L'opera realizzata nell'ambiente artistico di Rodi, è databile alla seconda metà del I sec. a.C., e fu trovata nel 1506 a Roma, si tratta forse di una copia romana.
Narra l'episodio della guerra di Troia, raccontato nell'Ilioupersis e successivamente nell'Eneide, in cui il sacerdote troiano Laocoonte cerca di convincere i suoi concittadini a non fidarsi del dono lasciato dagli Achei, il cavallo di legno, davanti alle porte della città. Il sacerdote di Apollo Laocoonte e i suoi figli sono rappresentati mentre vengono avvolti dalle spire di due serpenti spuntati dalle acque per volere di Atena, sostenitrice degli Achei.
Ad accentuare la teatralità della scena, tratto tipico della scultura ellenistica, contribuisce il fatto che lo scultore ha scelto di rappresentare il momento di massima tensione anche emotiva. Il pathos che traspare dai volti e dalle espressioni di Laocoonte e dei suoi figli ben lascia trasparire il terrore e la disperazione dei personaggi che tentano di divincolarsi dai due serpenti che tentano di stritolarli. La tensione muscolare di Laocoonte è evidente nel busto e negli arti, contraddistinti anche da una accentuata torsione. Il volto è deformato in un espressione di angoscia e dolore. La scena è concitata, i corpi si contorcono, in un ultimo disperato tentativo di liberarsi.
L'opera viene attribuita a tre diversi scultori: Agesandros, Athenodoros e Polydoros, la differenza stilistica è evidente nelle tre figure maschili. L'elemento unificatore sono i serpenti elemento narrativo e formale di fusione di fusione dei tre soggetti in un'unica opera.
Il gruppo è contraddistinto da linee diagonali e il movimento è teso verso sinistra. Le figure si offrono al pubblico secondo una visione frontale.
Il corpo di Laocoonte sembra ispirato a quello di Zeus scolpito sull'Altare di Pergamo, testimonianza del cosmopolitismo che contraddistingue l'epoca ellenistica.