BREVE RIASSUNTO DEL LIBRO III ENEIDE – PRIMA PARTE
Il terzo libro dell’Eneide inizia con la partenza dalla Troade; questa partenza assume i tratti di un esilio forzato che porta Enea, Anchise, il piccolo Astianatte e altri Troiani ad abbandonare l’amata patria. Nei primi dodici versi vengono nominate più volte Troia e la gente di Priamo quasi a richiamare alla memoria le immagini della città ormai distrutta; inoltre compare più volte l’elemento del fato che ricoprirà un ruolo centrale in tutto il poema. “Feror huc et litore curvo moenia prima loco fatis ingressus iniquis Aeneadasque meo nomen de nomine fingo”: Enea e i suoi compagni sono trascinati (il verbo feror sottolinea il carattere forzato di questa fuga e anche “l’essere in balia del fato”) fino alle coste della Tracia, dove approdano e fondano la città di Eneada, dal nome di Enea appunto. L’eroe troiano sale poi su una piccola altura dove cresceva un mirto rigido di dense verghe, intenzionato a utilizzarne i rami per coprire le are per il sacrificio. Tuttavia, notando che dal legno tagliato colavano gocce di nero sangue e udito un lacrimoso gemito, capisce di trovarsi nel luogo in cui era stato ucciso Polidoro, che il padre Priamo aveva lì mandato con la speranza che il re tracio lo difendesse. Polidoro invece racconta piangendo la sua triste sorte confessando che il re, mosso dalla fame dell’oro e compresa la vicina disfatta di Troia, l’aveva appunto fatto uccidere infrangendo le promesse. “A cosa non spingi i cuori mortali, o esecrabile fame dell’oro?”: Virgilio interviene nella narrazione sottolineando l’importanza che quelle genti, ma non solo, attribuivano alle ricchezze e al lusso (intento morale). A questo punto i Troiani decidono di allontanarsi da quella terra scellerata (omnibus idem animus, scelerata excedere terra, linqui pollutum hospitium et dare classibus austros); però, prima di lasciare la Tracia, preparano le esequie a Polidoro, ammucchiano una massa di terra per il tumulo e gridano a gran voce l’estremo saluto. Ci troviamo qui di fronte a un funerale simbolico in quanto Polidoro, di cui non c’era alcun resto da seppellire, rappresenta Troia e quindi questo rito costituisce in realtà un ultimo saluto alla città di Troia che non avevano avuto tempo di commemorare, vista la repentina fuga.
La nave si allontana dalla costa, le terre e le città retrocedono (effetto cinematografico) e, abbandonandosi di nuovo alla corrente e al fato, giungono nell’isola di Delo dove i Troiani consultano l’oracolo di Apollo. Si ha così la prima profezia di questo terzo libro: “O duri Dardanidi, proprio la terra che vi produsse per prima dal ceppo degli avi, vi accoglierà al ritorno nel lieto seno. Cercate l’altica madre”. Al suono di queste parole Anchise pensò subito all’isola del grande Giove, Creta, dove l’antenato Teucro era approdato per la prima volta quando ancora Troia non esisteva. Così dunque, dopo aver immolato alle are del dio i giusti onori, ripartono alla volta di Creta. Dopo tre giorni di navigazione in mezzo all’Egeo e alle Isole Cicladi (la nivea Paro, la verde Donusa e Nasso echeggiante) approdano finalmente nelle antiche terre dei Cureti, lasciate disabitate dopo la fuga del re Idomeneo. Qui Enea tenta di costruire per la seconda volta una città e decide di chiamarla Pergamo (notiamo la forte esigenza di mettere subito un nome alla città in quanto solo questo può darle una vera identità). I Troiani si illudono di essere finalmente arrivati alla nuova patria e tutti sembrano di nuovo felici, fino a quando scoppia una terribile pestilenza, una peste mortifera che colpisce animali, prima, e uomini, poi. L’accostamento in pochi versi di immagini tanto contrastanti, la gioia di aver trovato una nuova casa, da una parte, e il diffondersi del contagio, dall’altra, risulta di grande impatto visivo-emotivo (la vita e la morte, la speranza di un nuovo futuro e il ricordo del passato). Al diffondersi della peste Anchise propone di ritornare a Delo e consultare di nuovo Apollo; questa partenza viene però anticipata la notte prima da un sogno: i Penati appaiono in sogno ad Enea dicendogli che l’antica madre non è Creta bensì l’Esperia, potente d’armi e di feconde zolle, dove nacque Dardano, capostipite dei Troiani. Enea riferisce la visione al padre Anchise che è costretto a ricredersi circa le profezie di Cassandra che già molto tempo prima l’aveva informato delle loro origini (“Ma chi allora credeva alle profezie di Cassandra? Chi pensava che i Teucri verrebbero alle spiagge d’Esperia?”).
Stando così le cose i Troiani ripartono dirigendosi verso occidente. Tuttavia lo scoppio di una terribile tempesta fa perdere ogni riferimento spaziale tanto che lo stesso Palinuro non riusciva a distinguere il giorno dalla notte. Passata la tempesta approdano nelle isole Strofadi, abitate dalle Arpie; qui i Troiani, uccisi dei buoi incustoditi, allestiscono delle mense e mangiano la carne sacrificandone una parte agli dei (si noti in questi versi il rimando al passo dell’Odissea in cui i compagni di Ulisse mangiano le mucche del sole Iperione che li punirà uccidendoli). Mentre stavano ancora consumando il pasto arrivano le arpie che, arrabbiate con i Troiani perché avevano ucciso i loro buoi, iniziano a ghermire i cibi, a lordare le mense e ad attaccare Enea e gli altri che si vedono così costretti a prendere le armi. Dopo che molti erano stati feriti o sporcati dagli escrementi di questi “sudici uccelli del mare” una delle arpie, Celeno, si ferma su un’altissima rupe e, fatto fermare il combattimento, pronuncia un’infausta profezia: “Giungerete in Italia e potrete entrare in porto; ma non cingerete di mura la città destinata prima che una terribile fame vi costringa a consumare con le mascelle le rose mense”. A tutti loro si raggela il sangue nelle vene e il padre Anchise prega gli dei affinché quanto detto da Celeno non si concretizzi (Anchise si rivolge agli dei con formule scaramantiche tipiche della cultura romana).
I Troiani ripartono poi amareggiati e, spinti verso nord dal vento, costeggiano Zacinto, Dulchio, Same, Nerito e Itaca fino ad arrivare ad Azio. Qui organizzano dei giochi iliaci e bruciano voti sulle are purificandosi con sacrifici a Giove: la scelta di Azio non è causale infatti Virgilio vuole celebrare in questo modo la vittoria di Augusto su Marco Antonio (dunque i versi 278-283 possono essere considerati un inserto celebrativo). Arrivato ormai l’inverno (glacialis hiemps aquilonibus asperat undas) si rimettono in viaggio verso la città di Butroto, nell’Epiro, così da raggiungere poi più facilmente le coste apule. In questa città attende loro la quarta e ultima profezia, quella di Eleno, marito di Andromaca. Infatti Enea, approdato a Butroto, scopre che nella città regnano due troiani, liberati dopo la morte di Neottolemo: sono proprio Eleno e Andromaca, sposa dell’eroe troiano Ettore. In questo passo Virgilio ce la descrive intenta a libare vivande e mesti doni al cenere sul tumulo di Ettore, a testimoniare come sia sempre rimasta fedele al marito anche dopo la sua morte. L’incontro tra Enea e Andromaca è molto commovente e si colloca in un’atmosfera quasi surreale; Andromaca non crede ai propri occhi e inizia a piangere raccontando a Enea la sua triste sorte dopo che era stata portata via schiava insieme a molte altre donne (ritornano qui tematiche già trattate nell’Iliade). “Noi, incendiata la patria, portate per mari lontani, forzate alla schiavitù, sopportammo l’insolenza del figlio di Achille, giovane superbo”. Andromaca chiede ad Enea come sta il figlio Ascanio che le ricorda il suo piccolo Astianatte, ucciso brutalmente dopo la presa di Troia. Il verso 340 è un tibicines cioè un verso incompiuto (“puntelli” provvisori che sostengono un'opera ancora in costruzione): quem tibi iam Troia…? Dopo l’incontro con Andromaca inizia la profezia di Eleno. Dopo aver compiuto i sacrifici necessari, Eleno spiega ad Enea quale rotta dovrà seguire per arrivare in Italia. Gli suggerisce di evitare la costa orientale della penisola che è abitata dai Greci ostili (malis Grais); lo rassicura che capirà di essere giunto nel luogo indicato dal fato quando alla foce di un fiume vedrà una scrofa bianca con trenta porcellini. Qui dovrà coprirsi con un manto purpureo durante i sacrifici per evitare l’apparizione di immagini avverse e lo invita a conservare questa tradizione anche tra i suoi discendenti. Gli consiglia di circumnavigare la Sicilia per sfuggire a Scilla e Cariddi, fornendo una descrizione accurata delle due creature mostruose. Gli ricorda di onorare sempre la dea Giunone attraverso preghiere e supplici doni. Inoltre, una volta giunto a Cuma, di interrogare l’indovina Sibilla per sapere come affrontare le difficoltà che incontrerà in Italia, anche se questo potrà sembrare una perdita di tempo e portare alle lamentele dei compagni. Infine gli consiglia di ricevere il responso dell’oracolo a voce e non su foglie come era consuetudine dell’indovina, poiché c’era il pericolo che queste venissero disperse dal vento. Eleno e Andromaca congedano Enea, Anchise e Ascanio offrendo loro preziosi doni ospitali. Particolarmente toccante è la premura di Andromaca nei confronti del piccolo Ascanio a cui regala tessili offerte come se di fronte a lei ci fosse suo figlio Astianatte (“sic oculos, sic ille manus, sic ora ferebat”). Enea, piangendo, augura loro una vita felice (“Vivite felices”) e promette rapporti di alleanza tra la futura città fondata sulle rive del Tevere e la nuova piccola Troia.
Gli esuli Troiani riprendono il viaggio in mare e dopo una giornata di navigazione, arrivano nella terra dei Centauri. Il giorno dopo, ripreso il mare, giungono in vista dell’Italia che salutano con clamore “Cum procul obscuros collis humilemque videmus Italiam. Italiam primus conclamat Achates, Italiam laeto socii clamore salutant.” L’iterazione di Italiam esalta la solennità dell’evento. Dopo essere sbarcati, incontrano sulla costa quattro cavalli bianchi che sacrificano a Pallade, seguendo le indicazioni dell’indovino (sono simbolo di guerra e di pace, pertanto anticipano ciò che accadrà con i popoli italici). Da lontano i Troiani sentono la presenza di Scilla e Cariddi, proseguono la navigazione e ignari sbarcano sulla terra dei Ciclopi. Incontrano Achemenide, uno dei compagni di Ulisse e qui abbandonato, che li supplica di portarlo via con loro per non morire in mano ai brutali Ciclopi. I Troiani lo accolgono e dopo aver ascoltato le parole dell’uomo, vengono sorpresi dall’arrivo di Polifemo accecato che si era accorto della loro presenza. Alla vista della creatura mostruosa e degli altri Ciclopi venuti in suo aiuto, gli esuli si imbarcano velocemente e incolumi riprendono la navigazione. Proseguendo lungo la costa meridionale della Sicilia, arrivano a Drepano (attuale Trapani), dove muore inaspettatamente Anchise (“Drepani me portus et inlaetabilis ora accipit”). Enea termina il racconto dicendo che partiti da Drepano, sono travolti da una tempesta e sbarcano a Cartagine.