di Leonardo Porcelloni
Le vie dell’antichità nascono prevalentemente sotto la spinta di fattori economici, politici o militari. Ne sono un esempio le grandi consolari romane, che vennero realizzate con la conquista di nuovi territori e per la colonizzazione degli stessi, frutto di un preciso progetto. Diversa è stata l’origine della Francigena. Questa arteria che attraversava l’Europa medievale, è risultato di successivi aggiustamenti e di compromessi tra i vari domini loci che, di tempo in tempo, si sono spartiti il territorio che essa intersecava. La storia dell’itinerario percorso dalla Francigena coincide con la storia delle vicende politiche e dell’organizzazione territoriale delle regioni attraversate confermando come sia necessario leggere la storia della viabilità come rapporto tra “spazio e potere”.2 È da precisare che sin dalla sua nascita la via non si presentò come un percorso unitario, configurandosi piuttosto come un fascio di percorsi che permetteva di transitare per una successione di località, di volta in volta corrispondenti a un valico montano, a un ponte o a un guado, a un centro abitato dotato di attrezzature ricettivo-assistenziali. 3 L’eccezionalità della via Francigena risiede soprattutto nelle ragioni che motivarono la sua nascita, da collegarsi alla ripresa delle comunicazioni ad ampio orizzonte che iniziò a manifestarsi nella seconda metà del VII secolo e sotto l’azione di un fenomeno di natura principalmente spirituale: il pellegrinaggio. Furono infatti i sempre più numerosi pellegrini che, dalle aree evangelizzate dell’Europa occidentale si recavano ai principali loca sacra della Cristianità a far nascere l’esigenza di un itinerario a sviluppo sovra regionale.
Anche il movimento delle crociate ebbe un importante influsso nell’evoluzione della strada, il culto dei Luoghi Santi ebbe un notevole sviluppo; ad esempio la chiesa del Santo Sepolcro di Milano fu fondata dai crociati di ritorno dalla spedizione del 1100 Si inserirono anche i cavalieri, per la via della Reconquista cristiana di Spagna, dunque nella via di pellegrinaggio verso Santiago de Compostela; e la Francigena stava sull’itinerario che collegava i due grandi centri devozionali e sacrali, Roma e Santiago.
Questo processo risiede in un percorso ancora più lontano che si venne a creare nell’Occidente con le invasioni barbariche ed il conseguente crollo dell’Impero romano, il quale ebbe dei significativi riflessi sulle vie di comunicazione. Il sistema stradale creato da Roma rappresentò una delle maggiori realizzazioni del mondo antico, per la monumentalità dei manufatti cui dette luogo, per la capillare distribuzione in tutto il territorio dell’Impero, per l’efficienza e la rapidità delle comunicazioni che rendeva possibili. Per far funzionare tale sistema occorreva però un’opera costante di manutenzione dello stesso, che viene attuata dal potere centrale, il quale era venuto meno e le comunicazioni ne risentirono in maniera irrimediabile.
Con l’invasione dei longobardi, e con la conseguente divisione politica della penisola italiana tra i bizantini e i nuovi venuti, il sistema delle vie di comunicazione realizzato dai romani per i collegamenti rapidi ad ampio orizzonte, già in crisi, giunse al definitivo collasso. Si interruppero le vie che servivano a raggiungere Roma dall’Italia settentrionale, in quanto tutte si trovavano a svolgere il loro tracciato in zone tenute saldamente dai longobardi; con l’eccezione di qualche territorio rimasto in mano bizantina.4
A ciò si aggiunsero le conseguenze della gravissima crisi economica, sociale e demografica, che portò spesso alla rovina materiale del manufatto stradale, per il venir meno delle necessarie opere di restauro in seguito alla scomparsa del potere centrale e, con esso, dei magistrati e funzionari incaricati della manutenzione viaria. Così crollarono ponti, si rovinarono muri di sostegno dei piani stradali e viadotti, si ostruirono tratti di strada a causa di smottamenti, frane ed esondazione di corsi d’acqua. Uno dei contributi più influenti nella disgregazione del sistema stradale romano e all’imporsi di una rete viaria con caratteristiche strutturali del tutto diverse, fu il nuovo assetto che il territorio andò assumendo con la dislocazione della popolazione; il privilegiare delle località di altura. Divennero così inutili ed invase dalla vegetazione
spontanea, i tratti di strade che conducevano a località rimaste disabitate. I lunghi rettifili delle consolari furono ovunque per lo più abbandonati o declassati a funzioni locali; si affermarono nuovi itinerari. Dunque, date le modeste esigenze del transito, i nuovi percorsi si andarono configurando come poco più di semplici tracce.
Il percorso preferito per i collegamenti con il regno dei franchi è individuabile nella via che, per la val di Susa, conduceva ai passi del Moncenisio e del Monginevro. Furono ragioni politico-militari all’origine della predilezione ai percorsi che si dirigevano verso i valichi delle Alpi occidentali. Egualmente l’intenzione di espandersi in Liguria, accanto all’esigenza di un collegamento con l’appendice meridionale del Regnum (la Tuscia), spiega la rilevanza data alle direttrici stradali che conducevano rispettivamente in Liguria ed in Toscana. Il punto nodale degli itinerari del pellegrinaggi era Pavia, la città che veniva incontrata una volta valicate le Alpi. Con un tracciato intervallivo si era in grado di raggiungere la val di Taro e, per i passi del Brattello, giungere in Toscana. Tutto questo quadro viario rientrava nella “politica delle comunicazioni” longobarda ; rappresentando un corridoio aperto verso la Liguria che doveva essere conquistata, e permettendo collegamenti con la Toscana, appendice meridionale del Regnum.
IL PELLEGRINAGGIO E LA SACRALIZZAZIONE DELLA VIA
Il fenomeno del pellegrinaggio costituisce uno dei dati universali, riscontrabili in tutte le culture e in ogni epoca, con gli stessi caratteri fondamentali: una vita da percorrere, uno sforzo per raggiungere la meta, un rito da compiere al termine del viaggio. La strada ed il viaggio rimangono tuttavia gli aspetti più caratterizzanti del fenomeno del pellegrinaggio. Infatti, anzitutto, ognuno dei pellegrinaggi è un percorso verso il sacro che contempla il superamento di tutta una serie di difficoltà al fine di giungere al luogo predeterminato, spesso dopo aver toccato altri siti segnati da una particolare elezione.
Al termine del viaggio, dove il pellegrino trova la sua consacrazione, chi lo compie concretizza la straordinarietà dell’atto che lo ha impegnato, in una lotta innanzitutto contro se stesso. Se il termine pellegrino deriva dal latino peregrinus (straniero), riferito nel latino tardo a chi veniva a Roma per scopo religioso, diverso è “pellegrinaggio”, peregrinatio che è il percorrere, in modo quasi liturgico, uno spazio per raggiungere una meta, un obiettivo fisico e spirituale, è anzitutto esplorazione e trasformazione di sé, ricerca dell’uomo nuovo, dello straniero che è in sé. Tutto questo trascende il quotidiano immergendosi in una dimensione sacrale. Una dimensione di cui ancora il territorio descrive: gli ostacoli naturali, le località deputate all’assistenza, i luoghi santi da visitare strada facendo, le testimonianze iconografiche. Le tracce persistono tenacemente nel tempo formando un “ effluvio sacrale” che si diffuse in quelli che furono gli itinerari delle peregrinationes maiores.
Ogni espressione della spiritualità incide in qualche modo sull’ambiente plasmandolo e creando uno spazio sacrale, nello sforzo dell’uomo di inserire nel proprio universo conoscitivo le fughe subliminali verso la trascendenza. Sul territorio si viene così a creare una sorta di reticolato sacrale che dà un significato diverso agli elementi che compongono l’abituale realtà ambientale.5
Ci si mette in strada anche per avere uno sconto sulle pene del purgatorio o per assistere ad un evento miracoloso. Spesso la penitenza era un vero e proprio obbligo imposto dalla giustizia canonica; di frequente, per espiare la loro colpa, gli eretici erano costretti al pellegrinaggio. In diversi casi si poteva far eseguire il viaggio da altri, invece che affrontarlo in prima persona. Verso la fine del Medioevo vi furono veri e propri professionisti del pellegrinaggio che si chiamavano “cercatori di perdono”. In altri casi l’obbligo non assolto fu demandato, con volontà testamentaria, agli eredi. Tra la folla dei pellegrini c’erano gli storpi, i ciechi, i malati alla ricerca di un miracolo; ad essi si univano i mendicanti, i ladri, i venditori di false reliquie. Il pellegrino dilata la dimensione e i tempi del viaggio e di conseguenza presta attenzione più agli interludi che al gran finale della mèta. Assume su di sé la fisicità del viaggiatore, e quindi ha un rapporto obbligato con il ristoro, la pausa, l’intrattenimento. Il pellegrino è un turista inquieto, da trattare coi guanti perché ha scelto di mettere sullo sfondo quei fattori che danno lucro col turista normale, esaltando cose che sembrano non avere prezzo, e quindi neanche un costo. Eppure i pellegrini, che già nel Medioevo se non erano poveri in canna erano comunque sparagnini, tirchi, perché cercavano di risparmiare in previsione di gabelle saracene, malattie, passaggi per nave e, più che altro, per il viaggio di ritorno, proprio al ritorno, sazi di ascesi e con l’anima ripulita, si mostravano generosissimi e hanno reso ricche e famose praticamente tutte le cittadine e i borghi lungo la via Francigena, grazie a questa generosità postuma rispetto al viaggio.6
Le vesti e gli attributi tradizionali del pellegrino erano il cappuccio, la pellegrina (la caratteristica veste che arrivava alle ginocchia), il bordone ( il bastone ricurvo al quale appendere la zucca vuota che serviva da borraccia, con il quale sostenersi in cammino e difendersi dai cani e dai lupi) e la bisaccia, fatta in pelle, mai chiusa con lacci. Successivamente aggiunsero il petaso, un cappello a larghe tese. La partenza avveniva dopo aver fatto testamento, aver assistito alla messa solenne e aver ricevuto, oltre a un salvacondotto dalle autorità ecclesiastiche, la benedizione episcopale. Gerusalemme, Roma e Santiago de Compostela erano i tre vertici su cui si impostava una sorta di “sacra triangolazione”; si trattava di mete di luoghi santi sorti attorno al culto di corpi venerati irradianti potenza sacrale.
In primo luogo, a partire dalla seconda metà del VII secolo, le maggiori manifestazioni le ebbe il pellegrinaggio romano. Anche l’Inghilterra, in quel periodo, sembra alimentasse un notevole flusso di pellegrini. Roma esercitava sui pellegrini altomedievali un’attrazione particolarissima, sia per le imponenti vestigia del suo passato imperiale, sia perché costituiva una sorta di grande sacrario cristiano. Era, inoltre, la sede del pontefice. Sulle stesse strade si muoveva anche un’altra corrente di pellegrini, quella dei cosiddetti “palmieri” (così denominati perché portavano, al loro ritorno, la palma di Gerico), coloro che percorrevano longitudinalmente tutta la penisola italiana, per imbarcarsi da uno dei porti pugliesi e raggiungere la Terrasanta. A Gerusalemme si andava per sostare al Santo Sepolcro che per tre giorni aveva ospitato il Cristo; a Roma per visitare le tombe degli apostoli fondatori, i Santi Pietro e Paolo; a Santiago de Compostela per rendere omaggio alla tomba di San Giacomo Maggiore. Possiamo parlare di “sacralizzazione dell’itinerario” in quanto, distribuite lungo il cammino, vi era la presenza di reliquie, frammenti anche minimi dei corpi santi, presenza dei resti mortali di Santi evangelizzatori e taumaturghi. A questo si aggiungevano immagini spesso miracolose e comunque abituali supporti d’ogni pellegrinaggio. Tutto questo costituiva un mezzo per focalizzare, alimentare e concentrare lo slancio del pellegrino. Veniva così a crearsi una fitta rete di percorsi che si ramificava dagli itinerari principali portando ai numerosi luoghi sacri in qualche modo correlati alle tre maggiori mete della Cristianità medievale. Il perno dell’intero sistema di pellegrinaggi era la Francigena, essa costituiva la via pregrinalis per eccellenza. Pertanto si comprende come nelle zone interessate ai suoi percorsi si riscontri una considerevole quantità di quel processo di sacralizzazione. Uno degli strumenti che contribuirono a far sì che cammini e sentieri svolgessero anche la funzione di via verso il sacro, furono le croci stradali; le quali punteggiavano gli itinerari del pellegrinaggio, non tanto per finalità pratiche di carattere più o meno segnaletico, ma allo scopo di creare un percorso dell’anima, parallelo a quello fisico che
conduceva alla meta.
L’ACCOGLIENZA AI PELLEGRINI: LE STRUTTURE RICETTIVE
Già nella prima metà del 500, nel Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, viene annoverato lo xenodochium, il cui significato è letteralmente “luogo di ricetto per forestieri”. Le prime istituzioni ospedaliere sorsero quindi sin dalla tarda antichità, e contribuirono a segnare un po’la diffusione del Cristianesimo. Il messaggio evangelico sollecitò infatti un preciso impegno nei confronti del prossimo, che sin dai primordi cristiani si espresse in “opere di misericordia”. “L’assistenza da prestare ai malati deve venire prima al di sopra di ogni cosa, sicché in loro si serva veramente Cristo”, dirà la regola benedettina, cui faranno eco le raccomandazioni dei Padri della Chiesa nel provvedere ad attuare
l’hospitalitas. Successivamente le istituzioni ospitaliere assommarono poi una più ampia gamma di compiti, allargando le loro funzioni all’accoglienza dei poveri, dei malati e, in genere, dei bisognosi.7 Lo spedale era diventato per il pellegrino un’oasi di sicurezza e un luogo dove poteva contare di trovare almeno un riparo notturno, oltre che del cibo ed, in alcuni casi, un minimo di assistenza medica. Tutte queste disposizioni sono comprensibili per quanto, si capisce che, nel Medioevo, il viandante era sottoposto a tutta una serie di rischi che rendevano ogni spostamento pericoloso: dalle insidie ambientali e animali a quelle dei “rubatori delle strade”, così rinominati i ladri di professione che assalivano i viandanti e li depredavano; noncuranti delle gravi pene previste per chi molestasse i viaggiatori ed in particolar modo i pellegrini.
Nella maggior parte dei casi, lo spedale, nell’alto Medioevo, non era concepito come un vero e proprio edificio separato, ma era parte di una struttura annessa ad una chiesa o ad un monastero. Sicuramente, le funzioni ospitaliere altomedievali, seppur presenti lungo le direttrici viarie, privilegiarono i centri urbani ed in particolare quelli che costituivano i punti nodali di un determinato percorso.
Le più antiche notizie sull’esistenza di enti assistenziali risalgono agli anni del regno di Desiderio.8 In Pavia si tratta dello xenodochium dedicato alla Vergine Maria (anno 760) e di un altro, anonimo, fondato dal pistoiese Gaidoaldo, medico personale di Desiderio (anno 767). Molti altri xenodochia sono stati documentati nel corso degli anni in Pavia, la quale, chiaramente, costituì un punto di riferimento obbligato per la viabilità dell’epoca in quanto capitale, prima del Regnum Longobardorum , poi nel Regnum Italiae. Da essa, infatti, si dipartiva la principale arteria del regno che, in età longobarda, serviva per le comunicazioni con la Tuscia e con Roma; poi, in età carolingia anche per
i collegamenti con il centro dell’impero. Anche a Piacenza, ed in particolar modo a Lucca, sono attestate l’esistenza di diverse fondazioni ospitaliere. Lucca risultava il più importante centro longobardo a sud dell’Appennino, il principale punto di sosta della via che conduceva sino a Roma. Fra l’XI ed il XII secolo, nel periodo di massima fioritura dei pellegrinaggi, nuove realtà di tipo assistenziale furono fondate; accanto alle ecclesiae, ai monasteri e agli enti protetti dai sovrani e dai vescovi, sempre più numerosi sorsero gli hospitia costruiti specificatamente per la necessità di coloro che venivano accolti. Si tratterà di complessi ospitalieri, comprensivi anche di chiesa.
Le funzioni assistenziali verranno sempre più a distribuirsi lungo l’intero percorso delle principali arterie privilegiando, oltre alla città, i punti più difficili degli itinerari, quali i passi montani e l’attraversamento dei fiumi e delle aree paludose. Questo fenomeno può essere interpretato come una risposta alla mutata situazione sociale, implicante un aumento della mobilità degli uomini, ma anche una crescita del numero dei poveri. Sin dalla prima metà dell’XI secolo numerosi furono gli ospizi che vennero fondati o restaurati, ispirandosi agli stessi ideali di povertà che caratterizzarono i movimenti riformatori della Chiesa. Negli stessi anni un notevole apporto alla creazione di istituzioni ospitaliere venne dato dai canonici riformati. Le fondazioni canonicali furono espressione di un movimento che conobbe la sua massima intensità tra il 1070 ed il 1125, in concomitanza con la forte ripresa dei pellegrinaggi, ma anche con la decisiva apertura all’economia monetaria della società medievale conseguente alla crescita dei commerci. I sacerdoti delle canoniche accentuarono la dimensione sociale dell’ideale monastico, sviluppando l’impegno dell’assistenza; divennero così i più schietti e consapevoli interpreti delle nuove esigenze connesse al contemporaneo sviluppo delle comunicazioni. In particolare i collegi canonicali privilegiarono l’assistenza ospitaliera, il che spiega la frequenza delle canoniche lungo le maggiori arterie stradali del Medioevo. Alcune fondazioni canonicali, dato il numero crescente dei viandanti e per l’attività assistenziale cui dettero vita, si trasformarono in vere e proprie congregazioni ospitaliere: fu il caso dei canonici mortariensi e, in Toscana, degli ospitalieri di Altopascio. Data la sua importanza, i frati di Altopascio costruirono e si occuparono della manutenzione dei ponti e dei traghetti, onde aiutare i pellegrini nel superamento di quello che costituiva forse il principale ostacolo che essi potevano incontrare lungo il loro cammino: l’attraversamento dei corsi d’acqua. Lungo la Francigena l’intervento dei frati del Tau è documentato per l’edificazione dei ponti sull’Arno, sull’Elsa, sull’Usciana e sul Taro.
Molto numerose furono le magioni con a capo i Templari, ordine nato nel 1120 con il preciso scopo di proteggere in armi la Terrasanta e di difendere e di aiutare i pellegrini che allora vi giungevano. Procedendo dalle Alpi s’incontrarono edifici dell’Ordine sui due rami della Francigena: a Susa, a Torino e a Livorno Ferraris; a Ivrea e a Vercelli.
Inoltre a Pavia, Piacenza e a Borgo San Donnino. Anche nel tratto tosco-laziale furono frequenti gli insediamenti templari: se ne trovano a Lucca, a San Gimignano, a Siena, a Viterbo, a Sutri ed a Roma. A sud di quest’ultima sono documentati in corrispondenza dei porti pugliesi; in quanto la Puglia rivestiva un’importanza notevolissima per i Templari, a motivo dei suoi numerosi porti adatti ad ospitare le navi che erano dirette in Terrasanta.
In generale gli ambienti dove venivano ospitati i pellegrini raramente hanno conservato i caratteri originari. Infatti, quando non sono andati distrutti, gli edifici hanno subito pesanti manomissioni in occasione del loro mutamento di destinazione.
A partire già dal XII secolo e poi soprattutto nel Duecento quando i fruitori della strada saranno sempre più i mercanti, uomini d’affari e corrieri; insomma una categoria di persone le cui esigenze richiedevano un servizio qualitativo diverso da quello fornito ai pellegrini dagli spedali, si ebbe la progressiva affermazione anche dell’assistenza a pagamento, di quella cioè offerta dagli alberghi, dalle osterie e dalle taverne. Fenomeno in espansione durante l’accrescimento del transito commerciale.
Le strutture ricettive di tipo commerciale si addensavano particolarmente nelle città e nei grossi borghi dislocati lungo la via. Ad esempio, nel 1262, a San Gimignano se ne contavano ben nove di queste strutture; in città come Pavia, Piacenza, Lucca e Siena le locande erano così numerose da conferire ai centri una connotazione che evidenziava i caratteri della loro ricettività.
Di particolare interesse è la toponomastica ancor oggi conservata da quelle località che i pellegrini denominavano in maniera così poco lusinghiera, facendo emergere qualità negative come il dormire in più persone sullo stesso letto, la biancheria sporca ed infestata di parassiti, il cibo che lasciava a desiderare e locande che non di rado costituivano ritrovo di ubriachi e bordelli. Così tutt’oggi sopravvivano toponimi quali “Malafresca”, “Malandrone” e “Malamerenda”.
Strettamente legata alla viabilità della Francigena, vi fu una ripresa della fruizione delle acque termali già conosciute ed utilizzate sin dall’VIII-IX secolo dai viandanti e dai pellegrini che percorrevano la via diretta a Roma, essendo, le seguenti località menzionate sulla celebre arteria: le acque di Bullicame presso Viterbo, quelle di San Filippo alle pendici del Monte Amiata, le terme di Bagno Vignoni sempre molto vicine, oppure quelle di Miradolo a Corteolona.
acque solfuree di San Filippo
terme di Bagno Vignoni
Si può comprendere il perché della precoce ripresa delle pratiche balneari lungo le vie dei pellegrini, considerando le qualità terapeutiche delle acque nei riguardi di affezioni come scabbia, rogna ed ulcerazioni, frutto dell’inosservanza di elementari norme igieniche da parte di chi percorreva decine di chilometri al giorno.
ALLE ORIGINI DELLA STRADA
Le strade privilegiate dai romani, per raggiungere l’Italia settentrionale, erano prevalentemente itinerari costieri rappresentati dalla via Flaminia e dalla via Emilia sul versante adriatico, e dalla via Aurelia, lungo il litorale tirrenico. Vi era, inoltre, la via Cassia relativamente meno usata che dava luogo a più diramazioni per il superamento della barriera montana.
Dopo l’invasione longobarda nessuna di queste strade, sebbene tutte in funzione, poté essere praticata per l’ insieme del percorso. I bizantini, infatti, mantenendo inizialmente il controllo del litorale toscano e della Lunigiana, costrinsero i longobardi ad un arretramento sulla pianura padana e a cercare un passaggio più occidentale dell’Appennino. L’uso della Cisa fu quindi per i longobardi una scelta obbligata, la strada romana che da Parma conduceva a Lucca, essendo rimasta la sola praticabile, fu sottratta dal re longobardo Rotari ai bizantini. Utilizzando questo tracciato, i longobardi, per inoltrarsi verso il meridione, senza avvicinarsi troppo ai territori ancora di controllo bizantino, sfruttarono l’asse vallivo del bacino dell’Elsa che conduceva fino a Siena. A sud di Siena, in prossimità del lago di Bolsena, era possibile ricongiungersi con il tracciato della via Cassia proveniente da Roma. La genesi di quella che verrà poi chiamata via Francigena è quindi facilmente ricostruibile, almeno come direttrice viaria; rimane più difficile spiegare come si sia giunti alla costruzione e alla strutturazione della strada, essendo impensabile che in età longobarda fosse ancora funzionante il sistema municipale romano per la manutenzione della viabilità. Quindi la nuova strada si presentava come una presso a poco come una traccia con curve e dislivelli improvvisi, ostacoli naturali e priva di lastricatura.
Tuttavia, seguendo le tracce, il viandante era in grado di giungere alla meta, individuare i guadi e le località ove trovare alloggio.
Quando la via fu saldamente sotto il dominio longobardo, compreso tutto il percorso toscano, essa venne particolarmente attrezzata con la creazione di abbazie e ospizi secondo un preciso programma. Divenne un vero e proprio sistema strategico.
In particolare la creazione di abbazie regie servì alla politica delle comunicazioni dei longobardi. I monasteri fondati, infatti, non svolgevano soltanto la funzione religiosa: essi furono anche spedali, punti di sosta e, probabilmente, dotati anche di fortificazioni in quanto sicuri punti di appoggio. Particolarmente significativo è il caso del monastero di San Salvatore sull’ Amiata, fondato sotto re Ratchis da Erfo, un nobile longobardo del Friuli. Nacque così l’Abbazia del San Salvatore, dotata di un ampissimo dominio, prevalentemente formata da boschi e pascoli montani. Chiaramente la fondazione dell’abbazia su un territorio regio in prossimità della via Francigena, che transitava nel fondo valle del Paglia, rispose ad un preciso disegno politico del re Ratchis. Veniva così raggiunto il duplice scopo di proteggere la principale via di comunicazione della Tuscia longobarda e di iniziare la valorizzazione agricola della zona.
La strada doveva apparire come un’odierna carrareccia; per questo, oltre che per le successive sovrapposizioni, di essa non rimangono tracce riferibili al suo primo periodo.
Si può dire che le uniche testimonianze conservate dal territorio sono di ordine toponomastico, poiché non poche località poste lungo la via denunziano la loro origine longobarda nel toponimo.
LA VIA DI MONTE BARDONE DIVENTA VIA FRANCIGENA
Con la fine della dominazione longobarda e l’inizio di quella franca, la direttrice viaria che faceva capo al passo di Monte Bardone assunse maggiore consistenza prendendo l’aspetto di una strada di grande comunicazione. Per i franchi il collegamento con Roma rivestiva un’importanza assai superiore a quella che poteva aver avuto per i longobardi: di qui il comprensibile interesse carolingio che la via diventasse più sicura e meglio percorribile. La strada dei longobardi divenne così strada dei franchi; di conseguenza l’espressione via Francigena. Questa nuova denominazione è attestata sin dal IX secolo in un contratto dell’876, “actum Clusio”, nella descrizione di un terreno dato a livello, è
detto: “per fossatu descendente usque in via Francisca” usata sempre più frequentemente in seguito.
La più precisa descrizione, o meglio elencazione, delle varie tappe della Francigena da Roma sino al canale della Manica presso Calais, ci è offerta dagli scritti lasciataci da Sigeric, arcivescovo di Canterbury, del suo viaggio di ritorno da Roma alla propria sede episcopale, avvenuto tra il 990 ed il 994.9 Oltre ai luoghi visitati “ad limina Beati Petri”, nel documento sono elencate le ottanta “submansiones de Roma usque ad mare”; le località si susseguono nel seguente ordine:
I)Urbs Roma; II)Iohis IX; III)Bacane; IV)Suteria; V)Furcari; VI) Sce Valentine; VII)Sce Flaviane; VIII)Sca Cristina; IX)Aquapendente; X)Sce Peitr in Pail; XI)Abricula;XII)Sce Quiric; XIII)Turreiner; XIV)Arbia; XV)Seocine […]10
È sulla base di queste indicazione che risulta possibile ricostruire il percorso di Sigeric, specialmente nel tratto tosco-laziale dove le submansiones sono particolarmente frequenti. Chiaramente la Via Francigena comprendeva numerosi tracciati alternativi, ma l’itinerario di Sigeric testimonia l’esistenza di un’arteria ormai definitasi nel suo tracciato base, facente capo a dei punti nodali: valichi, guadi, centri attrezzati. Con lo scopo di toccare i centri abitati con possibilità di ristoro, sia materiale che spirituale, il percorso veniva allungato aumentando i tempi di percorrenza; cosa di poco conto perché diversi erano il concetto e la funzione della strada nel Medioevo: essa non costituiva come in età moderna una infrastruttura per collegare più rapidamente diverse località, ma un mezzo che permetteva di raggiungere tutti i centri abitati della zona.
Da Roma sino ad Acquapendente la via ricalcava il percorso della consolare Cassia; quindi entrava in Toscana, dove ancora non incontrava Radicofani, come farà a partire dalla fine del Duecento, bensì “Sce Peitr in Pail” (San Pietro in Paglia). Località, oggi non più esistente, che doveva essere situata nei pressi del naturale valico delle alture che dividono la valle del torrente Paglia, affluente del Tevere, da quella del torrente Formone, tributario dell’Orcia. “Abricula” (Le Briccole) è la mansione indicata dopo San Pietro in Paglia; qui la strada s’indirizzava verso Campiglia d’Orcia. Sede di uno spedaletto intitolato a San Pellegrino, la località ha tramandato il suo toponimo ai casali limitrofi.
Seguendo il corso del Formone, e deviando probabilmente in direzione di Spedaletto, la strada giungeva a “Sce Quiric” (San Quirico d’Orcia), il quale rappresentava, anche ai tempi di Sigeric, uno dei principali punti di tappa del percorso meridionale della Via Francigena in Toscana. Passando per “Turreiner” (Torrenieri) e successivamente per “Arbia” (località attualmente riconoscibile in Ponte d’Arbia) si giunge a “Seocine” (Siena), la quale doveva rappresentare uno dei punti focali del nuovo tracciato. La sempre maggiore importanza assunta dalla Francigena si riflesse sulla crescita urbana di Siena, che articolò il suo stesso impianto in funzione della strada.
La XXXII submasio è “Sce Benedicte” (San Benedetto di Montebardone), ormai al di là del crinale appenninico.11
Fuori della città le testimonianze medievali sono di più difficile lettura e, uno dei maggiori contributi può essere fornito dallo studio della viabilità. Il mondo romano ci ha tramandato cospicue testimonianze del cursus publicus, sia attraverso i numerosi resti delle strade consolari, sia con le fonti scritte come gli itineraria (ad esempio la Tavola Peutingeriana). Scarsamente rimasti sono i resti materiali delle strade, dovuto
dalla precarietà delle strutture, dalla quasi totale mancanza di opere murarie come ponti, muri di retta, massicciate. Dovendo anche considerare le inevitabili sovrapposizioni e modifiche delle epoche successive, soprattutto a partire dalla seconda metà del XVIII secolo. Si avvierà un processo di deterioramento durante la dominazione longobarda; le strade romane furono a poco a poco abbandonate e fin dal primo Medioevo dovevano apparire come semplici mulattiere, percorribili solo con bestie da soma o a piedi.
Le più antiche testimonianze circa l’esistenza di un tracciato stradale della Toscana interna, usato dai Longobardi per collegare il regno di Pavia con i loro ducati meridionali, risalgono all’VIII secolo, trovandosene già un accenno nella Historia
Longobardorum di Paolo Diacono12 (ritratto nell’immagine in una miniatura del secolo XI, Biblioteca Laurenziana, Firenze) laddove si parla di un passaggio attraverso l’Alpe di Monte Bardone (l’attuale passo della Cisa) per il suo ingresso in Toscana.
È nei secoli successivi che le fonti documentali si faranno sempre più esplicite, parlando di un vero e proprio asse attrezzato con un tracciato non più soltanto ricostruibile nelle sue linee generali. Questo grazie da un tipo di fonti congeniali alla strada, nonché le guide per i pellegrini e le memorie di viaggi. Le notizie, ad ogni modo, sono sempre assai scarne, quando non si limitano ad indicare i capisaldi del percorso, consistono in aridi elenchi di località (mansioni), ricordate per la presenza di un passo, di un guado o di una qualche infrastruttura legata alla strada. Le più dettagliate osservazioni, riguardano maggiormente annotazioni di avvertimento per il viaggiatore; messo in guardia dai pericoli che può incontrare, come saccheggiatori o la presenza di ostacoli naturali.13
Successivamente all’itinerario di Sigeric vi è quello del 1154, data di probabile stesura del diario, tramandatoci da Nikulas di Munktahvera in pellegrinaggio a Roma. Il quale, proveniente da un monastero islandese di Thingor, annotò le principale tappe del suo lungo viaggio che lo portò a sbarcare dapprima in Norvegia, a passare poi in Danimarca e quindi, attraverso la Germania e la Svizzera, a giungere in Italia, dove si immise nella Francigena seguendo un percorso che la successione delle località incontrate dimostra sostanzialmente coincidere con quello dell’arcivescovo Sigeric. Dopo l’attraversamento dell’Arno il documento così si esprime:
“[...] poi viene Sanctinus Borg (Borgo San Ginnesio). Poi Martinus Borg (Poggibonsi).
Poi viene Semunt ( Monte Maggio?). Poi viene Langa (ampia vista) Syn (Siena), una
buona città dove il trono del vescovo è nella chiesa di Santa Maria; le donne ivi sono
molto belle a vedersi. Vi sono tre gironi di cammino da lì a Klerkaborg (San Quirico
d’Orcia), e un altro giorno a Hanganda Borg (Acquapendente). Poi si va sopra la
montagna che è chiamata Clemunt (Radicofani?), c’è un castello alla sua sommità che è
chiamato Mala Mulier, il nostro idioma Ill Kona, dove la gente è di pessima indole.
Acquapendente è a sud di Clemunt. Di qui a nord sino all’Appennino ligure è chiamato
Ruscia (Tuscia) […]”14
L’itinerario di Nikolas Munkathuera potrebbe costituire la più antica testimonianza dei quelle varianti della Francigena attestate da fonti più tarde. Altri documenti della seconda metà del XII secolo confermerebbero che la via, in Valdelsa, aveva privilegiato come luogo di tappa Borgo Marturi (Poggibonsi), a causa di un presumibile spostamento della direttrice stradale verso le località di fondo valle. Questo diario rappresenta inoltre il primo documento attestante un nuovo tracciato transitante per Radicofani, pur riconoscendo l’errore di aver collocato il borgo Mala Mulier sul poggio di Radicofani; in quanto i documenti dell’XI e XII secolo del fondo archivistico di San Salvatore pongono il Burgo de Muliermala nella valle del Formone.15 Le modifiche di percorso sono poi affermate in maniera inequivocabile dalla descrizione del viaggio di ritorno dalla terza Crociata di Filippo Augusto, re di Francia, avvenuto nel 1191. Anche qui, quasi tutte le tappe dell’itinerario corrispondono a quelle nominate due secoli prima da Sigeric, tranne le due varianti in questione. Il testo così presenta il tratto Francigena toscana a sud dell’Arno:
“[…] deinde per Ekepenndante (Acquapendente), deinde per Redcoc (Radicofani),
deinde per la Briche (Le Briccole), deinde per San Clerc ( San Quirico ), deinde per
Bon-Cuvent (Buonconvento), deinde per Senes-la –Velle civitatem episcopalem, deinde
per la Marche castellum (Poggibonsi, dov’era l’abbazia di San Michele a Marturi),
deinde per Castellum Florentin (Castelfiorentino) et per Seint Denis de Bon Repast (San
Genesio) et per Arle-le-blanc (Arno bianco, ovvero l’Arno) et per Arle-le-nair
(l’Usciana, allora impaludata)[…]”16
Il documento non lascia adito a dubbi circa il passaggio per Radicofani, venutosi se non a sostituire almeno ad aggiungersi al più antico percorso che risaliva il corso del fiume Paglia, così come dell’esistenza di un nuovo tracciato valdelsano transitante per località di fondo valle.
Così si inserisce Firenze negli itinerari per Roma; ma è solo nel Duecento che Firenze diverrà un luogo di tappa costantemente menzionato dagli itinerari per Roma, tanto da farci intendere che il nuovo tracciato ormai incanalasse la maggior parte del transito della Francigena.
Gli Annales Stadenses17 ricordano ovviamente anche il percorso della Francigena e descrivono il tratto toscano in questi termini (le cifre dinanzi alle località stanno ad indicare le miglia):
“[…] 7 ad Aquam pendentem, 20 ad Sanctum Clericum, 20 ad Sexnam, 10 Marcelburg,
24 Florentiam, 20 Recorniclam, 33 Bononiam […]”.
Dopo Poggibonsi (Marcelburg) la strada, abbandonato il vecchio percorso, si dirige verso Firenze; di qui, per il Mugello, giunge alla catena appenninica, che valica al passo di Ca’Bruciata; si immette poi nella valle del Santerno, dove trova la pieve di Cornacchiaia, e punta successivamente verso Bologna.
Questo è il tracciato che, negli anni Due-Trecenteschi, verrà proposto come il principale itinerario tra quelli che tratteranno delle strade per Roma. A sud di Siena le fonti itinerarie del basso Medioevo non parlano di modifiche di percorso; la “vecchia” Francigena, sempre più frequentemente ora chiamata “strada regia romana”, continuerà a svolgersi secondo il tracciato antico, toccando gli stessi centri ricordati dai documenti altomedievali. È solo nel tratto settentrionale che, durante il XIII secolo, si attua il radicale cambiamento precedentemente descritto, anche se non mancano testimonianze che attestano nel Due-.Trecento un non trascurabile uso del percorso che conduceva al passo di Monte Bardone. Tutto ciò si può notare nel successivo itinerario di Eudes Rigaud [nota], l’arcivescovo di Rouen recatosi a Roma nel 1254, il quale ha indicato in un “Regestum Visitationis” le tappe del suo viaggio, svoltosi appunto lungo il classico itinerario della Francigena, per Radicofani, San Quirico d’Orcia, Siena, Borgo Marturi (Poggibonsi), Fucecchio, Lucca, ecc..
Anche un secolo successivo, nel 1350, il mercante di Montauban, Barthelemy Bonis [note], usò e riportò nel suo diario l’antico tracciato pontremolese, sebbene dopo Sarzana deviasse per Pisa, raccordandosi poi alla Francigena a San Miniato, dove giunse il diciassettesimo giorno:
“ […] Lo dezesete dia dinar a Sameniata, de ser a Castel flore[n]tis. Lo dezoche [dia] dinar a Boncovent, de ser a San Sirgu [San Quirico
d’Orcia]. Lo XX dia dinar ala Palha del Molit [Molino del Paglia], de ser a Ayguas-
pendens […]”.
Certo è però che, a partire dal XIII secolo, a nord di Siena il collegamento diretto tra Firenze e Bologna accoglieva ormai la maggior parte del traffico continentale, essendo divenuto la principale via di comunicazione tra l’Italia centrale e il mondo padano. Dagli itinerari finora descritti non si evince quello che fu uno dei caratteri precipui della Via Francigena; infatti, a differenza delle odierne vie, e come tutte le strade medievali di grande comunicazione, non serviva semplicemente a collegare tra loro il più rapidamente possibile determinate località, in quanto era strutturata in modo da permettere di raggiungere attraverso più snodi il maggior numero possibile di centri di una zona, tanto da potersi parlare piuttosto di una sorta di “territorio-strada”18, cioè di un’intera area svolgente funzioni di collegamento viario. All’interno del territorio-strada la viabilità era organizzata in modo che convergesse su determinati punti focali: le “mansioni”, corrispondenti a un valico che metteva in comunicazione due vallate, all’attraversamento di un corso d’acqua, oppure a un centro dotato di attrezzature ricettive. Nel corso degli anni, laddove le condizioni ambientali non imponevano rigidità di percorsi, poteva accadere che dei tracciati dominassero sugli altri, in conseguenza di modificazioni dell’assetto sociale ed economico del territorio, con relativo emergere di taluni centri a danno di altri.
Questo caso è emerso in particolar modo negli studi condotti nella valle dell’Orcia; dove sono rintracciabili una vasta quantità di reperti di strade medievali ( tratti di selciato, ruderi di ponti e molini), disseminati in un’area assai ampia, dimostrando che la Francigena nella zona fu particolarmente condizionata da frequenti cambiamenti del corso dei fiumi e torrenti, tanto da far risultare puntiglioso e meticoloso lo studio sul problema del “vero” percorso medievale della strada, a meno che non lo si volesse determinare per un periodo di tempo circoscritto ad alcuni decenni. In Val d’Orcia, quindi, più che altrove si è dimostrato come la via medievale fosse costituita da un fascio di strade più o meno parallele tra le quali, per ragioni di diversa natura ( dinamica dell’organizzazione territoriale, dislocazione dei centri di potere, cause naturali) ha prevalso un percorso. Durante il lavoro di ricerca, molte sono le ipotesi che vengono formulate in base ad ogni testimonianza ritrovata sul territorio, come ad esempio per quanto riguardo la localizzazione di “San Pietro in Paglia”. Grande attenzione viene riservata, inoltre, allo studio della toponomastica, dove a volte il riferimento alla strada appare evidente, come per i toponimi quali: “Camminata”, “Crocetta”, “Voltole”, “Strada”(da “Via Strata””), ecc. In altri casi, invece, il richiamo è stato indiretto,testimoniando i nomi delle località l’esistenza di una qualche infrastruttura legata alla via; ad esempio: “Spedale”, “Magione”, “Pontarrosso”, “Taverna”, “Bettola”, “Baccano”,”Buonriposo”,ecc.
A suffragare un’ipotesi di studio, sono risultate molto rilevanti le dediche delle chiese facenti riferimento a temi o personaggi religiosi legati alle vie di pellegrinaggio; riportando dei casi troviamo in stretto rapporto con la via chiese dedicate al Santo Sepolcro (come la Badia a Elmi), al Corpo Santo (vedi la chiesa dell’omonima località, presso Siena), a Santa Maria in Bellèm (corruzione di Betlemme). Un ulteriore indizio di un collegamento con la Francigena è stato rappresentato da tutte quelle chiese intitolate a santi tipici esponenti della Cristianità gallica, come San Quintino, Sant’Ilario, San Remigio, San Marziale, San Nazario, San Genesio (Saint Denis), nonché ai protettori dei viandanti (San Martino) e dei pellegrini (San Pellegrino e San via Francigena, costituisce la migliore testimonianza di come la via abbia prodotto un Giuliano). La frequenza di queste dedicazioni nelle chiese degli insediamenti lungo la veicolo di scambi culturali, nella fattispecie religiosi.
Anche la distribuzione spaziale di determinate fondazioni religiose è stata ricca di significato, in quanto è risultata una loro successione lungo certi percorsi della Francigena. È stato il caso delle “abbazie-regie”19, ma soprattutto delle chiese canonicali. Queste furono espressione di un movimento riformatore, cominciato nell’XI secolo. Una riforma che avvenne sulla scia del rinnovamento della Chiesa, la quale vi intravide un valido strumento per combattere le piaghe del concubinato e della simonia; rappresentò anche una iniziativa dei vescovi per arginare l’ingerenza dei grandi monasteri. Per questo motivo le canoniche ebbero molta analogia con i cenobi monastici, tanto da assumere spesso un’impronta claustrale anche negli edifici. L’assistenza ospedaliera fu una delle attività che i collegi canonicali privilegiarono, e ciò spiega il perché della frequenza delle canoniche lungo gli itinerari della via Francigena.
Attraverso gli elenchi delle “Rationes Decimarum Italiae” della fine del XIII secolo, si può riscontrare un notevole addensamento delle fondazioni canonicali nell’area di fondo valle dell’Elsa e, in minor misura, lungo il percorso della Francigena a sud di Siena. È una ulteriore dimostrazione della tendenza dei percorsi di fondo valle ad affermarsi sul più antico tracciato collinare.
Indubbiamente il rinvenimento di un frammento di via selciata o dei resti di un ponte medievale (foto accanto: ritrae un ponte medievale lungo la via Francigena a Groppodalosio, frazione di Pontremoli all’interno della regione storica della Lunigiana) ha permesso di definire con maggior precisione il tracciato della strada in alcuni tratti o, di verificare come la via comprendesse più percorsi che univano tra loro le mansioni. Oltre a ciò, anche l’analisi delle persistenze architettoniche e urbanistiche ha prodotto dati estremamente significativi sull’organizzazione del territorio nel Medioevo, e quindi sulla viabilità, avendo sempre svolto un ruolo importantissimo sul processo formativo di un assetto territoriale. La lettura storico-strutturale degli abitati, con l’individuazione dei nuclei medievali, la distribuzione spaziale degli insediamenti più antichi e la loro tipologia ha permesso di ricostruire certe direttrici stradali e di proporre alternative ai percorsi principali.
2
Cardini F., La via Francigena in Toscana: storie di santi, di reliquie, di pellegrini e di cavalieri, in –
Stopani R. (a cura di), La via Francigena nel senese, storia e territorio, Salimbeni Editore, Siena 1985.
3
A.A.V.V. Le soste dei pellegrini lungo la via Francigena: Toscana e Lazio. La quotidianità della fede,
la straordinarietà del viaggio. Roma 2006.
4
Stopani R. (a cura di), Prima della Francigena. Itinerari romei nel “Regnum Langobardorum”, Le
Lettere, Firenze 2000.
5
Stopani R., La storia che “vive” nel territorio, Le Lettere, Firenze 2004.
6
Vanni F., Identikit del pellegrino, in - A.A.V.V. Le soste dei pellegrini lungo la via Francigena:
Toscana e Lazio. La quotidianità della fede, la straordinarietà del viaggio. Roma 2006.
7
Stopani R., La via Francigena, strada di una storia medievale, Le Lettere, Firenze 1998.
8
Desiderio, noto anche come Daufer, Dauferius, Didier, in francese, e Desiderius, in latino fu re dei
Longobardi e re d'Italia dal 756 al 774.
9
Il manoscritto, quasi sicuramente di epoca successiva, è conservato al British Museum di Londra. Fu
trascritto da W. Stubs in Rerum Britannicarum Medii Aevi Scriptores, Londra 1874.
10
Vedi appendice.
11
Stopani R., La via Francigena in Toscana, Salimbeni, Firenze 1984.
12
Paolo Diacono, Cividale del Friuli, 720 – Montecassino, 799, è stato un monaco, storico, poeta e
scrittore longobardo di espressione latina. Raggiunse Pavia in giovane età per seguire gli studi in quella
che allora era la capitale longobarda e si formò alla corte del re Ratchis dove conseguì la carica di
docente. Ha prodotto una copiosa quantità di opere scritte. Assistette al crollo del regno longobardo e a
causa della prigionia del fratello entrò alla corte di Carlo Magno.
13
Stopani R. (a cura di), La via Francigena nel senese, storia e territorio, Salimbeni Editore, Siena 1985.
14
Vedi appendice.
15
Mambrini S., La via Francigena e l’ Abbazia del Santissimo Salvatore al Monte Amiata, Comune di
Abbadia San Salvatore 2010.
16
Vedi appendice.
17
Albert von Stade era un monaco della città tedesca di Stade, che nel 1240 iniziò i suoi annali della città,
appunto gli Stadenses Annales. Questi comprendono le istruzioni dettagliate per ottenere una completa
guida per i pellegrini che dal nord Europa affluivano a Roma; istruzioni che prendono la forma di un
dialogo tra due persone che si chiamano Tirri e Firri.
18
Stopani R., La storia che “vive” nel territorio, Le Lettere, Firenze 2004
19
lo stretto rapporto tra le abbazie regie e la via Francigena va fatto risalire all’ epoca della fondazione di
tanti monasteri, che servirono alla “politica delle comunicazioni” dei longobardi, in ordine alla creazione
di un sistema di strutture funzionali alla strada. Di qui la maggiore frequenza delle abbazie in questione
lungo l’ itinerario della Francigena o nei suoi immediati dintorni.