Cibele e l'oracolo di Delo
L'oracolo di Delo
Dopo la partenza da Troia e un primo tentativo di fondare una nuova città in Tracia, Enea e i suoi compagni giungono sull’isola di Delo, dove l’oracolo di Apollo li invita a cercare l’antica madre. Dunque Anchise pensa che l’oracolo si riferisca all’isola di Creta, sede di Teucro, progenitore dei Troiani e presunto luogo originario del culto di Cibele. Tuttavia questa intuizione si rivelerà errata: quando Enea proverà a costruire una città nuova, una tremenda peste si abbatterà sul suo popolo e lo costringerà a rimettersi in viaggio.
La figura di Cibele
Cibele (dal greco: Κυβέλη, dal latino: Cybele. Chiamata spesso “la Madre degli Dei o “la Grande Madre”) è la grande dea della Frigia, venerata sul monte Ida e protettrice dei Troiani. Oltre che presiedere alla fertilità, il suo potere si estende anche all’intera Natura (la vegetazione, gli animali e i luoghi selvatici) della quale simboleggia sia la forza creatrice che quella distruttiva. Il suo culto dall’Asia Minore si diffuse in tutto il mondo greco e poi nel mondo romano: nel 204 a.C., su suggerimento dei Libri Sibillini, il Senato fece arrivare da Pessinonte la “pietra nera” che simboleggiava la dea e fece costruire sul Palatino un tempio in suo onore. La pietra, detta anche “ago di Cibele”, costituiva uno dei sette pignora imperii, oggetti che garantivano, secondo le credenze dei romani, la salvezza e la grandezza di Roma. Durante la Repubblica venivano celebrate delle feste dedicate alla Grande Madre (dal greco “μεγάλη μήτηρ”) chiamate Megalesia. Le celebrazioni iniziavano il 15 marzo ed erano caratterizzate da processioni e riti e alla fine di esse, quale chiusura, seguivano i ludi megalesi, dal 4 al 10 aprile.
Al seguito di Cibele sono presenti delle divinità minori: i Coribanti, talvolta identificati con altre collettività mitiche (Cureti, Cabiri…). Il loro numero varia da due a nove oppure è indeterminato. Erano ritenuti inventori delle danze orgiastiche e si muovevano in modo frenetico suonando tamburi, cimbali e flauti. Questi riti venivano eseguiti dai rappresentanti sacerdotali di essi durante i sacrifici e le processioni in onore della dea. A questa danza si attribuiva un’azione purificatrice, si credeva che l’estasi mistica in cui si cadeva praticandola conferisse il dono della profezia e che fosse molto efficace nella cura dell’epilessia.
Attis è una divinità frigia della vegetazione strettamente collegata con il culto di Cibele e talvolta appare come suo compagno e conduttore del suo carro. La sua figura rappresenta il ciclo costante di morte e rinascita della natura nei passaggi di stagione. Il mito dell’automutilazione di Attis è la trasposizione di scene che si svolgevano realmente nel culto della dea. Dal punto di vista iconografico la dea è ritratta con la testa coronata di torri e, generalmente, seduta su un carro trainato da leoni per ricordare il suo dominio sulla natura selvaggia.
In Virgilio compare molte volte: Libro II v.788 “magna deum genetrix”; Libro III vv.111-13 “mater cultrix Cybeli Corybantiaque”; Libro VI vv.784-87 “Berecyntia mater turrita”; Libro VII v. 139 “Phrygiamque mater”; Libro IX v. 82 “genetrix Berecyntia”, Libro IX vv.619-20 “Berecyntia Matris Idaeae”, Libro X v.234 “genetrix”, Libro X v.253 “alma parens Idaea deum”. Per riferirsi alla divinità Virgilio utilizza vari appellativi, spesso con diversi riferimenti alla figura materna: mater, genetrix, parens. Altre attribuzioni rimandano ai luoghi del suo culto: Cybeli Corybantiaque, Phrygiamque, Idaea. L’aggettivo “Berecyntia” compare solo due volte nell’intero poema ed è probabilmente ricavato dal nome del Berecinto che era un monte della Frigia. L’altro aggettivo turrita allude alla corona muraria o turrita, realizzata in legno, che è uno dei simboli con cui è raffigurata la dea.