2. Abramo


Il pregiudizio non fa aprire la mente dell'osservatore storico alle osservazioni e riflessioni dell'altro che gli porge, con la sua singolarità, i quanti-luce delle sue comprensioni, intorno alla dinamica del vivere:

  • Ogni chiusura è un abbracciare la povertà che, se perseverata nel tempo, si fa miseria individuale, nazionale, epocale. Si spiegano così le implosioni di civiltà, i periodi bui, le cacce alle streghe... La Conoscenza, letta nella sua interezza (campo universo) è una struttura frattale, che si dilata in mille e mille sfaccettature cum-prensive.



Oltre il campo:

L'Osservatore dell'Osservatore



In questo spazio si vuole aprire una finestra osservativa sulla riflessione nella riflessione (R2 ) che permette di raddoppiare il valore del significato, come per per il numero 22 che così "potenziato" racchiude in sé il valore di 2 e quello di 4.

Quando si parla in epistemologia (E. Morin, 1999) e in Biostoria (A. Colamonico, 1998) di 2° livello della coscienza dell'osservatore storico, come quel campo in cui l'osservatore osserva sé che osserva, in molti nasce una forma di diffidenza pregiudizievole, come se si stesse parlando di cose troppo complicate, al limite di un quasi fanatismo cognitivo da sofisticherie aristocratiche.

Tale assunzione di distanza da sì fatta apertura dello spazio della spugna del pensiero è una forma di dominio cognitivo (pensiero forte, interno all'individuo) che parte da una pigrizia mentale nel non voler mettere in gioco le acquisizioni consolidate nel tempo, che sclerotizzatesi, si fanno rocce.

La mente/cuore di pietra rende l'osservatore da un lato impacciato nelle sue strettoie immaginative a misurarsi con i significati polisemici delle parole (gioco topologico di chiaro/scuro delle direzione dei sensi-sguardi), dall'altro lento nel processo d'appropriazione e memorizzazione della realtà.

L'abilità a muoversi nelle informazioni richiede una mente attenta, agile e plastica (A. Colamonico, b.2005) nel:

  • saper cogliere le variazioni minime (effetto farfalla dei quanti storico-informativi) che danno le armoniche sfumate dei compresi, si pensi alle sfumature di colore ad esempio giallo (canarino, sole, ocre, oro, senape ...);

  • saper attuare dei voli di senso, per accelerare e poi  accorpare e moltiplicare i significati in insiemi di insiemi di campi informativi, sintattici e grammaticali che oggi chiamiamo discipline e sotto-discipline.

Il linguaggio è anch'esso un processo a frattale che si fa un tutt'uno con la realtà, essendo la parola particella topologica che ha, in sé, il nome-sagoma delle res-cose.

Ogni parola-cella racchiude, come in una membrana una duplice componente, semantica e geometrica, essendo essa simbolo e forma di un significato-res di realtà che si attualizza nella mente-sguardo, seguendo delle procedure matematiche, quale processo multi-proiettivo (A. Colamonico, M. Mastroleo, 2010).

L'aspetto matematico della parola è intrinseco alla stessa organizzazione del linguaggio; per gli ebrei, ad esempio, ogni lettera dell'alfabeto ha un corrispettivo valore numerico, per cui numero e lettera sono interscambiabili in un'architerttura a multi-strato di significato che si fa possibilità, per l'osservatore, ad aprire nella superfice esterna della scrittura delle nicchie-crepe di trame di significati, celati e custoditi come una perla in un'ostrica. In tale azione d'ingresso nella parola-numero si esplora e sperimenta il carsismo epistemologico e storico della conoscenza, con le sue sacche e creste di vuoto/pieno, di sensi espressi e sensi latenti, di codici sfumati (A. Colamonico, 1992).

Imparare a giocare con le lettere e con i numeri, insieme, per creare rappresentazioni concettuali è di fatto ri-scoprire l'interezza della visione vitruviana di uomo rinascimentale, coeso, a uno/tutto eco-inter-agente (A. Colamonico, M. Mastroleo, 2010). Va ricordato che anche Pitagora comprese il valore matematico del linguaggio che si apre ad una organizzazione armoniosa, a cosmo uno/tutto di coscienza/conoscenza.

La conoscenza scissa si è avuta quando si è fatto del sapere una professione spesso asservita ad un dominus terreno, sminuendone così il grande significato storico di relazione vita/conoscenza.

Dalla conoscenza slegata in tanti campi di distinguo per sé stanti, s'è prodotto, poi, l'uomo slegato de-naturato da ogni vincolo relazionale, perso  in un'esaltazione individualista, a-storica, da uomo-dio.

In tale operazione di riduzione del significato si è avviata l'implosione del pensiero che è approdata all'uomo-attimo che si fa punto e basta, aperto a tutte le possibilità di evoluzione, ma di fatto fermo nella sua crisi da iper-scelta (a. Toffler, 1988) che lo paralizza in una forma punti-forme d'impossibilità evolutiva.




Acquaviva delle Fonti, 9 giugno 2013

Antonia Colamonico

© 2013 - Antonia Colamonico





L’ambiguità di Abramo


Perché Abramo?

Abramo incarna la dimensione umana del vivere in ascolto della voce di Dio. Egli rappresenta quella capacità della mente uomo di saper affrontare una vita aperta alle incognite del domani. Proprio nel suo essere sotto la tenda, egli insegna lo status mentale dell’essere sempre pronto a partire, a rimettere in discussione le certezze e gli stati di potere e di ricchezza.

Abramo incarna così la qualità del nomade sulla scena della storia, ma in tale suo modo di affidarsi e lasciarsi plasmare dalla dinamica del campo, egli compie un errore di giudizio, crede e non crede nella sua possibilità di paternità e quindi d’accordo con la moglie Sarai va con la schiava Agar che gli darà Ismaele.

Si apre così sin dalle origini una frattura tra legittimo e illegittimo, allorquando per salvaguardare lo stato di potere di Isacco, egli è costretto a ripudiare il primogenito.

Nella storia dei due fratelli che incarnano, nell'immaginario collettivo, la dualità ebraico-islamica si intrecciano le attribuzioni di valore che creano le sacche-nicchie di superiorità/inferiorità tra gli individui.

Ma se si prova a spostare l’attenzione da un uomo ad una nuvola che alta si mostra nel cielo:

  • si può continuare a parlare di legittimo/illegittimo?
  • Quale è il parametro di base da cui nasce il valore positivo o negativo?
  • Quale è il confine che fa invertire il significato?

Se, ritornando alla nuvola, l'osservatore guarda al sereno (valore -), essa è illegittima (perché preannuncia la pioggia); se guarda alla pioggia (valore +, presagio di ristoro per il campo), è decisamente legittimata, è la benvenuta, la benedetta. Allora non è in funzione di sé che la nuvola si pone come opportuna/inopportuna, ma in relazione al punto di vista e alla scala di valore con cui si legge la sua posizione.

Tornando ad Abramo egli fa una scelta, intorno ai due figli, e costruisce una gerarchia di valore che lo porta a creare la supremazia di Isacco, giustificandola perché legittimo; tanto che Dio riscatterà Ismaele, promettendogli una discendenza numerosa, tanto quanto quella di Isacco.

Il profeta Maometto, partendo proprio da tale eco-informativo, riorganizzerà il mondo arabo, dandogli la dignità di Nazione.


I dualismi di significato

Dal racconto si evince come i dualismi di significato, grande/piccolo, bello/brutto, utile/inutile… siano fortemente vincolati ai punti di vista dell’osservatore storico, nel nostro caso Abramo.

L’occhio lettore padre, influenzò la vita di Ismaele, dandogli l’attributo di illegittimo, mentre in precedenza, egli stesso, lo aveva chiamato figlio mio:

  • in ciò consiste l’ambiguità di Abramo, nell’aver fatto un salto di scala di valore tra un prima positivo e un dopo negativo che ha tolto parte di dignità al figlio primogenito, scaricando sul ragazzo il suo errore di giudizio nel non aver creduto nella possibile maternità di Sarai.

Egli, in funzione di una scelta topica d'opportunità, ha perso di vista la visione allargata (u-topica) di paternità. Cambiando il suo giudizio ha creato l’ingiustizia:

  • ciò che prima veniva percepito come naturale, processo di inclusione, poi, è divenuto innaturale, processo di esclusione.
In tale modellamento del significato ad un fine particolare, si esprime l’errore cognitivo di Abramo che ha ristretto il campo della sua osservazione (caleidoscopie eco-biostoriche).

La facoltà della mente umana a costruire scale di significato, rientra nella capacità di lettura della realtà, che resta sempre un oltre il piano d’osservazione, essendoci uno scarto spazio-temporale (A. Colamonico, 1993) che non si presta ad essere colmato, dato che la dinamica storica è a tempo discreto.

La realtà, la nuvola o Ismaele, non ha un valore in sé, se non quello di occupare uno spazio-tempo, che ne delimita la permanenza bio-fisico-informativa (cittadinanza nella vita).

Il valore che pone i dualismi, nasce da parte della mente-occhio dell’osservatore, che nell’appropriarsi della realtà, costruisce i poli di interesse positivo/negativo, attribuendo di volta, in volta, una gradazione di quantità/qualità, in funzione di una visione di passato/futuro che egli sta elaborando.

Nella dinamica del reale si può parlare di uno stato di eterno presente, in quanto gli accadimenti, come i fatti, i compiuti, si attuano in uno spazio a tempo 0, da cui poi diparte la linea del tempo che non è unidirezionale [Colamonico, A. 1998]. 

Lo spazio-tempo nella costruzione biostorica sono dei frattali, come quel fiocco di neve finito/infinito precedentemente posto, ed hanno una struttura più ad albero che a retta. La linea del tempo che ancora oggi si ritrova nei libri di storia è una mappa disegnata dal Cellario (1643-1707), ma una mappa non è assoluta, nella rappresentazione del reale.

Per capire la forma biostorica necessita riflettere proprio sulla struttura complessa di un albero che pone un inizio, che fa da punto 0, quale nodo di avvio del processo di crescita, e poi si auto-organizza a raggiera, fino ad assumere la complessità della chioma.

Solo che nell’albero la chioma ha un limite, dato dalla durata di vita dello stesso; nella storia, questo non si pone, essendo un’organizzazione che tende all’infinito. Infinito che si lascia sempre abbordare, catturare, tanto da divenire un in-tra-finito nel processo di conoscenza.

L’occhio-mente umano, ponendosi di fronte, alla realtà vitale, incomincia ad indagarla, osservandone i movimenti, le forme, i colori, ecc. in tale azione esplorativa, in cui entrano in relazione i modi della realtà con con i linguaggi  e i modi dell’osservatore, che inizia a costruire le scale di valore, attribuendo dei significati più o meno belli, utili, necessari, pericolosi…

L’attribuzione del significato non si pone su di un piano neutro, per cui non è oggettiva, ma è vincolata a chi la sta definendo-osservando, quindi soggettiva:

  • la margherita non è bella; ma è bella per Anna. È Anna che nella margherita vede la bellezza, mentre non la vede nel crisantemo. Il non vederla non è del crisantemo, bensì di Anna.

In natura tutto è bello o viceversa tutto è brutto, il bello/brutto sono criteri di giudizio codificati dalla mente umana che attribuisce il significato, in virtù dei paradigmi, personali e comuni che adopera nella medesima lettura della realtà.

Nel caso di Abramo cosa ha determinato l’apparente incongruenza della sua azione?


L’essere passato da un campo di riferimento ad un altro, mutando così il giudizio. Il cambio di giudizio non è spesso evidente nelle scelte, poiché i piani di costruzione dello stesso sono complessi.


Da cosa nasce il giudizio che fa dire bello o brutto?


Semplice, da una valutazione storica, che si intreccia con un sistema di aspettative di futuro e di stime-apprezzamenti di passato, private/collettive.

Ecco come il passato e il futuro si intersecano con il piano presente, perturbandolo e, quindi, modificando la tendenza d’infinito [Colamonico, A. 1993]. Sono le modifiche che rendono la struttura storica frattale. Sono le modifiche che danno forma, nel rapporto dentro/fuori, allo stesso infinito, che si allontana e si avvicina in funzione degli spazi dell’evoluzione storica.

Con un occhio di lettura eco-biostorico le perturbazioni di forma sono duali, per cui se cambia il dentro, automaticamente cambierà il fuori; se cambia il finito, automaticamente cambierà l’infinito, essendo sia l’uno e sia l’altro forme topologiche che coabitano. Ma non solo, anche le parole sono particelle topologiche [Colamonico, A. 1998] che si dilatano e si rovesciano come guanti, senza tuttavia perdere la proprietà semantica che fa, ad esempio, di madre, madre e di figlio, figlio, come quel fiocco di neve che tende a deformarsi all’infinito, pur restando un fiocco finito.

Per comprendere l’adattabilità della vita e della facoltà di giudizio, bisogna soffermarsi a riflettere sulla plasticità del reale. Un esempio di elemento plastico è l’acqua che non ha una forma definita, ma assume di volta in volta la forma del recipiente che la contiene.

La constatazione della plasticità della vita, implica una ridefinizione del senso-direzione storico:

  • non si può fermare il corso della storia e quando la mente umana ha avuto simili pretese ha compiuto grandi ignominie.
  • Così come non si può fermare il processo del divenire del  corpo che divenendo si de-forma come cosa vecchia.

È l’azione erosiva del tempo-spazio (entropia) che impone la trasformazione. Si possono spendere migliaia di euro in creme, bisturi, protesi... ma il corpo è soggetto a consumare tempo e il tempo di ogni uomo e non solo, è un finito.



Come la mente umana risponde a tale processo erosivo?

Le tipologie immaginative fondamentali sono due, o essa tende ad un visione statica, oppure ad una dinamica:

  • nella prima è portata a fermare in un fotogramma astratto la realtà, per perpetuarla all’infinito;

  • nella seconda, tende ad assecondarne il movimento, ristrutturandone all’infinito l’idea-immagine-emozione che ha elaborato.

L’idea-immagine-emozione è di fatto l’unica chiave d'accesso alla realtà per l’uomo.

Si può così comprendere come la prima ipotesi si ponga come un anacronismo storico, il bimbo non può tornare nell'utero di sua madre. La seconda è un sincronismo che di volta in volta rielabora la relazione io-campo. In entrambe le ideazioni entra in gioco la capacità decisionale del soggetto osservatore-attore-abitante nel saper come bene indirizzarsi nel tempo 0 di presente. Ponendosi una serie di interrogativi:

  • quale posizione voglio assumere di fronte alla vita?
  • Voglio fermarla o assecondala?
  • in funzione di quale fine decido di agire?

Nel primo caso egli dovrà accettare il rischio di farla morire (la vita) per asfissia, nel secondo essere disposto a morire, perché la vita lo potrebbe scavalcare. Proprio in tale dinamica entra in gioco lo stato di potere con il valore che si dà a sé e che si attribuisce alla vita.


Lo stato di potere

Nello stato di potere (io: posso fare, so come fare, mi assumo la libertà di fare, valore positivo) si vincola il significato, vicendevole, che si assegna alla dialogica  di io/campo:


(Paris Bordone (1500 – 1571). Partita a scacchi, 1540)



In tale gioco di effetti e ritorni,  se si attua un braccio di ferro, si porta, di fatto, al disconoscimento del valore vitale di uno dei due giocatori della dialogica storica (nascono così i soprusi e relativi  conflitti)

  • Come uscire da tale gap?


Si dovrà attuare un salto cognitivo, passare da un pensiero che divide ad uno che eco-inter-connettete, visualizzando le reciprocità di ricaduta degli eventi sui piani soggettivi/oggettivi, senza trascurare le sacche-nicchie di echi informativi.

Tale salto presuppone un occhio-mente eco-biostorico che sappia giocare con i punti di vista; visualizzare le ricadute a più scale degli eventi; leggersi con l’occhio dell’altro; superare il fascino degli stati di potere personali e collettivi; essere neutro come il processo vitale.

Un occhio-mente privo di pregiudizio [Colamonico, A. 2005 (b)], che risponda alla dinamica degli eventi, su basi di fratellanze concettuali e non solo di subordinazione e attribuzione di valore-status.

Per essere più chiari, un pensiero che si organizzi più su proposizioni coordinative che subordinative [Morin, E. 1993].





Un pensiero, dunque, che si lasci meravigliare da una successione di eh! Anche! Pure! E non da una serie infinita di ma! Però! Forse! non so! Si potrebbe! Invece! 

Un pensiero che sia positivamente esclusivo/inclusivo insieme:

  • Esclusivo, perché auto-referenziale, in grado di assumersi consapevolmente le responsabilità di costruzione, come un dentro di sé.

  • Inclusivo, poiché tale qualità auto-referenziale la sa riconosce nell’altro, il fuori di sé. Come io-un/ego sono libero a costruire le mie scelte di valore e di azione, così lo sei tu-alter/ego, di fronte a me.

Tale organizzazione della mente richiede una visione di umanità di uomini liberi e non di servi/padroni, di ricchi/poveri, belli/brutti, sani/malati, dotti/ignoranti.

Una visione di umanità che sia più vicina ad un campo di fiori, in cui coabitando tutti i fiori insieme, concorrono alla bellezza vitale.

La costruzione di una tale immagine di umanità, richiede una revisione delle carte di lettura della realtà, perché essendo proprio esse gli strumenti cognitivi con cui si agisce, finiscono per entrare nella costruzione della storia, come delle lenti di ingrandimento che, interferendo e deformando la visione di realtà, l’allontanano o l'avvicinano, l’ingrandiscono o la rimpicciolisco (caleidoscopie).





© 2013, Antonia Colamonico - Vietata la riproduzione -



Pagine collegte (7): 1. Quaderno 2. Gerusalemme 3. Caino 4. Giacobbe e Isaia 5. Cristo 6. Paolo Bibliografia



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