In quest’opera non sarà il mio amico Cicerone a trattare questo suo dialogo ma io Lucio Manlio Torquato che vi ho partecipato a Cuma con Marco Tullio che poi ha voluto scriverlo come insegnamento per i posteri.
Cicerone scrive quest'opera, dedicata a Marco Giunio Bruto, in una prima edizione nel 45 a.C. suddividendolo in 5 libri e sottoforma di dialogo filosofico. Principalmente il tema della discussione filosofica è cosa sia il sommo bene secondo lo stoicismo, dove è classificato come virtù e l'epicureismo, dove invece è il piacere.
Prima di andare a riassumere libro per libro il contenuto del dialogo, bisogna contestualizzare l'opera e dividerlo ulteriormente in 3 dialoghi (I-II libro, III-IV libro e V libro)
Egli scrive quest'opera dopo pochi anni dalla battaglia di Farsalo (48 a.C.) dove essendo pompeiano si ritroverà sconfitto ma Cesare nel 47 a.C. lo perdonerà, nonostante ciò, non riuscirà più ad ottenere cariche pubbliche importanti fino alla morte di Cesare, di conseguenza si dedicò unicamente alla stesura di opere di carattere filosofico come quella che tra poco andremo ad analizzare.
LIBRO I E LIBRO II
In questa prima parte dell'opera il dialogo verte principalmente sulla questione del sommo bene per Epicuro come piacere. Cicerone discute con me che mi faccio promotore di tale dottrina. Io affermo infatti che l'uomo verte verso il piacere non come godimento fugace ma assenza di dolore e di stabile serenità.
Cicerone controbatte dicendo che Epicuro cade in contraddizione se sostiene che il piacere coincide con l'assenza di dolore, dal momento che per l'oratore la stessa definizione di piacere in tale filosofia è ambigua e duplice: a volte viene identificato come soddisfacimento immediato dei sensi (piacere in movimento) ma altre come mancanza perpetua di ogni dolore (piacere stabile) ma solo nella seconda concezione esso sarebbe il sommo bene.
Egli continua dicendo che se il sommo bene coincidesse con il piacere e non con la ragione allora coloro che seguono tale filosofia sarebbero tristi dato che il dolore è inevitabile.
Ovviamente Cicerone argomenta queste sue tesi sostenendo che l'uomo ha ambizioni più grandi di provare semplice piacere ma che per la sua natura l'essere umano tende al sommo bene in qualcosa di superiore; per confutare le argomentazioni dell'amico fornisce degli exempla di uomini virtuosi romani che più che il piacere hanno preferito fare del bene allo stato addirittura sacrificandosi come per la celebre Lucrezia che violata preferì togliersi la vita oppure Marco Attilio Regolo che con grandi sacrifici anche se fu sconfitto dai Cartaginesi convinse il senato a non trattare in suo favore.
Cicerone è così contrario a tale filosofia poiché va contro molti dei principi del mos maiorum che i romani stessi stavano perdendo oppure trascurando e lui da la colpa alle nuove filosofie greche che stanno prendendo i cuori di molti romani.
Per introdurre il punto di vista di Cicerone ho scelto di introdurre un testo latino dogmatico dove avviene la confutazione da parte di Catone Uticense sulla filosofia Epicurea:
(75) D’accordo: è la stessa parola “piacere” a non avere dignità, o forse siamo noia non capirla. Voi lo dite sempre, che non capiamo cosa voi intendete per piacere. Certo, è un concetto difficile e oscuro! Se vi capiamo quando parlate di atomi e di intermondi1, che non esistono e non possono esistere, come potremmo non capire il vostro piacere, che è concetto noto anche ai passerotti? Vi costringerò ad ammettere che non solo so che cos’è il piacere (un turbamento piacevole dei sensi), ma anche cosa tu vuoi che sia. Tu intendi con questa parola da un lato l’energia di cuiho appena parlato, chiamandola piacere in movimento, che produce mutazione;dall’altro quello che consideri il piacere sommo, a cui niente può aggiungersi: essoc’è quando manca qualunque dolore, e tu lo chiami piacere statico. (76) Poniamo dunque che il piacere sia questo. Ammetti in qualunque contesto che fai di tuttoper evitare il dolore. Se ti pare che questa formula non sia abbastanza ampia edignitosa, di’ che tu, in questa carica e in tutta la tua vita, farai tutto in vista del tuo vantaggio, non farai niente se non ti conviene, niente se non per amore di testesso: pensa ai clamori che accoglierebbero questo discorso, pensa a quale speranzaavresti di arrivare al consolato, che pure ti è preparato, preparatissimo! D’altra parteseguirai con te stesso e con i tuoi una condotta di vita che non osi professare inpubblico? D’altra parte in tribunale e in senato tu hai sempre in bocca le stesse parole che usano peripatetici e stoici: il dovere, la giustizia, la dignità, la lealtà, larettitudine, l’onore, essere degni del proprio ufficio, essere degni del popolo romano,affrontare tutti i pericoli per lo stato, morire per la patria – quando tu parli inquesto modo noi coglioni restiamo a guardarti ammirati, mentre tu evidentementete la ridi dentro di te. (77) Tra queste parole magnifiche e solenni, il piacere nonha nessun spazio, e non solo il piacere in moto, che tutti, cittadini e contadini, tutti,dico, quelli che parlano latino chiamano piacere, ma neanche il piacere stabile, chepiacere, tranne voi, non lo chiama nessuno. (de finibus bonorum et malorum II 75-77)
LIBRO III
Sono passati alcuni anni e la data fittizia scelta da Cicerone è il 52 a.C., il luogo la villa di Tuscolo di Lucullo.
Il principale soggetto di questo libro è Marco Porcio Catone Uticense che descrive la gnoseologia stoica. Al contrario di quella Epicurea il sommo bene per gli stoici come Catone era avere la facoltà della ragione. La facoltà della ragione si esplica attraverso un assenso all'esperienza, un atto di onestà nei confronti di "ciò che è conforme alla natura". L'allontanamento di ogni dolore è dato dallo spirito di conservazione della natura dell'uomo.
Catone si scaglia poi anche contro le filosofie Peripatetiche ma soprattutto contro Aristotele a cui affida l'errore di aver confuso ciò che si preferisce con ciò che è il sommo bene. Il sapiente esercita l'onestà in quanto adempimento di un "dovere" indicato dalla natura della percezione: qualcosa che di per sé non si può intendere né come bene né come male.
In conclusione, vengono proposti tre modelli negativi di Roma in contrapposizione con quelli positivi fatti precedentemente: Tarquinio il superbo per aver pensato ai propri interessi e non a fare grande Roma, Marco Licinio Crasso per aver oltrepassato l'Eufrate senza motivo nel 53 a.C. nella battaglia di Carre ed infine Lucio Cornelio Silla per aver sconvolto la politica di Roma portando lusso, avidità e stragi civili.
Anche per questo libro ho scelto un testo in latino molto significativo che racchiudesse il principale significato di questa parte del trattato:
Quam gravis vero, quam magnifica, quam constans conficitur persona sapientis! Qui, cum ratio docuerit quod honestum esset, id esse solum bonum, semper sit necesse est beatus vereque omnia ista nomina possideat, quae irrideri ab imperitis solent. Rectius enim appellabitur rex quam Tarquinius, qui nec se nec suos regere potuit; rectius magister populi, is enim est dictator, quam Sulla, qui trium pestiferorum vitiorum, luxuriae, avaritiae, crudelitatis, magister fuit; rectius dives quam Crassus qui, nisi eguisset, numquam Euphraten nulla belli causa transire voluisset.
Recte eius omnia dicentur, qui scit uti solus omnibus; recte etiam pulcher appellabitur, animi enim lineamenta sunt pulchriora quam corporis; recte solus liber nec dominationi cuisquam parens nec oboediens cupiditati; recte invictus, cuius etiamsi corpus constringatur, animo tamen vincula inici nulla possint, nec exspectet ullum tempus aetatis, uti tum denique iudicetur beatusne fuerit, cum extremum vitae diem morte confecerit, quod ille unus e septem sapientibus non sapienter Croesum monuit; nam si beatus umquam fuisset, beatam vitam usque ad ullum a Cyro extructum rogum pertulisset.
Quod si ita est, ut neque quisquam nisi bonus vir et omnes boni beati sint, quid philosophia magis colendum aut quid est virtute divinius? ( de finibus bonorum et malorum III 75-76)
TRADUZIONE:
Quanto seria veramente, quanto magnifica, quanto equilibrata si presenta la figura del sapiente! Poiché la ragione gli ha insegnato che è bene solo ciò che è onesto, egli non può che essere sempre felice e giustamente possedere tutti i titoli che gli ignoranti hanno l'abitudine di irridere. Sarà considerato degno della qualifica di re più giustamente di Tarquinio, che non fu capace di governare né se stesso né i suoi sudditi; di quella di capo del popolo - tale infatti è il dittatore - più giustamente di Silla, che fu maestro sì, ma di tre vizi pestiferi: la lussuria, l'avidità, la crudeltà; altrettanto ricco più a buon diritto di Crasso, il quale, se non si fosse sentito povero, mai e per nessuna necessità di guerra avrebbe bramato di oltrepassare l'Eufrate. Solo chi è capace di utilizzare tutte le cose giustamente sarà ritenuto degno di essere definito con tutti gli appellativi di riferimento: sarà giustamente riconosciuto nella sua bellezza, perché le fattezze dell'animo sono più belle di quelle del corpo; sarà considerato l'unico veramente libero giacché non è sottoposto al dominio di nessuno e di nessuna brama; anche giustamente invincibile perché, anche se il suo corpo è stretto in catene, non può essere vincolato nell'animo e, mentre è in vita, non rimanda al futuro, quando avrà esalato l'ultimo respiro, il momento di essere giudicato felice, come uno dei sette sapienti, non saggiamente, suggerì a Creso; infatti avrebbe portato con sé la felicità fin sul rogo che Ciro fece preparare per lui, solo se l'avesse provata mentre era in vita. Se tutte queste considerazioni sono vere, cioè che nessuno può essere felice se non è buono e che tutti gli uomini buono sono felici, che cosa si può considerare più degna della filosofia e cosa è di più divina della virtù? ( de finibus bonorum et malorum III 75-76)
LIBRO IV
Per comprendere a pieno questo libro è più utile partire direttamente dalla confutazione di varie filosofie ma in particolare dello stoicismo da parte di Cicerone:
[21] O magnam vim ingenii causamque iustam, cur nova existeret disciplina! Perge porro. Sequuntur enim ea, quae tu scientissime complexus es, omnium insipientiam, iniustitiam, alia vitia similia esse, omniaque peccata esse paria, eosque, qui natura doctrinaque longe ad virtutem processissent, nisi eam plane consecuti essent, summe esse miseros, neque inter eorum vitam et improbissimorum quicquam omnino interesse, ut Plato, tantus ille vir, si sapiens non fuerit, nihil melius quam quivis improbissimus nec beatius vixerit. Haec videlicet est correctio philosophiae veteris et emendatio, quae omnino aditum habere nullum potest in urbem, in forum, in curiam. Quis enim ferre posset ita loquentem eum, qui se auctorem vitae graviter et sapienter agendae profiteretur, nomina rerum commutantem, cumque idem sentiret quod omnes, quibus rebus eandem vim tribueret, alia nomina inponentem, verba modo mutantem, de opinionibus nihil detrahentem? [22] Patronusne causae in epilogo pro reo dicens negaret esse malum exilium, publicationem bonorum? Haec reicienda esse, non fugienda? Nec misericordem iudicem esse oportere? In contione autem si loqueretur, si Hannibal ad portas venisset murumque iaculo traiecisset, negaret esse in malis capi, venire, interfici, patriam amittere? An senatus, cum triumphum Africano decerneret, 'quod eius virtute' aut 'felicitate' posset dicere, si neque virtus in ullo nisi in sapiente nec felicitas vere dici potest? Quae est igitur ista philosophia, quae communi more in foro loquitur, in libellis suo? Praesertim cum, quod illi suis verbis significent, in eo nihil novetur, [de ipsis rebus nihil mutetur] eaedem res maneant alio modo.
[23] Quid enim interest, divitias, opes, valitudinem bona dicas anne praeposita, cum ille, qui ista bona dicit, nihilo plus iis tribuat quam tu, qui eadem illa praeposita nominas? Itaque homo in primis ingenuus et gravis, dignus illa familiaritate Scipionis et Laelii, Panaetius, cum ad Q. Tuberonem de dolore patiendo scriberet, quod esse caput debebat, si probari posset, nusquam posuit, non esse malum dolorem, sed quid esset et quale, quantumque in eo inesset alieni, deinde quae ratio esset perferendi; cuius quidem, quoniam Stoicus fuit, sententia condemnata mihi videtur esse inanitas ista verborum. (de finibus bonorum et malorum IV 21-23)
TRADUZIONE:
(21) Grande acutezza di intelletto, e buon motivo per inventare una nuova filosofia! Andiamo avanti, e consideriamo la teoria che tu hai benissimo esposto, ovvero che l’insipienza, l’ingiustizia e gli altri vizi sono simili tra loro, che tutte le colpe sono equivalenti, e che quelli che per natura e per educazione sono molto avanzati sulla via della virtù, se non la raggiungono in tutto sono pienamente infelici, perché tra la loro vita e quella dei più disonesti non c’è nessuna differenza, al punto che lo stesso Platone, se non è stato un sapiente, non si può dire che sia vissuto meglio né più felicemente di un qualunque furfante. Questa è la versione emendata dell’antica filosofia, una versione che non può avere accesso nella città, nei tribunali, insenato. Chi potrebbe sopportare che in questo modo parli chi si professa sostenitore di una condotta di vita saggia e corretta – cambiando cioè i nomi delle cose, ementre ha la stessa opinione di tutti, attribuendo altri nomi a ciò a cui attribuisce pure la medesima sostanza, cambiando insomma solo le parole, e non togliendo nulla alle opinioni? (22) Un avvocato può concludere la difesa del suo clientenegando che siano mali la condanna all’esilio e la confisca dei beni? Dicendo chedevono essere “rifiutati, ma non sfuggiti”? Che non è dovere del giudice essereclemente? E se parlasse in assemblea, quando Annibale è alle porte e con le suearmi minaccia di passare le mura, può negare che siano mali essere catturato, messo in vendita come schiavo, ucciso, perdere la patria? E il senato avrebbe potuto motivare il trionfo di Scipione Africano “per la sua virtù e per la fortuna”, quando non si può dire che né la virtù né la fortuna si trovano in nessun altro che nel sapiente? Che, filosofia è questa che in pubblico parla lo stesso linguaggio degli altri, e solonei libri il suo proprio? Nel significato delle loro parole niente cambia, la sostanza rimane uguale in altra forma. (23) Infatti che differenza c’è se ricchezza, potere,salute li chiami “beni” oppure “cose preferibili”, quando chi li chiama beni nonattribuisce loro maggior valore di te quando li chiami cose preferibili? Tant’è veroche un uomo di alto ingegno e serietà come Panezio, degno dell’amicizia di Scipione e di Lelio, scrivendo a Quinto Tuberone sulla sopportazione del dolore, non prese affatto la posizione che sarebbe stata capitale se avesse potuto essereprovata, cioè che il dolore non è un male; ma discute invece la sua natura e le suequalità, quanto in esso è estraneo alla natura e come si possa sopportarlo. E poichéPanezio era stoico, è col suo stesso voto che mi sembra condannata la fatuità dellavostra terminologia. (de finibus bonorum et malorum IV 21-23)
In questo libro ritorna a parlare principalmente Cicerone che confuta la dottrina stoica dicendo che Catone ha apportato dei mutamenti dei principi naturali allontanando la filosofia dalla realtà. Catone infatti, secondo il celebre avvocato, avrebbe subordinato la conoscenza alle virtù ma non è così per Cicerone che invece sostiene che le virtù sono in divenire e possono essere acquisite. A seguito di tali affermazioni Cicerone fa dei paragoni tra diversi personaggi storici romani per dimostrare l'ambiguità della filosofia in questione che lui riteneva avesse dimenticato la nozione di dovere.
LIBRO V
Cambia nuovamente la data ed il luogo: siamo ad Atene nell'Accademia di Platone alcuni anni prima nel 79 a.c.
Anche i personaggi sono cambiati il principalee soggetto della conclusione del trattato è Pupio Pisone Calpurniano che illustra l'opinione degli accademici e dei peripatetici, per i quali l'uomo, composto di materia e di spirito raggiunge il sommo bene attraverso la salute del corpo e la perfezione dell'anima, ma per comprenderlo meglio basta leggere le parole che lo stesso Cicerone ha scritto:
Omne animal se ipsum diligit ac, simul et ortum est, id agit, se ut conservet, quod hic ei primus ad omnem vitam tuendam appetitus a natura datur, se ut conservet atque ita sit affectum. Ut optime, secundum naturam affectum esse possit. Hanc initio institutionem confusam habet et incertam, ut tantum modo se tueatur, qualecumque sit, sed nec quid sit nec quid possit nec quid ipsius natura sit intellegit. Cum autem processit paulum et quatenus quicquid se attingat ad seque pertineat perspicere coepit, tum sensim incipit progredi seseque agnoscere et intellegere quam ob causam habeat eum, quem diximus, animi appetitum coeptatque et ea, quae naturae sentit apta, appetere et propulsare contraria. Ergo omni animali illud, quod appetiti positum est in eo, quod naturae est accommodatum. ita finis bonorum existit secundum naturam vivere sic affectum, ut optime is affici possit ad naturamque accommodatissime. (de finibus onorum et malorum V 24)
TRADUZIONE:
Ogni essere vivente ama se stesso, e, non appena sia nato, fa in modo di salvarsi poiché per prima gli è data dalla natura questa inclinazione a proteggere tutta la vita, per salvarsi e per avere l'inclinazione di poter essere ottimamente disposto secondo natura. All'inizio ha questa disposizione confusa e incerta, a tal punto che si difende soltanto, chiunque sia, ma non capisce che cosa sia né che cosa possa, né che cosa sia di lui stesso per natura. Ma quando è andato un po' avanti e ha iniziato a capire fino a che punto qualcosa lo tocchi e lo riguardi, allora inizia gradatamente a progredire e a riconoscersi e a capire per quale ragione abbia quell'inclinazione dell'animo che abbiamo detto, e comincia ance ciò che sente adatto alla sua natura e a respingere ciò che sente contrario. Dunque per ogni essere vivente ciò che desidera è posto in ciò che è stato adattato alla natura. Così il sommo bene risulta il vivere secondo natura così disposto da poter essere ottimamente disposto e assai conforme alla natura. (de finibus onorum et malorum V 24)
Ecco a voi un riassunto di quest'opera!