Amava firmarsi Titianus cadorinus benché avesse scelto Venezia quale sua patria d’adozione e fosse il pittore più celebrato d’Europa. L’imperatore Carlo V si chinò per raccogliergli il pennello caduto. Tiziano che nella sua opera aveva inglobato tutto, dallo sfumato di Leonardo alla luminosità di Antonello, il colore era la sua ossessione tanto da spalmare i colori sulle dita per passarli direttamente sulla tela. Nessuno come Tiziano riuscì a rappresentare l’essenza stessa della pittura fino all’estremo. Molto giovane abbandonò la comunità cadorina per ricevere un’istruzione pittorica a Venezia. I suoi primi maestri furono Gentile e Giovanni Bellini. La prima opera di Tiziano fu la collaborazione con Giorgione per gli affreschi del Fondaco dei Tedeschi: Giorgione dipinse la facciata sul Canal Grande mentre Tiziano quella laterale. Le opere successive percorsero la strada dell’emancipazione del maestro. Il distacco definitivo del maestro avvenne con l’Assunta della Chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari: fu un’opera così rivoluzionaria da essere inizialmente rifiutata dai francescani.
Pittore ufficiale della Repubblica
Nel 1533 Tiziano diventò pittore ufficiale della Repubblica di Venezia. Ebbe molte commissioni e realizzò 500 opere, ma 600 se si considerano quelle perdute. Dimostrò anche di conoscere l’opera di Michelangelo e di Raffaello. Dal 1518 per Alfonso I Tiziano decorò il camerino dell’alabastro, studio privato del duca; ne fanno parte l’offerta a Venere, il baccanale e il trionfo con Arianna. Tiziano rinnovò il genere con la sensualità delle forme e i colori brillanti e densi. Nel 1519 il pittore ricevette un incarico per la Chiesa dei Frari da Jacopo Pesaro proprietario di un altare laterale: si tratta della “Pala Pesaro“.
L’incontro con Carlo V
Nel 1530 Tiziano incontrò Carlo V, realizzando per lui numerose opere. Al numero di ritratti realizzati dal pittore si aggiunge un cospicuo numero di autoritratti che suggeriscono molto della sua indole. Gli autoritratti non hanno un committente e sono una pura espressione artistica di libertà; dipinse, quindi, per i duchi di Urbino, tra i quali spiccò la splendida Venere di Urbino. L’opera è il ricordo della Venere di Giorgione: la donna di Giorgione dorme e sogna in un paesaggio campestre, la figura di Tiziano è, invece, nella sua stanza da letto, distesa con un cagnolino ai piedi in attesa di vestirsi; Tiziano usò colori più vividi e realistici. Nell’ottobre del 1545 quando il maestro aveva già realizzato alcune opere per la famiglia papale dei Farnese, ricevette commissioni, tra le quali la tela di Paolo III con i nipoti Alessandro e Ottavio Farnese. La tela è espressione di quella spregiudicata politica nepotista messa in atto da Paolo III.
La Venere di Urbino
La Venere di Urbino ispira al divino pittore. L’opera è una vera e propria poesia, Tiziano è un pittore celebre ricercato dai committenti, non solo per le sue opere a soggetto religioso e profano ma anche per ritratti. La capacità di Tiziano di riprodurre sulla tela le caratteristiche psicologiche del soggetto rappresentato è incredibile ed efficace. È il caso della tela dedicata al cardinale Pietro Bembo nella quale il contraltare di tre colori - rosso, nero,bianco - rende ragione della dignità, del portamento e del ruolo del protagonista. Altro esempio è il ritratto dell’amico di Tiziano, Pietro Aretino, perfetta espressione del carattere passionale e sanguigno del “flagello dei principi”. Il più tardo collaboratore di Tiziano fu Palma il Giovane, che dell’opera del maestro diede una definizione interessante gli ultimi ritocchi di quanto in quanto unendo con suoi ragazzi delle dita negli estremi de’ chiari, avvicinandosi alle mezze tinte, ed unendo una tinta con l’altra; questa caratteristica di pittura a macchie è evidente nell'Incoronazione di spine. Ma è nelle sue ultime opere che Tiziano dal meglio di sé, nei 4 metri e mezzo di Apollo e Marsia. Tiziano morì il 27 agosto del 1576 mentre infuriava la peste, lasciando incompiuta l’opera che avrebbe desiderato venisse posta sulla sua tomba, La pietà. Per l’opera si inventò quella biacca mescolata all’arancio, al nero e al blu per dare forma alla disperazione tutta umana della Maddalena, o alle labbra rosse di Maria, così sfatte per le troppe lacrime, o le macchie con cui magicamente insieme aveva formato il corpo morto di Cristo.
L’Assunta Basilica dei Frari,Venezia
Venere di Urbino
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