LA FESTA DI SAN GIACOMO A CAPIZZI
Da molto tempo sentivo parlare di Capizzi, una cittadina situata all’interno della Sicilia che insieme ai suoi abitanti, chiamati in dialetto Capizzotti, ho sentito citare spesso al mio paese.
Così avendo un po’ di tempo libero in questi giorni, per curiosità, mi sono dedicato a compiere una ricerca su di lei.
Sono stato attratto soprattutto dal fatto che la piccola città di Capizzi e i suoi cittadini, pur appartenendo ad una provincia e a una diocesi diverse dalla nostra, sono stati sempre sulla bocca di noi nicosiani.
Situata nell’entroterra della Sicilia, nel parco dei Nebrodi, ha un’altitudine di 1139 metri sul livello del mare e si estende su una superficie di quasi settanta chilometri quadrati.
Durante i mesi d’inverno non vi manca mai la neve e negli altri mesi vi si può godere tanto bel fresco.
Definita “Aurea Urbs Capitina” da Cicerone, Capizzi conta 2.823 abitanti, fa parte della provincia di Messina e della diocesi di Patti, risulta il Comune più povero della Sicilia, con un reddito medio inferiore ai diecimila euro (Relazione Sistema Informativo Territoriale Regionale del 2018) e dipende da Nicosia per l’Asl, l’ospedale e il tribunale.
Dista una quindicina di chilometri da Nicosia, mia città natale, anch’essa all’interno dell’isola, ma è più elevata rispetto a Nicosia che ha un’altitudine di 724 metri sul livello del mare.
Chi non conosce la zona interna della regione siciliana, deve sapere che Nicosia con una popolazione di 13.022 abitanti, definita la città dei ventiquattro baroni, si trova in provincia di Enna, ha una sede vescovile, un ospedale, il tribunale (almeno fino a qualche anno fa).
Pur nella loro specificità, le storie di queste due città hanno alcune cose in comune, come ad esempio la presenza di varie dominazioni da parte di altri popoli, il medesimo santo Patrono, cioè san Nicola di Bari e una massiccia emigrazione verso il Nord.
Senza offesa per i Capizzotti (ufficialmente si dovrebbe dire Capitini), quando un alimento si avvicina alla scadenza, noi nicosiani diciamo “sta passando per Capizzi”, oppure quando è già andato a male diciamo con tutta naturalezza “è passato per Capizzi”.
A questo va pure aggiunto un altro modo di dire usato di frequente a Nicosia.
Nelle conversazioni se capita di pronunciare la frase “è lo stesso!” per indicare che non c’é alcuna differenza fra due cose, l’altro interlocutore reagisce sentenziando “lo stesso lo dice il Capizzotto!”
Strani modi di dire che circolavano e continuano a circolare a Nicosia.
Ricordo che tanti anni fa ne avevo parlato con Giampiero Biliotti, un monsummanese mio amico e collega, ormai passato a miglior vita, appassionato cultore della lingua Esperanto.
Uscendo insieme dall’ufficio egli si appoggiava alla mia spalla in quanto disabile fino a raggiungere la sua moto e ridendo insieme scherzavamo sui detti nicosiani a proposito di Capizzi e dei suoi cittadini.
Come è successo a tanti giovani o meno giovani dell’interno della Sicilia, anch’io ho dovuto abbandonare la mia terra per venire a vivere qui a Monsummano Terme.
Lasciare la propria regione per andare a vivere in un’altra, è una cosa che non auguro a nessuno perché ci si sente sempre a disagio come degli estranei non desiderati, soprattutto nei primi tempi.
Solamente chi vi è passato è in grado di capire cosa voglio dire.
Un evento da segnalare che si svolge ogni anno a Capizzi, il giorno del ventisei luglio, é quello della festa dei Miracoli dell’Apostolo san Giacomo.
I portatori a spalla della statua del santo Protettore, spingono la portantina in processione all’esterno del Santuario, attraversando le vie del paese, fino ad arrivare davanti a un muro con l’intento di colpirlo e sfondarlo con quegli stessi pali che reggono sulle loro spalle per portare la sacra immagine.
L’azione di sfondamento, pericolosa sia per i portatori che per i fedeli in processione, avviene dopo ripetuti attacchi e con grandi movimenti in avanti e indietro prendendo la rincorsa.
Dal video della manifestazione avvenuta nel 2018 si può notare come quel giorno miracolosamente è stata evitata una tragedia: https://youtu.be/fDOLuygPf48.
Secondo la tradizione locale il mancato sfondamento del muro è un presagio di avversità per l’anno, come pure il numero di colpi necessari per abbattere il muro può influire sull’annata seguente.
Si dice che il muro colpito e sfondato è quello di una sinagoga ebraica che si trovava in piazza dei Miracoli.
Esiste un’altra versione, secondo cui il muro abbattuto è quello della casa del nobile Sancho de Heredia che nel 1435 trafugò la reliquia di san Giacomo portandola a Messina per conto di Alfonso il Magnanimo.
Dopo lo sfondamento il muro viene nuovamente ricostruito per la festa dell’anno successivo.
L’abbattimento del muro secondo alcuni teologi commentatori può avere due significati religiosi.
Il primo è quello di una ricerca affannosa della reliquia di san Giacomo, tanto amata dagli abitanti di Capizzi e loro sottratta con arroganza.
Il secondo è quello della sconfitta del male e del peccato grazie all’intervento potente di san Giacomo.
Un’altra processione solenne e di grande importanza è sempre stata quella del Venerdì Santo che si tiene a Nicosia con l’imponente crocifisso del Padre della Provvidenza.
In passato durante questa processione avvenivano scontri molto violenti fra gli abitanti di due Parrocchie che vi partecipavano con i loro crocefissi (Padre della Provvidenza e Padre della Misericordia), appartenenti rispettivamente alla Cattedrale e a Santa Maria Maggiore.
Grazie all’intervento autorevole del compianto vescovo Mons. Clemente Gaddi sulla questione, veniva stabilito che il crocifisso della Cattedrale doveva essere portato in processione sopra un camion nella giornata del Venerdì Santo, mentre quello di Santa Maria Maggiore doveva essere portato in processione a spalla il terzo Venerdì del mese di Novembre.
In questo modo veniva messa la parola fine agli scontri brutali nel corso di una manifestazione religiosa solenne.
Non da noi, ma in alcune zone d’Italia si sente dire tuttora che l’immagine sacra viene portata processionalmente sotto il balcone del boss mafioso per farle fare addirittura un inchino.
Chissà se un giorno, soprattutto a seguito della diffusione della pandemia da coronavirus, si potrà partecipare in ogni parte della nazione a processioni più serie, per recitare devotamente il santo rosario, cantare gli inni sacri, seguire le marce della banda, senza inchini, senza eroici furori che spesso vengono scambiati per religiosità, mentre possono addirittura recare danni ai fedeli presenti.
Enzo Vincenzo Bellina
01/08/2021