerenti di rispondere agli eventi. L’immagine mentale io/tu che si forma in ogni pensiero ha una duale possibilità d’organizzazionev:

  • L’organizzazione di un occhio-mente uni-direzionale che si organizza come una semplice successione temporale di cause→effetti→effetti→effetti→, su una sola linea di pensiero, quella dell’io. In una simile mappatura il soggetto, procedendo dal passato verso il futuro, cancella ed esclude, presente per presente, i modi di significato del tu, negandosi così la possibilità di un confronto sulle stesse sue azioni. In una simile struttura mentale si può parlare di povertà dell’io, in quanto non riconoscendo valore al tu, egli finisce col diventare prigioniero di sé. Questa è una forma di malattia mentale.

  • L’organizzazione di un occhio-mente eco-biostorico, invece, si pone come una mente a feed-back io↔tu che ad ogni ri/lettura si apre e si dilata, come un frattale, ai modi del destinatario, organizzandosi in una molteplicità di linee di pensiero intorno all’io↔tu che danno luogo alle letture inclusive. Sono queste che, perturbando gli stati di memoria dei passati, aprono alle variazioni o correzioni di presente, in vista del futuro. Rileggendo continuamente il legame io↔tu, si notano le incomprensioni, si ricercano le correzioni e si dà spazio alle gemmazioni di idee-emozioni nuove.


L’occhio-mente uni-dimensionale


Un pensiero uni-dimensionale costruisce le gabbie Io e tu, tipica di una organizzazione mentis, inconsapevolmente, malata, poiché crea le separazioni di status-valore attraverso le generalizzazioni concettuali che rendono ferma la vita.

Il generalizzare la realtà implica che essa, una volta appresa, non sia più osservata per ciò che si mostra nel divenire della storia, in quanto ritenuta un già posseduta, un già esplorata, un già conosciuta. In tale fase si smette di apprendere e si costruiscono le forme astratte d’identità:

  • i pregiudizi.

In tale prospettiva la visione ha lo sguardo rivolto al passato, in quanto costruiti i fotogrammi io e tu, come delle carte definitive di realtà, si ferma nel tempo [Colamonico, A. 2005 (b)]. Tali letture sono univoche, astratte, assolute, tipiche di una mente immatura, pigra che non vuol crescere e sviluppa un'unica mappa ideativa delle relazioni dialogiche che applica, a casaccio, su tutte le nuove dinamiche storiche.

Da tale tipologia nascono le affermazioni:

  • i neri sono sporchi; le donne sono irrazionali; gli uomini sono cacciatori; i musulmani sono terroristi; la destra è fascista; la sinistra è comunista; i cristiani o gli ebrei sono infedeli.

In tali affermazioni si costruisce il preconcetto, come costruzione di una presa di posizione storica che avviene prima della stessa comunicazione. Nel preconcetto si annulla la capacità dell’ascolto, in quanto la stessa idea, già costruita, diviene l’elemento di disturbo nella comunicazione.

Essendo l’idea formata, in modo definitivo, non si presta ad essere deformata. Da tali modi nascono le incomprensioni di linguaggio, per cui la stessa parola usata con un contesto differente, non si modella alla nuova nicchia di significato e crea lo scandalo concettuale, tipico di alcuni docenti o accademici che non tollerano le libertà espressive dei ragazzi e finiscono con l’aggredire per il linguaggio improprio. Ma a guardar bene quella forma impropria è semplicemente una sfumatura nuova di significato che ha allargato la parola come il fiocco di neve. In biostoria è elaborata la metafora del guanto-parola. È bene sottolineare che si sta parlando d’improprio e non di errore:

  • Mi è capitato di recente, ad esempio, di avere avuto un diverbio con un accademico sul termine gente che personalmente avevo usato nel modo di San Paolo e lui mi l'ha bocciato perché privo di significato sociologico. La sua rigidità semantica mi ha rivelato la sua malattia mentale!

La negatività di una tale lettura della storia nasce da una difficoltà cognitiva [Colamonico, A. 2005 (a)] del soggetto lettore-osservatore che non sa e non vuole modificare il punto di vista, implementando in lui la cristallizzazione di una sola idea-emozione, che si fa ossessione

È quell'avvitarsi, precedentemente analizzato, intorno ad un io-tu astratto che finisce col far invecchiare la mente dell’emittente per asfissia informativa e annoiare il destinatario per la ripetitività espositiva, perpetuata all’infinito. Questo ad esempio genera gli stati di insofferenza di fronte a delle lezioni scolastiche, a dei discorsi politici, a delle prediche domenicali. La noia è il segno della perdita di significato. È il primo passo verso la scomposizione dell’io.

Il considerare la realtà come un dato di fatto ormai concluso, porta a irrigidire il pensiero e di riflesso il campo intorno:

  • sono da tali abitudini consolidate che nascono le crisi relazionali.

Molti rapporti di coppia sono strutturati su tale monotonia che fa smettere di vedere l’altro come un soggetto vitale e nuovo alla vita. Molti rapporti docente-alunni sono impiantati su tale visione che porta, una volta definito il voto, a confermarlo per tutto il ciclo di studi. Come pure alcuni rapporti genitori-figli, in cui si è soliti dire tu sei come tua madre, o viceversa come tuo padre, estendendo la lettura sul partner, al figlio.

Da tali legami nascono le lacerazioni pirandelliane che dato l’abito, si impedisce all’altro di crescere. Nelle dinamiche mentali e storiche così organizzate si vanno ad avvallare le dittature, viste come rapporti basati sull’autoritarismo e non sull’autorevolezza dei legami democratici.

È importante riflettere sulla mente rigida del dittatore che per compiere le sue follie, ha bisogno di consenso. In ogni dittatura si creano, così, delle gerarchie di potere che si autoalimentano intorno alle diverse forme di censura delle azioni e del pensiero; si pensi alla creazione degli indici dei libri, alla messa al bando delle parole, delle associazioni politico-sindacali, delle canzoni, dei colori, dei capelli, degli occhi, ecc.

Le dittature nascono, in ognuno di noi, ogni qual volta smettiamo di guardare l’altro e gli costruiamo un’etichetta di valore che resta ferma nel tempo. Essendo la classificazione-etichetta il campo del pregiudizio che fa agire in modo automatico, massificando le tipologie di risposte agli eventi.

La standardizzazione delle risposte storiche rende prevedibile il futuro. In tale rendere massa si costruisce il conformismo che favorisce il diffondersi delle varie forme di razzismo e l’attuazione delle pulizie etniche.

La mente uni-dimensionale è più facile da asservire, da assoggettare, per questo ricercata e rigenerata con politiche scolastiche basate sull’asserzione e il culto del passato, dalle varie forme, dichiarate e no, di potere assoluto. Potere che, per salvaguardasi, cerca di fermare il divenire della storia in un’idea assurda di passato.

È il passato che assume lo stato di realtà e non il presente. In ciò consiste l’ignominia. Bellissima quella affermazione di C. M. Cipolla [1974] – Il passato è morto! O quella del Cristo che sostiene: - lasciate che i morti, seppelliscano i morti:

  • Ogni dittatura è amante della morte e nemica della vita.

L’effetto delle azioni assolutiste è sempre lo stesso, siano esse gerarchie religiose che tendono a trasformare i credenti in osservanti, elaborando gabbie su gabbie di catechismi per imporre dal di fuori, l’etica della vita. Siano gerarchie di lavoro in cui, nelle dinamiche gruppali, è premiato il soggetto convergente, rispetto a quello divergente; il ripetitivo, rispetto al creativo che sconvolge le comodità degli schemi mentali [Goleman, D. Ray, M. Kaufman, P. 2001]. Siano esse le logiche familiari, in cui uno dei genitori o il figlio maggiore o il capo clan si impone come un padre-padrone, fratello-padrone:

  • è più bello essere tutti avvitati intorno alla stessa idea, magari quella del capo, piuttosto che sviluppare tanti punti di vista differenti, intorno alle cose.
  • La democrazia implica impegno!

Da tali logiche profondamente esclusive, ad esempio, è nata la crisi dei Partiti in Italia negli anni ‘80, quando essi si sono involuti in partitocrazie, in cui non si accettavano più le visioni divergenti, sia per l’economia di spartizione delle monete-poltrone e sia per la paura di perdere gli stati di potere clientelare. Crisi che ha innescato una povertà di salto generazionale, in quanto, non accettandosi le divergenze di idee, i giovani hanno finito con l’estraniarsi dalla scena politica. Ancora oggi ne paghiamo il prezzo, quando i ragazzi, ridono della politica, definendola cosa da vecchi e non sono in grado di elaborare la nuova politica.

Esiste, infine, un’altra forma di dittatura quella contro sé stessi, in cui si è portati a chiudersi in un’idea del sé, magari negativa che va a rafforzare lo stato d’inadeguatezza dell’io. Si pensi alle volte in cui si dice: non sono bravo. La matematica non la capisco. Non so amare. Sbaglio tutto nella mia vita. Sono un fallito.

Tali affermazioni nascono da una visione statica dell’io, come incapacità a leggere e a adeguare l’idea del sé nel tempo, come quando guardandosi allo specchio si scoprono le prime rughe che spaventano e si vorrebbe fermare il tempo ad una immagine di giovinezza perduta. In tale gabbia si dimentica che la dinamica della vita ha un andamento fluttuante verso il futuro, con alti e bassi, in cui il soggetto attore con la sua intelligenza e il suo impegno, può invertire e ritardare una tendenza negativa.

L’impegno a vivere, presuppone l’assunzione del ruolo e del rischio storico di vivente, come colui che vive in un tempo-spazio e compiendo azioni risponde agli eventi. La risposta apre alle logiche del campo che arricchiscono di significato la vita.

Il procedere nel tempo è l’accumulo della ricchezza dell’io, per cui ogni età ha il suo grado di bellezza, se ciò non si comprende allora si interviene con un bisturi sulla piega della bocca o sull’arcata del sopracciglio o sulla rotondità della gota, deformando in una maschera, la bellezza di un volto ricco di pieghe di saggezza.

Imparare a vedere nella vecchiaia la bellezza è il salto di tendenza che si dovrà compiere nella società dell’immagine corporea. Esiste il corpo, come il fuori di sé ed esiste la coscienza come il dentro di sé e tra i due ci dovrà essere dialogo. Più sarà viva la dialogica e più la bellezza trasparirà.

Essere se stessi è il compito storico in una prospettiva eco-biostorica; esserlo implica una scelta di valore e, da tale azione del prediligere, si aprirà la cresta di futuro personale e per riflesso sociale.


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L’occhio/mente eco-biostorico


Il pensiero eco-biostorico si pone come un'organizzazione complessa di immagini io↔tu/io↔tu/io↔tu… protese verso l’infinito. Una struttura frattale, plastica, aperta al cambiamento, che prende corpo e si fissa, non su un’idea-sensazione, ferma nel tempo, ma su una realtà di volta, in volta percepita, sperimentata.

È una mente priva di gabbie, quella di Spazioliberina [Colamonico, A. 1992], che sa assecondare la dinamica della vita e per ogni soggetto che le è di fronte, è pronta a dare una nuova possibilità di arricchimento della forma. È una mente creativa, che sa giocare con le immagini e le sensazioni, implementandole, senza mai annoiarsi. Aliena al pregiudizio.

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È un’organizzazione che fa dell’autorevolezza il punto di forza, in quanto aperta all’incontro di sé e del mondo; protesa al futuro, si arricchisce continuamente, a tal punto da assumere un’ecocità mentale così ampia e complessa da risultare un patrimonio di saperi, utile da ascoltare e da apprezzare.

Per meglio comprendere una sì fatta dinamica di pensiero, necessita introdurre la terza linea di sviluppo, lo spazio utopico, come il terzo livello di lettura che apre alla figura di Isaia.

Quanto fin qui sostenuto, vuole far comprendere come nella dinamica della realtà mentale e in senso lato storica non sempre i campi vitali si evolvono in armonia, come si parla di asimmetria del Cosmo, si può parlare di asimmetria della mente. Ciò spiega le diversità di coscienze che danno luogo alle diversità di azioni che si pongono in uno stretto legame, secondo un equilibrio fortemente instabile.

La vita è, perennemente, come sull’orlo di un baratro che può aprire al precipizio o alla terra; alla morte o alla vita. Morte/vita segnano il limite della storicità dell’essere di ogni spazio-tempo sulla scena del Mondo. Da tale consapevolezza di precarietà, nasce il valore dell’attimo vitale, il tempo 0 presente che va vissuto come se fosse l’ultimo e quindi il più importante.

Imparare a vivere pienamente il tempo presente equivale a tenere sotto scacco gli stati d’ansia che creano le lacerazioni, tra i piani di aspettative e quelli di vissuti.




Perché Isaia?



Il profeta Isaia è colui che apre all’infinito: il luogo dell’oltre il limite o meglio dell’oltre la frontiera della morte. In lui si costruisce la dialogica finito/infinito come le due estensioni, distinte, dell’unica realtà che si modella in un uno/tutto, quale abbraccio vitale.

La sua indagine parte da un disastro storico, un dolore che fa misurare Israele con il concetto-idea della fine.

La dinamica della morte fa parte del processo vitale, come fattore entropico. L’entropia segna il limite del tempo:

  • la vita, essendo un processo proteso verso il divenire, consuma il tempo e con il suo compiersi le cose tendono a finire. La fine dei giochi, la fine dell’estate, la fine dell’amore, la fine della vita...
Isaia parte dalla fine come esperienza tangibile del lutto e invita il popolo a volgere lo sguardo al futuro.

La dimensione del tempo, così, si dilata, valicando lo stato del passato, visto quale eco di un già accaduto, già compiuto, che fa prendere coscienza della perdita di realtà, come quella cosa che prima c’era e ora non c’è più.

Va oltre lo stato del presente che, mostrando la linea del limite, segna il punto di rottura dell’equilibrio, creando lo sconforto nei cuori.

Di fronte alle lacerazioni dell’io e del mondo, egli suggerisce di guardare al futuro, come allo spazio-tempo del non ancora edificato, non ancora compiuto, che potrà dare il nuovo senso dell’acquisto, cambiando il corso della vita.

Passato-presente-futuro sono le tre estensioni intorno a cui la memoria, privata e sociale, va ad organizzarsi, assumendo spessore e profondità.Isaia invita a non lasciarsi scoraggiare dagli stati di dolore, a guardare al domani che con le sue incognite si presenterà sempre nuovo.

Nel’indirizzare lo sguardo al futuro il profeta acquista il senso dell’infinito di Dio e, dal confronto finito/infinito, il cuore si addolcisce.

Egli, ragionando intorno all’infinito, definisce la distanza tra l’uomo e Dio, tra le parole e la logica umana e le parole e la logica di Dio; tra le azioni dell’io e del mondo e quella dell’oltre l’io-mondo.

In tale distanza si colloca il valore storico del limite delle letture umane che non nascendo da un occhio allargato, l’occhio di Dio, sono circoscritte e mendaci poiché miopi.

Nella delimitazione della distanza, egli invita a non fidarsi dei giudizi umani che sono spesso frutto di pensieri sciocchi, poiché persuasi di affermare l’assolutezza. Non esistono giudizi assoluti, solo il giudizio di Dio lo è, per cui le letture sono vincolate e relative .

In Isaia la coscienza umana dall’io/tu si indirizza verso una terza linea di sviluppo che apre la mente allo spazio pluridimensionale, secondo un’evoluzione di pensiero a campo profondo.

Solo con la terza linea temporale si attuano le fioriture della mente, come gli stati di bellezza che fanno uscire dalle quotidiane strettoie della vita.

Alzare lo sguardo all’oltre l’io-mondo, permette di entrare nell’aria dell’eternità, come il luogo privilegiato in cui tutto il chiasso del mondo si azzera e tutto diviene immortale.

L’indagine profetica di Isaia va però ben oltre la definizione di distanza finito-infinito, infatti egli intravede la nuova alleanza con la nascita del messia che, purificando la coscienza umana e sociale dal male cognitivo, permetterà d’edificare il mondo nuovo.

https://lh3.googleusercontent.com/8jR_KbBLqfDhz4-h3UFQMWd4YGKwTdHTZWCSG4hRZRqpxUbyokEi_E_vTbDWQoElBWH2xAVXxMN32tY6Kn47bFAOV78GWGbrjYJMx6uEyGtNaR7yA39AicFGYI8Isaia getta un pontevi tra il passato e il futuro, distinguendo il determinismo dall’indeterminismo storico. Nella lettura degli eventi l’occhio osservatore può indirizzare l’azione di lettura o verso il passato o verso il futuro. Isaia non vede nel passato solo il bene, come lo stato di vera felicità dell’uomo, ma intravede in esso le sacche di ingiustizie, guerre, soprusi, tradimenti, accaparramenti, infedeltà, incomprensioni, per cui, in lui, non scatta il culto del passato.

Egli anzi dà sepoltura al passato introducendo la dimensione del cambiamento. Il cambiamento, come mutamento del senso-indirizzo storico, presuppone un’azione di rilettura dei fatti, delle logiche, delle previsioni con la messa a fuoco dei nodi oscuri, ambigui e da tale presa di coscienza dell’ingiustizia può iniziare ad essere ideata la fase di correzione storica.

Il profeta introduce il processo neghentropico, come lo sviluppo nella conoscenza di una terza posizione di lettura che fa assumere la posizione del “di fronte alla vita”:

  • per guardarla e valutarla da lontano, con occhio disincantato.

Questa prospettiva si assume attuando un doppio salto di letturavii che fa leggere la realtà non o solo con gli occhi dell’io o quelli del tu, ma come occhio sdoppiato che con duale direzione comprende simultaneamente le ragioni-emozioni dell’io e quelle del tu che insieme, vicendevolmente, si vincolano e si intrecciano. È quella dimensione che permette di cogliere i vincoli relazionali che modellano le azioni.

  • Isaia è colui che introduce il valore del futuro.

In una organizzazione della conoscenza storica, l’assumere il passato a misura del presente, non equivale all’assumere il futuro. K. R. Popper [2005] parla di sistema ad orologio e sistema a nuvole. In tali metafore è racchiusa la differenza storica tra una costruzione determinista ed una indeterminista, tra un sistema chiuso e uno aperto alla creatività, come nuova linea della vita.

Il passato è un sistema chiuso, compiuto, in cui si è già attuata la scelta di realtà:

  • ad esempio, Antonia, in questo istante, sto digitando le parole sulla tastiera e scrivendo queste pagine. Allorquando, un domani, il lettore le leggerà, tali pagine saranno un sistema chiuso, definito, circoscritto che ha seguito la scelta organizzativa di me autore nella predilezione delle parole, dei costrutti e dei significati. Tale sistema chiuso, essendo una deriva di passato, è obbligatoriamente ordinato, quindi un tempo orologio.

La lettura muta se cambia la posizione di lettura, per esempio al lettore si sostituisce lo stesso scrittore. Se invece, io stessa, in questo medesimo istante, assumo una meta-posizione sulla mia azione di scrittura che momento per momento sto definendo, lo sguardo è direzionato non più dal presente al passato, bensì dal presente al futuro, poiché la pagina non è un già scritto, ma un costruendo, che sta prendendo forma in relazione a delle scelte di campo che fanno scartare dei significati e selezionarne altri.

Da: A. Colamonico, Il filo, in Le stagioni delle Parole. © 1994

La mia mente, in tale stato, è confusa, caotica, ha una molteplicità di idee-suoni-significati. La complessità che rende disordinata la mia realtà di scrittrice, soggetta ad una serie di alee che aprono ad una pluralità di linee di sviluppo del racconto che daranno il luogo a differenti possibilità di concettualizzazioni: tempo nuvole.

Isaia indirizzando lo sguardo al futuro, indica che non bisogna spaventarsi delle incognite, del domani. È questo l’indirizzo che dovrà prendere l’azione in tempo presente.

Il futuro dovrà essere la guida dell’agire. Ogni azione apre ad un’evoluzione differente della dinamica storica, per cui ogni scelta segna la partenza di una differente conseguenza:

  • la scelta di a, non corrisponde ad una scelta di b; se scelgo, ad esempio, di uscire a fare la spesa, chiudo il PC e apro la porta di casa; viceversa se decido di non andare a fare la spesa, lascio acceso il computer e chiusa la porta. In tale apertura e chiusura di campi, la storia si evolve, in un modo che non può definirsi confezionato a-priori.
  • Nella storia non esiste il prêt a porter.

Educarsi all’esercizio della scelta è il compito vitale per la sopravvivenza dell’umanità. Ma imparare a scegliere, presuppone una modifica nella logica, bisogna imparare a guardare e a guardarsi vivere con l’occhio egli:

  • l’occhio di Dio.

È questa la terza dimensione di costruzione della mente che tracciando la distanza tra il modo di pensare dell’uomo e quello di Dio, introduce la posizione utopica, che dona la dimensione dell’immortalità alla coscienza.

L’eternità come l’uscita dalla finitezza del tempo entropico è vista da Isaia come la dimensione di Dio, dimensione che si offre all’uomo, solo se impara a leggere la dinamica della vita con gli occhi di Dio.

Aprendo al futuro egli apre di fatto al tempo infinito che permette di stemperare le angosce e le paure, rendendo serena la coscienza. La terza posizione di lettura svolge la funzione di dare profondità, poiché permette di offrire alla vita un significato trascendentale d'immortalità (andare altre il tempo del finito) che si pone come terza coordinata accanto all’io e al tu.



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Lo spazio utopico: il campo dell’infinito


Dal greco u topos (= non luogo), esso è lo spazio definito da T. Moro nel 1516, quando scrisse Utopia con il significato del luogo che non c’è, per poter ipotizzare un modello di una società perfetta. Prescindendo dal valore della sua opera, la posizione utopica appartiene ad ogni uomo e a ogni Società, ogni istante in cui l’azione tende al miglioramento della società.

Essendo l’ipotesi e non lo stato di realtà l’area utopica rientra nel campo dell’immaginazione-visioneviii e non in quello del reale; l’utopia apre alle probabilità ampie di costruzioni, che rendono le progettazioni del futuro aperte a più linee evolutive che daranno le particolari forme alle nicchie della spugna storica.

Nello spazio utopico l’io si pone nella condizione dell’egli; cioè del terzo occhio di lettura che non si limita ad osservare gli stati dell’io o quelli del tu come processi indipendenti; ma, sa elaborare le ricadute storiche degli eventi, come il gioco dialogico di un io e di un tu che insieme si vincolano.

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Tale capacità della mente a costruirsi come terzo occhio, presuppone un salto di livello di conoscenza in cui la dialogica io/tu si dilata in un tempo infinito, qui le opposizioni si stemprano nei dialoghi tra un io/tu, senza tempo, senza fine, senza età, che ingloba tutta quanta l’umanità.

Il concetto di umanità nasce da tale disposizione di lettura che permette il passaggio da una lettura immanentista ad una illimitata, cioè che va oltre il piano di realtà e si apre a quello di universalità.

Per essere più espliciti, l’osservatore in una tale posizione di lettura, si pone come un occhio neutro, sereno, perché esterno alla dinamica e guarda l’organizzazione delle risposte emittente/destinatario nella comunicazione non circoscritte ad un tempo-spazio limitato, bensì proiettate verso uno spazio-tempo infinito. È la linea della saggezza che apre alle verità comuni della storia. È la posizione che lo fa essere Isaia il profeta del Regno di Dio.

Le tre zone-campi di lettura fanno assumere al pensiero una triplice responsabilità storica nei confronti di se stesso, del mondo e di Dio:

  • Il soggetto osservatore-attore-abitante della scena storica, con lo spazio topico, si pone nella vita e apprende le ragioni e le emozioni intorno al sé, come un io in grado di sentire, agire, pensare… In tale fase si costruisce come un’identità svincolata dal campo-habitat che costituisce la sua nicchia storica di libertà. Elabora la visione intorno a se stesso, imparando a rispondere in funzione delle sue ragioni e delle sue emozioni.

  • Nello spazio atopico, egli inizia ad elaborare la realtà del fuori-io, come quello spazio di osservazione che è posto di fronte e che si presenta come un diverso dall’io che lo limita e lo condiziona, creandogli gli stati di ansia e di gioia. L’altro è visto come il co-attore della sua stessa nicchia storica. Si pensi ad un rapporto di coppia, marito/moglie in una nicchia-casa. Il marito nell’azione vitale perturba la moglie e questa si adegua, perturbando a sua volta come effetto di ricaduta del suo agire, il marito. In tale vincolarsi, essi si annodano come in un abbraccio amoroso, elaborando di volta in volta le risposte alle provocazioni, in tempo reale.

  • Il terzo occhio, posizione utopica, si pone come l’uscita dal campo relazionale ristretto, ad esempio marito↔moglie reale per aprire lo sguardo ad uno spazio-tempo allargato, in cui si elabora il significato paradigmatico di rapporto marito/moglie. È la visione del campo Tutto, come campo infinito, che pone le categorie concettuali da cui nascono i modi condivisi di marito e di moglie, che permettono le astrazioni concettualiix e i giudizi locali.

Il vivere impone al soggetto osservatore-attore-abitante di dover rispondere alle perturbazione di eventi. Le risposte, essendo complessa la vita, rendono i giochi di costruzione complessi (spugna storica), poiché portano ad esercitare una pluralità di ruoli, in una varietà di nicchie storiche.


Si pensi alla molteplicità di ruoli che un uomo può assumere, ad esempio, di padre nella nicchia (campo) casa; di impiegato in quella ufficio; di sportivo in quella club di squadra, di fedele in quello di parrocchia e poi nello stesso ambiente si apre ad una molteplicità di sfaccettature di ruolo, ad esempio nello spazio famiglia di marito, genitore, fratello, cognato, figlio, genero...

Ogni soggetto in tali diversità di funzioni si elabora in un io-multiplo che si pone su un piano cognitivo complesso, lontano dall’io frantumato e scisso, precedentemente definito.

Il soggetto io, sa di essere un uno (posizione topica) insieme a dei tu (posizione atopica) in un tutto (posizione utopica). È questa la consapevolezza che porta a sapere di essere un finito in un infinito. In tale prospettiva dialogica a campo profondo, l’io sa che la sua azione è vincolante/vincolata dal tu che cade sotto i suoi occhi e dai tu che verranno dopo di lui, di cui ne sente la responsabilità e la paternità storica.

È il terzo occhio che permette alla coscienza di comprendere come l’azione attuata in ogni tempo 0 di presente avrà una ricaduta che si perderà nel tempo infinito della storia.

Tale dilatazione della coscienza è importantissima nella costruzione di futuro, oggi si è ad un livello di conoscenza così elevato, poiché gli uomini e le donne che ci hanno preceduto, hanno elaborato e astratto modelli di Società che costituiscono la realtà di questo tempo presente. Senza la terza posizione di lettura non può esserci il mutamento nella Storia.

Il terzo livello di pensiero è lo spazio mentale in cui, nel gioco comunicativo, si attua il passaggio da una struttura di coscienza piana, ad una tridimensionale a campo profondo. Riflettendo su tali tipologie di spazi si può comprendere che in uno spazio bidimensionale si può procedere solo in avanti e in dietro, a destra o a sinistra come le due dimensioni della larghezza e della lunghezza; mentre in uno spazio tridimensionale si abbina la profondità con il poter andare in su e in giù. Il poter cambiare l’asse del movimento, permette il ribaltamento della posizione di lettura, il rovesciamento dell’occhio, poiché si può osservare dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso, oltre che a destra e a sinistra, in aventi e indietro.

Il gioco delle angolazioni descritto rende il pensiero aperto ai differenti punti di vista. Si pensi alla dinamica del volo, che è un livello più complesso della dinamica del camminare.

Se si osserva un gabbiano, alto in cielo, quello che colpisce è la libertà del movimento che gli permette di planare nell’aria. Dal volteggiare degli uccelli è nato nell’uomo lo studio del volo che ha portato a viaggiare nello spazio, si pensi agli studi di Leonardo da Vinci. L’occhio-egli come dimensione del volo è quello della libertà della coscienza che permette di librarsi nello spazio-tempo infinito. Il planare è lo stato di serenità che fa guardare con occhio compassionevole le singole problematiche dell’io e del tu nella quotidianità della vita.

È la dimensione che fa intendere la grandezza cosmica del vivere. È l’occhio della leggerezza dell’essere che fa sentire l’io una particella di infinito, disinteressata e aliena nei confronti delle logiche politico-economiche del tempo 0 che tendono ad ingabbiare nei conformismi.

L’elaborazione di un pensiero a simile struttura complessa implica, nell’azione d’esplorazione della realtà, la facoltà del ribaltare i significati e del dissolvere le opposizioni dialettiche, in quanto è la condizione in cui si sviluppa a logica eco-connettiva in cui si annullano le differenze dicotomiche dei significati: entrare o uscire… salire o scendere… causa o caso…

Per poter comprendere l’elaborazione del pensiero eco-connettivo che sostituisce i connettivi disgiuntivi con i coordinativi (e…e, sia…sia…), necessita riflettere sul legame osservato-osservatore e sul rapporto definizione-posizione di lettura.

I significati si sviluppano in rapporto alla tipologia di spazio mentale in cui la mente si muove. Le parole assumono espressioni differenti in funzione della struttura mentale edificata dal soggetto osservatore:

  • se ci si muove in uno campo mente a struttura piana, come potrebbe essere un cerchio, ad esempio entrare e uscire sono letti come due azioni in antitesi l’una dell’altra.

  • Se osservati in uno spazio mente a campo profondo sono sinonimi, poiché non è in loro la differenza di valore essendo l’azione neutra, ma nella posizione dell’occhio letture che in rapporto al punto-luogo di osservazione, attribuisce il significato. Ad esempio se Giovanni varca la soglia dell’aula, per chi è nell’aula lo vedrà entrare nella propria stanza, per chi è fuori dall’aula lo vedrà uscire dalla propria stanza. Quindi la differenza non sta nell’azione che è unica, ma nella posizione dell’osservatore che va a definire l’entrare e l’uscire di Giovanni, in relazione alla sua collocazione nello spazio. La diversità entrare/uscire nasce solo dal punto di posizione da cui si osserva il movimento di Giovanni.

Il punto-luogo di posizione dell’osservazione si chiama paradigma. Il paradigma svolge il compito storico di tenere coeso l’io nella coscienza. Esso si può paragonare alla cerniera-cardine di una parta che le permette il movimento di aperto/chiuso.

Il paradigma è il principio sovra-logico che fa da sfondo all’azione storica, indirizzandola ai si e ai no, dei significati e delle conseguenti azioni.

Questa, fin qui tracciata, è la topologica della mente a campo profondo, in una geografia di Pensiero complesso.

Imparare a leggere sulle diverse posizioni permette di comprendere le differenze delle valutazioni storiche. Se io, ad esempio, sono il campo Penisola Italica e ricevo l’azione di Annibale, questa invasione è un caso aleatorio che sconvolge la mia realtà, invadendo il mio spazio vitale, quindi è un male. Viceversa se sono Annibale che vuole invadere Penisola Italica, l’azione è una causa che prende corpo da una determinata visione di futuro, è un bene. Si deduce che il bene/male non constata nell’invasione, che è un’azione neutra. L’incomprensione nasce semplicemente dalle linee di futuro dei soggetti che aprono ai paradigmi storici differenti che fanno da sfondo all’azione.

Il paradigma si pone come lo spazio etico d’azione, registrato nella memoria: l’eco-storico. L’eco è la rete informativa in cui ogni evento-risposta alla vita va ad annodarsi, ora l’attribuzione del significato che, evento per evento, viene codificato, si misura costantemente con tutto l’insieme registrato nella memoria ed è da quanta che nasce l’elaborazione del significato storico, quale giudizio di valore.

Ogni azione nel suo attualizzarsi ha in sé un’informazione-emozione che si deposita nella memoria storica, da tale deposito, quale patrimonio di significati, prende spazio la posizione di lettura.

  • Se la mia mente personale e sociale è piena di vuoti di fame, quali aspettative non realizzate, io darò una risposta positiva alla definizione di invasione;
  • se al contrario la mia spugna è ricca di creste di attuati, compiuti, saziati, l’invasione è un male che perturba lo stato d’equilibrio.
  • Se l’invasione come azione limita il campo Penisola Italica, il campo a sua volta limita Annibale e di qui la guerra.

La logica d’infinito, come occhio di Dio, legge il ribaltamento delle risposte e in tale azione, lega le responsabilità in un rapporto duale, non oppositivo, bensì collaborativo, in cui l’io è ridimensionato e alleggerito del peso storico; così pure il tu. Ma l’essere alleggerito non vuol dire essere svincolato dalla responsabilità storica.

L’uomo egocentrico dell’Umanesimo-Rinascimento, considerandosi centro della Storia, ha nel tempo perso la misura del campo, che non avendo valore in sé, ha finito col divenire il luogo dell’indifferenza e dello scarto. Si pensi alle differenti forme di inquinamenti, come cattiva attenzione per il campo-habitat nelle azioni.

L’uomo eco-biostorico, secondo un paradigma di complessità, si sentirà ego-con-partecipe, ego-con-responsabile della vita, poiché saprà che ogni sua azione, metterà in moto un effetto di ritorno di evento, quale risposta alla sua azione.

La ricaduta dell’effetto sulla causa, limita l’azione e nel limitarla la indirizza verso una scelta di più vita. Forse se Annibale avesse avuto un simile occhio, avrebbe compreso in anticipo il prezzo che la storia gli avrebbe fatto pagare, e forse avrebbe desistito dall’invasione. Il forse è d’obbligo, in quanto indagando sui vuoti di spugna, quali stati immaginativi, le reali dinamiche emotive e cognitive, sono ignote ed essendo tali non possono essere chiuse e assolute le letture.


L’intervento di Dio nella storia


Isaia non si limita ad introdurre il futuro come la nuova linea d’indirizzo della storia che apre all’occhio utopico, come quella capacità più ampia di lettura che schiude la coscienza alle ideazioni di futuro; egli va ben oltre, introducendo nella dialogica io/campo, l’azione di Dio.

Il rapporto comunicativo di costruzione della vita, così, si fa dialogica a tre con-soggetti. In tale costruzione tridimensionale il mondo del visibile o dello sperimentabile si intreccia con quello del non visibile o non sperimentabile. In tal modo il profeta introduce nella storia l’ignoto, quel quid che aprendo all’imprevisto rende nuova la vita; quella zona dell’indefinito che si lascia tuttavia intravederex.

Uno degli errori storici delle religioni è stato, ed è ancora oggi, quello di aver voluto a tutti i costi definire gli attributi di Dio, aprendo ai dualismi che dividono e implementano le guerre di religione.

Isaia è chiaro la logica di Dio è lontana anni luce da quella del mondo. Il giudizio di Dio, nasce da uno sguardo profondo che vede la contemporaneità del passato-futuro, come il tutto presente. In tale capacità di lettura, a occhio universo, le elaborazioni si fanno così profonde e nel contempo così lontane dalla mente umana. La cecità è la condizione dell’uomo che non sa dare il vero valore alle azioni, per cui non gli resta che affidarsi all’azione di Dio.

Si introduce così l’intervento di Dio nella storia che evolve le dinamiche al bene dell’umanità.

Isaia di fronte alla morte che ha colpito Israele, che le fa sperimentare il piano della sofferenza, del dolore che conduce il significato della vita al limite del non-senso, ha due possibilità di costruzione:

  • aprirsi al nulla eterno, come il vuoto informativo, rafforzando in tal modo il grado d’entropia con l’etica del nichilismo che frantuma la coscienza nei rigagnoli delle perdite di senso.

  • Oppure al tutto eterno, come il pieno informativo, che fa dello smarrito, cioè colui che ha perso la strada di fronte al dolore della storia, un credente che sa intravedere nel buio, il filo di luce che lo terrà unito, nonostante l’indeterminatezza del tempo che tende a scinderlo… frantumarlo.

Isaia, introducendo Dio, contrappone alla logica del niente, l’etica della vita che si apre alla sintropia del Caos, come l’ordine delle diversità:

  • È questo il mondo nuovo in cui il leone e l’agnello pasceranno insieme.

Dio
è colui che dà l’input informativo e organizzativo alla dinamica del divenire. È quel quid d’evento che si pone come il pro-motore di vita. Tempo 0 presente che imprime il là alle organizzazioni spazio-temporali topiche e atopiche della realtà, lasciando una traccia-eco di sé nelle coscienze-memorie dell’io e del campo.

Egli è, con una lettura biostorica, il quanto storico che imprime l’ordine evolutivo agli spazi.

È la Bios (vita-parola) come in-formAzione allo stato puro.

L’azione di Dio, per Isaia, non si limita ad essere il creatore e il garante della vita, ma bensì va ben oltre, egli invierà il messia, colui che saprà indicare la strada per imparare a leggere la complessità democratica della vita, capovolgendo la scala umana di riferimento, nella costruzione e nella valutazione della storia.

Il messia, l’inviato da Dio, permetterà il salto di paradigma con l’azzeramento del nichilismo privato e storico:

  • la morte dell’uomo vecchio e la nascita dell’uomo nuovo.

Isaia introduce, così facendo, la plasticità nella costruzione storica, che fa saltare il parametro di sistema a campo chiuso nella costruzione della vita. Egli aprendo al dinamismo di costruzione dell’io-campo, decreta di fatto la morte del passato e la nascita del futuro.

La morte delle tirannie pietrificate irrigidite sul culto di un passato che si ripropone all’infinito sempre identico a sé.

Il salto di prospettiva presuppone la frattura tra la vecchia alleanza, basata sull’osservanza della legge, e la nuova, in cui Dio stesso imprimerà come l’alito-eco di vita, nella mente di ogni uomo e di ogni creatura, l’eticità della vita.

Isaia si pone come uno dei massimi osservatori della storia, riuscendo ad isolare nella realtà i segni-echi informativi, a decodificarli in significati e a disegnarli in proiezioni di futuro.

Nella triade, distanza - nuova alleanza - messia, egli vincola la tirannia della tradizione, fortemente voluta da una società che fermando in un fotogramma statico nel tempo la realtà, vuole porgersi ad artefice-garante della storia.

Si pensi a tutte le pulizie etniche o ideologiche. In tale vincolo egli chiude definitivamente alle ideologie totalizzanti degli ipocriti di ogni tempo che nascondono dietro il paravento del culto del passato, il personale e privato culto del potere.

La nuova Società intravista da Isaia è dialogica con l’infinito, con il campo e con l’io. È una nuova alleanza, un nuovo paradigma di lettura che apre alla democrazia di Dio, dell’umanità, della natura, quindi, della Storia.

Il messia insegnerà come costruire la dialogica dell’amore che si organizza in un processo continuo di esclusione/inclusione insieme.

Interessante è constatare come in una tale visione di storia, l’umanità non si sia ancora identificata pienamente; forse perché, l’identificarsi richiede l’elaborazione di occhio di lettura nuovo, che sappia strutturarsi su più dimensioni:

  • tale occhio è presente nella topologia mentale del Cristo. L’uomo chiamato Dio.

Non interessa in tale contesto dimostrare la verità storica di tale affermazione; non interessa creare una logica della divisione, ma vedere come nell’eccezionalità della figura storica del Cristo, si possano rintracciare elementi di possibile costruzione della topologia mentale di ogni soggetto della famiglia Uomo.

Lo studio sin qui tracciato vuole andare oltre il confine delle religioni e aprire ad una cristologia dell’umanità, in cui con un salto d’insieme si possano accettare le diversità di fratellanze, quale frattale dell’Umanità, rispettando le particolarità storiche, allo stesso modo delle dita che nonostante le differenze, costituiscono la funzionalità della mano.

Lo scopo dell’indagine sin qui condotta è quello di trovare un filo d’intesa che faccia sentire l’appartenenza ad una sola figliolanza che si fa universale, come avvenne nell’incontro di Assisi del 1986, che vide tutte le religioni, fatto primo nella storia, unite in una unica preghiera, corale.

È quella sintropia del Caos [Colamonico, A. 1998], che trasforma il disordine in ordine della complessità; complessità che apre la vita alla bellezza dell’esserci del Creatore e di tutte le sue creature.

Biostoria come studio e lettura della dinamica organizzativa della vita, vuole porre in luce il processo di democratizzazione della Storia, ricucendo quello strappo che oppose a Dio la scienza, attribuendo a Dio le grettezze delle società monolitiche, ego-centriche, che facevano dell'oscurantismo uno strumento di potere assoluto, contro quell'invito ad imparare ad ascoltare il soffio-alito della vita.




L'uno/tutto insieme della vita



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i Prendere corpo, come un acquisto di spazio-tempo che rende concrete, meglio, naturali le organizzazioni mentali. Il naturale è in relazione al processo di naturalizzazione della storia che rende reali sia le azioni, sia le immaginazioni poiché entrambe interagiscono nella costruzione della storia ( A. Colamonico, 1998).

ii Entropia/sintropia sono due processi vitali che si pongono il primo come la perdita irreversibile di informazione-energia di un singolo sistema; l’altro come l’organizzazione di un ordine di secondo livello tra differenti sistemi che interagiscono. Il processo entropico porta lentamente a morire, ad esempio il processo di invecchiamento di una automobile o di un uomo che si presenta irreversibile. Il processo sintropico porta a vivere, in quanto ordina i processi vitali come un’organizzazione complessa, in cui ogni sotto-sistema nella sua azione entra in relazione con se stesso e con altre azioni sistemiche differenti, equilibrandosi a vicenda. In una visione sintropica si pone il concetto di dialogica individuo/campo.

L’esempio più comune di sintropia, come ordine complesso, è il corpo umano, quale insieme di sotto-organizzazioni che coabitano e danno vita ad un sistema di ordine più complesso, in cui si può leggere una doppia azione, quella ristretta, interna, del fegato, ad esempio, e quella allargata, esterna, dell’intero sistema nella salvaguardia del fegato. Oggi in medicina si comincia a leggere la funzionalità dell’organismo come un ordine delle diversità che rende non scontato lo stato di malattia, esiste una capacità naturale del corpo a guarire, come una risposta sintropica di tutto l’organismo.

Entropia/sintropia si pongono in relazione agli stati di malessere/benessere di un sistema. Si legga per un approfondimento A Colamonico, Ordini complessi, op. cit.

iii La neghentropia, come negazione dell’entropia, è il processo di lettura-conoscenza del grado di perdita dell’energia-forza, si passa quindi da uno stato vitale ad uno interpretativo intorno allo stato, in cui necessita acquisire una nuova quantità di informazioni per poter correggere e ritardare l’effetto entropico. Entropia-sintropia-neghentropia sono i luoghi della dinamica vitale e delle lettura della dinamica e pongono il rapporto osservato-osservatore-osservazione. A Colamonico, Edgar Morin and Biohistory: the story of a paternity, op. cit.

iv Dare un nome potrebbe apparire, dal punto di vista cognitivo, un processo diverso rispetto a quello di risolvere un’equazione. La difficoltà nasce dal fatto che si è perduta memoria di come siano nati i nomi intorno agli oggetti, ad esempio la nuvola. In matematica, essendo un linguaggio universale, ci sono delle regole fisse di inferenza che portano alla risoluzione dell’equazione, regole che apparentemente sembrano non esistere nella lingua italiana, ma se si ricorda che l’italiano è l’evoluzione del latino che a sua volta ha subito l’influenza del greco, aramaico… si scopre con una ricerca etimologica che il nome degli oggetti che ci circondano è strettamente legato al loro apparire. L’automobile è il risultato di un’equazione che vede un oggetto in grado di muoversi da solo (auto-mobile).

v Il termine duale è legato alla scelta che si pone nel tempo presente per attualizzare (rendere atto) il futuro. Ogni azione implica un dover decidere tra più possibilità di linee evolutive. Attuata la scelta le ipotesi riducono la vita ad una sola forma di realtà. Questo fa parlare di futuro come un campo aperto e di presente-passato come un campo chiuso.

vi Il passato-futuro sono le due direzioni del tempo che tendono o verso il meno infinito o verso il più infinito, il presente, come il tempo 0, si pone come il luogo del passaggio. Nello stato di presente, il fatto, come un quid, si attua e prende spazio-corpo differenziandosi dal fattuale, l’eco di evento come un già fatto che si pone come deriva informativa del passato, e dal fattibile, l’eco di un’immagine di evento futuro, che può essere fatto. Il legame fattuale-fatto-fattibile si pone come nodo semantico per comprendere la diversità di una visione determinista/indeterminista; la prima è lo spazo-tempo del già attuato, che ha assunto una sua linea chiara e netta d’evoluzione; la seconda, il non ancora attuato che si apre ad una molteplicità di evoluzioni possibili. Il passato è un costruito, il futuro è un costruibile. A Colamonico, Fatto tempo spazio, op. cit.

vii Il doppio salto di lettura presuppone l’uscita da sé e dal fuori di sé, come un posizionarsi al di fuori delle dinamiche del processo dialogico io↔tu. L’essere oltre il campo comunicativo emittente-destinatario, fa prendere la posizione dell’occhio egli, come una dimensione neutra che permette la terza linea di lettura, che fa ribaltare i significati storici. A Colamonico, Ordini complessi, op. cit.

viii Il termine immaginazione non è qui usato nel senso di fantasioso o di fantastico, ma nel senso di forma, come acquisizione di un’immagine che si presta a diventare realtà. Le stesse scienze sono il risultato di immaginazioni che hanno finito col dare corpo alla realtà. Se non c’è immaginazione non può avvenire l’appropriazione del mondo nella conoscenza; è quella dialogica dell’universo nell’Io e dell’io nell’Universo di cui parlano i teorici della complessità. E. Morin, Verso il pensiero complesso, op. cit.

ix L’astrazione permette di elaborare una serie di discorsi che vanno altre il piano della concretezza: se bevo una tazza di latte freddo, sto compiendo un’azione concreta, se invece elaboro le proprietà del latte contenute in una tazza, sto andando altre il piano del concreto e sto analizzando una serie complessa di relazioni che mi permette di parlare di lattosio, di glucosio… La capacità ad andare oltre il piano del vedere è stato possibile perché c’è stata un’elaborazione che ha fatto astrarre la realtà, dandole una veste concettuale. Le astrazioni aprono alle nuove visioni della stessa realtà.

x Intravedere, come l’azione del vedere dentro il finito l’azione dell’infinito; il cogliere nel creato la presenza del suo creatore che come un occhio vigile controlla che tutto si compia secondo il processo salvifico.




© 2013, Antonia Colamonico - Vietata la riproduzione -



Pagine collegte (7): 1. Quaderno 2. Gerusalemme 3. Abramo 4. Caino 5. Cristo 6. Paolo Bibliografia


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