Dalla sua pubblicazione nel settembre 2021 il Libro Azzurro continua ad essere un corpus vivo.
Frutto di laboratori ed esperienze professionali, internazionali e locali, il LA è concreta quotidianità di professioniste del territorio, lievito di incontri e convegni, lente per la lettura e per il farsi delle prassi in salute in diverse realtà delle Cure Primarie italiane. La sua vitalità “esige” una continua rilettura e rielaborazione per attualizzarne i significati e le pratiche. Da qui la necessità di domandarsi quale sia l’elemento minimo, il fattore irriducibile sotteso alla possibilità della PHC: l’equipe, come facoltà interdisciplinare di produzione di salute per/con la persona e le comunità.
Quale il costituente competenziale minimo? Quali le caratteristiche e le funzioni? Quali le attenzioni di autocura nell’equipe necessarie per la sua efficacia e sostenibilità?
A questa definizione concettuale di equipe consegue la necessità di tratteggiare anche il suo ruolo transizionale, tra persona/paziente e supportività più ampia data dall’ambiente istituzionale. Ovvero, nella concezione biopsicosociale, descrivere le dinamiche di interazione tra la persona e i macro fattori ambientali che condizionano i determinanti di salute, mantenendo un orientamento inter e multisettoriale. Per questo un gruppo di professioniste ha riletto il materiale esperienziale e quanto riportato dalla più recente letteratura di interesse, a partire da quanto raccolto in occasione dell'evento della Campagna PHC di 9/24, ed è giunta alla scrittura di uno specifico capitolo “LAVORO IN EQUIPE INTERPROFESSIONALE INTERSETTORIALE”.
Il gruppo di lavoro multidisciplinare di redazione del presente capitolo si è incontrato, in presenza e a distanza, tra aprile e ottobre 2025 ed è stato partecipato da Alice Cicognani, Alice Minotti, Andrea Canini, Anna Zannoner, Corrado Tosetto, Crescenzo Caiazza, Desiree Barbetta, Marco Senni, Mariasole Monaldi, Matteo Di Pasquale, Silvia Mazzini; è stato quindi sottoposto a revisione di esperti italiani e brasiliani.
Nota stilistica: al fine di semplificare la lettura e garantire coerenza stilistica, nel presente elaborato è stato scelto il femminile sovraesteso come convenzione redazionale. Tale opzione linguistica, scelta in modo consapevole, non ha intento escludente nei confronti dei generi non esplicitamente menzionati, ma intende promuovere una modalità inclusiva e richiamare l’attenzione sulle disuguaglianze di genere tuttora presenti nella società.
La salute frammentata (lavoro per silos). Le politiche, i sistemi e i servizi di Cure Primarie sono organizzati e orientati a operare per silos, in contrasto con quanto indicato anche dai recenti riferimenti di DM 77 e PNRR. Tale divisione inizia già dalla formazione, che prevede percorsi non integrati per MMG, infermieri e gli altri professionisti delle Cure Primarie. La frammentazione è poi perpetuata in ambito lavorativo, ove i servizi lavorano ancora oggi in gran parte con un approccio monoprofessionale. Le stesse Case della Comunità, che dovrebbero rappresentare il centro dell’integrazione interprofessionale, raramente prevedono momenti strutturati di confronto nonché piattaforme di lavoro comuni per una presa in carico condivisa.
La interprofessionalità e intersettorialità negate. L’interprofessionalità è tendenzialmente ridotta alla collaborazione di due sole discipline (medica e infermieristica), escludendo la necessità di affrontare la complessità con più visioni e competenze. Persiste ancora una struttura di lavoro gerarchizzata, un approccio alla persona frammentato e incompleto, che ostacola spesso la condivisione delle conoscenze e il coinvolgimento della persona e delle sue reti in un’attiva presa in carico partecipata.
Insoddisfazione e burn-out delle professioniste delle Cure Primarie come conseguenza del lavoro in solitudine. Diversi studi clinici hanno documentato come la mancanza di integrazione con altre figure professionali sia correlata a un maggior grado di insoddisfazione, depressione e burn-out, rispetto a chi lavora in équipe interprofessionale con inevitabili ricadute sulla qualità del lavoro.
Modello biomedico e medico-centrico. L’attuale configurazione delle Cure Primarie vede la medica di famiglia come unica responsabile del rapporto di fiducia con la persona e della gestione complessiva della presa in carico. Questo comporta un accentramento di funzioni e compiti che necessiterebbero di un approccio di équipe, valorizzando ogni professionista rispetto alla propria area di intervento.
Insufficiente conoscenza del territorio e delle comunità. Ad oggi l’equipe di Cure Primarie è insufficiente in competenze e strumenti per un’adeguata conoscenza del territorio e delle comunità che lo abitano. Questo comporta il rischio di erogare attività strettamente prestazionali e non pienamente indirizzate ai bisogni delle persone né condotte secondo una prospettiva di comunità.
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