di Balilla Romani
Nel nome del Signore Dio nostro Salvatore Gesù Cristo nel mese di Gennaio, corrente l’anno dalla Sua Incarnazione Milleottantasette, indizione ottava nel Monastero del Signore Salvatore, situato in un luogo detto Montamiata, innanzi al notaio Rainerio e testimoni cogniti un tal Miciarello del fu Guido, soprannominato “Capocotto“ e sua moglie Gualdrada fecero un atto di donazione di tutti le loro sostanze in favore del Monastero suddetto.
Sennonché, il notaio che stese quell’atto vi appose una così curiosa postilla che per il termine rebòttu di cui fece uso, fece sì che, nonostante da un secolo ed oltre letterati e studiosi in gran numero si siano provati a dargli un significato quanto meno attendibile, ancora nessuno è stato capace di raggiungere il risultato che si era proposto.
Premetto che non appartengo purtroppo, alla esimia schiera dei dotti, ed è, quindi, quasi con rossore che questa mia voce si affaccia tra le ragguardevoli e tante che si sono espresse su tale argomento.
Dal momento, però, che sono badengo e, per la mia ormai non più giovane età, essendo vissuto in tempi in cui il nostro dialetto veniva parlato ancora correntemente, incontaminato forse così come lo si parlava da secoli, penso di poter affermare con infinita certezza che ciò non sia ancora avvenuto, perché non ha tenuto conto nessuno di quegli elementi che sono fondamentali per giungere alla sua corretta lettura.
A ciò può valere l’esempio di un qualcosa di simile che, di recente, si è riproposto anche ad altri eminenti studiosi.
I quali, di fronte ad una frase che diceva: "La sera, prima di andare a letto, si metteva su un pezzòlo perché avesse tenuto caldo per tutta la notte" ignorando di che natura fosse questo pezzòlo e, non comprendendo nemmeno il motivo per cui si fosse dovuto mettere sul letto dovettero rivolgersi ad un professore di qui, di Abbadia.
Il quale non in vestedi persona istruita, però, bensì semplicemente perché era un badengo, poté dir loro che il pezzòlo non era altro che il ciocchetto, ossia, il pezzetto di legna che andava messo sul fuoco, perché non avesse potuto spegnersi durante la notte.
Questo per dire che solo ignorando che ad Abbadia si era soliti dare alle genti nomignoli, che pur rifacendosi a tratti o a evidenti difetti delle persone - al punto che, oggi, per la loro crudezza arrossiremmo solo a pensarli – si sarebbe potuto ritenere che, Capo Cotto, fosse stato chiamato così perché fosse stata una testa calda; escludendo, così, nel contempo che potesse esservi stato altro e, magari, ben più grave motivo a determinarlo.
Come, ad esempio, che a seguito di qualche incendio (cosa, peraltro, molto frequente per il gran numero di seccatói(1) presenti una volta ad Abbadia) o di qualcosa di bollente che gli fosse caduta sul capo, non si fosse procurate delle ustioni così gravi ed estese da farlo sembrar come cotto.
Per cui, allora, abbiamo: Capocotto, non perché testa calda; ma Capocotto perché Capo-cotto.
Chiarito pertanto questo aspetto importante della questione, potremo star certi non incorrere più in ben altri ed altrettanto gravissimi errori.
Come, ad esempio, ritenere che proprio agli inizi degli anni Mille, in tempi, quindi, ancora molto vicini ad un parlare latino, per dare del testa calda a qualcuno, avessero usato un termine che non si fosse, quantomeno, avvicinato a quel “cerebrosum”; dal quale, forse, in linea retta discende l’attuale corrispondente badengo: cervèllu bbacàtu.
Per cui come già da altre parti chiamavano: il Breve, il Grosso, il Calvo, il Gottoso, ad Abbadia venivano chiamati del pari, i vari: Gòbbu, Nàsu, Guèrciu, Bbaùschia (ossia, Bbavùschia:bavoso) Stòrta, Bbastàrda, Bbruciàta.
Che, tanto per fare ancora un esempio, quest’ultima, veniva chiamata Bruciata perché essendo caduta più volte sul fuoco si era procurate delle bruciature tali da sfigurarle gran parte del volto.
Potendo vedere, pertanto, che veniva chiamata “Bruciata” e non “còtta”.
Mi si voglia, intanto, perdonare, se mi sono soffermato in particolar modo su tale argomento, in quanto, sarebbe potuto parere altrimenti che i badenghi, non fossero stati nemmeno capaci di distinguere una cosa calda da una cosa cotta.
Al di là, comunque, di qualsiasi vana polemica va detto che tali nomignoli, mancando di una precisa volontà di offendere, eprimevano tale una dignità che chi li portava non se ne sentiva affatto oltraggiato ed offeso.
Per quanto riguarda Capocotto essendo, quindi, ormai certi che si tratta di ustioni e nient’altro, se si intende che ana modo la lingua nostrana giungeremo facilmente a capire il motivo pure per cui Miciarello volle fare quella sua donazione.
Che non fece, come si vuol dir da qualcuno: "perché lo difenda, lo scampi da quel ribaldo compagno di crapule che ha spinto Miciarello-caputcoctu a dissipare le sue sostanze, così, la cartula gioverà doppiamente a Caput coctu, perché costituisce una decisa ribellione al mal consiglio dell’amico scialacquatore e, perché offre a Miciarello la possibilità di riparare i peccati della sua vita sregolata salvandosi l’anima e guadagnandosi la beatitudine eterna"; ma fu perché, pur sfigurato e malconcio, uscito fuori da quell’immane tragedia nella quale aveva corso il rischio di rimetterci pure la vita, per un senso di gratitudine grande verso Colui dal quale riteneva essere stato miracolosamente salvato, volle far dono di tutti i suoi beni alla Chiesa, titolata del Nome del Santo suo Salvatore.
Apparendoci, infatti, assai poco probabile che ad un vizioso, ad uno scialacquatore, ad uno, insomma, che avesse dissipato tutte le proprie sostanze fosse rimasto, poi, ancor così tanto da poterne far dono a qualcuno.
Ma, se riuscissimo pure a conciliare tra loro cose così contrastanti verrebbe comunque da chiedersi chi, e con quale grande autorità, avesse potuto stabilire che Miciarello si fosse dovuto ridurre in miseria.
Anche perché, se andiamo a vedere quel documento sul quale è stata vergata la nostra postilla, troviamo che pure sua moglie, Gualdrada, era lì che donava tutti i suoi beni alla Chiesa.
Per cui non ci si vorrebbe mica far credere che fosse stata una testa calda anche lei; dal momento che, poi, la stessa ci dice di esser lì soltanto, “pro amore” di quel suo marito.
Che, tra l’altro, con espressione dolcissima non chiama nemmeno marito, o coniuge, o sposo o consorte; ma chiama, invece: “viro meo”.
Ossia, proprio, come fino a qualche tempo addietro, ad Abbadia, le donne chiamavano il proprio marito “i’ mmi’ òmo”.
E lo chiamavano così in quanto questo termine esprime un concetto importante di forza, di coraggio, di determinazione; che dice, insomma, di qualcuno al quale una donna, può accostarsi serena, sicura di riceverne affetto, protezione, riparo; termine, perciò, a dir poco stridente se riferito a chi avesse avuto fama di essere una testa calda.
Dal momento, perciò, che anche questo argomento ci sembrerebbe esaurito vediamo di portarci a comprendere cosa avesse voluto dire il notaio con questa sua famosa postilla.
E, siccome gli atti andavano fatti di fronte a un notaio, non si capisce perché mai nessuno si sia preoccupato di andare a vedere cosa avrebbe dovuto fare un notaio durante lo svolgimento della sua professione.
E, poiché veniamo a sapere che: "Dopo che i clienti hanno esposto oralmente in volgare, nella varietà idiomatica locale, la transazione a cui egli conferirà valore legale (la pubblica fides) lo stesso, redige l’atto e passa dunque dall’oralità alla scrittura e dal volgare al latino." ci sembrerebbe ovvio che qualsiasi termine che fosse stato di non facile intrpretazione avrebbero dovuto venire a cercarlo entro l’area lessicale badenga.
Se si fossero infatti, comportati così, siccome ad Abbadia talvolta la lettera “v” si sarebbe potuta scambiare con la lettera “b”, non sarebbe mancata loro occasione di aver sentito dire, magari a chi fosse uscito di casa in una fredda giornata d’inverno: “Combbògliti!”cioè: “convòlgiti!” O, di chi avesse riso smodatamente: “che cchéllu s’abboglìva da’ le’ risàte” ossia, che, “quello si avvolgeva dalle risate” o di chi si fosse appena “svegliato”, “che cchéllu, s’era appéna risbbéjlttu".
Dal momento, poi, che si sarebbe potuta scambiare anche la lettera “e” con la lettera “i”; la quale, a sua volta avrebbe potuto fare altrettanto con la lettera “e”, dato che a certe regole non si sarebbe sottratto neppure: rivojlttà, ossia “rivoltare”, in presenza di cose messe sossopra, rovesciate, rimosse, avrebbero potuto sentir dir pure che: “In cchi’ ppóstu, è ttùttu ribòjlttu!” o “rrebòjlttu” o, “rebòttu”.
Ma, comunque, la cosa che ci sorprende di più è, che per dare un senso a questo rebòttu siano andati a scomodare persino il diavolo; per il fatto che potrebbe essere, addirittura: <il corrispondente dell’antico vocabolo francese <ribàut> <rebàud>: ribaldo dissoluto, scialacquatore, insomma; termine che il Notaio del Sacro Palazzo poteva bene aver sentito da uno dei tanti pellegrini francesi che percorrevano alla volta di Roma la via Francigena, assai prossima al Monastero di S. Salvatore.
Siccome, però, si dà il caso che il nostro notaio, oltre ad aver svolto la sua professione per quasi venti anni, ad Abbadia era stato creato anche Giudice del Sacro Palazzo, con l’occasione che aveva di reperirne in loco, quanti gliene fosser occorsi non avrà certo avuto bisogno di andare a cercar termini oltramontani,.
Se consideriamo poi che, ancora tutt’oggi, qualcuno c’è che usando l’antica espressione anziché dire: <C‘ho dd’anna’ dda’ i’ nnotàiu pe’ ffa’ ’n ccontràttu> dice: <C’ho dd’anna’ dda’ i’ nnotàiu pe’ ffa’ ‘na vojlttùra> si può pensar senza dubbio che, Miciarello, proprio per quella facoltà che aveva di esprimersi nella maniera che gli fosse stata più congeniale, avendo idea di fare un qualcosa che gli avesse permesso di rivoltare tutti i suoi beni in favore del Monastero, trovandosi di fronte al notaio, abbia esordito dicendo che voleva fare un “Ribòjlttu”, o un “rrebòjlttu” o, molto più probabilmente ancora, un “Rebòttu”.
Solo che il notaio, non vedendoci chiaro abbastanza in quell’inusuale comportamento di quel suo cliente, per non aver poimotivo di farsi qualche senso di colpa per non aver fatto di tutto per salvare quel buon Miciarello da una sicura rovina, in un primo momento, dettato da una specie di … deformazione professionale avrà, cercato di convincerlo a non fare quella tal donazione; poi, però, visto inutile ogni suo sforzo si è dovuto rassegnare e tornare ad essere semplicemente un notaio cui spettava il compito di realizzare soltanto la volontà del cliente.
E non ci sbaglieremmo neppure se osassimo dire che, il notaio, consapevole del fatto che Miciarello, facendo una donazione del genere non si sarebbe, certo, proposto alla storia come un antesignano di quel S. Francesco che si era spogliato di tutto per alleviare le miserie di tanta povera gente; ma che, donando completamente quanto aveva in suo possesso ad una Abbazia che, di per sé, oltre ad esser ricchissima rappresentava, pur sempre, “La Signoria”, che imponeva le tasse, i dazi, i balzelli, mentre ai badenghi non ne sarebbe derivato nessun beneficio, avrebbe fatto sì che quest’ultimi, se li sarebbe fatti tutti nemici.
Cosicché, anche se i Monaci, non gli avessero fatto mancare il classico tozzo di pane, col fatto, però che il Monastero, dal nostro Paese a quei tempi amava tenersi assai ben distante; che, fatta sera, le porte venivano fortemente serrate e, che a nessuno più sarebbe stato concesso di entrare od uscire a suo piacimento, se a Miciarello o a sua moglie, fosse capitato di non star troppo bene, pur se avessero gridato invocando un aiuto, vano sarebbe stato il loro gridare.
E se vi fosse pur stata qualche donna pietosa che, a quelle grida, si fosse commossa, il “mmi’ òmo”, quella dolce figura, cioè, della quale abbiamo fatto già conoscenza lungo il nostro percorso, si sarebbe trasformato all'istante in un orco feroce; e, senza indugio, avrebbe detto a quella sua donna che: - "Sse qquànt’e ggnènte, ‘na vòjltta sóla ‘nco’, si fùsse azzardàta a’ mmétte i’ nnàsu fòra de’ i’ ll’ùsciu pe’ annà a vvedé ddi che éssono ùtu bbisògnu chi’ ddùa, i pièdi ‘n ccàsa, nùnn gli ce ll’avarèbbe più ffàtti rimétta!"
Per cui, anche se Miciarello, recalcitrante a qualsiasi consiglio che avesse voluto dargli il notaio avesse insistito a voler fare quel “rebòttu”, siccome proprietario di un bene sarebbe diventato colui che fosse entrato in possesso del documento che lo avesse attestato, dato che quel
documento, il notaio avrebbe dovuto cederlo ai Monaci, paventando che, questi, dopo avere ottenuto sì tanto si fossero poi troppo presto “dimenticati” di lui, (e quel “qui”, ci dice con tutta certezza che aveva pure “individuato” “chi” avesse brigato col dargli quel “mal consiliu” in quanto il passo del documento stesso che recita testualmente: “quisquis in sanctis ac venerabilibus locis ex suis aliquid contulerit rebus, iuxta vocem auctoris, in hoc seculo centuplum accipiat et insuper, quod melius est, vitam possidebit eternam” non sembrandogli affatto farina del suo sacco) non ha voluto darsi per vinto.
E, con altrettanta ostinazione e caparbietà, volle mettere sull’avviso quei frati, dando loro, sia pur in modo sottile, una sonora tirata d’orecchie.
Non essendoci ormai più alcun dubbio che si voglia ancora dare a <rebòttu> un significato diverso da quello di “contratto” (o, di “voltura”, per dirla in badengo) concludendo, si può, dire che, la Postilla che adesso suona così: "Ista cartula est de Caput coctu, ille adiuvet de illu rebòttu qui mal consiliu li mise in còrpu" senza volerla assolutamente stravolgere, ma costruita in maniera diversa e, cioè: <Ista cartula est de caput-coctu ille adiuvet qui li mise in corpu mal consiliu de illu rebottu> si possa tranquillamente tradurre così: "Questa carta è di Capocotto, lo aiuti (ora) chi gli mise in corpo il mal consiglio di quella “voltura”."
Perché era proprio quella voltura che dava al notaio qualche giustificata preoccupazione.
Poi, ma questo solo come divagazione sentimentale, ritengo che dovrebbe riempirci di orgoglio il fatto che se oggi possiamo leggere questa postilla, esempio primo di un verseggiare toscano, quindi Italiano, lo si possa fare soltanto per merito di un nostro concittadino.
1) I seccatoi erano dei locali ove con un fuoco continuo di moltissimi giorni venivano fatte seccare le castagne.
2) Il Paglia è un fiumiciattolo, affluente del Tevere
Tutte le notizie storiche relative all’argomento, sono state tratte da uno stesso articolo della Professoressa, Signora Fiora Bonelli, apparso sul n° 8 della rivista Amiata Storia e Territorio.