di Leonardo Porcelloni
A partire dall’XI secolo la Via Francigena sempre più frequentemente viene denominata facendo riferimento a Roma, ormai diventata una delle principali mete di pellegrinaggio del Medioevo. Già sul finire del X secolo, con la pratica del pellegrinaggio romano è attestata l’espressione “ via Sancti Petri”. Poi si dirà “ strata Romae S. Petri de Ruma” oppure “ strata qui dicitur Romea”, anche se, si continuerà a usare l’appellativo Francigena. Quello dei pellegrinaggi medievali fu un fenomeno che coinvolse cristiani di ogni età e condizione sociale, facendo avventurare fitte schiere di pellegrini in viaggi perigliosi e faticosissimi.
Grazie a questo flusso di movimenti, dall’inizio del secondo millennio, alcune località divennero frequentate mete di pellegrinaggio e nello stesso tempo si configurarono come punti d’incontro di cultura, luoghi di scambio, indubbiamente facilitando la successiva ripresa dei commerci e delle comunicazioni.
Il principale centro organizzativo di pellegrinaggio fu Cluny, fulcro della nuova spiritualità che porterà alla riforma della Chiesa. A Cluny si realizzò una concentrazione di energie culturali che irradiò poi in tutta la Cristianità le elaborazioni del centro borgognone.
Entro questo quadro organizzativo delle vie del pellegrinaggio si collocano le fondazioni monastiche d’impronta cluniacense delle abbazie benedettine poste lungo il tracciato della via Romea.
La mobilità dell’uomo del Medioevo era maggiore a quella che noi moderni possiamo immaginarci sulla base della povertà tecnica dei mezzi di trasporto dell’epoca. Soprattutto in considerazione dei pellegrini che si viaggiavano per “zelo di religione”.
Alla metà del XII secolo risalgono altre testimonianze della celebre strada come ad esempio quella offerta dal Libro del re Ruggero, compilato dal geografo arabo Edrisi.
La Via Francigena non viene menzionata esplicitamente, ma il suo tracciato emerge dall’itinerario descritto per il collegamento tra Genova e Roma. Nella descrizione si traccia un itinerario che si svolge per la Toscana interna, e non lungo il litorale, essendo citate le seguenti località: “Lukkah” (Lucca), “Fluransah” (Firenze), “S. Nqaliliah”
(Siena), “Gabal’-Nwat” (Monte Amiata) e “Rumah” (Roma).20
A grandi linee è il tracciato della Francigena ma con la variante fiorentina. Il documento ricorda poi Le Briccole (“La Briche”) e San Quirico d’Orcia (“San Clerc”), cui fa seguire la stazione di Buonconvento (“Bon-Cuvent”) che Sigeric invece non riportava.
Analizzando dettagliatamente, all’ingresso in Toscana, dopo Acquapendente, vi è indicata come stazione “Redcoc” (Radicofani). Probabilmente sul finire dell’XI secolo, col progressivo declino delle ricchezze dell’abbazia amiatina, la Via Francigena era divenuta insicura nel tratto compreso tra le valli dell’Orcia e del Paglia. Venendo così a delinearsi un diverticolo della strada che, dal fondo valle giungeva alla Rocca di Radicofani; variazione che diverrà in seguito parte del tracciato principale.
Il castello di Radicofani, per la sua locazione geografica rappresentò un luogo sicuro, facilmente difendibile, tanto che nel corso del Duecento fu scelto come sede dai fuoriusciti guelfi di Siena. Le prime notizie storiche mostrano che nel 1028 il Conte Ildebrando IV Aldobrandeschi vendette Contignano a Foscolo e Maiza e che essi nell'anno seguente lo donarono al Monastero del S.S. Salvatore del Monte Amiata; successivamente, nel 1210, con una Bolla l'Imperatore Ottone IV confermava il possesso all'Abbazia.
Il Castello di Radicofani rappresentò anche la base del famigerato Ghinotto di Tacco (ritratto qui accanto), detto Ghino nel XIII secolo. Era un brigante che fuggì da Siena, occupando la ritenuta impenetrabile fortezza di Radicofani dalla quale compiva imboscate ai viaggiatori, derubandoli quasi completamente, infatti lasciava loro di che sopravvivere. Per questo motivo e perché lasciava liberi di proseguire sia i poveri che gli studenti, Ghino di Tacco fu considerato un ladro gentiluomo.
Anche Radicofani presenta tutt’oggi un’antica posta di fine Cinquecento (la prima citazione è al 1620; l’ultima al 1862), l’ultima posta dei cavalli in territorio toscano, che fu per secoli lo spauracchio di tutti i viaggiatori che da Firenze andavano a Roma.
L’imponente edificio, fatto costruire dai Medici nella seconda metà del XVI secolo, si può ammirare ancora oggi, con i due eleganti ordini di loggiati che costeggiano la strada, sostanzialmente immutato (come si può notare nella foto sottostante).
Ufficialmente, fu dal 1580 che venne chiuso definitivamente il tratto di strada che dalla valle del Formone scendeva in Val di Paglia, quando il Granduca di toscana fece cominciare i lavori di ristrutturazione del tracciato per Radicofani. A conferma di ciò sia ha, del 1581, una lettera dell’abate Don Pietro del monastero di San Salvatore, indirizzata al cardinale dei Medici, riguardo non solo al danno che si recava a quella comunità indirizzando la strada verso la rocca di Radicofani, “ma pure riguardo alle difficoltà che i viandanti avrebbero dovuto affrontare sulle dieci miglia di salita per arrivare fin lassù”.21
20
Schiparelli C., L’ Italia descritta nel “Libro del Re Ruggero” in - Renato Stopani, La via Francigena in
Toscana, storia di una strada medievale, Salimbeni, Firenze 1984.
21
Mambrini S., La via Francigena e l’ Abbazia del Santissimo Salvatore al Monte Amiata, Comune di
Abbadia San Salvatore 2010.