Mio busto (ero piuttosto affascinante)
De legibus
Sintesi
Il De legibus è un’opera filosofico-politica in forma di dialogo che io ritengo molto interessante, ma purtroppo vi è arrivata incompleta: di essa vi sono pervenuti con lacune i primi tre libri. Purtroppo non mi ricordo con precisione – ormai ho una certa età – ma sono piuttosto sicuro che il De legibus risalga agli anni 53-51 a.C.: infatti ne ho interrotto la composizione a causa della mia partenza per il proconsolato in Cilicia. Gli interlocutori in questo dialogo siamo io, Marco Tullio stesso, mio fratello Quinto e il mio carissimo amico – a cui mando un saluto – Attico. L’opera è ambientata nella mia villa di Arpino, nei pressi del fiume Liri; ho voluto conferire alla natura un particolare risalto, come cornice del dialogo, per richiamare l’atmosfera di alcuni dialoghi platonici come Le Leggi, a cui mi sono chiaramente ispirato a partire dal titolo, e il Fedro con il suo locus amoenus a cui si richiama in modo esplicito Attico.
Come altre mie opere il De legibus rappresenta un chiaro esempio del complesso intreccio tra riflessione filosofica, nella quale si diramano molteplici contributi della speculazione greca classica ed ellenistica, e le mie teorie politiche; questo alla luce di un’esperienza di vita e di un progetto politico maturati nelle vicende, il più delle volte tragiche, che mi videro agire da protagonista – modestamente – a Roma nell’ultimo secolo della res publica. Ho voluto fare in modo che nel dialogo risultassero di particolare interesse a livello filosofico la mia trattazione del concetto “di legge e di diritto di natura” e a livello storico-giuridico l’esame e il commento di numerose leggi romane che rendono l’opera una ricca testimonianza della storia delle istituzioni e del diritto pubblico, civile e religioso, di Roma, con molti riferimenti al contesto politico dei miei tempi. Grazie a quest’opera avete potuto studiare un quadro chiaro del diritto a Roma: non c’è di che.
Fin dalle prime battute del dialogo avrete capito che la trattazione sul diritto che ho voluto fare è sviluppata in una prospettiva più ampia rispetto a quella propria del diritto civile: alla luce della filosofia. Infatti per tutto il primo libro e all’inizio del secondo indago sulla natura del diritto e spiego come essa derivi da ciò che è più connaturato all’uomo e cioè da quella legge naturale, eterna e razionale che ha preceduto ogni legge scritta e che ordina ciò che si deve fare e proibisce di fare il contrario. Per la mia concezione filosofica del diritto è importante individuare un discrimine tra ciò che è bene e ciò che è male e porlo nel principio razionale insito nella natura razionale, divina e universale di cui è partecipe l’uomo. Infatti fornisco due significati della parola lex, riferendomi alla doppia etimologia del termine in greco e in latino: νόμος, poiché ha in sé il significato di distribuire, assegnare (νέμειν), ha una connotazione semantica caratteristica del concetto di aequitas, nel senso cioè di attribuire in modo equo a ciascuno il suo; lex invece deriva da legere nel significato di “scegliere”, nel senso che essa prescrive all’uomo dotato di prudentia di scegliere il bene e non il male. C’è una chiara relazione tra lex e prudentia, dove prudentia è la capacità di scegliere il bene secondo la ratio summa che è insita in natura e che ordina di agire in modo retto vietando di delinquere. La lex nella mia concezione rappresenta l’origine del diritto, costituisce l’essenza della natura, la mente e la ragione dell’uomo prudens che sa scegliere il bene, ma soprattutto la summa lex è da me definita come iuris atque iniuriae regula, è dunque il criterio grazie al quale l’uomo può scegliere ciò che è giusto distinguendolo da ciò che non lo è. L’uomo è stato generato dal sommo dio in una condizione privilegiata poiché è il solo animale ad essere partecipe della ragione e del pensiero. Nel De legibus dico inoltre che il diritto ha il suo fondamento non nella convenzione, ma nella natura come emanazione della ragione. Ne consegue che gli uomini per natura sono fatti per essere partecipi del diritto e per renderlo comune gli uni agli altri: se gli uomini, nella loro capacità di giudizio, avessero consapevolezza che “nulla di umano è loro estraneo”, humani … nihil a se alienum putarent (mia citazione libera da un’opera di Terenzio che mi è piaciuta molto, l’Heautontimorùmenos), da tutti si avrebbe un uguale rispetto del diritto, cosa che non avviene in un mondo in cui è tanta la corruzione derivata dal cattivo costume. Agli uomini a cui è stata data dalla natura la ragione, è stata data anche la retta ragione, dunque la legge, che io ritengo la recta ratio nel comandare e nel vietare. La componente etica in questa prima parte del dialogo esplicita la mia finalità politica: infatti con un chiaro riferimento alla res publica romana, affermo che tutto il discorso sulle leggi è finalizzato ad res publicas firmandas et ad stabiliendas vires sanandos populos.
Nel seguito del discorso preciso che è segno di stoltezza credere che tutto ciò che è sancito dal costume e dalle leggi di ogni popolo sia giusto. Il fondamento del diritto non risiede nei decreti del popolo, nelle sentenze dei giudici, nell’approvazione della folla, ma nella natura divina e razionale di cui è partecipe l’uomo in quanto essere dotato di ratio. Ritengo che si debba intendere la giustizia come s’intende l’amicizia: entrambe vanno ricercate per il loro valore assoluto e non per una finalità di immediato guadagno. Segue un serrato dialogo tra il sottoscritto e i suoi interlocutori riguardo ai termini estremi del bene e del male; un breve discorso che mi aiuta a porre l’attenzione dal piano filosofico-giuridico a quello propriamente etico.
All’inizio del secondo libro affermo che una civitas senza legge quindi non è una civitas, non esiste. È necessario ricondurre la legge nel suo principio alla divinità, e dunque agli dei, per formare e consolidare nei cittadini di ogni civitas una coscienza delle leggi, dalla quale derivi il rispetto per le norme sia civili che religiose. Credo che siano di grande importanza per una civitas le leggi sulla religione, sul culto, sui riti, per questo bisogna osservare i riti della famiglia e degli antenati, così come le prescrizioni dei pontefici e degli aruspici.
Nel terzo libro tratto delle leggi in rapporto alla vita politica e al ruolo che devono avere i magistrati nella res publica quali garanti dell’ordine costituito. Poi avanzo una serie di proposte di legge indirizzate fondamentalmente a rafforzare l’auctoritas del senato, che ai miei tempi era tutt’altro che salda! Il ruolo del magistrato deve essere in armonia con le leggi poiché esse stanno al di sopra dei magistrati come essi stanno al di sopra del popolo. Ma qual è l’origine dell’imperium dei magistrati? Per il loro potere è necessario stabilire dei limiti ben precisi, affinché questi sappiano che il loro potere non è eterno né illimitato e affinché i cittadini, che ad essi obbediscono, abbiano la speranza di accedere un giorno alle magistrature e quindi di governare. Nel passare poi ad esporre la funzione delle singole magistrature, gli attribuisco il ruolo di guida morale e politica per l’intera res publica, infatti, com’è giusto che sia, è sull’ordine senatorio che fa perno la legislazione da me proposta. Coloro che governano devono essere moralmente tutto d’un pezzo: che non osino fare leggi per i singoli cittadini privati! Spostiamo l’attenzione della nostra discussione al tribunato: per Quinto esso ha minato il prestigio degli ottimati, ma io gli rispondo che non è così: infatti nel valutarne l’utilità non si devono enumerare solo i difetti, che sono anche in altre magistrature, ma si deve considerare l’utilità della magistratura in sé stessa. In questo caso essa consiste in vantaggi di tipo politico, poiché tale organo rende il popolo partecipe del sistema dell’assegnazione delle cariche politiche, con l’effetto di mitigarne la componente sovversiva. Un altro aspetto positivo di questa magistratura è quello di portare il popolo ad eleggere dei capi che, consapevoli del proprio rischio e pericolo, potranno valutare i limiti entro i quali manifestare la loro opposizione. Le mie argomentazioni, però, non convincono Quinto ed Attico, che ribadiscono il loro giudizio negativo sul tribunato. A mio parere come la corruzione della civitas ha la sua prima causa nella contaminazione di questa da parte delle cupiditates e dei vitia dei suoi governanti, così può essere risanata dalla loro continentia: proprio per questo bisogna che coloro che hanno compiti di governo nella res publica siano integri dal punto di vista morale. Il terzo libro si conclude con l’intenzione da me espressa di parlare dei processi e con l’invito di Attico a trattare nello specifico anche del diritto del popolo romano; rispondo all’amico promettendo di svolgere gli argomenti da lui proposti, ma a questo punto ciò che vi rimane della mia opera si interrompe. Come dite? Certo che mi ricordo come continua! Ma non ve lo dirò, a meno che voi non abbiate qualcosa di interessante da offrirmi…
Ricerca critica
Andrew Dyck, in un saggio sulla mia opera molto interessante, ha affermato correttamente che la figura di Attico assume un’importanza particolare in quanto si configura, all'interno del De legibus così come in altri miei dialoghi, come catalizzatore e motore del dialogo.
Infatti, il De legibus si apre con l'invito rivoltomi da Attico di dedicarsi alla stesura di un'opera storica, affinché in questo genere i romani non continuino ad essere inferiori ai greci. Io gli rispondo che sono molto indaffarato e mi manca il tempo libero, senza il quale non posso intraprendere un così grande lavoro. A questo punto Attico mi suggerisce di far seguire al De re publica un'opera sulle leggi. Buona idea! Perseverando nell'emulazione di Platone che dopo la Repubblica aveva scritto Le Leggi, accolgo dunque di buon grado l'offerta dell'amico.
Dopo aver dato avvio al dialogo, Attico, secondo quanto sostiene Dyck, assume il ruolo di “moderatore”, e quindi, da buon moderatore, Attico conduce la conversazione dei propri interlocutori intorno a diverse problematiche.
Passi importanti
Come detto, si può dire che ho “copiato” Platone non solo facendo seguire alla composizione del De re publica quella del De legibus ma anche dando alla cornice del dialogo un'ambientazione che richiama l'atmosfera di alcuni dialoghi platonici che mi sono piaciuti particolarmente come ad esempio Le Leggi e il Fedro.
Ho deciso che il De legibus si aprisse senza proemio e che fosse ambientato nella mia villa presso Arpino.
Il mio amato fiume Liri
Ho scelto di ambientare il De legibus nella campagna di Arpino a causa delle sue numerose analogie paesaggistico-morfologiche con i luoghi che Platone presenta come cornice dei suoi dialoghi. Il dialogo si svolge in una giornata d'estate ed ha come sfondo l'amena campagna della valle del Liri: da questo punto è possibile intravedere in lontananza il bosco sacro e in primo piano, la quercia divenuta ormai celebre nel paesaggio di Arpino per la sua annosità. All'interno di questa cornice è racchiuso l'incipit del primo libro del De legibus. Le diverse affinità che in primo luogo si riscontrano tra il mio dialogo e il Fedro platonico emergono più chiaramente nel primo libro, ma in realtà ricorrono costantemente fino alla fine. In particolare, una prima affinità tra le due opere si evince nella proposta avanzata da me e da Socrate di proseguire la conversazione con i nostri rispettivi interlocutori lungo la riva del fiume Liri, nel mio caso, e lungo quella dell'Illisso, nel caso di Socrate, come segue:
IO ‒ Quin igitur ad illa spatia nostra sedesque pergimus, ubi, cum satis erit ambulatum, requiescemus, nec profecto nobis delectatio derit aliud ex alio quaerentibus.
ATTICUS ‒ Nos vero, et hac quidem ad Lirem, si placet, per ripam et umbram.
ΣΩΚΡΑΤΗΣ Δεῦρ' ἐκτραπόμενοι κατὰ τὸν Ἰλισὸν ἴωμεν, εἶτα ὅπου ἂν δόξῃ ἐν ἡσυχίᾳ καθεδοῦμεθα.
Fedro e Socrate che discutono
Alla proposta mia e di Socrate fa parallelamente seguito quella a noi rivolta dagli interlocutori Attico e Fedro di soffermarsi in un luogo ben preciso in cui poter proseguire tranquillamente la nostra conversazione: il mio amico di vecchia data mi suggerisce di sostare presso una salubre e amena isola situata nel fiume Fibreno, proprio come Fedro aveva indicato un altissimo platano all'ombra del quale è possibile trovare erba su cui sedere e una brezza moderata, come segue:
ATTICUS ‒ Sed visne, quoniam et satis iam ambulatum est et tibi aliud dicendi initium sumendum est, locum mutemus et in insula, quae est in Fibreno (…). IO ‒ Ego vero, cum licet pluris dies abesse praesertim hoc tempore anni, et amoenitatem hanc et salubritatem [hanc] sequor, raro autem licet.
ΦΑΙΔΡΟΣ Όρᾷς οὖν ἐκείνην τὴν ὑψηλοτάτην πλάτανον ;
ΣΩΚΡΑΤΗΣ Τί μήν ;
ΦΑΙΔΡΟΣ Ἐκεῖ σκιά τ' ἐστὶν καὶ πνεῦμα μέτριον, καὶ πόα καθίζεσθαι ἢ ἂν βουλώμεθα κατακλινῆναι.
ΣΩΚΡΑΤΗΣ Προάγοις ἄν.
Un altro importante richiamo del mio dialogo a quello platonico affiora non appena io e Attico giungiamo nel luogo prescelto. Attico infatti, nel corso della discussione, fa riferimento ad una particolare azione compiuta da Socrate nel Fedro di Platone quando, passeggiando in riva all'Ilisso, ne tasta le fresche acque con il suo piede, allo stesso modo Attico dichiara di non aver mai tastato un'acqua più piacevolmente fredda di quella del Liri, là dove esso confluisce nel Fibreno:
ATTICUS ‒ (…) nec enim ullum hoc frigidus flumen attigi, cum ad multa accesserim, ut vix pede temptare id possim, quod in Phaedro Platonis facit Socrates.
ΦΑΙΔΡΟΣ Εἰ καιρόν, ὡς ἒοικεν, ἀνυπόδητος ὣν ἔτυχον· σὺ μὲν γὰρ δὴ ἀεί. ‘Ρᾷστον οὖν ἡμῖν κατὰ τὸ ὑδάτιον βρέχουσι | τοὺς πόδας ἰέναι, καὶ οὐκ ἀηδές, ἄλλως τε καὶ τήνδε τὴν ὥραν τοῦ ἔτουϛ τε καὶ τῆϛ ἡμέρας.
Ho fatto in modo che di tutti i passi in cui parlo della mia patria quelli del De legibus (1,13 - 15; 21; 2,1) siano certo i più importanti perché i più dettagliati e i più precisi. Una precisione in realtà piuttosto relativa, visto che ho fatto una descrizione dei luoghi un po’ idealizzata. Tuttavia, a parte questo fatto, la lettura del mio De legibus vi consente di ricostruire con buona approssimazione l'ambiente in cui si svolge il dialogo, e dunque, con un pizzico di fantasia, di immaginare la mia cara villa di Arpino.
Il De legibus, lo devo ammettere, si apre un po' ex abrupto. Purtroppo non mi veniva in mente un incipit decente, quindi ho scelto di farlo iniziare con io, mio fratello Quinto e Attico, che ci troviamo all'aperto, nell'agro arpinate, vicino alla mia villa in una bella mattina d'estate. Attico esordisce all'improvviso dicendomi: "Questo, allora, è il lucus degli Arpinati, il bosco di cui tu mi parlavi, di cui ho letto nelle tue opere. Qui vedo anche la quercia di Caio Mario".
Non manco di ricordare il mio poema andato perduto, Marius, che aveva come protagonista appunto la figura di Caio Mario. Il discorso quindi verte su questa quercia, importante perché su di essa c'era un mito: dalla quercia sarebbe volata un'aquila, che, dopo aver lottato vittoriosamente con un serpente, si sarebbe diretta verso oriente, e questo fatto era stato interpretato favorevolmente da Mario come auspicio per il suo ritorno a Roma.
Ad Attico il riferimento alla quercia serve per aprire il discorso sulla poesia eternatrice: non importa se la quercia sia stata veramente quella di Caio Mario; importa invece che essa, immortalata dalla mia poesia, rimanga viva nei secoli.
Poi il discorso verte su un altro argomento: Attico mi chiede come mai, avendo scritto un poema storico, non si occupi direttamente di storia. Mi schermisco un po', ma lui incalza: “Visto che il discorso non può vertere sulla storia, perché non parliamo di diritto? Tu sei avvocato, fai il giudice di pace in questa zona, sei in continuo contatto col diritto civile e quindi questo è un argomento che potrebbe costituire l'argomento della nostra conversazione".
Questa volta acconsento: In longum sermonem me vocas, Attice, quem nisi Quintus aliud quid nos agere mavult suscipiam, et quoniam vacui sumus dicam (Leg. 1,13). Quinto naturalmente è d’accordo (Ego vero libenter audierim. Quid enim agam potius, aut in quo melius hanc consumam diem?, ovvero: “Come potrei passar meglio la giornata che parlando di diritto?"). E così l'argomento della discussione è deciso.
Per far questo, dice Attico, conviene andare in un luogo adatto, tranquillo e ameno: propongo di dirigerci verso il Liri e il mio caro amico è d'accordo. “L'agro Arpinate" di cui parliamo all'inizio non è lontano dal Liri, infatti vi siamo arrivati passeggiando, come non lontano dal Liri è anche la mia villa.
Comincia la passeggiata lungo il Liri e vengono subito affrontati i temi che poi saranno discussi nel I libro, quelli cioè riguardanti l'origine naturale del diritto. Si tratta di una passeggiata lenta, che presuppone un tratto di strada non molto lungo dal punto in cui dico "andiamo in quel luogo" (§ 13) al punto in cui, alla fine del libro, il discorso subisce una pausa.
All'inizio del II libro Attico dice infatti: "Sed visne quoniam et satis iam ambulatum est ... sermoni reliquo demus operam sedentes?", vale a dire: "Visto che abbiamo camminato abbastanza, vuoi che continuiamo la conversazione seduti?". Camminando lungo il Liri siamo infatti giunti al punto in cui il Fibreno confluisce nel Liri; la proposta di Attico, che io approvo, è quella di continuare il discorso andando "in insula quae est in Fibreno" (Leg. 2,1). Si tratta di un'isoletta formata dal materiale di deiezione dell'affluente, nella quale avevo da poco fatto porre dei sedili e fatto piantare degli alberi, che però, essendo ancora giovani, fanno ombra nelle prime ore della mattinata, ma nel pomeriggio non riparano a sufficienza dai raggi del sole. Per questo dopo mezzogiorno abbandoniamo l’isola e torniamo indietro.
Attico non sembra avere molta dimestichezza con i luoghi; mostra infatti incertezza sul nome del Fibreno e anche una certa sorpresa perché dice: "Io pensavo, quando parlavi di Arpino, che questo tuo podere fosse un luogo rupestre; invece questo è un luogo ameno, pianeggiante, non aspro di rocce e di montagne, e capisco perché tu stai così volentieri in questo luogo, in questo giardino di delizie, risonante del canto degli uccelli", ed io confermo: "Certamente non ho luogo migliore dove possa rifugiarmi da Roma, soprattutto d'estate". Aggiungo: "Sed nimirum me alia quoque causa delectat, quae te non attingit, Tite" (Leg. 2,3), però “C'è anche un altro motivo che mi rende così gradito questo luogo, motivo che non può riguardare te". Attico allora chiede incuriosito: "E qual è quest'altra causa? ". Ed io: "È che sono nato qui" (Leg. 2,3). Attenzione però, non sono nato per caso ad Arpino: qui ho visto la luce perché qui abitavano già i miei avi.
Statua del sottoscritto nella mia città natale, Arpino, dov'è ambientato il De Legibus