DE RE PUBLICA
Ho scritto quest’opera, che viene classificata come filosofica-politica, negli anni che vanno dal 54 a.C. e il 51 a.C. ma l’ambientai nel 129 a.C., anno in cui si oscurò il sole e il giorno divenne per un po’ notte, e anno di morte del mio caro amico Publio Cornelio Scipione Emiliano, uomo che stimai molto, nonché protagonista di questo testo.
Ho immaginato un dialogo avvenuto pochi giorni prima della morte di Scipione Emiliano tra questo, Gaio Lelio, Manio Manlio, Lucio Furio Filo, Gaio Fannio, Publio Rutilio Rufo, Quinto Mucio Scevola, Spurio Mummio e Quinto Elio Tuberone.
Tutti questi personaggi discutono e dialogano, trattando temi vari, tutti legati alla res publica e alla vita in questa.
Ma vediamo ora la struttura dell’opera: questo trattato è diviso in 6 libri, di cui oggi ne sono rimasti integri solo 2.
1° Libro
Nel primo libro della mia opera faccio parlare il caro Scipione Emiliano, e questo dichiara che né la monarchia, né l’aristocrazia, nè la democrazia sono buone forme di governo: tutte, infatti, degenerano rispettivamente in tirannide, oligarchia e anarchia.
L’unica forma di governo in grado di essere considerata buona è la repubblica romana, che comprende al suo interno le caratteristiche positive delle tre forme di governo elencate prima (riprendendo Polibio).
Inoltre definisco attraverso le parole del mio buon amico lo stato come “cosa del popolo” e, nel frammento qui sotto riportato, preciso anche cosa sia il popolo.
25[39] “Est igitur”, inquit Africanus, “res publica|res populi, populus autem non omnis hominum coetus quoquo modo congregates, sed coetus multitudinis iuris consensus et utilitatis communion sociatus. […]
25[39] “Dunque”, disse l’Africano, “lo Stato è la cosa del popolo, e popolo non è ogni unione di uomini raggruppata a caso come un gregge, ma l’unione di una moltitudine stretta in società, dal comune sentimento del diritto e dalla condivisione dell’utile collettivo. […]
2° Libro
Nel secondo libro ho deciso di fare un salto indietro e trattare l’origine e lo sviluppo della mia amata Roma, partendo dalle leggende legate a Romolo e alle sue imprese.
2[4] […] “quod habemus” inquit “institutae rei publicae tam clarum ac tam omnibus notum exordium quam huius Urbis condendae principium profectum a Romulo?” […]
2[4] […] “quali inizi abbiamo della costituzione di uno Stato tanto famosi e noti a tutti, come la fondazione di questa città che da Romolo trae principio e origine?” […]
Ho concluso il secondo libro nel momento in cui i protagonisti decidono di rimandare la discussione al giorno seguente, essendo troppo ampia per essere trattata tutta subito.
44[70] […] “sed, si placet, in hunc diem hactenus; reliqua – statis enim multa restant- differamus in crastinum.” […]
44[70] […] “ma per oggi basta, se siete d’accordo: le questioni che restano da trattare, e sono molte, rimandiamole a domani”. […]
3° Libro
Il terzo libro è purtroppo uno dei più lacunosi e frammentari ad oggi… Con quello che vi è rimasto potete capire comunque che il tema principale di questa parte è importantissimo e vastissimo, il tema della giustizia.
22[33] [..] est quidem vera lex recta ratio[…]
22[33] […] la vera legge è la retta ragione[…]
Queste parole sono pronunciate da Lelio, che è chiamato a confutare le argomentazioni di Carneade (la giustizia non è naturale), sostenute da Filo. Interessante della definizione di Lelio è osservare il fatto che, essendo la recta ratio naturae congruens e diffusa in omnis, potete chiaramente capire che, attraverso Lelio, riprendo un concetto stoico, che è presente in mie diverse opere. Nel de re publica ho dato a questo concetto un grande peso poiché la recta ratio è alla base, o dovrebbe esserlo, di ogni Stato.
4° Libro
Anch’esso vi è giunto in frammenti, forse più del terzo. Analizzo l’educazione e formazione del buon cittadino, ed esalto la famiglia, confrontabile con lo Stato, e i valori di questa, tra cui la parsimonia.
7[7] […] optimum autem et in privatis et familiis et in republica vectigal duco esse persimoniam […]
7 [7] […] reputo invece che nelle famiglie come negli stati la rendita migliore sia il risparmio[…]
5° Libro
Nel penultimo libro faccio discutere i protagonisti, con una certa vena di pessimismo e quasi nostalgia devo ammettere, i costumi degli antichi, ora corrotti e decaduti.
1[1] […] moribus antiquis res stat Romana virisque […]
1[1] […] sui costumi e sugli uomini antichi si regge lo Stato romano[…]
6° Libro
Questo è l’ultimo libro dell’opera e a voi sono giunti alcuni frammenti e la parte finale, il Somnium Scipionis.
Scipione Emiliano racconta ai presenti un sogno nel quale gli è apparso il suo celebre avo, Scipione l’Africano.
È interessante secondo me farvi leggere anche questi passi.
[13]“Sed quo sis, Africane, alacrior ad tutandam rem publicam, sic habeto: omnibus qui patriam conservaverint, adiuverint, auxerint, certum esse in caelo definitum locum, ubi beati aevo sempiterno fruantur; nihil est enim illi principi deo, qui omnem mundum regit, quod quidem in terris fiat, acceptius quam concilia coetusque hominum iure sociati, quae 'civitates' appellantur; harum rectores et conservatores hinc profecti huc revertuntur”.
[14] Hic ego, etsi eram perterritus non tam mortis metu quam insidiarum a meis, quaesivi tamen viveretne ipse et Paulus pater et alii quos nos exstinctos arbitraremur. “Immo vero”, inquit, “hi vivunt, qui e corporum vinculis tamquam e carcere evolaverunt, vestra vero, quae dicitur, vita mors est. Quin tu aspicis ad te venientem Paulum patrem?” Quem ut vidi, equidem vim lacrimarum profudi, ille autem me complexus atque osculans flere prohibebat.
[13] “Ma perché tu, Africano, sia più solerte nel difendere lo stato, tieni per certo ciò: per tutti coloro che abbiano conservato gli ordinamenti della patria, l’abbiano aiutata e accresciuta, c’è una sede sicura assegnata per loro in cielo, dove possano godere felici di una vita eterna(immortalità dell’anima); infatti, a quel dio sommo che regge tutto l'universo, nulla, almeno di ciò che accade sulla Terra, è più caro delle unioni e aggregazioni di uomini associate dal diritto che sono chiamati ‘Stati’; chi li governa e li custodisce, partito da qui, qui ritorna.
[14] A questo punto io, anche se ero rimasto sconvolto dal timore non tanto della morte quanto delle insidie da parte de miei, gli chiesi tuttavia se fosse ancora in vita egli stesso e mio padre Paolo e gli altri che noi ritenevamo estinti. “Al contrario”, disse, “vivi sono questi, che sono volati via dalle catene del corpo come da una prigione, mentre la vostra vita, che è chiamata [così], è in realtà morte. Non scorgi tuo padre Paolo, che ti viene incontro?”. Non appena lo vidi, versai davvero un mare di lacrime, mentre egli, abbracciandomi e baciandomi, cercava di impedirmi di piangere.
Questo è un passo molto emozionante e drammatico, in cui Scipione, in sogno, vede e abbraccia il suo amato padre (mi diceva sempre quanto fosse a lui legato e quanto ne sentisse la mancanza).
[15] Atque ego, ut primum fletu represso loqui posse coepi, “Quaeso”, inquam, “pater sanctissime atque optime, quoniam haec est vita, ut Africanum audio dicere, quid moror in terris? Quin huc ad vos venire propero?” “Non est ita”, inquit ille. “Nisi enim deus is, cuius hoc templum est omne, quod conspicis, istis te corporis custodiis liberaverit, huc tibi aditus patere non potest. Homines enim sunt hac lege generati - qui tuerentur illum globum, quem in hoc templo medium vides, quae terra dicitur - iisque animus datus est ex illis sempiternis ignibus quae sidera et stellas vocatis, quae globosae et rotundae, divinis animatae mentibus, circulos suos orbesque conficiunt celeritate mirabili. Quare et tibi, Publi, et piis omnibus retinendus animus est in custodia corporis nec iniussu eius, a quo ille est vobis datus, ex hominum vita migrandum est, ne munus humanum assignatum a deo defugisse videamini.
[16] Sed sic, Scipio, ut avus hic tuus, ut ego qui te genui, iustitiam cole et pietatem, quae cum magna in parentibus et propinquis tum in patria maxima est; ea vita via est in caelum et in hunc coetum eorum qui iam vixerunt et corpore laxati illum incolunt locum, quem vides”. Erat autem is splendidissimo candore inter flammas circus elucens. “Quem vos, ut a Graiis accepistis, orbem lacteum nuncupatis”. Ex quo omnia mihi contemplanti praeclara cetera et mirabilia videbantur. Erant autem eae stellae quas numquam ex hoc loco vidimus et eae magnitudines omnium quas esse numquam suspicati sumus; ex quibus erat ea minima quae, ultima a caelo, citima a terris, luce lucebat aliena. Stellarum autem globi terrae magnitudinem facile vincebant. Iam ipsa terra ita mihi parva visa est ut me imperii nostri, quo quasi punctum eius attingimus, paeniteret.
[15] E io, non appena, trattenute le lacrime, fui in grado di riprendere a parlare: “Ti prego”, dissi, “padre venerabilissimo e ottimo, visto che questa è la [vera] vita, come sento dire dall'Africano, a che scopo indugio sulla terra? Perché non mi affretto a raggiungervi qui?”. “Non funziona così”, rispose quello. “Infatti, se quel dio cui appartiene tutto lo spazio celeste che vedi non ti avrà liberato da codeste catene del corpo, per te non può essere praticabile l'accesso a questo luogo. Gli uomini sono stati infatti generati con questa legge - cioè di custodire quella sfera che è chiamata terra, che tu scorgi in mezzo a questo spazio celeste - e a loro è stata concessa un’anima [che deriva] da quei fuochi eterni cui date nome di costellazioni e stelle, di forma completamente sferica, che, animati da menti divine, compiono le loro circonvoluzioni e orbite con velocità sorprendente. Perciò anche tu, Publio, e tutti gli uomini pii, dovete tenere l'anima nella prigione del corpo, né siete in grado di migrare dalla vita degli uomini senza il consenso di colui da parte del quale quella vi è stata data, perché non sembri che siate venuti meno al compito umano assegnato dalla divinità.
[16] Ma, Scipione, così come questo tuo avo e come me che ti ho generato, coltiva la giustizia e il rispetto, che, già grande nei rapporti con i genitori e i parenti, è grandissimo nei rapporti con la patria; una vita simile è la via [che conduce] al cielo e a questa schiera di uomini che hanno già terminato la propria esistenza terrena e che, svincolati del corpo, abitano il luogo che vedi”. Si trattava per l’appunto di un cerchio risplendente tra le fiamme dal candore sfolgorante. “Voi, come avete appreso dai Greci, la chiamate Via Lattea”. E a me che da quel luogo contemplavo l'universo tutto appariva magnifico e meraviglioso. C'erano, del resto, quelle stelle che non vediamo mai dalle nostre regioni [terrene] e le dimensioni di tutte erano quali mai abbiamo sospettato che fossero; tra queste la più piccola era quella che, più essendo la lontana dalla volta celeste e la più vicina alla Terra, spendeva di luce non propria. I volumi delle stelle, poi, superavano di gran lunga la grandezza della Terra. Perfino la Terra ormai mi sembrò così piccola che provai vergogna del nostro dominio, con il quale occupiamo, per così dire, un punto di questa.
Scipione è sollevato perché scopre che egli non è morto ma si è liberato del corpo e ora vive di vera vita. Mi sento meno triste anch’io a pensare che Scipione ora stia vivendo di vera vita, in compagnia della sua famiglia.
Allego qui di seguito un link a un video di Matteo Saudino, insegnante di filosofia al liceo Giordano Bruno di Torino, riguardo alla concezione dell'anima di Platone. https://youtu.be/Mj5wF4IGe34
[23]Quocirca si reditum in hunc locum desperaveris, in quo omnia sunt magnis et praestantibus viris, quanti tandem est ista hominum gloria, quae pertinere vix ad unius anni partem exiguam potest? Igitur alte spectare si voles atque hanc sedem et aeternam domum contueri, neque te sermonibus vulgi dedideris, nec in praemiis humanis spem posueris rerum tuarum: suis te oportet incelebris ipsa virtus trahat ad verum decus. Quid de te alii loquantur, ipsi videant. Sed loquerentur tamen; sermo autem omnis ille et angustiis cingitur his regionum quas vides, nec umquam de ullo perennis fuit et obruitur hominum interitu et oblivione posteritatis exstinguitur.
[24] Quae cum dixisset: “Ego vero” inquam “Africane, si quidem bene meritis de patria quasi limes ad caeli aditus patet, quamquam a pueritia vestigiis ingressus. Patris et tuis decori vestro non defui, nunc tamen tanto praemio exposito enitar multo vigilantius.” Et ille: “Tu vero enitere et sic habeto, non esse te mortalem, sed corpus hoc; nec enim tu is es, quem forma ista declarat, sed mens cuiusque is est quisque, non ea figura, quae digito demonstrari potest. Deum te igitur scito esse, si quidem est deus, qui viget, qui sentit, qui meminit, qui providet, qui tam regit et moderatur et movet id corpus, cui praepositus est, quam hunc mundum ille princeps deus, et ut mundum ex quadam parte mortalem ipse deus aeternus, sic fragile corpus animus sempiternus movet”
[23] Perciò se non spererai più di far ritorno a questo luogo in cui tutto si concentra per gli spiriti grandi e eletti, quanto varrà la gloria di quegli uomini che a malapena può estendersi ad una piccolissima parte di un solo anno cosmico? Dunque, se vorrai guardare versi l’alto e vedere questa sede e questa dimora eterna, non dovrai dipendere dai discorsi del volgo e riporre la speranza delle tue azioni negli onori terreni; la virtù di per sé deve cin la sua bellezza attirarti alla vera gloria; cosa gli altri dicano di te, sia affar loro, e, in ogni caso, di te parleranno. D’altra parte, tutto quel parlare non esce fuori dagli angusti limiti delle regioni che tu da qui vedi, e mai su nessuno rimase eterno e rimane sepolto con la morte degli uomini, e scompare nell’oblio dei posteri”
[24] Quando ebbe detto questo, “Ma io, o Africano” (gli dico), se è vero che hai benemeriti della patria si apre quasi una via per entrare in cielo, per quanto fin dall’infanzia io, camminando sulle orme di mio padre e sulle tue, non sia venuto meno alla vostra gloria, ora tuttavia di fronte alla premessa di un così grande premio, mi impegnerò con molto più ardore.” E lui: “e così dovrai fare e tener per certo che non sei tu ad essere mortale, ma il tuo corpo; infatti tu non sei quello che il tuo aspetto mostra, poiché ognuno di noi è la propria anima, non quella figura che si può indicare col dito. Sappi allora che tu sei un dio, se è vero che è un dio la fonte dell’energia, del sentimento, della memoria, della preveggenza, che tanto governa e guida e muove il mondo mortale in qualche sua parte, così l’anima immortale muove il nostro fragile corpo.
Nel finale di questo libro e opera non ho potuto non fare un omaggio al grande Platone; infatti, nel sogno, Scipione l’Africano espone al suo discendente proprio la dottrina platonica, parlando dell’immortalità dell’anima.
[25] “Nam quod semper movetur, aeternum est; quod autem motum adfert alici quodque ipsum agitatur aliunde, quando finem habet motus, vivendi finem habeat necesse est. Solum igitur quod sese movet, quia numquam deseritur a se, numquam ne moveri quidam desinit; quin etiam ceteris, quae moventur, hic fons, hoc principium est movendi. Principio autem nulla est origo. Nam ex principio oriuntur omnia, ipsum autem nulla ex re alia nasci potest; nec enim esset id principium, quod gigneretur aliunde; quodsi numquam oritur, ne occidit quidam umquam. Nam principium exstinctum nec ipsum ab alio renascetur, nec ex aliud creabit, siquidem necesse est a principio oriri omnia. Ita fit ut motus principium ex eo sit quod ipsum a se movetur; id autem nec nasci potest nec mori; vel concidat omne caelum omnisque natura consistat necesse est, nec vim ullam nanciscatur qua a primo impulsa moveatur”.
[26] “Cum pateat igitur aeternum id esse, quod a se ipso moveatur, quis est, qui hanc naturam animis esse tributam neget? Inanimum est enim omne, quod pulsu agitatur externo; quod autem est animal, id motu cietur interiore et suo; nam haec est propria natura animi atque vis; quae si est una ex omnibus, quae sese moveat, neque nata certe est et aeterna est. Hanc tu exerce optimis in rebus! Sunt autem optimae curae de salute patriae, quibus agitatus et exercitatus animus velocius in hanc sedem et domum suam pervolabit; idque ocius faciet, si iam tum, cum erit inclusus in corpore, eminebit foras et ea, quae extra erunt, contemplans quam maxime se a corpore abstrahet. Namque eorum animi, qui se corporis voluptatibus dediderunt earumque se quasi ministros praebuerunt impulsuque libidinum voluptatibus oboedientium deorum et hominum iura violaverunt, corporibus elapsi circum terram ipsam volutantur nec hunc in locum nisi multis exagitati saeculis revertuntur”. Ille discessit; ego somno solutus sum.
[25] Infatti ciò che sempre si muove è eterno; e invece ciò che conferisce movimento a qualcos’altro e anche ciò che riceve il moto dall’esterno , una volta che il movimento ha fine, di necessità deriva che abbia fine la sua vita. Dunque, solo ciò che si muove di per se stesso, poiché mai rimane privo di se stesso, mai neppure cessa di muoversi; anzi, anche per gli altri corpi che si muovono è questa la fonte, è questo il principio del loro movimento. Del principio non c’è alcuna origine; dal principio hanno origine tutte le cose, e d’altra parte esso non può nascere da nessun’altra cosa; poiché non sarebbe principio ciò che fosse nato da qualcosa di esterno ad esso; e se non ha mai un’origine, neppure mai muore. Infatti il principio una volta distrutto né potrebbe rinascere da un altro, né creare un altro da se stesso, se è vero che necessariamente è dal principio che hanno origine tutte le ose. Così si deduce che il principio del movimento derivi da ciò che si muove da sé; e questo d’altra parte non può né nascere né morire; altrimenti tutto il cielo necessariamente dovrebbe cadere e tutto l’universo fermarsi non potendo trovare alcuna forza da cui, ricevuto il primo impulso, dare inizio al suo moto.
[26] Poiché è evidente che eterno è ciò che si muove di per sé, chi potrà negare che tale natura è propria delle anime? Privo di anima è infatti ciò che riceve il movimento da una spinta esterna; invece, l’essere provvisto di anima è sospinto da un movimento interno e proprio; questa è la natura propria dell’anima e il suo vigore; e se fra tutta le cose è la sola a muovere se stessa, certamente non è mai nata ed è eterna.
E tu esercitala nelle più nobili attività! Sono le più nobili, certo, le occupazioni che riguardano il benessere della patria, da cui l’anima. Messa in movimento e sospinta volerà più velocemente in questa sede e nella dimora che è sua, e questo tanto più velocemente farà, se fin da quando sarà rinchiusa nel corpo cercherà di protendersi al di fuori e, contemplando quello che si trova all’esterno, quanto più potrà si libererà dal corpo. E per questo le anime di coloro che si abbandonarono ai piaceri del corpo e si comportarono come loro servi, e sotto la spinta delle passioni che obbediscono ai piaceri violarono le leggi umane e divine , una volta scivolate fuori dal corpo si aggirano intorno alla terra stessa e non ritornano in questa sede se non per molti secoli”.
La sua immagine svanì, ed io mi svegliai dal sonno”.
Nei passi seguenti ho ripreso il Fedro di Platone, in quanto filosofo da me studiato ed estremamente apprezzato, come avrai potuto notare.
“Cicerone esorta alla virtù e all’amor di patria, al disprezzo della gloria, parla della natura delle sfere celesti, degli astri, del sole, dell’armonia dell’universo; discute il movimento e l’immortalità dell’anima, che solo la ragione riesce a cogliere, toccando così i vertici della filosofia razionale” -Francesca Nenci, nelle note de “La Repubblica”, ottava edizione BUR Classici greci e latini: dicembre 2019.
fonti: Francesca Nenci, “La Repubblica”, ottava edizione BUR Classici greci e latini: dicembre 2019.