La pressione sanguigna è la forza con cui il sangue viene spinto dalla pompa cardiaca nei vasi; prende il nome di pressione arteriosa (PA) se si tratta di arterie, o di pressione venosa se si tratta di vene. Più è alta la pressione e maggiore è il lavoro (e la fatica) che deve compiere il cuore.
La pressione arteriosa (PA) dipende da due fattori:
· Gittata cardiaca, ovvero il volume di sangue che il ventricolo sinistro spinge in aorta in un certo tempo
· Resistenza, ovvero la resistenza al flusso data dai vasi. Poiché l’immissione del sangue nelle arterie avviene in maniera discontinua, la pressione arteriosa oscilla continuamente, dando valori diversi. Si parla dunque di:
Pressione arteriosa sistolica (PAS): comunemente chiamata “massima”, è un valore dato dal massimo flusso sanguigno espulso ad ogni contrazione del cuore nella fase di sistole. È dato dal volume di sangue e dalla forza con cui i ventricoli si contraggono e dall’elasticità delle arterie.
Pressione arteriosa diastolica (PAD): comunemente chiamata “minima”, è un valore dato dal periodo di riposo del cuore, ossia la diastole; è dato dalla durata della diastole e dalle resistenze periferiche.
La PA subisce diverse oscillazioni nel corso della giornata e, in un paziente sano, ha valori fisiologicamente più bassi durante il sonno e nelle prime ore del mattino. Le fluttuazioni dipendono anche da:
· attività fisica
· temperatura
· stato d’animo
· età
· sesso
· patologie presenti.
Inoltre vi sono numerosi ormoni che incidono sulla variazione della PA, fra cui:
· Le catecolamine (adrenalina, noradrenalina)
· Corticosteroidi
· Ormoni tiroidei
La PA è uno dei parametri vitali più importanti, perché è in grado di darci un’indicazione sulle condizioni del paziente; in alcune categorie di pazienti è utile anche il monitoraggio frequente, poiché una PA alterata a lungo termine comporta danni ai vasi, alla circolazione, ecc.
L’unità di misura per la PA sono i mmHg.
I valori ottimali della pressione arteriosa sono:
· PAS: 110 – 140 mmHg
· PAD: 70 – 90 mmHg
Al di sopra o al di sotto di questi valori, si parla di ipertensione o di ipotensione. I range di normalità vengono periodicamente aggiornati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che, sulla base dei più recenti studi clinici, definisce quali siano i valori ottimali per prevenire le complicanze.
La PAD alta richiede un’attenzione maggiore da parte del paziente, poiché è più frequentemente correlata all’insorgenza malattie cardiovascolari rispetto alla sola PAS elevata.
Tuttavia, essendo nella maggior parte dei casi descritti in letteratura correlata a stili di vita scorretti, si può più facilmente intervenire.
L’ipertensione arteriosa è una condizione caratterizzata dall’elevata pressione del sangue nelle arterie, che è determinata dalla quantità di sangue che viene pompata dal cuore e dalla resistenza delle arterie al flusso del sangue.
L’ipertensione arteriosa non è una malattia, ma un fattore di rischio, ovvero una condizione che aumenta la probabilità che si verifichino altre malattie cardiovascolari (per esempio: angina pectoris, infarto miocardico, ictus cerebrale). Per questo, è importante individuarla e curarla: per prevenire i danni che essa può provocare.
Si parla di ipertensione arteriosa sistolica quando solo la pressione massima è aumentata; al contrario, nell’ipertensione diastolica, sono alterati i valori della pressione minima. Si definisce ipertensione sisto-diastolica la condizione in cui entrambi i valori di pressione (minima e massima) sono superiori alla norma.
Classicamente, e come conseguenza delle modificazioni che avvengono nell’organismo per effetto dell’invecchiamento, gli anziani e i grandi anziani (ultranovantenni) soffrono più spesso di ipertensione arteriosa sistolica isolata, con valori di pressione massima anche molto alti, e pressione minima bassa. Le forme di ipertensione diastolica isolata, al contrario, sono più frequenti nei soggetti più giovani.
L’ipertensione arteriosa può essere classificata in primaria e secondaria.
Nell’ipertensione arteriosa primaria (o essenziale), che rappresenta circa il 95% dei casi di ipertensione, non esiste una causa precisa, identificabile e curabile: gli elevati valori pressori sono il risultato dell’alterazione dei meccanismi complessi che regolano la pressione (sistema nervoso autonomo, sostanze circolanti che hanno effetto sulla pressione).
Nel restante 5% dei casi, invece, l’ipertensione è la conseguenza di malattie, congenite o acquisite, che interessano i reni, i surreni, i vasi, il cuore, e per questo viene definita ipertensione secondaria. In questi casi, l’individuazione e la rimozione delle cause (cioè, la cura della malattia di base) può accompagnarsi alla normalizzazione dei valori pressori.
A differenza dell’ipertensione arteriosa essenziale, che classicamente interessa la popolazione adulta, l’ipertensione secondaria interessa anche soggetti più giovani e spesso si caratterizza per valori di pressione più alti e più difficilmente controllabili con la terapia farmacologica.
È importante sottolineare che in alcuni casi l’aumento dei valori di pressione arteriosa dipende dall’uso (talvolta dall’abuso) di alcune sostanze tra cui, per esempio, la liquirizia, gli spray nasali, il cortisone, la pillola anticoncezionale, la cocaina e le amfetamine. In questi casi, sospendendo l’assunzione di queste sostanze, i valori pressori tornano alla normalità.
L’aumento dei valori pressori non sempre si accompagna alla comparsa di sintomi, specie se avviene in modo non improvviso: l’organismo si abitua progressivamente ai valori sempre un po’ più alti, e non manda segnali al paziente. Per questo, molte delle persone affette da ipertensione non lamentano sintomi, anche in presenza di valori pressori molto elevati.
In ogni caso, i sintomi legati all’ipertensione arteriosa non sono specifici, e per questo sono spesso sottovalutati o imputati a
condizioni diverse. Tra i sintomi più comuni rientrano:
Mal di testa, specie al mattino
Stordimento e vertigini
Ronzii nelle orecchie (acufeni, tinniti)
Alterazioni della vista (visione nera, o presenza di puntini luminosi davanti agli occhi)
Perdite di sangue dal naso (epistassi)
Nei casi di ipertensione secondaria, ai sintomi aspecifici possono associarsene altri, più specifici, dovuti alla malattia di base.
La scarsità dei sintomi e la loro aspecificità sono il motivo principale per cui spesso il paziente non si accorge di avere la
pressione alta. Per questo è fondamentale controllare periodicamente la pressione: fare diagnosi precoce di ipertensione arteriosa significa prevenire i danni ad essa legata e, quindi, malattie cardiovascolari anche invalidanti.
Familiarità: la presenza, in famiglia, di soggetti ipertesi aumenta la probabilità che un paziente sviluppi ipertensione arteriosa.
Età: la pressione arteriosa aumenta con l’avanzare dell’età, per effetto dei cambiamenti che si verificano a carico dei vasi arteriosi (che, invecchiando, diventano più rigidi). Ad un certo punto, mentre la pressione sistolica (massima) continua ad aumentare per effetto dell’età, la diastolica (minima) non aumenta più o, addirittura, tende a diminuire; questo spiega le forme di ipertensione sistolica isolata tipica dei grandi anziani.
Sovrappeso: sovrappeso e obesità, attraverso meccanismi diversi e complessi, si associano ad un incremento dei valori pressori.
Diabete: questa condizione, grave e assai diffusa tra la popolazione adulta, si associa spessissimo ad un incremento della pressione arteriosa, aumentando in modo significativo il rischio di malattie cardiovascolari.
Fumo: il fumo di sigaretta altera acutamente i valori di pressione arteriosa (dopo aver fumato, la pressione resta più alta per circa mezz’ora); a questo, si associano i danni cronici che il fumo induce sui vasi arteriosi (perdita di elasticità, danno alle pareti vascolari, predisposizione alla formazione di placche aterosclerotiche).
Disequilibrio di sodio e potassio: mangiare cibi troppo salati ed, in generale, una dieta troppo ricca di sodio o troppo povera di potassio, possono contribuire a determinare l’ipertensione arteriosa.
Alcool: un consumo eccessivo di alcoolici (più di un bicchiere al giorno per le donne, due per gli uomini) può contribuire all’innalzamento dei valori pressori, oltre che danneggiare il cuore (che, per effetto del troppo alcool, tende a dilatarsi e a perdere la sua funzione di pompa, con gravi conseguenze su tutto l’organismo).
Stress: lo stress (fisico ed emotivo) contribuisce al mantenimento di valori di pressione più alti. Questo spiega, per esempio, perché in occasione delle visite mediche, la pressione è spesso più alta rispetto a quella che il paziente si misura al domicilio; perché la pressione possa essere più alta nei giorni lavorativi rispetto ai periodi di vacanza, ed anche perché i valori di pressione aumentino mentre si fa esercizio fisico.
Sedentarietà: non possiamo affermare che la sedentarietà faccia aumentare la pressione arteriosa; è certo, tuttavia, che l’attività fisica moderata e costante (mantenendo attivo l’organismo e favorendo il controllo del peso) contribuisca a ridurre i valori pressori e a migliorare le prestazioni fisiche (l’allenamento aumenta progressivamente la capacità di tollerare gli sforzi).
L'ipotensione è una condizione in cui la pressione del sangue è molto più bassa rispetto ai valori considerati normali. In genere può essere trattata con successo in modo da evitare che cuore, cervello e altri organi e tessuti dell'organismo non ricevano ossigeno e nutrienti a sufficienza.
La pressione del sangue varia da persona a persona. In genere si considera ipotensione una condizione in cui la pressione massima (o sistolica) è uguale o inferiore a 90 mmHg e quella minima (o diastolica) è uguale o inferiore a 60 mmHg. Le cause di ipotensione possono essere molteplici e di diversa rilevanza: variano pertanto da una banale disidratazione a disturbi più seri. Cali pressori improvvisi possono comportare un ridotto afflusso di sangue al cervello con pericolo di svenimenti e cadute a terra, le cui conseguenze sono particolarmente disastrose nei soggetti anziani (pericolo di fratture gravi). In genere si tratta di un problema risolvibile, a patto che la sua causa sia correttamente individuata.
Quali sono le cause dell'ipotensione?
Alla base della diminuzione della pressione sanguigna possono esserci un'emorragia improvvisa, una grave infezione, uno scompenso cardiaco, uno shock anafilattico, danni ai nervi che regolano le variazioni pressorie della circolazione come nel caso di diabete, aritmie e disidratazione. La comparsa di ipotensione può avvenire in concomitanza con cambiamenti repentini della postura, come avviene nel caso di ipotensione ortostatica, soprattutto al passaggio rapido dalla posizione sdraiata alla stazione eretta. In questo caso i disturbi scompaiono entro pochi minuti o addirittura in pochi secondi se il soggetto ripristina rapidamente la posizione di partenza. La situazione è simile nel caso dell'ipotensione ortostatica postprandiale, in cui il problema compare dopo i pasti e riguarda soprattutto gli anziani. L’aumento del sangue confinato alla regione gastro-intestinale, per garantire il miglior svolgimento del lavoro digestivo, sottrae sangue agli altri organi e contribuisce all’abbassamento della pressione arteriosa sistemica. Bambini e giovani adulti hanno invece più spesso a che fare con l'ipotensione neuromediata, un problema che può comparire quando si sta per troppo tempo in piedi. Infine, l'alcol e alcuni farmaci possono ridurre notevolmente la pressione, in particolare i medicinali contro l'ansia e la depressione, i diuretici, gli antipertensivi in generale e alcuni antidolorifici.
I principali sintomi dell'ipotensione sono: vista appannata, stato confusionale, vertigini, svenimento, stordimento, nausea o vomito, sonnolenza e debolezza.
Per misurare la pressione possiamo utilizzare:
Lo sfigmomanometro a mercurio (metodo non invasivo), ormai in disuso
Lo sfigmomanometro aneroide (metodo non invasivo)
Lo sfigmomanometro elettronico (metodo non invasivo)
Il catetere arterioso inserito in arteria collegato ad un trasduttore, a sua volta collegato ad un monitor (metodo invasivo)
Lo sfigmomanometro elettronico è composto da un manicotto e da un piccolo apparecchio con schermo digitale.
Per la misurazione della pressione arteriosa si inserisce il braccio nel manicotto avendo cura di allacciare correttamente il bracciale.
Una volta premuto il tasto di avvio, l'apparecchio procede a gonfiare la camera d'aria, a rilasciarla e a mostrare sullo schermo i valori corrispondenti alla "massima" e alla "minima".
Gli sfigmomanometri elettronici rilevano la pressione arteriosa grazie ad un metodo oscillometrico, ossia sull’osservazione delle oscillazioni pressorie causate dalle variazioni del flusso sanguigno.
Sia la fase di gonfiaggio che di sgonfiaggio avvengono in maniera automatica grazie ad un sensore che rileva le variazioni di pressione.
Lo sfigmomanometro manuale è composto da una camera d'aria ricoperta da un manicotto di tela e collegata a una pompetta.
Una volta infilato e allacciato il bracciale al braccio del paziente (all'altezza del bicipite brachiale), si posiziona la campana del fonendoscopio appena sotto il bracciale e precisamente sulla piega del braccio.
Se con una mano si tiene la pompetta, con l’altra si posizionano due dita sul polso della persona per percepire le pulsazioni dell’arteria radiale. Si mette poi il fonendoscopio alle orecchie.
Si comincia a gonfiare il manicotto con la pompetta, fino al momento in cui non si avvertono più pulsazioni a livello dell’arteria radiale. Si gonfia ancora di circa 20 mmHg e poi si comincia ad aprire lentamente la valvola presente sulla pompetta, in modo da lasciar uscire possa l’aria dal bracciale.
Al momento dello sgonfiaggio il primo suono scoccante che si udirà sarà quello della pressione sistolica, la quale fisiologicamente si aggira intorno ai 120 mmHg. L’ultimo suono percepito rappresenta, invece, la fase diastolica (minima) e normalmente ha un valore di circa 80 mmHg
Il fonendoscopio è uno strumento utile all’auscultazione dei suoni provenienti dai visceri.
La distinzione tra stetoscopio e fonendoscopio consiste nel fatto che il primo è utilizzato per l’auscultazione toracica, mentre il secondo è impiegato, in generale, per l’auscultazione dei visceri.
Molti modelli di fonendoscopio presentano sia un diaframma (la superficie piatta), utile per poter auscultare i suoni ad alta frequenza, che una campana, la quale permette l’auscultazione dei suoni a bassa frequenza.
A ragion di ciò, la membrana piatta è utilizzata per auscultare i suoni cardiaci, mentre la campana trova un più ampio utilizzo per l’auscultazione dei suoni polmonari.
Quest’ultima si utilizza esercitando una leggera pressione; il diaframma, invece, necessita di una pressione più decisa sulla cute affinché si possano auscultare i suoni ad alta frequenza.
Uno stetofonendoscopio si compone di due auricolari, di un tubo singolo o doppio, di una testina (parte che viene collocata sul corpo del paziente per rilevare i suoni) e di una membrana fluttuante (modalità diaframma/campana) che compone la testina.
Secondo l’OMS, la misurazione ottimale deve essere effettuata:
In condizioni di tranquillità, il paziente deve essere rilassato e comodo
La persona non deve aver fumato o bevuto da almeno un quarto d’ora
Non deve aver bevuto caffè nell’ora precedente
Il braccio deve essere appoggiato e non rimanere sospeso
Il bracciale deve essere di dimensione adeguata al braccio del paziente. Un bracciale da adulto non può essere utilizzato su un bambino e viceversa; allo stesso modo su una persona obesa non può essere utilizzato un bracciale standard. Un’inadeguata misura del bracciale comporta rilevazioni errate (sovrastima o sottostima).
La misurazione della pressione arteriosa avviene posizionando un manicotto (o bracciale) al braccio del paziente, poco al di sopra della piega in corrispondenza del gomito. Di norma sui manicotti è disegnata una freccia: quest’ultima deve essere collocata sulla piega del braccio, dove posizioneremo poi il fonendoscopio.
Il manicotto è a sua volta connesso ad una pompetta, che, se premuta, permette un passaggio di aria con conseguente gonfiaggio del bracciale. Sulla pompetta è presente una valvola che, una volta aperta, permette la fuoriuscita di aria e di conseguenza lo sgonfiaggio del bracciale.
Il manicotto deve essere ben adeso al braccio: né troppo stretto né troppo largo, poiché questo potrebbe comportare una rilevazione errata. Posizionando il manicotto sul braccio si va a rilevare la PA a livello dell’arteria brachiale.Dopo aver posizionato il bracciale, si posiziona la campana del fonendoscopio appena sotto il bracciale e precisamente sulla piega del braccio. Se con una mano si tiene la pompetta, con l’altra si posizionano due dita sul polso della persona per percepire le pulsazioni dell’arteria radiale. Si mette poi il fonendoscopio alle orecchie.
Si comincia a gonfiare il manicotto con la pompetta, fino al momento in cui non si avvertono più pulsazioni a livello dell’arteria radiale. Si gonfia ancora di circa 20 mmHg e poi si comincia ad aprire lentamente la valvola presente sulla pompetta, in modo da lasciar uscire possa l’aria dal bracciale
Il primo rumore che sentiremo corrisponderà alla PAS (o massima) e sarà dato dalla ripresa del passaggio di sangue in arteria. Questo primo rumore prende il nome di 1° tono di Korotkoff.
Continuando a sgonfiare il bracciale, si distinguono altri 4 rumori: il 2°, il 3°, il 4° e il 5° tono di Korotkoff. Il 5° coincide con la scomparsa di rumori e corrisponde alla PAD (o minima).
SITOGRAFIA:
https://www.nurse24.it/studenti/procedure/pressione-arteriosa-cos-e-come-si-misura.html
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https://www.nurse24.it/infermiere/presidio/fonendoscopio-cos-e-come-si-usa.html